LE «NUOVE RIME»

[Dallo studio _Delle Rime di Dante — Opere_, VIII, 45-47].

Tra le anime che espiano nel sesto cerchio del purgatorio la colpa

della gola una dà a divedere a Dante piú forte il desiderio di

parlargli. È Bonagiunta da Lucca, rimatore della scuola di transizione,

e gli domanda:

Ma di’ s’io veggio qui colui che fuore

Trasse le nuove rime cominciando

«Donne ch’avete intelletto d’amore?»

Ed io a lui: Io mi son un che, quando

Amore spira noto, ed a quel modo

Che detta dentro vo significando.

O frate, issa vegg’io, diss’egli, il nodo

Che il Notaio e Guittone e me ritenne

Di qua dal dolce stil nuovo ch’i’ odo.

Io veggio ben come le vostre penne

Di retro al dittator se ’n vanno strette,

Che delle nostre certo non avvenne:

E qual piú a gradire oltre si mette

Non vede piú dall’uno all’altro stilo.

E quasi contentato si tacette[13].

Argomento questo, che non potrebbe desiderarsi il maggiore, a provar

due cose: che Dante operò un vero rinnovamento nella lirica italiana,

e l’operò con sua consapevolezza e anche di quelli contro i quali

era fatto: che questo rinnovamento segna un periodo nella storia

dell’ingegno e del canzoniere di lui. Egli _trasse fuori le nuove

rime_, pubblicando la canzone che incomincia _Donne che avete_: fin

allora aveva dal piú al meno tenuto la maniera de’ contemporanei; con

quella canzone mise avanti il manifesto d’un rivolgimento poetico, si

chiarí capo d’una nova scuola.

E cotesta nova scuola non fu soltanto di forme estrinseche: il

rinnovamento non fu di puro stile: non si trattò meramente d’introdurre

una dottrina di esso e una norma nobile nella lingua, come apparrebbe

dai luoghi indietro citati della Vita Nuova e della Vulgare Eloquenza,

e piú da questo ove Dante loda se stesso e Cino dell’avere il

volgar nostro «di tanti rozzi vocaboli italiani, di tante perplesse

costruzioni, di tante difettive pronunzie, di tanti contadineschi

accenti, cosí egregio, cosí districato, cosí perfetto e cosí civile

ridotto[14]». Quella purificazione e segregazione nello strato

superiore della poesia avvenne nel bel tempo giovenile della lirica di

Dante quasi di per sé, come se sotto il dolce tepore che _amor spirava_

dall’alto si sciogliesse la crosta del fango e del gelo, plebea e

scolastica, dell’invernal medio evo, e i fiori della primavera italica

liberassero il capo nell’aria.

Nella risposta a Bonagiunta finalmente il poeta, che altrove, quando

accenna al sistema poetico suo e de’ coetanei o degli antecessori,

è soltanto grammatico e retore, si sente e riconosce e confessa

poeta: anzi tutto è amore che _spira_, e le penne de’ nuovi poeti

vanno sotto il gran dettatore strette e ratte. Il che vuol dire che

Dante apprese la formola intellettiva dell’amore cavalleresco con

la passione d’un’anima profondamente tenera, con l’entusiasmo d’una

gioventú eroica che crede a quel che pensa e dice, con la passione

d’un ingegno originale e armonico che aborrendo dalle consuetudini

e dai consuetudinari, dalle consorterie e dai consorti di stile

e d’accademia, prosegue la tradizione e l’ideale con libera e

intelligente adorazione. Cosí d’una poesia convenzionale, che non

aveva d’ideale se non le formole, egli fece una poesia stupendamente

imaginosa e patetica e profonda e solenne, sostituendo al sentimento

cavalleresco il sentimento mistico, alla gaia scienza la dottrina

scolastica. Da prima il sentimento, la dottrina prevalse di poi; ma

il motivo e il movimento è uno. Nella Vita Nuova alla gran canzone del

rinnovamento, della visione e trepidazion religiosa, séguita subito un

sonetto[15] che tratta della essenza di amore in potenza e in atto; il

misticismo si accoppia già alla scolastica: è utile notar ciò fin da

principio.

Pagine di storia letteraria · 第 55 / 157 题