Quelle due grandi instituzioni su ’l finire del secolo decimoterzo
declinavano o si tramutavano a un modo di essere altro da quello onde
era stato forma il medio evo, e questa età si oscurava.
Dell’impero, quando nacque Dante, era già caduta la forza morale
consistente nella idealità sua di dittatura cristiana, cadeva la forza
politica co ’l cesarismo feudale. L’apparizione, dopo l’interregno,
de’ due Habsbourg, fu cosí veramente scenica, che papa Nicolò terzo
poté proporre al primo Rodolfo lo spartimento tra loro dell’impero in
quattro regni. La prevalenza in Italia della casa angioina aduggiava
il papato. In vano Bonifazio ottavo, l’ultimo dei pontefici di quella
età politicamente grandi, mostravasi alla città e al mondo negli
adornamenti d’imperatore, facendosi recare innanzi la spada lo scettro
ed il globo. Filippo il Bello, che, sôrto re di Francia mentre questa
andava perdendo la supremazia cavalleresca, alle costumanze feudali
sostituí la legge reale e a’ pari cavalieri i legisti, e distrusse
i templari; Filippo, il re odiato e spregiato da Dante, quel nuovo
orgoglio del papato reprimeva con lo schiaffo d’Anagni, e il papa
traevasi dietro come cane in lassa nella servitú d’Avignone. Cosí
papato e impero erano sopravanzati e battuti dalle monarchie, che,
cessando d’essere feudali e cavalleresche, si avviavano a despotismi
dinastici e amministrativi.
E, con lo scadere e il trasformarsi dell’impero e del papato, la
poesia, la coltura, la civiltà, che da quelli avea preso spiriti
e forme, non pure si trasformava, ma venía meno e periva. La
poesia provenzale, in cui s’era attuata la piú lieta civiltà della
cavalleria, già rauca nelle stragi e tra i roghi della crociata
contro gli Albigesi, era stata, venti anni prima che Dante nascesse,
fugata del suo nido nativo dal tetro aspetto del nuovo conte Carlo
d’Anjou: raminga ora per le terre d’Italia non riavea piú la voce
che pe’ compianti su i morti signori della vecchia generazione e
pe’ rimbrotti ai signori novelli. Con Luigi nono, il re santo morto
sotto il padiglione della crociata tra le ruine di Cartagine cinque
anni dopo nato Dante, finiva in Francia la primitiva e vera epopea
cavalleresca: le severe canzoni franche di gesta, campando a stento
dinanzi la parodia sghignazzante, cadevano sotto il travestimento della
prosa letteraria; e i romanzi celtici d’avventura impallidivan ne’ lai.
Succedeva il Romanzo della rosa: la cui prima parte, dove la cavalleria
era estenuata in galanteria e questa rinfantocciata d’allegoria, fu
interrotta colla morte del suo poeta, Guglielmo di Lorris, cinque
anni avanti la nascita di Dante; la seconda, che si rivolge sarcastica
contro tutto che il medio evo avea piú venerato, i preti, i signori ed
il re, e conchiude il culto della donna con la triviale carnalità, fu
terminata da Giovanni di Meung prima del 1305, quando Dante maturava il
concetto della Commedia. E mentre il prodigioso infante ancora vagiva,
co ’l sangue dell’ultimo Hohenstaufen sparso sur una piazza di Napoli
era sfiorita la primavera dei cantor d’amore nei boschi di Turingia e
di Svevia, taceano le canzoni dei Nibelunghi e di Gudrun, e i fantasmi
di Parzival e di Titurel si dileguavano nell’ombra misteriosa. E come
finiva la produzione epica e lirica della cavalleria, cosí aveva ormai
dato i piú maturi frutti la dottrina del chiericato. Nel 1264, un anno
prima che Dante nascesse, moriva Vincenzo di Beauvais, l’autore dello
«Speculum maius», che fu l’ultimo e massimo tentativo della scienza
medievale a congiungere nelle lor varie attenenze le cognizioni umane.
Dieci anni di poi, nel 1274, nella stagione del puerile incontro di
Dante e Beatrice, morivano Tommaso d’Aquino e Bonaventura di Bagnorea,
gli atleti de’ due ordini sórti nel principio del secolo a sostegno
del papato e della chiesa, i due maggiori lumi della scolastica e
della mistica; ché l’uno aveva misurato co ’l triangolo del sillogismo
l’uomo, il mondo, Dio, l’altro l’ansietà di tanti secoli oppressi sotto
la paura del peccato e della morte aveva finalmente sollevato a una
splendida visione della misericordia di Gesú, in un inno di passione
alla grazia di Maria.
In questo mezzo l’Italia che da due secoli intesa al conquisto e allo
svolgimento della sua libertà, erasi dimostrata meno operosa nelle cose
dello spirito che animosa nei travagli dei commerci e delle colonie,
nei lavori delle industrie e delle arti, nella produzione della
ricchezza, nella provvisione delle leggi; l’Italia, che fin allora
altra letteratura non avea avuto se non in latino la ecclesiastica
e in volgare la cavalleresca di Provenza e di Francia; l’Italia,
venuta ora al punto di procedere alla piú spirituale manifestazione
dell’essere suo, la estrinsecazione della potenza meditativa e
affettiva e fantastica, cioè della vita interiore, nell’arte della
parola, venuta al punto di sostituire alla recente ispirazione
germanica la permanente ispirazione romana, alla dottrina ecclesiastica
e cavalleresca la letteratura civile e popolare; l’Italia, dico, venuta
a questo punto, era travagliata da un processo di trasformazione che
sembrava disorganamento. La rivoluzione politica e sociale dei comuni
nell’ultimo grado d’energia pareva come distrugger se stessa. Da una
parte, la contesa primordiale delle città tra loro per comporre il
nòcciolo dello stato erasi convertita in combattimento di vita e di
morte, massime per quelle divenute potenti su ’l mare e oltre mare:
quindi Pisa contro Genova, Genova contro Venezia. Da un’altra parte,
al di dentro, la plebe della città e della campagna, gli artigiani
e i contadini, premevano contro la nobiltà e il popolo vecchio:
onde o la democrazia incerta con gli ordinamenti di giustizia in
Firenze, o l’aristocrazia prepossente con la serrata del consiglio
grande in Venezia, o, tra i due estremi, le signorie, militari e
venturiere nell’Italia mediana, dinastiche e conquistatrici nell’alta
Italia. Intanto l’operosità civile cresceva, e con le arti il lusso e
l’istruzione; ma i costumi guastavansi e l’ideale della vita abbassava.
E la parte conservativa del popolo vecchio, tra l’eclissi dell’impero
omai ridotto a un’avventura e del papato a una capellania del re di
Francia, vide nel comune l’imbroglio, nelle signorie la tirannide; e
tutto il trecento parve, e fu veramente, anarchia.
Da tali contingenze di tempi, non che dai casi della vita e della
tempra dell’animo e dell’ingegno, Dante Allighieri fu indótto,
diciamolo súbito, a cercare o riporre l’ideale suo nel passato.