[Dallo studio _Delle Rime di Dante — Opere_, VIII, 119-125].
Abbiam veduto come i deviamenti amorosi dell’Allighieri e la
nobilitazione di essi in un concetto simbolico son da riporre entro il
periodo episodico della Vita Nuova ch’è ripieno dall’apparizione della
donna gentile. Il qual periodo è in effetto di piú lunga durata che
non sembrasse per avventura ad alcuni illustratori delle rime e della
vita di Dante, da poi che la narrazione delle tribolazioni cagionate
dal contrasto della fedeltà alla morta donna e dell’amore alla viva
termina appunto col paragrafo che precede il sonetto a’ pellegrini.
E il sonetto fu composto _in quel tempo che_ MOLTA GENTE _andava per
vedere quell’immagine benedetta la quale Gesú Cristo lasciò a noi per
esempio della sua bellissima figura_[16]: ciò vuol dire, com’altri
ben dimostrò[17], nel tempo del giubileo pubblicato da Bonifazio
ottavo il natale del 1299: con che la fine della Vita Nuova viene a
toccare il 1300 e a confrontarsi colla visione della Commedia. A quel
tempo Dante già proceduto negli studii filosofici avea per avventura
cominciato d’attendere alla teologia, nella quale l’animo e l’ingegno
di lui, quello, che aveva a rimproverarsi alcun poco di mondanità,
questo, mistico naturalmente non che religioso, trovavano appagamento
se non riposo e vedevano un nuovo fine da aggiungere. E tale indirizzo
della mente di Dante dové esser raffermato dal fervore devoto che in
lui come in tutti i credenti del medio evo suscitava o risuscitava
piú ardente il gran giubileo cristiano. Allora con la contrizione de’
traviamenti sensuali risorse in lui grave e pietosa la memoria della
sua cara defunta. Egli era circa i trentacinque anni, l’età solenne che
le memorie della prima gioventú si riaffacciano all’anima affollate e
insistenti, ma come velate nella luce malinconica del tramonto, l’età
che il reflesso della vita scórsa illumina la soglia dell’avvenire,
e l’uomo la valica, triste veramente, ma pur guardando diritto verso
l’ultimo orizzonte del suo viaggio. Che oppressione di disinganni pe’
deboli! quanta ne’ forti securtà di propositi nuovi! A quel modo che
la imagine della donna gentile sí fieramente desiderata avea potuto
dinanzi al pensiero di Dante trasformarsi nel simbolo della filosofia,
cosí la persona di quella _madonna Beatrice da lui amata con pura
benevolenza_[18] e che vivente trasvolava già con passo d’angelo
nelle visioni del poeta, levandosi ora dalla quiete del marmoreo
sepolcro nella brumale trasparenza dell’ombra si confuse nella sua
fantasia con le astrazioni contemplative della scienza sacra: riapparve
all’uomo la visione del paradiso, che una volta si era dischiuso al
giovane innamorato: madonna che già era invocata lassú ora vi riceve
onore: e súbito dopo il sonetto a’ peregrini, il primo, da quello
dell’annuale[19] in poi, nel quale sola e pura ne si ripresenti la
imagine di Beatrice, dopo quel sonetto, dico, l’Allighieri canta:
Oltre la spera che piú larga gira
Passa il sospiro ch’esce dal mio cuore:
Intelligenza nova, che l’amore
Piangendo mette in lui, pur su lo tira.
Quand’egli è giunto là dov’el desira,
Vede una donna che riceve onore
E luce sí che per lo suo splendore
Lo peregrino spirito la mira[20].
Notate: quel che passa le sfere è il sospiro del desiderio, a cui danno
intelligenza l’amore e il dolore, cioè le due potenze della grande e
vera poesia.
Ma il poeta séguita a narrare: «Appresso a questo sonetto apparve a me
una mirabile visione, nella quale vidi cose che mi fecero proporre di
non dir piú di questa benedetta in fino a tanto che io non potessi piú
degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso,
sí com’ella sa veracemente. Sicché, se piacere sarà di colui per cui
tutte le cose vivono, che la mia vita per alquanti anni perseveri,
spero di dire di lei quello che mai non fu detto d’alcuna»[21].
Ora quest’ultima e arcana visione è da cercare nel trentesimo del
Purgatorio, nella gloriosa discesa di Beatrice tra i fiori gittati
dagli angeli, tra le acclamazioni de’ beati, su ’l carro allegorico
intorniato dagli splendori del vecchio e del nuovo testamento e dalla
danza delle virtú e tratto dal santo grifone; di Beatrice la quale
rimprovera l’infedele oblio al poeta, che ella ha fatto campare dalla
selva e dalle fiere sommovendo Virgilio (la ragione o la scienza umana)
al suo soccorso, e che ella stessa divenuta omai _lume tra ’l vero
e l’intelletto_ scorgerà purgato di sfera in sfera fino all’estatico
assorbimento in Dio. E Beatrice nel trentesimo e trentesimoprimo del
Purgatorio serba tuttavia di quella umanità effettiva che poi nel
Paradiso dileguasi per intiero. Ecco dunque che il trionfo di Beatrice
è l’idea che regge e informa il poema; ed è a un tempo l’apoteosi della
donna, la cui bellezza già riguardata nella sua parvenza terrena come
argomento di salute e di fede, degnata poi a rappresentare il simbolo
della filosofia, ora vien levata all’ultimo onore di ministra della
pietà divina e della riparazione, di mito della scienza sacra e della
rivelazione. Ecco come la Divina Commedia altro non sia nel suo germe
che l’ultimo portato della poesia d’amore del medio evo; ed ecco perchè
ella è necessariamente collegata alle Rime e alla Vita Nuova.
Dante adunque incominciò come tutti i rimatori dell’età sua prendendo
l’ispirazione e il motivo dalla poesia d’amore cavalleresca. Se
non che e la tempra dell’animo e le condizioni degli affetti suoi
e le circostanze dei tempi diedero alla sua lirica qualche cosa
d’estatico e di solenne, un afflato mistico in somma; sotto il quale
la materia prima di quella poesia, che era la trattazione cavalleresca
dell’amore, venne del tutto rimutata e assunse nuova forma. Ma dopo
la morte di Beatrice l’ardore dei sentimenti giovanili fino allor
contenuto divampò in fiamma: e la poesia ne divenne reale espressione
di passion naturale. Di che con il procedere degli anni e degli
studi pentitosi e come vergognando, il poeta trasmutò quell’ultima
sua poesia a rappresentazione simbolica dell’amor della scienza, e
quindi passando al dottrinale puro e alla lirica propriamente gnomica
divenne il cantore della rettitudine; sin che dalla filosofia procedé
alla teologia, e dalla _donna gentile_ ritornò a Beatrice. E in tutti
questi passaggi, in questi periodi, che non sono invenzione postuma
della mia povera critica ma corrispondono alle tre parti per le quali
la Vita Nuova è essenzialmente distribuita, il poeta avea già compreso
e conciliato i tre principii, i quali separati informavano allora la
letteratura non pur d’Italia ma di tutta la cristianità a tre diverse
rappresentazioni. Imperocché dal principio cavalleresco, che ispirò
le rime della prima parte della Vita Nuova, trascese al principio
mistico e religioso, che informa le _nuove rime_ della seconda parte;
e dal principio religioso traendo fuora l’elemento dottrinale che
quello aveasi assorbito osò recarlo nel volgare e ricongiungerlo alle
tradizioni antiche nel Convivio, che è come un episodio della Vita
Nuova; con che fu primo a dare un’insigne rappresentazione letteraria
nel nuovo volgare del popolo italiano al principio classico e
nazionale. E non pure i principii, ma accolse nelle rime le varie forme
letterarie del medio evo, la cavalleresca e la sensuale, la mistica
e l’allegorica, la dottrinale e la classica, che poi mediante l’opera
assimilatrice dell’ingegno italiano dovevano armonicamente accordarsi
nel poema. Come vedete, il poeta universale della Commedia aveva fatto
le sue prime armi. Al 1300 gli svariati elementi del medio evo eran già
fusi nella mente dell’Allighieri come metalli in fornace; la figura
e la forma erano già in pronto: non mancava se non chi percotesse
la spina della fornace, come direbbe Benvenuto, perché il metallo
prorompesse rovente all’opera del getto. Chi percoterà dunque la
spina? Non dubitate: ecco qua messer Corso Donati e il nobile e potente
cavaliere Cante de’ Gabrielli, onorevole potestà di Firenze, con la sua
condanna per baratterie, guadagni illeciti, inique estorsioni in moneta
e in roba. Quando mai ad assommare un’anima grande e una grande opera
mancarono elle la cattività degli uomini e la sventura?