Un’ultima osservazione resta a fare. La poesia delle altre genti
d’Europa, divenute nazioni molto prima della italiana, ebbe anche oltre
le forme un contenuto nazionale: i Nibelunghi rappresentano i Germani
delle migrazioni, i romanzi francesi cantano le glorie dell’impero di
Carlomagno e la lotta della feudalità co’ discendenti di lui, quelli
spagnoli la guerra continuata con gli invasori. La poesia italiana,
tardiva come la nazione, non ha un fondo nazionale: la Commedia, il
Canzoniere, il Decameron sono per il contenuto piú presto europei,
cristiani o umani, che non italiani.
Ricordiamo che l’elemento popolare risorse nella penisola come romano,
e che l’Italia appariva a Dante come il giardino dell’impero, al
Petrarca come la sede della repubblica degli Scipioni. Di qui avvenne
che i nostri cercassero le loro tradizioni nazionali nell’antichità,
e la parte epica della storia italiana consista nelle origini troiane
o romane delle città e nella derivazione delle famiglie nobili dagli
ultimi romani che contrastarono ai barbari: Virgilio, Lucano, Claudiano
erano sempre i poeti di nostra gente; Cesare, Livio, Sallustio, gli
storici. E l’Italia, in quello stesso che non aveva la conscienza di
nazione moderna, sentivasi, nella sua continuazione romana, la capitale
d’Europa. I nostri poeti quindi vennero a compiere e a nobilitare il
medio evo con le forme antiche, come poeti dell’Europa cristiana,
dell’occidente latino. Ecco: Dante dà la consecrazione cattolica e
classica a tutte le visioni dell’oltremondo smarrite per le isole
britanniche, per la Germania e la Francia: il Petrarca chiude il ciclo
dei poeti d’amore provenzali, francesi, tedeschi, nel suo virgiliano
«bosco degli ombrosi mirti»: il Boccaccio raccoglie le pietruzze dai
conti dai favolelli dalle leggende di tutti i giullari e menestrelli
per istoriarne il suo musaico romano. Quel che le altre nazioni
produssero singolo, staccato, informe, in Italia è uno, armonico, vivo.
La terra dei comuni non può restringersi troppo tosto nella esclusività
di nazione: come i suoi padri con le armi, ella conquista con l’arte
tutti i paesi: come l’impero e la chiesa cattolica, onde ella eredita,
diedero la cittadinanza romana a tutti i corpi e a tutte le anime, cosí
ella la dà a tutte le tradizioni, a tutte le idee: dà alla turbolenta
rappresentanza del medio evo germanico la forma artistica antica
e lo spirito nuovo sociale, creando la letteratura universale del
Rinascimento.
E tutto ciò fu fatto nello spazio di tre generazioni da tre uomini di
Firenze: cosí il comune specchia l’umanità.