Con la morte di Enrico settimo Dante sentí spezzarsi nel cuore l’ultima
fidanza di questo mondo; né a Firenze per oltraggioso perdono dei
guelfi si poteva tornare. Anche questa volta il dolore gli fu cagione
a mirare piú alto, dove mente umana non aveva mirato ancor mai. Dai
silenzi dell’età barbara gli occorse per la selva selvaggia Virgilio,
accennandogli al monte della virtú e della gloria: Beatrice, la sempre
amata nella solitudine dell’alto pensiero, lo richiamava dal cielo. La
morte e l’eternità l’attraevano. Dinanzi alla sublime fantasia si aprì
l’infinito, e nell’infinito, con l’ombra della religione, della storia,
della poesia, si proiettavano il passato, il presente, il futuro. Dante
cercò la patria nell’altro mondo: fissò, ad allogarvi il suo ideale,
il cielo piú alto, dove né oltraggio di guelfi né veleno di monaci
pervenisse.
Tra le due morti, di Beatrice e d’Enrico, fu maturato in idea il
poema della morte: alla morte del poeta era compiuto in esecuzione.
Tutto ciò che il poeta ha scritto ha pensato ha fatto fin ora, si
appunta nella Commedia: la quale è la figurazione della visione ultima
della Vita nuova, è l’attuazione del sistema morale e allegorico
dell’Amoroso Convivio, è la glorificazione della Vulgare Eloquenza,
è la consecrazione della Monarchia. Nelle rime del «dolce stil nuovo»
Dante rivolgevasi ai fedeli d’amore, nel Convivio ai signori d’Italia,
nei trattati latini ai chierici e dottori: nella Commedia il poeta
canta al popolo, a tutto il popolo, a tutti i popoli. Nelle rime era il
fiorentino, primo lirico del medio evo; nei trattati, l’italiano, primo
filosofo laico del medio evo; nella Commedia, pur rimanendo il sommo
poeta del medio evo, è piú largamente il poeta per eccellenza della
gente latina e del cristianesimo, è, piú ancora, il poeta, nel sovrano
senso della parola, di tutt’i tempi.
I protagonisti di quella che il poeta chiamò Commedia e il mondo
epopea divina, sono tre. Dante, Virgilio, Beatrice: l’azione è il mondo
presente, attivo, morale, intellettivo, riflesso e campato, con potenza
smisurata di fantasia, nella scena d’oltre vita, dove il pensiero
non ha limiti se non quelli che il poeta-creatore con armonica mente
vuole. Beatrice procede dalla Vita nuova e dalla poesia cavalleresca e
mistica; ma nella visione in vetta del Purgatorio il culto della donna
diviene apoteosi, e Beatrice trasfigurata è la suprema rappresentazione
della civiltà del medio evo. Virgilio procede dalla dottrina
classica del Convivio: non è piú il mago del medio evo, ma né anche è
soltanto il poeta delle scuole; egli è divenuto la rappresentazione
della civiltà antica. Tra l’antichità e il medio evo, tra Virgilio
e Beatrice, Dante è l’uomo, il genere umano, che passa con le sue
passioni, che ama e odia, erra e cade, si pente e si leva, e purgato e
rigenerato è degno di salire alla perfezione dell’essere.
Con che la Commedia è, come il poeta la qualificò, opera dottrinale;
perchè reca in atto la filosofia morale del Convivio, e specialmente la
dottrina circa l’anima umana come disposta e tendente alla perfezione
e alla felicità per due vie e per due guise. Ha per soggetto l’uomo
in quanto per il libero arbitrio è sommesso alla giustizia che premia
e punisce, ha per oggetto rimovere i viventi in questa terra dallo
stato di miseria e avviarli alla perfezione e felicità temporale con
l’esercizio delle virtú filosofiche e alla perfezione e beatitudine
eterna con l’esercizio delle teologiche. Tale dottrina, per la fede
dell’autore e dei tempi, poteva mettersi in opera poetica soltanto
secondo le credenze religiose del popolo cristiano. Onde la visione,
nell’altro mondo, delle anime dannate, penitenti, beate: visione
sotto la cui allegoria la morale vede intende e dimostra i tre stati
delle anime in questa vita, il vizio, la conversione, la virtú. E,
in riguardo alla tendenza dell’anima verso la perfezione e felicità
per due vie, temporale ed eterna, l’allegoria è di due sensi: l’uno,
tropologico, in quanto essa dal fantasma poetico disasconde la regola
della vita umana, secondo morale: l’altro anagogico, in quanto dal
fantasma poetico essa trae un riferimento alla vita eterna, secondo
teologia. E quindi alla base terrena del poema, nella selva, offresi
primo Virgilio, simbolo della ragione, della filosofia, dell’impero,
a scorgere Dante, l’uomo, alla temporale perfezione e felicità nel
paradiso terrestre: a mezzo il poema, nel paradiso terrestre, scende
Beatrice, simbolo della fede, della teologia, della chiesa, a levar
Dante alla perfezione e beatitudine eterna nell’empireo.
La Commedia dunque mette in atto un concetto morale, sotto la forma
religiosa della visione, con allegoria, a fine parenetico. Quindi:
in quanto la concezione organica dell’opera è per visione, la poesia
risulta epica e lirica: in quanto è azione di persone umane e di
spiriti e di simboli personeggiati in relazione tra loro e co ’l poeta,
la poesia risulta drammatica: in quanto ha un intendimento parenetico,
la poesia risulta didascalica. Però fu bene affermato che la Commedia
contiene della poetica ogni varietà di generi e forme: la quale
universalità solo il medio evo potè portare, solo l’ingegno di Dante
asseguire.
Pure informata alla scienza del medio evo, ma con libertà e ardire
straordinario di fantasie, è l’architettura dei tre regni della morte.
— L’inferno non è piú quello del popolo e dei santi padri. Per tanti
gironi e cerchi, quante sono le partizioni dei peccati secondo la
dottrina cristiana sottomessa all’etica di Aristotele, l’inferno si
profonda come un baratro fino al centro della terra; e la origine e
la ragion d’essere ne è determinata con una invenzione terribilmente
meravigliosa per dinamica e morale sublimità. Quella del Lucifero;
che, precipitando dall’empireo, il poeta imagina aver forato il nostro
pianeta per mezzo, sí che la terra per fuggirlo lasciò un gran vuoto,
poi ricorrendo in sú formò nell’emisfero australe l’isoletta e il monte
del purgatorio. Il mostro a mezza la persona sta incastrato nel centro
della terra, e sporge il capo nell’ultimo girone dell’inferno, quarta
ghiacciaia dei traditori, voltandolo verso la parte di Gerusalemme ove
visse e morì l’uomo senza pecca, Gesú, e i piedi spinge per l’altro
emisfero volti al monte del purgatorio, ove il primo uomo, Adamo,
peccò. Lucifero, il male, sta cosí tra i due poli, del peccato e della
redenzione, e con la sua caduta originò il purgatorio che è mezzo
di redenzione. — Invenzione tutta di Dante, se non quanto ricorda
antiche tradizioni, nella storia e nella poesia, di terre ignote e
disparse, e freschi presentimenti, nelle navigazioni italiane, di
terre nuove e da scoprire, è il monte del purgatorio, che si dislaga
nell’emisfero delle acque agile e diritto verso il cielo. La bella
montagna, ordinata e scompartita secondo la dottrina platonica per
cui la colpa è disordine d’amore, dalle sue circolari cornici manda
al Signore voci di anime che pregano cantano e si raccomandano; e,
quando una di quelle anime si libera a volo, la santa montagna trema
tutta d’amore, e per migliaia e migliaia di voci spirituali sale un
_Dio lodiamo_ tra gli spazi infiniti del mare e del cielo. Su la cima
mormora e frondeggia la divina foresta del paradiso terrestre, nella
quale, agli ultimi confini del nostro pianeta, apparisce la mirifica
visione dell’impero e della chiesa. — Il paradiso con la sua gerarchia,
secondo la dottrina di Dionigi areopagita, è distribuito nei nove cieli
del sistema tolemaico. Quei nove cieli, per contrapposto ai cerchi
nelle colpe, turbamento dell’anima, nell’inferno e nel purgatorio,
simboleggiano, quiete dell’intelletto, le sette arti liberali del
trivio e del quadrivio e la scienza naturale e la morale. In forma di
sfere si contengono e abbracciano l’uno l’altro; e avendo per centro
il nostro pianeta col suo inferno e purgatorio, lo vengono, per cosí
dire, fasciando della lor continua rotazione, che si propaga e allarga
e cresce vie piú sempre fino al nono cielo cristallino, il primo
mobile, che aggirasi ineffabilmente rapido. Il primo mobile è come
la divisione tra l’umano e il divino. Al di sotto, nel cielo ottavo
stellato scoppia la indignazione dell’apostolo Pietro su la malvagità
dei successori e la riprensione di Beatrice su i predicanti. Al di
sopra, nell’empireo, nel trionfo del paradiso, sfolgora il trono
dell’alto Arrigo, dell’imperatore infortunato: Beatrice lo mostra
al poeta, e lascia cadere l’ultimo giudizio su ’l pontefice che gli
venne meno, poi ripiglia il suo luogo appo Dio: e l’umano finisce. In
contrasto alla vertiginosa rapidità del primo mobile sta in sua quiete
fermo l’empireo, il cielo della teologia, ove è Dio, con attorno i nove
ordini delle tre gerarchie: e ciascun degli ordini move con sua virtú
informante quel cielo che a lui spetta e risponde; e quella virtú è
l’amore, che raggia da Dio, e compenetra di luce tutto l’universo e
vi sveglia la vita. Questo è il bene. Lucifero, il male, relegato nel
centro della terra, è per ogni parte egualmente lontano da quella vita,
da quella luce, da quell’amore, che egli né vede né sente né partecipa.
Tale è il sacro poema di Dante. E come avanza di gran lunga le altre
opere del poeta e del secolo, cosí ne tiene pur sempre certe proprietà
che l’età nostra non intende. Nella Vita nuova le apparizioni e gli
atti di Beatrice sono tuttora intorno il numero nove: onde, siccome
del nove la radice è tre, Beatrice è un miracolo, e il suo principio
è la mirabile Trinità. E il tre e il nove regolano tutta la visione e
la poesia della Commedia. La Trinità in mezzo i nove ordini delle tre
gerarchie regge i tre regni, ciascun dei quali distribuito per nove
scompartimenti è cantato in trentatre canti a strofi di tre versi, e i
canti sommati insieme fanno novantanove, però che il primo dell’inferno
non è che prologo a tutti. E pure questa cabala fu il freno dell’arte,
che fece cosí proporzionata, armonica, quasi matematica, la esecuzione
formale dell’immensa epopea.
La quale è popolare. Il poeta cominciò a esser fedele al genio del
popolo fin nella scelta del metro, che è il sirventese della poesia
narrativa cantata su le piazze d’Italia. E per ottenere la intelligenza
immediata di ciò che piú gli premeva rinunziò alla dottrina del volgare
illustre, contentandosi, fortunatamente per l’arte, allo stile ch’egli
chiamò comico e intendeva mezzano, e non è altro che la varietà della
verità. Tutta popolare è la primordiale materia fantastica della
Commedia. La vita futura, di cui questa presente è a pena una falsa
adombrazione e può meglio essere una pia preparazione, era stata il
sommo pensiero, tutto il pensiero, del popolo del medio evo, anzi
di tutto il popolo cristiano da dodici secoli. Dante fu la voce di
dodici secoli cristiani, che davanti alle visioni intravedute nelle
allucinazioni di lor mescolate memorie ed origini, elleniche, italiche,
semitiche, druidiche, odiniche, rimasti erano muti e allibiti di
terrore e d’ignoranza. A tale alto officio egli fu il portato sublime e
supremo della gente latina, che poesia originalmente propria non avea
fin allora resa nell’arte, e durante il lungo verno della barbarie
aveva negli strati delle alluvioni de’ popoli maturato questo germe
della sua primavera.
Alla intuizione, alla percezione, alla rappresentazione fantastica
del misto mondo cristiano Dante uscí da quella certa contemperanza
di sangui e razze che fece la nuova nobiltà del popolo italiano.
I lineamenti del viso attestano in lui il tipo etrusco, quel
tipo che dura ostinato per tutta Toscana mescolandosi al romano e
sopraffacendolo. Di sangue romano vantavasi egli; e il presentarsi
della sua famiglia, come fiorentina vecchia, senza titoli di nobiltà
castellana e senza nomi fino a certo tempo d’altra lingua, fa
credibile una continuità dai coloni conservatisi in città e regione
men frequente d’affluenze germaniche. Ma germanico sangue gli colò
per avventura nelle vene dalla donna che venne a Cacciaguida di val
di Po, dall’Aldighiera ferrarese, di nobil famiglia antica in città
rifiorita di stirpi longobarde, e che diè a’ nepoti il cognome di
radice germanica. E cosí nell’opera artistica della visione cristiana
l’Allighieri avrebbe recato l’abitudine al mistero d’oltre tomba da
una razza sacerdotale, che pare vivesse per le tombe e nelle tombe,
l’etrusca; la dirittura e tenacità alla vita da una gran razza civile,
cui fu poesia il _jus_, la romana; la balda freschezza e franchezza da
una razza nuova guerriera, la germanica.
Indi la profondità della sua visione nella sincerità, la intensità
della rappresentazione nella lucidezza, la sicurtà del cogliere il
punto essenziale nella rassomiglianza fantastica, il tono interiore
nell’imaginazion passionata, il senso musicale nel pensiero creatore.
E in quella poesia la ingenuità del canto popolare, come allodola che
dagli umidi seminati d’autunno si leva trillando fin che s’incontra
e perde, ebbra di gioia, nel sole: è la tensione dell’inno profetico
discendente dall’alto a invader la terra, come aquila tra l’addensarsi
dei nembi; è la varietà graziosa e robusta, spiccata e raccolta, di
aspetti, di colori e di suoni, come nel paesaggio delle colline di
Toscana e d’Emilia: è l’ombra caliginosa, entro cui la formazione
del grottesco pauroso si designa vaporosamente scabra, come nell’aere
febbricoso dei sughereti delle vecchie maremme: è lo splendore diffuso
per la vastità serena del canto intellettivo e cordiale, come giorno di
primavera su ’l mare Tirreno: è la letizia virginea del riso spirituale
nella lucidità dell’idea, alta, pura, determinata, tranquilla, come
giorno d’estate su l’alpe.