Cosí in Dante nel Petrarca nel Boccaccio si raccoglie la somma della
letteratura del secolo decimoquarto, del periodo del comune; nel
quale il principio nazionale con i suoi due elementi romano ed italico
s’equilibrò da prima e poi prevalse agli altri principii: s’equilibrò
nell’opera di Dante al principio ecclesiastico, trasformò in quella
del Petrarca il principio cavalleresco, e all’uno e all’altro prevalse
in quella del Boccaccio. Cosí Dante, il Petrarca, il Boccaccio,
accogliendo in sé il secolo decimoquarto, quel secolo, cioè, nel
quale il movimento democratico de’ comuni attinse l’ultima velocità
e pienezza, diedero ancora alla letteratura nazionale la materia e
gl’instrumenti e le forme che meglio fiorirono nell’età migliori e
che durano ancora: Dante, la lingua lo stile e gli animi a tutta la
poesia; il Petrarca, i metri e le forme alla lirica; il Boccaccio,
l’ottava e il periodo alla epopea e alla prosa del Rinascimento. E
come il Rinascimento muove da essi, cosí nelle opere loro è in germe
il fiore lussureggiante dell’arte del cinquecento: v’è quel carattere
speciale che fu proprio della nostra letteratura e pe ’l quale ella è
quasi mezzo tra l’arte antica e l’arte del medio evo, tra la Grecia
e la Germania; quel, come uno scrittor tedesco lo chiama, non pure
presentimento, nato da affinità, del bello classico, ma vera affinità
elettiva con quello spirito intelligente e discreta proporzione in
tutte cose che è l’essenza fondamentale di esso bello, con quella
_sofrosine_ in opposizione alla stravaganza senza forma e senza misura
che domina le rappresentazioni medioevali.
Se non che mentre il Petrarca e il Boccaccio furono subito fatti
famigliari alla lontana Inghilterra dallo Chaucer, ed ebbero poco
di poi la cittadinanza in tutte le nuove letterature; mentre il
Petrarca restò lungamente modello alla lirica non pure italiana ma
francese e spagnola, ma tedesca e inglese; mentre non pur le forme del
Boccaccio si perennarono nei novellatori italiani e francesi del secolo
decimoquinto e decimosesto, ma ne rivissero gli spiriti nel Machiavelli
e nell’Ariosto comici, nel Rabelais, nel Molière, nel Voltaire, nel
Lessing; scarso per contro e debole fu l’influsso di Dante, sebbene la
singolar grandezza sua fosse, massime in Italia, riconosciuta sempre.
Anche il suo metro, la mistica terzina, ch’egli creò veramente quasi
risonante segno della sua venerazione al cabalistico tre continuamente
rintrecciantesi nel nove, non ebbe quella splendida posterità che la
ottava limitata del novellatore: non ebbe la Divina Commedia tra noi
altro che pallide imitazioni nella parte dottrinale e allegorica,
il Dittamondo e il Quadriregio; al di fuori appena una traduzione
francese di quel secolo stesso, che, per trovarsi in solo un codice,
è da credere fosse piú che altro uno studio individuale; ebbe invece
ben presto, e in poco piú che cent’anni, tre versioni nella cattolica
Spagna e imitatore valente un baron castigliano. Or vengano i soliti
critici a rimproverare all’Italia l’abbandono delle tradizioni
dantesche. E già, se non intendano delle tradizioni di stile e di forma
e di pura poesia, che non sarebbe vero; se per avventura non pretendano
che tutta la nostra letteratura fosse una continua e fedel ripetizione
della Commedia; che cosa sono allora coteste tradizioni dantesche? la
filosofia di san Tommaso? la mistica di Dionigi Areopagita e d’Ugo
o di Riccardo da San Vittore? la visione teologica? l’allegoria?
l’impero del buon Barbarossa o di Giustiniano santo? l’età dell’oro di
Cacciaguida? il concerto di maledizioni a tutt’i comuni d’Italia? Dante
stesso ci narra come egli dopo la morte di Beatrice si lasciasse movere
ai segni di pietà che scórse in viso di una donna gentile, e tanto se
ne lasciasse poi attrarre da darsi per qualche tempo in signoria di
lei, dimenticando la gentilissima Beatrice passata al reame ove gli
angeli hanno pace. Quella nuova donna gentile era, com’egli stesso ci
afferma, la filosofia, e gli toccò poi smarrirsi nella selva e ruinare
in basso loco, e gli bisognò attraversare il centro della terra per
ritornare alla sua Beatrice _beata_, alla Beatrice trasfigurata,
alla Beatrice teologale. Egli dunque, l’uomo del medio evo, ritornò a
Beatrice; ma l’Italia non piú.