Anche Dante fu giovine: e alla fantasia di lui e della generazione
a lui coetanea, a quelle fantasie di giovini, figliuoli di padri
travagliatisi nelle guerre civili e negli esilii, risplendevano, tra la
meraviglia e il terrore, in quel baglior di leggenda onde la prossima
passionata tradizione vela i fatti che furono poco avanti fossimo noi,
l’impero di Federico secondo e il cancellierato di Pier della Vigna tra
gli emuli ponteficati d’Innocenzo terzo e Gregorio nono; risplendevano
dall’Inghilterra le tragiche sventure dei Plantageneti onde sorgeva
la libertà dei signori, e dalla Francia l’epica gloria dei regni di
Filippo Augusto e San Luigi. E, urgendo piú da presso le memorie, ei
partecipavano ancora ai vanti delle vittorie guelfe di Parma e Bologna
e al dolore della vendetta di Montaperti; e su i campi sanguinosi
di Lombardia, di Toscana, di Puglia vedevano e sentivano levarsi il
biondo e bello e gentile inimico Manfredi, e la ferocia di Ezelino
e la magnanimità di Farinata, e poi tutto ricoprire del suono della
sua ruina Benevento, e dinanzi alla vecchiezza di Carlo, disperditore
de’ poeti e traditore della cavalleria, disparire la eroica puerizia
di Corradino, l’ultimo dei cavalieri e dei cantori di Soavia e del
duecento.
Tra cotali memorie, a cui la vittoria della parte popolare, e la
libertà che solleva gli animi, e l’orgoglio dei cittadini a voler
gareggiare di prodezza e gentilezza co’ i cavalieri, permettevano
essere d’ammirazione e simpatia, tra cotali memorie e affezioni, che
diedero poi il maggior motivo di commozione alla parte drammatica
del poema, cresceva la generazione coetanea di Dante e la gioventú
del poeta. E l’effetto non fu per avventura dissimile nell’efficacia
a quello delle memorie della rivoluzione e dell’impero su la giovine
Europa dopo il 1815, alla stagione del romanticismo. Nelle condizioni
e nelle cause, negli spiriti e nelle forme, è in fatti una evidente
affinità tra il romanticismo e la poesia del «dolce stil nuovo» di
cui Dante tra il 1283 e il 1300 fu il massimo autore. Il fenomeno nei
sentimenti fu a’ due tempi lo stesso. A un’età tempestosa per grandi
audacie di pensieri e azioni, per iscontri di animi e avvenimenti
grandi, per disperate catastrofi, parea succedere un intervallo
di quiete con isperanza di passaggio a tempi piú fermi di pace, di
libertà, di civiltà superiore. E in tali condizioni era negli animi un
bisogno di spirituale riazione contro gli eccessi della forza, contro
il materialismo, il dubbio filosofico, la carnalità dell’età anteriore,
rappresentata negli averroisti e paterini di Federico secondo,
negli epicurei imperiali; un bisogno di riazione spirituale e di
sottomissione alla fede, alla fede accolta nel sentimento, da custodire
nell’intelletto. In contrasto all’empietà dei vecchi ghibellini,
dei tiranni feudali, dei cavalieri delle case grandi, dalle aureole
dei nuovi santi nazionali, ancor vivi o morti di poco, la fede parea
piovere fiammelle di fuoco su gli spiriti e i cuori del popolo nuovo.
Tali disposizioni degli animi giovini erano in quel mezzo favorite da
altre circostanze e cagioni. Se del medio evo veniva meno la società
anticata, sentiva crescersi in vece la vita quel popolo nuovo che
doveva poi produrre il rinascimento. E nella espansione di questa vita
le città romane palpitando aspiravano all’avvenire, e in quel palpito
e in quel sospiro si allargavano a cerchie nuove di mura. Le chiese
romanze onde l’occidente cristiano erasi rivestito a festa nel secolo
undecimo parevano oramai anguste ed oscure: altro aere voleva alle
preghiere la fede ravvivata, altro spazio la devozione non piú d’ordini
privilegiati ma d’un popolo di cittadini. E i templi di Maria e di
Francesco sorgevano per le città d’Italia spingendo al cielo le arcate
le guglie i campanili come aspirazioni delle anime all’infinito. E
nelle chiese, e nei palagi del popolo succedenti ai castelli, e nelle
logge aperte dove sorgevan le torri, un’arte nuova rideva, come l’amore
e la gioventú, la pittura.
In tali circostanze e sotto tali influenze la prima manifestazione
dell’ingegno di Dante si svolse nell’opera del «dolce stil nuovo», la
lirica di Beatrice. Il poeta italiano move ancora da quella poesia che
effettuò un dei concetti della civiltà cavalleresca con la sublimazione
della donna. La castellana feudale, di cui già Bernardo di Ventadorn
cantò che per lei Dio fa virtú, ma sempre nella conversazione piacevole
della corte, era di recente assurta nella lirica di Bologna, la città
della scuola e della libertà, a un tipo superiore di virtú umana e
civile. Quando questa imagine di donna batté alla porta del cuore
di Dante, dall’ardenza d’ideali che fervea in quella pura e forte
giovinezza ell’attinse anima nuova e ne uscí colorata d’altra vita che
parve e fu miracolo. Le forme di tradizione già usate si squagliarono
al tócco di quel gran cuore appassionato ed austero; in quella
profonda intimità di affetto la idealità indeterminata delle corti e
delle scuole si fuse; e nella Vita nuova di Dante, in conspetto alla
primavera dei colli d’Arno, alla primavera di chiese che sorgevano
bianche a Maria, alla primavera della libertà che pur allora liberava
li schiavi, surse la impassibile, l’aerea, l’angelicata Beatrice.
Surse e passò, come un sorriso della bontà di Dio su la terra; e ogni
passo, ogni atto e fatto di lei era dimostrazione e disposizione della
divinità; e l’effetto dell’apparizione di lei era che nella terra delle
vendette ereditarie nessun nemico rimaneva, e che tra le battaglie da
contrada a contrada, da torre a torre, da casa a casa, a ogni dimanda
rispondevasi amore. Si direbbe che la natura e Dio volessero con
tanta esaltazione d’amore, con sí profonda estasi di pace, consolare
e rafforzare quell’anima grande in presenza ai dolori, alle sventure,
agli urti degli avvenimenti, alla guerra del mondo che l’aspettavano.
E quella esaltazione apparisce piú profonda, piú attraente e pietosa
per questo, che si accompagna tuttavia a un presentimento, anzi a un
sentimento continuo della morte. Con una visione di morte prossima
incomincia la Vita nuova e l’amore e la poesia di Dante, una visione
di morte presente n’è in mezzo la emanazione piú fantasticamente
appassionata, una visione di dopo morte termina l’amor suo terreno e il
libro giovenile, per aprirne un altro di miracolo e di eternità. E già
per Dante, in quel primo severo commovimento della sua gioventú, per i
casi stessi che quel commovimento fecero, la morte era divenuta l’idea
fissa non pure, ma l’idea cara: _Morte, assai dolce ti tegno_. La morte
nelle sembianze della giovine amata è la pace: la morte è il richiamo
del signore degli angeli alla sua gloria: la morte è il passaggio
veracemente alla gloria eterna. La morte (se a me sia lecito imaginare
come il divino poeta) è l’ancella e il messo di Dio su la terra agli
eroi: ella viene a tempo per ammonirli e avviarli al loro fine. Cosí,
rapendosi via tra i vapori e i profumi del maggio, ravvolta nel bianco
velo della mistica poesia, la giovine fiorentina, la morte parve
intimare all’Allighieri: — Assai di pace, assai di estasi e sogni,
o poeta! La vita ai forti è prova, è milizia. Sú, alla vigilia del
pensiero, al combattimento con gli uomini e con le cose, alla vittoria
su ’l mondo! —
E cosí con Beatrice finisce il romanticismo di Dante. Differente
in ciò dal romanticismo del nostro secolo: che questo, movendo
dalla considerazione della vita nell’aspetto piú triste cioè dallo
scetticismo morale, fu termine d’una età anzi che principio di arte
nuova, fu estenuazione ed evaporazione delle anime nell’egoismo;
e quello in vece di Dante, fondato in vera fede e in sincerità di
sentimento, assurse e fu assórto in un piú alto concetto della utilità
e serietà della vita, del dovere e della missione dell’uomo sopra la
terra.