Dalla rupe ove pochi ruderi a fior del suolo ricordano che fu Canossa,
da quella bianca, brulla, erma rupe, cui né ombre di boschi né
canti di uccelli né mormorii d’acque cadenti rallegrano, chi volga
attorno lo sguardo al monte e alla valle, scorge da un lato, vedetta
dell’Appennino, la pietra di Bismantua, su cui Dante salí; dinanzi,
nella gioconda Emilia, su la riva destra dell’Enza, la solitudine di
Selvapiana, onde sonarono le canzoni del Petrarca piú belle; lungi, da
un altro lato, Reggio, lieto soggiorno alla gioventú dell’Ariosto, e
bassa verso il Po Guastalla, la cortesia de’ cui prìncipi fu sollievo
alle tristezze del Tasso. E avviene di pensare che non senza fato
quelle memorie della poetica gloria d’Italia si raccolgano intorno
alla rupe e su ’l piano ov’ebbe apparenze di dramma fatale il dissidio
tra la chiesa e l’impero, il dissidio onde con la libertà dei comuni
uscí la forza del popolo d’Italia, il cui fiore fu nelle arti e nella
poesia. Ben due secoli combatté quel popolo per la esistenza e per lo
stato, prima che gli nascesse l’uomo che doveva essere la sua voce e
insegna nei tempi, che dovea far salire alle piú alte cime del pensiero
la lingua italiana e d’italiana gloria improntare il mondo piú saldo e
duraturo, il mondo degli spiriti. Papato e impero, e la discordia e la
potenza loro, trascorrevano, quando Dante nacque: Dante, che non passa.