PRIMI PASSI DI DANTE

[Dallo studio _Delle Rime di Dante — Opere_, VIII, 14-23].

..... Ma dimentichiamo la città moderna, la città delle grazie e dei

fiori, secondo la frase arcadica trita. Firenze nel secolo decimoterzo

coronata di torri tiene ancora della gravità etrusca: qualche alito

della grandezza Romana spira in petto a quegli uomini che ordinando

ad Arnolfo la rinnovazione di Santa Reparata affermavano «non potersi

intraprendere le cose del comune, se il concetto non è di farle

corrispondenti ad un cuore che vien fatto grandissimo perché composto

dell’animo di piú cittadini uniti insieme in un sol volere»[6]; a

quegli uomini che tra pochi anni manderan rispondendo all’imperatore

(non importa se per bocca d’uno di parte nera) «mai per niun signore

i fiorentini inchinarono le corna»[7]. Non ancora le molli fogge di

Francia han trasformato affatto le sembianze della città _sobria e

pudica_: rimane piú d’un vestigio del _buon popolo vecchio_. Fermiamoci

un poco ad ammirare cotesti popolani che seduti assieme in San Giovanni

fermano la costituzione democratica del 1282: vediamoli, posando dai

pubblici negozi, trattare non solamente il braccio e lo staio, ma

il pennello e lo scalpello, la penna e la squadra: seguitiamone i

figliuoli alla scuola di Brunetto Latini, ove apprendono a ben parlare

e a ben guidare il comune su le opere di Sallustio e di Cicerone, ove

accolgono il tesoro dell’enciclopedia contemporanea. Guardiamo bene,

e scorgeremo non pur Giovanni Villani e Dino Compagni, l’Erodoto e

il Tucidide della piccola repubblica, ma e lo sdegnoso figliuolo del

cavalier Cavalcanti ed un giovinetto a cui nella quiete serena del

profilo etrusco spira il raccoglimento della contemplazione pensosa.

Egli ha sotto il braccio un volume e un fior nella mano: amore e

sapienza si partono soli il regno di quell’anima che non sa ancora

dolore e rabbia che sieno. Povero Dante! se, ora che passa la Beatrice

Portinari vestita di colore bianchissimo e volge gli occhi verso quella

parte ove egli è molto pauroso e per la sua ineffabile cortesia lo

saluta virtuosamente[8], se ora alcuno gli proponesse: — O giovinetto,

tu d’ingegno e di gloria sarai grande come nessuno in terra latina: ma

innanzi ti vedrai morta nell’età piú fiorita la donna tua; e bandito

dalla tua terra per barattiere ti sentirai condannato, ove tu venga in

forza de’ tuoi nemici, ciò sono i tuoi cittadini e parenti, ad esser

arso fin che tu muoia: e non basta, ché dovrai vergognarti de’ tuoi

compagni d’esilio, dovrà rincrescerti la tua parte, e molti odieranno

te e tu odierai molti; e mendicando la vita salirai e scenderai per

l’altrui scale a chiedere un pane che tal volta ti negheranno e sempre

ti sarà amaro; e apparrai vile agli occhi dei cortigiani e dei savi

superbi, e príncipi e buffoni ti motteggeranno, te sangue romano e

degli onorevoli cittadini del primo cerchio; fin che raccolto a gran

pietà da un signor romagnolo morrai, tu che pure speravi riposare

l’animo stanco e la tua gloria in Firenze, tu che pensavi agli onorati

sepolcri che biancheggiano intorno al bel San Giovanni, morrai senza

che ti suoni presso al letto il dolce eloquio onde ti parlavano madonna

Bella e Beatrice, e vedendo dispersa la tua famiglia, e sentendo

irreparabilmente svanir con te tutti i tuoi desideri tutti i tuoi voti

—: se alcuno, dico, in questo punto gli proponesse ciò, accetterebbe

egli il partito? E pure bisogna che i fati si compiano. Questa bella

poesia, sbocciata a un punto con la costituzione del 1282, questa

scuola fiorentina, che incominciata dal Cavalcanti e da Dante si fa a

poco a poco scuola toscana di parte bianca, bisogna che divenga, mercé

la sventura e l’esilio, letteratura italiana e nazionale. Come ella ha

di molto avanzato tutte le scuole che la precederono, cosí i termini di

lei devono esser trapassati a volo da un uomo:

Cosí ha tolto l’uno all’altro Guido

La gloria della lingua, e forse è nato

Chi l’uno e l’altro caccerà di nido[9].

*

* *

Ma «nemo fit repente summus, et alta aedificia paullatim aedificantur»

diceva Gregorio settimo[10], che di alti edifizi doveva conoscersi

un poco. Quando l’Allighieri cominciò a rimare, viveva ancora in

Toscana una tal quale poesia di transizione. L’abbiamo già notato:

ora dichiariamo meglio la cosa. Alcuni v’erano, Dante da Maiano per

esempio, i quali, come se nulla fosse mutato, seguitavano l’opera

dei provenzali e de’ siciliani. Altri, e alla lor fronte Guittone,

sentendo che cotesta maniera di poesia era o finita o su ’l finire,

crederono poter rinnovarla con allargarne le facoltà, con modificarne

le forme. A costoro Dante procedé forse troppo severo: perocché

un senso vago dell’italianità essi lo ebbero, avvertirono che a

constringere la poesia entro un solo argomento si risicava non tanto

di mortificarla quanto anche di snaturarla e rivolgerla dall’officio

suo; ond’è ch’e’ tolsero piú d’una volta argomenti religiosi e

morali alle lor canzoni, e Guittone e Pannuccio pisano segnatamente

indirizzarono primi alle città d’Italia e a’ lor grandi parole

nobili e ispirate veramente dall’amor della patria e del bene. Ciò

non toglie che e’ non esagerassero il già esagerato linguaggio di

moda, ch’e’ non iscambiassero per novità i concetti sforzati le frasi

oscure e contorte, ch’e’ non fossero e nella sostanza e negli esterni

adornamenti fastosamente meschini. Plebei, secondo ne li taccia Dante,

intieramente non furono. Vero è che accettavano liberamente forme

e cadenze da vari dialetti, e vi andavan mescolando provenzalismi

e francesismi in buon dato. Ma il principale e piú fastidioso lor

vizio sta anzi nella ricercatezza e nella pretensione: essi abbondano

d’iperbati e di modi latini. Si vede che già con le idee della

ristorazione romana il latinismo filtrava nelle vene della nuova

letteratura; ma, non essendo ella ancora tanto robusta quanto bastasse

ad assorbirlo e assimilarselo, ne seguitò come un’indigestione, che

dimagrava e chiazzava di lividore e di pustole il bel viso della

giovane figliuola di Roma. Aggiungasi a ciò la smania del difficile,

propria d’ogni letteratura di transizione che non può conseguire

la grandezza vera dell’arte; smania che suggeriva a quei rimatori

l’accozzo de’ metri men consenzienti e certe lungaggini di stanze con

la monotona e trista ripetizione dei medesimi suoni; che li spingeva

a intrudere la rima al mezzo fin due o tre volte nel corpo d’un verso

e con lontanissime combinazioni, a scomporre il logico ordine del

sonetto e triplicarlo e quadruplicarlo con versi minori; aggiungasi

insomma i soliti mezzucci, che vengono ad essere soli argomenti di

singolarità in certi periodi dell’arte, ed avremo l’idea della scuola

di transizione del secolo decimoterzo, mezzo provenzale e mezzo latina,

mezzo cavalleresca e mezzo civile, mezzo monastica e mezzo sensuale,

mezzo aristocratica e mezzo plebea. Al di sotto della quale altri

rimatori v’erano, come Rustico di Filippo in Firenze, Cecco Angiolieri

in Siena, Cene della Chitarra in Arezzo e Folgore da San Gimignano,

che scorrazzavano pel campo della poesia a quel modo che avrebbero

corso una gualdana: costoro o versificavano avvertimenti di morale e di

cortesia, o cantavan d’amore alla buona, o si berteggiavano tra loro, o

trattavano già la satira familiare e politica: erano in somma gli avi

o gli atavi del Pucci, del Burchiello, del Pistoja, del Berni; un po’

troppo semplici alle volte, ma candidi; un po’ grossolani, ma vivi;

un po’ villani, ma forti; meglio a ogni modo che le caricature della

scuola di transizione.

Ora l’Allighieri, che doveva poi cosí superbamente fastidire Guittone

e i seguaci di lui e disprezzare con gravità di critico dottrinale i

rimatori plebei, l’Allighieri in principio tenne un po’ degli uni e

non isdegnò d’accostarsi agli altri. Ed è naturale: niun ingegno, per

grande che sia, può declinare la forza influente delle circostanze,

massime nella giovinezza. Chi considerasse Dante come un poeta

primitivo, nel significato un po’ incerto e vaporoso che si dà a

quell’aggiunto; chi lo chiamasse piú determinatamente il creatore della

nostra poesia e venisse ripetendo la ricantata imagine della lingua

italiana uscita tutt’armata dal capo di lui come Pallade da quel di

Giove: quegli mostrerebbe di non intendere né Dante né l’età di lui

né la maniera di svolgersi d’una letteratura. Né una lingua né un

sistema di poesia si trova o si crea da un uomo, e imaginatelo quanto

volete grande e potente: come l’accozzo degli atomi nel sistema di

Epicuro, una infinità di elementi a pena percettibili, e combinazioni

variatissime, ed esperimenti e mutazioni e innovazioni succedentisi

per lo piú senza nome e senza storia, compongono la prima età d’una

letteratura; ma le forme ci sono già tutte, quando viene l’uomo fatale

che, sebbene non le abbia create egli, perché nulla si crea, pur le fa

immortali nella sua gloria. L’esametro e l’_epos_ esistevano prima di

Omero: prima di Dante esisteva anche di piú, perocchè il medio evo,

tempo di civiltà (dico cosí perché non ricordo altro vocabolo piú

speciale e confacentesi a questo caso) fermentata dalla corruzione,

abonda di produzioni spirituali od artistiche complicatissime e nella

esuberanza della forma grottesche e mostruose.

O non tiene egli, per venire agli esempi, della maniera di que’

rimatori che trattavano l’amore alla buona e la poesia con una tal

quale natural facilità il vaghissimo sonetto a Guido Cavalcanti,

ove son nominati ed egli e Lapo e _monna Vanna_ e _monna Bice_ cosí

familiarmente e contro alla legge cavalleresca, che poi s’impose

per alcun tempo il poeta, di tacere il nome della donna sua? Vero è

che Dante ha pur sempre rialzato e rinsanguato la maniera de’ suoi

predecessori e coetanei un po’ piana e pedestre, un po’ smorta: col

fervore del cuor suo meditabondo egli ha dato al realismo un colorito

quasi magico e alla famigliarità un afflato lirico, ha dato al verso

semplicissimo un’ala come di colomba, in quelle due quartine, cosí

lontane dall’alta intonatura e dal fare sostenuto di lui, cosí uniche

nella poesia italiana, in quelle due quartine le quali favellano e

cantano e sognano e volano tutt’a un tempo:

Guido, vorrei che tu e Lapo ed io

Fossimo presi per incantamento,

E messi in un vascel ch’ad ogni vento

Per mare andasse a voler vostro e mio;

Sicché fortuna od altro tempo rio

Non ci potesse dare impedimento,

Anzi, vivendo sempre in un talento,

Di stare insieme crescesse il disio.

Divina ebrietà, nella quale il giovane sfugge alla vita per meglio

sentire la vita! divino sogno di Dante quello di sperdersi con l’amore

e la felicità su l’oceano immenso, sempre avanti, sempre avanti, e

per il sereno e per la tempesta, fuori dalle vicende della natura

e dalla società umana, nell’oblio del tempo, in immortal gioventú!

Come rimpiccioliscono al paragone questi versi del Monti, che rendono

il sentimento nostro moderno, il sentimento di quando adolescenti

leggevamo i romanzi! e pur son versi assai belli, imitati, parmi, da un

luogo del Werther:

Oh se lontano dalle ree cittadi

In solitario lido i giorni miei

Teco mi fosse trapassar concesso!

Oh se me ’l fosse! Tu sorella e sposa,

Tu mia ricchezza, mia grandezza e regno,

Tu mi saresti il ciel, la terra, e tutto.

Io ne’ tuoi sguardi e tu ne’ miei felice.

Come di schietto rivo onda soave

Scorrer gli anni vedremmo; e fonte in noi

Di perenne gioir fôra la vita[11].

Come perde, non ostante il suo giardino rosso e i colloqui delle rose e

delle viole, anche l’aspirazione indiana di Arrigo Heine![12]

Lungi, lungi, su l’ali del canto

Di qui lungi recare io ti vo’;

Là, ne’ campi fioriti del santo

Gange, un luogo bellissimo io so...

Oh che sensi d’amore e di calma

Beveremo ne l’aure colà!

Sogneremo, seduti a una palma,

Lunghi sogni di felicità.

Altra cosa è l’oceano! Ma nei terzetti Dante ritorna al fare del tempo

suo:

E monna Vanna e monna Bice poi

Con quella ch’è su ’l numero del trenta

Con noi ponesse il buono incantatore:

E quivi ragionar sempre d’amore:

E ciascuna di lor fosse contenta

Siccom’io credo che sariamo noi.

L’un di questi versi, e propriamente il secondo del primo terzetto,

accenna a quella epistola sotto forma di sirventese che Dante compose

nella prima gioventú e dove raccolse i nomi delle sessanta piú belle

donne di Firenze, tra le quali la donna amata da Lapo Gianni era,

a quel che nel sonetto dicesi, la trentesima e Beatrice la nona.

Ora anche cotesto sirventese, non ostante la sua denominazione

cavalleresca, non doveva, egualmente che gli altri sirventesi italiani,

uscire dal genere della poesia borghese o popolare.

Pagine di storia letteraria · 第 54 / 157 题