Di Dante rinnovatore in Firenze della lirica d’amore, gli studi e i
tempi, le prove e i dolori fecero per un ventennio di poi, dal 1293 al
1313, il primo filosofo laico del popolo italiano.
Ne’ quali anni, entro i termini d’una città e nello spazio del
cristianesimo, l’Italia ebbe e Dante vide di quelli avvenimenti che
mutano corso alle vite degli uomini e alle idee dei secoli: la nuova
constituzione popolare che attrasse il poeta al reggimento, i torbidi
mutamenti del comune guelfo che lo sbalzarono nell’esilio; gli ultimi
tentativi politici del papato, e la captività di Avignone; la prima
apparizione, dopo sessant’anni d’invocazioni, della maestà dell’impero,
e la morte di Enrico settimo imperatore. Tra questi urti di generose e
vitali fidanze e di rudi e funerei disinganni, tra queste ascensioni e
cadute, è la via del pensiero di Dante nella seconda stagione di sua
vita, operosa e meditativa, politica e dottrinale. Della prima vita,
la «vita nuova», della prima poesia, la poesia del «dolce stil nuovo»,
non rimane che una parola, la _donna gentile_; ed è la succedente e la
rivale di Beatrice, la filosofia. Con essa l’allegoria, cioè l’anima
mistica della forma estetica nella chiesa nella scuola nelle arti del
medio evo, sale a signoreggiare il pensiero di Dante; ed egli primo
e con piú sollecitudine la congiunge poi sempre alla poesia volgare,
nella quale dall’amore cavalleresco, il solo argomento fin allora
concessole, passa arditamente alle meditazioni filosofiche e morali.
Questo, in che fu scritto l’Amoroso Convivio e le canzoni che gli
appartengono e i trattati che ne procedono, è il tempo del classicismo
medievale di Dante.
Con l’Amoroso Convivio l’esule intese svelare agli spregianti o
incuriosi la grandezza sua, ch’era ottenebrata dalla dolorosa povertà;
e, con nobile disdegno dei mestieranti che le lettere acquistano per
guadagno di denaro e di onori, egli protesta di scrivere solo per
quelli che hanno bontà d’animo, príncipi, cavalieri, gentili donne. E
l’importanza dell’opera è, per la storia della coltura, in questo, che
un laico osò trarre la filosofia dalle scuole religiose e introdurla
alla vita civile; il valore, per la storia del pensiero del poeta e
d’Italia, in questo, che Dante nella scienza portò la sua conscienza
e un quasi entusiasmo civile, e alla scolastica impersonale, cosa
rimorta, diè la eloquenza sua, magnifica a volte e solenne come il
suo pensiero, a volte ingenua e sincera come la sua passione. Nel
resto la filosofia del convivio è teologica. Anche per Dante, come
per i greci, ella è amoroso uso di sapienza; ma la sapienza, come per
Tommaso e Bonaventura, è ordinata da eterno ad aiutare e dimostrare
la fede; e innanzi le dimostrazioni della fede la divina, come il
poeta la saluta, opinione d’Aristotile s’arresta; se non quando
egli congiunge le teorie aristoteliche ai dogmi del cristianesimo,
come nella dottrina spirituale circa l’anima umana. Ma in generale,
della filosofia l’Allighieri, come già i romani, preferisce la parte
pratica, cioè la morale e la storica. E in questa tre luoghi del
Convivio risplendono insigni per l’affermazione e la divinazione
alla gente latina ed al mondo. E sono: dove il poeta, oltre e sopra
gl’intendimenti del tempo suo e del rinascimento, glorifica il volgare,
cioè la lingua del popolo, quasi annunziando il regno della pubblica
opinione nella filosofia e nelle lettere: «Questo sarà sole nuovo,
il quale darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscurità»: dove
della nobiltà, seguendo il concetto di Guido Guinicelli, avanzando
la definizione di Bartolo da Sassoferrato, prenunziando la maggior
conquista dell’Ottantanove, dice, ch’è idea di perfezione qualunque
sia il soggetto, procede da un abito ch’è possibile in ogni individuo,
non conviene a chi è disceso dal buono ed è malvagio: dove del primato
e dei destini di Roma scrive con accesa eloquenza nobilissime cose,
le quali furono seme di filosofia storica a tempi piú dotti, e seme
d’ardore in piú nobili tempi ai magnanimi che pensarono o combatterono
pe ’l risorgimento d’Italia.
Dall’Amoroso Convivio dipendono i trattati di Vulgare Eloquenza e di
Monarchia; in quanto la filosofia morale applicata alle ragioni del
rimare diviene, secondo le opinioni del medio evo, scienza poetica;
applicata, secondo le opinioni e del medio evo e dei greci, alla ragion
degli stati, diviene politica.
La Vulgare Eloquenza svolge e compie per dottrina ciò che del volgare
era toccato nel Convivio per affezione, ed è il primo trattato di
filologia e poetica nelle lingue romanze. Come filologia, affermando
la comune origine e unità di famiglia delle nuove lingue latine, e
distinguendo i termini dei dialetti italici, avanzò i tempi: come
poetica, avanzò i tempi e anche le anteriori opinioni di esso il
poeta, perchè, dove nella Vita nuova egli non dava alle rime volgari
altra materia che d’amore, qui le allargava a cantare le armi e la
rettitudine, a sé tra gl’italiani asserendo la parte di cantore della
rettitudine. Oltre di che, con la massima del volgare illustre, che
è questione di stile anzi che di lingua, l’Allighieri intimava la
fine della poesia di dialetto e delle scuole di regione, siciliana,
pugliese, bolognese, fiorentina, annunziando, araldo egli stesso della
sua gloria, il cominciamento della poesia e della letteratura italiana.
E in ultimo per lo intendimento dei fini, delle ragioni e della pratica
della poesia, levandosi sopra quanti avean da tre secoli composto rime
nelle Gallie in Germania in Italia, egli poneva i fondamenti dell’arte
nuova nella individualità conscia e iniziatrice, con tradizioni e
regole che temperando accordassero i due motivi ed elementi, popolare
ed aulico, cittadino ed ecclesiastico, romanzo e classico.
Nella «Monarchia» la dottrina morale circa l’anima umana e le due guise
di perfezione e felicità per cui ella è creata, la dottrina politica
circa il reggimento della civiltà cristiana, la dottrina storica circa
i destini provvidenzialmente assegnati al popolo romano, dottrine i
cui primi germi e cenni erano nel Convivio, ricevono la piú ampia
e rigorosa trattazione in tre libri, che sono il piú perfetto dei
trattati di Dante, e intorno al quale tutte si raccolgono le idee di
lui politiche.
L’uomo, come solo tra gli esseri partecipe di corruttibilità e
incorruttibilità, cosí intende con doppio fine a doppia perfezione
e felicità, temporale in questa vita, eterna in un’altra: a quella
perviene con l’esercizio delle virtú intellettuali, a questa con
l’esercizio delle teologiche. Tali fini e mezzi sono dimostrati e dati
all’uomo dalla ragione e dalla filosofia, dalla fede e dalla teologia:
ma l’uomo per infirmità e cupidigia può mancare e deviare: onde la
necessità di lume, di duce e di freno: e questo è per l’una parte nella
potestà temporale dell’imperatore romano, per l’altra nella potestà
spirituale del romano pontefice. Perché i due duci guidino dirittamente
al fine, bisogna che nel mondo sia concordia, bisogna che alla
beatitudine nel cielo risponda in terra la pace agli uomini di buona
volontà. Ma su la terra la cupidigia induce discordia, e questa non può
esser composta se non da un monarca unico: il quale, avendo soggetti
a sé tutti e non avendo a desiderare per sé nulla, avvii e regga
giustamente principi popoli e comuni secondo gli ammaestramenti della
filosofia. Non che regni nazioni e città non abbiano certe proprietà
loro per le quali bisognano con differenti leggi ciascun governarsi; ma
le leggi comuni che a tutta l’umana generazione convengono e secondo
le quali ella è condotta alla pace, quelle i principi e rettori
particolari debbono dal monarca ricevere, come l’intelletto pratico
a fine di operare riceve la proposizione maggiore dall’intelletto
speculativo e sotto quello aggiunge la particolare ch’è opera sua. La
dignità di tal monarchia universale, necessaria alla salute del mondo,
sorgente unica d’ogni potestà terrena, pose Iddio nel popolo romano
preparato a ciò con la venuta di Enea in Italia proprio al tempo in
cui nella propagine di Maria era preparata l’opera della redenzione, e
con la conquista del mondo, legittima perché giudizio di Dio tra Roma
e gli altri popoli, abilitato. L’impero romano Iddio stesso lo pose
e lo riconobbe, in quanto ei volle prendere umana carne sott’esso,
assoggettandosi nella nascita al censo di Cesare Ottaviano, nella morte
al giudizio di Ponzio Pilato. Significando l’impero il dominio del
popolo romano sopra la terra, nell’imperatore, di qualunque nazione
siasi, è trasferita la maestà del popolo romano. Giardino dell’impero
è l’Italia, non la Germania; e di qui il principe romano distende lo
scettro su tutte le altre monarchie e su tutt’i popoli, intendendo a
fare del mondo una cristiana repubblica, della quale siano membra tutti
gli stati, sí il regno di Francia come il piú piccolo comune italiano.
L’autorità dell’impero viene direttamente da Dio, né la chiesa può
pretendervi supremazia o dargli essa l’autorità, come quella che non
ebbe parte al suo stabilimento che fu innanzi lei; né v’ha figure del
vecchio o nuovo testamento che provino né concessioni che valgano. La
stessa persona dell’imperatore è posta da Dio, né altro che instrumenti
in mano di Dio son gli elettori. Indipendente cosí l’imperatore dal
papa per l’impero suo su la terra, gli resta subordinato in questo,
che la felicità secolare a cui l’imperatore è guida sia mezzo per
la felicità eterna a cui il pontefice è scorta. Cesare dunque ha da
venerare Pietro, come figlio primogenito il padre, a ciò che illuminato
dalla grazia paterna rischiari meglio la terra. Ma i pontefici,
asserendosi e usurpando il primato su ’l potere civile degl’imperatori;
ma il papato, attuando in sé il principio guelfo contrario alla
monarchia universale; ma il governo degli ecclesiastici, non osservando
le leggi dell’impero, impedendone la legittima autorità, incitando co
’l mal esempio a cercare i beni della terra: sono cagione che il mondo
è fatto reo. E quel mescolato governo conviene che vada e cada male,
perché l’una autorità, ove trascorre, non può esser frenata dall’altra;
e quindi è cagione della corruttela ed anarchia universale.
Negare la grandezza di questo ideale concepimento della pace del mondo
in una quasi alleanza di stati uniti cristiani dei quali in fine
l’imperatore non fosse che il presidente, è impossibile: com’è per
avventura difficile ammirare in esso altro che la visione d’un gran
poeta già allora umanitario, il quale risogna il passato, riflettendolo
benignamente illuminato nello specchio dell’immenso ingegno. E già
questi grandi poeti che vengono come a integrare le nazioni rinnovando
le età, par forza di natura ch’e’ trovino o ripongano il loro ideale
nell’età finiente. Anche Omero cantava quello che non esistea piú e piú
non poté esistere in Grecia. Forse che gli dèi e gli eroi giganteggiano
meglio nel passato, e la morte è solo un crepuscolo nei mondi della
poesia?
A ogni modo non è il caso di cercare nelle massime monarchiche
dell’Allighieri un principio all’unificazione d’Italia, se non in
quanto questa fosse compresa nell’unità del cristianesimo. L’amor
patrio e l’idea nazionale fiammeggiano nel sentimento che il poeta ebbe
profondissimo delle glorie e delle miserie d’Italia, nel sentimento
dell’impero come instituzione romana, come diritto italico. Ma già dopo
il mille nella eredità romana gl’imperatori cercavano uno svincolamento
dalla soggezione alla chiesa, e Federico secondo mandava appendere in
Campidoglio le spoglie del carroccio preso in battaglia ai milanesi.
Ben egli Federico aveva inteso a trasportare e fermare nella penisola
la sede dell’impero e far dell’impero uno stato italiano, ma perì
nella grande impresa; e richiamarla può parere un vóto anticato quando
le signorie, in via di farsi monarchie dinastiche, crescevano gelose
d’ogni potenza sopraffacente, e, fallito Enrico settimo, lo mostrarono
nelle calate di Ludovico il bavaro e di Carlo quarto. Né anche la
indipendenza, fortemente affermata e ragionata dall’Allighieri,
dell’impero dalla chiesa, la storia permette di trarre a sensi troppo
moderni. Già fin dal mille gl’imperatori o volevano fare i papi o
almeno non volevano esser fatti essi dai papi; e tale indipendenza
non fu mai piú altamente proclamata che nelle lettere di Pier della
Vigna. Il libro di Monarchia è l’ultima scolastica espressione del
classicismo politico medievale; e cercarvi ciò che oggi dicesi lo stato
pagano e lo stato ateo sarebbe fare ingiuria all’Allighieri, secondo
le sue idee. Ma gloriamoci, — e non è poco, — altamente, sinceramente e
securamente gloriamoci, che Dante è il maestro nostro ed il padre nella
conservazione della tradizion romana al rinnovamento d’Italia, ch’egli
fu il testimone e giudice nei secoli, il piú puro e tremendo giudice
e testimone, del mal governo della gente di chiesa e della necessità
morale di averlo abbattuto.
E ciò fece come poeta. Poiché Dante anzi tutto è un grandissimo poeta;
e grandissimo poeta è perché grand’uomo; e grand’uomo, perché ebbe una
grande conscienza. Nessun poeta altro nel mondo (a te sia anche questa
gloria, o patria, o Italia) ebbe la conscienza eroica di Dante. Senza
mai un’ombra d’interesse privato, questo mendico superbo va pensoso
e sdegnoso per le terre d’Italia, cercando non pane o riposo, ma il
bene di tutti. Vero è che il solo bene è quello che trova egli: sia
un’opinione filosofica, sia l’uso del volgare italico, sia la fede di
Cristo, sia la maestà dell’Impero, egli discende terribile nell’ira
sua su quelli che si attentin negare. E ora grida che a certe ragioni
vorrebbesi rispondere con i coltelli, e ora chiama meretrici le bocche
dei vili adulteri d’Italia che dispregiano il nostro volgare, ora
maledice le vili bestiuole che pretendono contro nostra fede parlare,
ora mette al bando del genere umano la vipera maligna, la pecora
ammorbata, la scellerata Mirra, Firenze, perchè minaccia di non aprire
le porte all’imperatore. E quando la patria gli fa grazia della morte e
dell’esilio sotto condizione, egli povero, errante, presso a vecchiaia
sconsolata, risponde: «Non è cotesta, o padre, la via di ritornare alla
patria. Ma se da voi o da altri se ne troverà di poi che all’onore
e alla fama di Dante non déroghi, io per quella mi metterò a passi
non lenti. Che se per niuna tale strada si entra in Firenze, ed io in
Firenze non rientrerò mai. E che? Non potrò io da per tutto vedere gli
specchi del sole e delle stelle? Non potrò io sotto qualunque cielo
speculare i dolcissimi veri?».