II.

Quelle due grandi instituzioni su ’l finire del secolo decimoterzo

declinavano o si tramutavano a un modo di essere altro da quello onde

era stato forma il medio evo, e questa età si oscurava.

Dell’impero, quando nacque Dante, era già caduta la forza morale

consistente nella idealità sua di dittatura cristiana, cadeva la forza

politica co ’l cesarismo feudale. L’apparizione, dopo l’interregno,

de’ due Habsbourg, fu cosí veramente scenica, che papa Nicolò terzo

poté proporre al primo Rodolfo lo spartimento tra loro dell’impero in

quattro regni. La prevalenza in Italia della casa angioina aduggiava

il papato. In vano Bonifazio ottavo, l’ultimo dei pontefici di quella

età politicamente grandi, mostravasi alla città e al mondo negli

adornamenti d’imperatore, facendosi recare innanzi la spada lo scettro

ed il globo. Filippo il Bello, che, sôrto re di Francia mentre questa

andava perdendo la supremazia cavalleresca, alle costumanze feudali

sostituí la legge reale e a’ pari cavalieri i legisti, e distrusse

i templari; Filippo, il re odiato e spregiato da Dante, quel nuovo

orgoglio del papato reprimeva con lo schiaffo d’Anagni, e il papa

traevasi dietro come cane in lassa nella servitú d’Avignone. Cosí

papato e impero erano sopravanzati e battuti dalle monarchie, che,

cessando d’essere feudali e cavalleresche, si avviavano a despotismi

dinastici e amministrativi.

E, con lo scadere e il trasformarsi dell’impero e del papato, la

poesia, la coltura, la civiltà, che da quelli avea preso spiriti

e forme, non pure si trasformava, ma venía meno e periva. La

poesia provenzale, in cui s’era attuata la piú lieta civiltà della

cavalleria, già rauca nelle stragi e tra i roghi della crociata

contro gli Albigesi, era stata, venti anni prima che Dante nascesse,

fugata del suo nido nativo dal tetro aspetto del nuovo conte Carlo

d’Anjou: raminga ora per le terre d’Italia non riavea piú la voce

che pe’ compianti su i morti signori della vecchia generazione e

pe’ rimbrotti ai signori novelli. Con Luigi nono, il re santo morto

sotto il padiglione della crociata tra le ruine di Cartagine cinque

anni dopo nato Dante, finiva in Francia la primitiva e vera epopea

cavalleresca: le severe canzoni franche di gesta, campando a stento

dinanzi la parodia sghignazzante, cadevano sotto il travestimento della

prosa letteraria; e i romanzi celtici d’avventura impallidivan ne’ lai.

Succedeva il Romanzo della rosa: la cui prima parte, dove la cavalleria

era estenuata in galanteria e questa rinfantocciata d’allegoria, fu

interrotta colla morte del suo poeta, Guglielmo di Lorris, cinque

anni avanti la nascita di Dante; la seconda, che si rivolge sarcastica

contro tutto che il medio evo avea piú venerato, i preti, i signori ed

il re, e conchiude il culto della donna con la triviale carnalità, fu

terminata da Giovanni di Meung prima del 1305, quando Dante maturava il

concetto della Commedia. E mentre il prodigioso infante ancora vagiva,

co ’l sangue dell’ultimo Hohenstaufen sparso sur una piazza di Napoli

era sfiorita la primavera dei cantor d’amore nei boschi di Turingia e

di Svevia, taceano le canzoni dei Nibelunghi e di Gudrun, e i fantasmi

di Parzival e di Titurel si dileguavano nell’ombra misteriosa. E come

finiva la produzione epica e lirica della cavalleria, cosí aveva ormai

dato i piú maturi frutti la dottrina del chiericato. Nel 1264, un anno

prima che Dante nascesse, moriva Vincenzo di Beauvais, l’autore dello

«Speculum maius», che fu l’ultimo e massimo tentativo della scienza

medievale a congiungere nelle lor varie attenenze le cognizioni umane.

Dieci anni di poi, nel 1274, nella stagione del puerile incontro di

Dante e Beatrice, morivano Tommaso d’Aquino e Bonaventura di Bagnorea,

gli atleti de’ due ordini sórti nel principio del secolo a sostegno

del papato e della chiesa, i due maggiori lumi della scolastica e

della mistica; ché l’uno aveva misurato co ’l triangolo del sillogismo

l’uomo, il mondo, Dio, l’altro l’ansietà di tanti secoli oppressi sotto

la paura del peccato e della morte aveva finalmente sollevato a una

splendida visione della misericordia di Gesú, in un inno di passione

alla grazia di Maria.

In questo mezzo l’Italia che da due secoli intesa al conquisto e allo

svolgimento della sua libertà, erasi dimostrata meno operosa nelle cose

dello spirito che animosa nei travagli dei commerci e delle colonie,

nei lavori delle industrie e delle arti, nella produzione della

ricchezza, nella provvisione delle leggi; l’Italia, che fin allora

altra letteratura non avea avuto se non in latino la ecclesiastica

e in volgare la cavalleresca di Provenza e di Francia; l’Italia,

venuta ora al punto di procedere alla piú spirituale manifestazione

dell’essere suo, la estrinsecazione della potenza meditativa e

affettiva e fantastica, cioè della vita interiore, nell’arte della

parola, venuta al punto di sostituire alla recente ispirazione

germanica la permanente ispirazione romana, alla dottrina ecclesiastica

e cavalleresca la letteratura civile e popolare; l’Italia, dico, venuta

a questo punto, era travagliata da un processo di trasformazione che

sembrava disorganamento. La rivoluzione politica e sociale dei comuni

nell’ultimo grado d’energia pareva come distrugger se stessa. Da una

parte, la contesa primordiale delle città tra loro per comporre il

nòcciolo dello stato erasi convertita in combattimento di vita e di

morte, massime per quelle divenute potenti su ’l mare e oltre mare:

quindi Pisa contro Genova, Genova contro Venezia. Da un’altra parte,

al di dentro, la plebe della città e della campagna, gli artigiani

e i contadini, premevano contro la nobiltà e il popolo vecchio:

onde o la democrazia incerta con gli ordinamenti di giustizia in

Firenze, o l’aristocrazia prepossente con la serrata del consiglio

grande in Venezia, o, tra i due estremi, le signorie, militari e

venturiere nell’Italia mediana, dinastiche e conquistatrici nell’alta

Italia. Intanto l’operosità civile cresceva, e con le arti il lusso e

l’istruzione; ma i costumi guastavansi e l’ideale della vita abbassava.

E la parte conservativa del popolo vecchio, tra l’eclissi dell’impero

omai ridotto a un’avventura e del papato a una capellania del re di

Francia, vide nel comune l’imbroglio, nelle signorie la tirannide; e

tutto il trecento parve, e fu veramente, anarchia.

Da tali contingenze di tempi, non che dai casi della vita e della

tempra dell’animo e dell’ingegno, Dante Allighieri fu indótto,

diciamolo súbito, a cercare o riporre l’ideale suo nel passato.

Pagine di storia letteraria · 第 49 / 157 题