V.

Con la morte di Enrico settimo Dante sentí spezzarsi nel cuore l’ultima

fidanza di questo mondo; né a Firenze per oltraggioso perdono dei

guelfi si poteva tornare. Anche questa volta il dolore gli fu cagione

a mirare piú alto, dove mente umana non aveva mirato ancor mai. Dai

silenzi dell’età barbara gli occorse per la selva selvaggia Virgilio,

accennandogli al monte della virtú e della gloria: Beatrice, la sempre

amata nella solitudine dell’alto pensiero, lo richiamava dal cielo. La

morte e l’eternità l’attraevano. Dinanzi alla sublime fantasia si aprì

l’infinito, e nell’infinito, con l’ombra della religione, della storia,

della poesia, si proiettavano il passato, il presente, il futuro. Dante

cercò la patria nell’altro mondo: fissò, ad allogarvi il suo ideale,

il cielo piú alto, dove né oltraggio di guelfi né veleno di monaci

pervenisse.

Tra le due morti, di Beatrice e d’Enrico, fu maturato in idea il

poema della morte: alla morte del poeta era compiuto in esecuzione.

Tutto ciò che il poeta ha scritto ha pensato ha fatto fin ora, si

appunta nella Commedia: la quale è la figurazione della visione ultima

della Vita nuova, è l’attuazione del sistema morale e allegorico

dell’Amoroso Convivio, è la glorificazione della Vulgare Eloquenza,

è la consecrazione della Monarchia. Nelle rime del «dolce stil nuovo»

Dante rivolgevasi ai fedeli d’amore, nel Convivio ai signori d’Italia,

nei trattati latini ai chierici e dottori: nella Commedia il poeta

canta al popolo, a tutto il popolo, a tutti i popoli. Nelle rime era il

fiorentino, primo lirico del medio evo; nei trattati, l’italiano, primo

filosofo laico del medio evo; nella Commedia, pur rimanendo il sommo

poeta del medio evo, è piú largamente il poeta per eccellenza della

gente latina e del cristianesimo, è, piú ancora, il poeta, nel sovrano

senso della parola, di tutt’i tempi.

I protagonisti di quella che il poeta chiamò Commedia e il mondo

epopea divina, sono tre. Dante, Virgilio, Beatrice: l’azione è il mondo

presente, attivo, morale, intellettivo, riflesso e campato, con potenza

smisurata di fantasia, nella scena d’oltre vita, dove il pensiero

non ha limiti se non quelli che il poeta-creatore con armonica mente

vuole. Beatrice procede dalla Vita nuova e dalla poesia cavalleresca e

mistica; ma nella visione in vetta del Purgatorio il culto della donna

diviene apoteosi, e Beatrice trasfigurata è la suprema rappresentazione

della civiltà del medio evo. Virgilio procede dalla dottrina

classica del Convivio: non è piú il mago del medio evo, ma né anche è

soltanto il poeta delle scuole; egli è divenuto la rappresentazione

della civiltà antica. Tra l’antichità e il medio evo, tra Virgilio

e Beatrice, Dante è l’uomo, il genere umano, che passa con le sue

passioni, che ama e odia, erra e cade, si pente e si leva, e purgato e

rigenerato è degno di salire alla perfezione dell’essere.

Con che la Commedia è, come il poeta la qualificò, opera dottrinale;

perchè reca in atto la filosofia morale del Convivio, e specialmente la

dottrina circa l’anima umana come disposta e tendente alla perfezione

e alla felicità per due vie e per due guise. Ha per soggetto l’uomo

in quanto per il libero arbitrio è sommesso alla giustizia che premia

e punisce, ha per oggetto rimovere i viventi in questa terra dallo

stato di miseria e avviarli alla perfezione e felicità temporale con

l’esercizio delle virtú filosofiche e alla perfezione e beatitudine

eterna con l’esercizio delle teologiche. Tale dottrina, per la fede

dell’autore e dei tempi, poteva mettersi in opera poetica soltanto

secondo le credenze religiose del popolo cristiano. Onde la visione,

nell’altro mondo, delle anime dannate, penitenti, beate: visione

sotto la cui allegoria la morale vede intende e dimostra i tre stati

delle anime in questa vita, il vizio, la conversione, la virtú. E,

in riguardo alla tendenza dell’anima verso la perfezione e felicità

per due vie, temporale ed eterna, l’allegoria è di due sensi: l’uno,

tropologico, in quanto essa dal fantasma poetico disasconde la regola

della vita umana, secondo morale: l’altro anagogico, in quanto dal

fantasma poetico essa trae un riferimento alla vita eterna, secondo

teologia. E quindi alla base terrena del poema, nella selva, offresi

primo Virgilio, simbolo della ragione, della filosofia, dell’impero,

a scorgere Dante, l’uomo, alla temporale perfezione e felicità nel

paradiso terrestre: a mezzo il poema, nel paradiso terrestre, scende

Beatrice, simbolo della fede, della teologia, della chiesa, a levar

Dante alla perfezione e beatitudine eterna nell’empireo.

La Commedia dunque mette in atto un concetto morale, sotto la forma

religiosa della visione, con allegoria, a fine parenetico. Quindi:

in quanto la concezione organica dell’opera è per visione, la poesia

risulta epica e lirica: in quanto è azione di persone umane e di

spiriti e di simboli personeggiati in relazione tra loro e co ’l poeta,

la poesia risulta drammatica: in quanto ha un intendimento parenetico,

la poesia risulta didascalica. Però fu bene affermato che la Commedia

contiene della poetica ogni varietà di generi e forme: la quale

universalità solo il medio evo potè portare, solo l’ingegno di Dante

asseguire.

Pure informata alla scienza del medio evo, ma con libertà e ardire

straordinario di fantasie, è l’architettura dei tre regni della morte.

— L’inferno non è piú quello del popolo e dei santi padri. Per tanti

gironi e cerchi, quante sono le partizioni dei peccati secondo la

dottrina cristiana sottomessa all’etica di Aristotele, l’inferno si

profonda come un baratro fino al centro della terra; e la origine e

la ragion d’essere ne è determinata con una invenzione terribilmente

meravigliosa per dinamica e morale sublimità. Quella del Lucifero;

che, precipitando dall’empireo, il poeta imagina aver forato il nostro

pianeta per mezzo, sí che la terra per fuggirlo lasciò un gran vuoto,

poi ricorrendo in sú formò nell’emisfero australe l’isoletta e il monte

del purgatorio. Il mostro a mezza la persona sta incastrato nel centro

della terra, e sporge il capo nell’ultimo girone dell’inferno, quarta

ghiacciaia dei traditori, voltandolo verso la parte di Gerusalemme ove

visse e morì l’uomo senza pecca, Gesú, e i piedi spinge per l’altro

emisfero volti al monte del purgatorio, ove il primo uomo, Adamo,

peccò. Lucifero, il male, sta cosí tra i due poli, del peccato e della

redenzione, e con la sua caduta originò il purgatorio che è mezzo

di redenzione. — Invenzione tutta di Dante, se non quanto ricorda

antiche tradizioni, nella storia e nella poesia, di terre ignote e

disparse, e freschi presentimenti, nelle navigazioni italiane, di

terre nuove e da scoprire, è il monte del purgatorio, che si dislaga

nell’emisfero delle acque agile e diritto verso il cielo. La bella

montagna, ordinata e scompartita secondo la dottrina platonica per

cui la colpa è disordine d’amore, dalle sue circolari cornici manda

al Signore voci di anime che pregano cantano e si raccomandano; e,

quando una di quelle anime si libera a volo, la santa montagna trema

tutta d’amore, e per migliaia e migliaia di voci spirituali sale un

_Dio lodiamo_ tra gli spazi infiniti del mare e del cielo. Su la cima

mormora e frondeggia la divina foresta del paradiso terrestre, nella

quale, agli ultimi confini del nostro pianeta, apparisce la mirifica

visione dell’impero e della chiesa. — Il paradiso con la sua gerarchia,

secondo la dottrina di Dionigi areopagita, è distribuito nei nove cieli

del sistema tolemaico. Quei nove cieli, per contrapposto ai cerchi

nelle colpe, turbamento dell’anima, nell’inferno e nel purgatorio,

simboleggiano, quiete dell’intelletto, le sette arti liberali del

trivio e del quadrivio e la scienza naturale e la morale. In forma di

sfere si contengono e abbracciano l’uno l’altro; e avendo per centro

il nostro pianeta col suo inferno e purgatorio, lo vengono, per cosí

dire, fasciando della lor continua rotazione, che si propaga e allarga

e cresce vie piú sempre fino al nono cielo cristallino, il primo

mobile, che aggirasi ineffabilmente rapido. Il primo mobile è come

la divisione tra l’umano e il divino. Al di sotto, nel cielo ottavo

stellato scoppia la indignazione dell’apostolo Pietro su la malvagità

dei successori e la riprensione di Beatrice su i predicanti. Al di

sopra, nell’empireo, nel trionfo del paradiso, sfolgora il trono

dell’alto Arrigo, dell’imperatore infortunato: Beatrice lo mostra

al poeta, e lascia cadere l’ultimo giudizio su ’l pontefice che gli

venne meno, poi ripiglia il suo luogo appo Dio: e l’umano finisce. In

contrasto alla vertiginosa rapidità del primo mobile sta in sua quiete

fermo l’empireo, il cielo della teologia, ove è Dio, con attorno i nove

ordini delle tre gerarchie: e ciascun degli ordini move con sua virtú

informante quel cielo che a lui spetta e risponde; e quella virtú è

l’amore, che raggia da Dio, e compenetra di luce tutto l’universo e

vi sveglia la vita. Questo è il bene. Lucifero, il male, relegato nel

centro della terra, è per ogni parte egualmente lontano da quella vita,

da quella luce, da quell’amore, che egli né vede né sente né partecipa.

Tale è il sacro poema di Dante. E come avanza di gran lunga le altre

opere del poeta e del secolo, cosí ne tiene pur sempre certe proprietà

che l’età nostra non intende. Nella Vita nuova le apparizioni e gli

atti di Beatrice sono tuttora intorno il numero nove: onde, siccome

del nove la radice è tre, Beatrice è un miracolo, e il suo principio

è la mirabile Trinità. E il tre e il nove regolano tutta la visione e

la poesia della Commedia. La Trinità in mezzo i nove ordini delle tre

gerarchie regge i tre regni, ciascun dei quali distribuito per nove

scompartimenti è cantato in trentatre canti a strofi di tre versi, e i

canti sommati insieme fanno novantanove, però che il primo dell’inferno

non è che prologo a tutti. E pure questa cabala fu il freno dell’arte,

che fece cosí proporzionata, armonica, quasi matematica, la esecuzione

formale dell’immensa epopea.

La quale è popolare. Il poeta cominciò a esser fedele al genio del

popolo fin nella scelta del metro, che è il sirventese della poesia

narrativa cantata su le piazze d’Italia. E per ottenere la intelligenza

immediata di ciò che piú gli premeva rinunziò alla dottrina del volgare

illustre, contentandosi, fortunatamente per l’arte, allo stile ch’egli

chiamò comico e intendeva mezzano, e non è altro che la varietà della

verità. Tutta popolare è la primordiale materia fantastica della

Commedia. La vita futura, di cui questa presente è a pena una falsa

adombrazione e può meglio essere una pia preparazione, era stata il

sommo pensiero, tutto il pensiero, del popolo del medio evo, anzi

di tutto il popolo cristiano da dodici secoli. Dante fu la voce di

dodici secoli cristiani, che davanti alle visioni intravedute nelle

allucinazioni di lor mescolate memorie ed origini, elleniche, italiche,

semitiche, druidiche, odiniche, rimasti erano muti e allibiti di

terrore e d’ignoranza. A tale alto officio egli fu il portato sublime e

supremo della gente latina, che poesia originalmente propria non avea

fin allora resa nell’arte, e durante il lungo verno della barbarie

aveva negli strati delle alluvioni de’ popoli maturato questo germe

della sua primavera.

Alla intuizione, alla percezione, alla rappresentazione fantastica

del misto mondo cristiano Dante uscí da quella certa contemperanza

di sangui e razze che fece la nuova nobiltà del popolo italiano.

I lineamenti del viso attestano in lui il tipo etrusco, quel

tipo che dura ostinato per tutta Toscana mescolandosi al romano e

sopraffacendolo. Di sangue romano vantavasi egli; e il presentarsi

della sua famiglia, come fiorentina vecchia, senza titoli di nobiltà

castellana e senza nomi fino a certo tempo d’altra lingua, fa

credibile una continuità dai coloni conservatisi in città e regione

men frequente d’affluenze germaniche. Ma germanico sangue gli colò

per avventura nelle vene dalla donna che venne a Cacciaguida di val

di Po, dall’Aldighiera ferrarese, di nobil famiglia antica in città

rifiorita di stirpi longobarde, e che diè a’ nepoti il cognome di

radice germanica. E cosí nell’opera artistica della visione cristiana

l’Allighieri avrebbe recato l’abitudine al mistero d’oltre tomba da

una razza sacerdotale, che pare vivesse per le tombe e nelle tombe,

l’etrusca; la dirittura e tenacità alla vita da una gran razza civile,

cui fu poesia il _jus_, la romana; la balda freschezza e franchezza da

una razza nuova guerriera, la germanica.

Indi la profondità della sua visione nella sincerità, la intensità

della rappresentazione nella lucidezza, la sicurtà del cogliere il

punto essenziale nella rassomiglianza fantastica, il tono interiore

nell’imaginazion passionata, il senso musicale nel pensiero creatore.

E in quella poesia la ingenuità del canto popolare, come allodola che

dagli umidi seminati d’autunno si leva trillando fin che s’incontra

e perde, ebbra di gioia, nel sole: è la tensione dell’inno profetico

discendente dall’alto a invader la terra, come aquila tra l’addensarsi

dei nembi; è la varietà graziosa e robusta, spiccata e raccolta, di

aspetti, di colori e di suoni, come nel paesaggio delle colline di

Toscana e d’Emilia: è l’ombra caliginosa, entro cui la formazione

del grottesco pauroso si designa vaporosamente scabra, come nell’aere

febbricoso dei sughereti delle vecchie maremme: è lo splendore diffuso

per la vastità serena del canto intellettivo e cordiale, come giorno di

primavera su ’l mare Tirreno: è la letizia virginea del riso spirituale

nella lucidità dell’idea, alta, pura, determinata, tranquilla, come

giorno d’estate su l’alpe.

Pagine di storia letteraria · 第 52 / 157 题