VIII.

Cosí in Dante nel Petrarca nel Boccaccio si raccoglie la somma della

letteratura del secolo decimoquarto, del periodo del comune; nel

quale il principio nazionale con i suoi due elementi romano ed italico

s’equilibrò da prima e poi prevalse agli altri principii: s’equilibrò

nell’opera di Dante al principio ecclesiastico, trasformò in quella

del Petrarca il principio cavalleresco, e all’uno e all’altro prevalse

in quella del Boccaccio. Cosí Dante, il Petrarca, il Boccaccio,

accogliendo in sé il secolo decimoquarto, quel secolo, cioè, nel

quale il movimento democratico de’ comuni attinse l’ultima velocità

e pienezza, diedero ancora alla letteratura nazionale la materia e

gl’instrumenti e le forme che meglio fiorirono nell’età migliori e

che durano ancora: Dante, la lingua lo stile e gli animi a tutta la

poesia; il Petrarca, i metri e le forme alla lirica; il Boccaccio,

l’ottava e il periodo alla epopea e alla prosa del Rinascimento. E

come il Rinascimento muove da essi, cosí nelle opere loro è in germe

il fiore lussureggiante dell’arte del cinquecento: v’è quel carattere

speciale che fu proprio della nostra letteratura e pe ’l quale ella è

quasi mezzo tra l’arte antica e l’arte del medio evo, tra la Grecia

e la Germania; quel, come uno scrittor tedesco lo chiama, non pure

presentimento, nato da affinità, del bello classico, ma vera affinità

elettiva con quello spirito intelligente e discreta proporzione in

tutte cose che è l’essenza fondamentale di esso bello, con quella

_sofrosine_ in opposizione alla stravaganza senza forma e senza misura

che domina le rappresentazioni medioevali.

Se non che mentre il Petrarca e il Boccaccio furono subito fatti

famigliari alla lontana Inghilterra dallo Chaucer, ed ebbero poco

di poi la cittadinanza in tutte le nuove letterature; mentre il

Petrarca restò lungamente modello alla lirica non pure italiana ma

francese e spagnola, ma tedesca e inglese; mentre non pur le forme del

Boccaccio si perennarono nei novellatori italiani e francesi del secolo

decimoquinto e decimosesto, ma ne rivissero gli spiriti nel Machiavelli

e nell’Ariosto comici, nel Rabelais, nel Molière, nel Voltaire, nel

Lessing; scarso per contro e debole fu l’influsso di Dante, sebbene la

singolar grandezza sua fosse, massime in Italia, riconosciuta sempre.

Anche il suo metro, la mistica terzina, ch’egli creò veramente quasi

risonante segno della sua venerazione al cabalistico tre continuamente

rintrecciantesi nel nove, non ebbe quella splendida posterità che la

ottava limitata del novellatore: non ebbe la Divina Commedia tra noi

altro che pallide imitazioni nella parte dottrinale e allegorica,

il Dittamondo e il Quadriregio; al di fuori appena una traduzione

francese di quel secolo stesso, che, per trovarsi in solo un codice,

è da credere fosse piú che altro uno studio individuale; ebbe invece

ben presto, e in poco piú che cent’anni, tre versioni nella cattolica

Spagna e imitatore valente un baron castigliano. Or vengano i soliti

critici a rimproverare all’Italia l’abbandono delle tradizioni

dantesche. E già, se non intendano delle tradizioni di stile e di forma

e di pura poesia, che non sarebbe vero; se per avventura non pretendano

che tutta la nostra letteratura fosse una continua e fedel ripetizione

della Commedia; che cosa sono allora coteste tradizioni dantesche? la

filosofia di san Tommaso? la mistica di Dionigi Areopagita e d’Ugo

o di Riccardo da San Vittore? la visione teologica? l’allegoria?

l’impero del buon Barbarossa o di Giustiniano santo? l’età dell’oro di

Cacciaguida? il concerto di maledizioni a tutt’i comuni d’Italia? Dante

stesso ci narra come egli dopo la morte di Beatrice si lasciasse movere

ai segni di pietà che scórse in viso di una donna gentile, e tanto se

ne lasciasse poi attrarre da darsi per qualche tempo in signoria di

lei, dimenticando la gentilissima Beatrice passata al reame ove gli

angeli hanno pace. Quella nuova donna gentile era, com’egli stesso ci

afferma, la filosofia, e gli toccò poi smarrirsi nella selva e ruinare

in basso loco, e gli bisognò attraversare il centro della terra per

ritornare alla sua Beatrice _beata_, alla Beatrice trasfigurata,

alla Beatrice teologale. Egli dunque, l’uomo del medio evo, ritornò a

Beatrice; ma l’Italia non piú.

Pagine di storia letteraria · 第 44 / 157 题