[Dallo studio _Di alcune poesie popolari bolognesi del secolo XIII
inedite_ — _Opere_, XVIII, 97-100].
Io ho sempre creduto che della poesia italiana del secolo XIII quella
parte che precede il 1250 manifesti nelle sue forme cavalleresche una
imitazione troppo crudamente straniera, sí che potesse mai essere la
poesia della nazione e del popolo italiano. Le canzoni intonate su
la mandola negli imperiali palagi di Sicilia vennero forse ripetute
e imitate nei castelli nelle torri nei fortilizii urbani dei signori
ghibellini di Lombardia o dell’Italia centrale; non discesero mai nelle
logge nelle piazze e nelle case civili fra i lieti intertenimenti e le
danze dei cittadini e del popolo. Ell’era cotesta la poesia d’un ordine
della società, poesia feudale, e, per imitazione, di parte ghibellina.
Non sarebbe difficile scorgere e notare anche nel fondo stagnante
dell’arte siciliana qualche piú viva corrente che rivela sotto la
gromma verdastra una piú pura sorgiva. Ma generalmente la poesia
divenne nazionale e di popolo solo quando ebbe toccato il libero suolo
delle città mediane «ov’è piú sacra Italia». Vero è che allora con
Guittone in Toscana e piú artisticamente co ’l Guinicelli in Bologna (a
cui i vecchi trovatori rimproveravano
. . . . . benché il senno venga da Bologna,
Traier canzon per forza di scrittura)
ella assunse tale abito di scienza e tanto s’intricò ne’ gineprai
della scuola che n’ebbe a patire alcun poco la franchezza dei suoi
movimenti. Ad ogni modo, quando la poesia fu passata nell’Italia di
mezzo, allora primieramente apparí la ballata come metro determinato;
la ballata che a punto è la forma della poesia popolare antica. Il
sonetto è la forma dell’arte dei fedeli d’amore: la canzone è la veste
che piglia la trattazione scientifica ed allegorica: la ballata è la
propria espressione del sentimento vivo e naturale, che può essere
intesa e ripetuta dai borghesi e dai popolani nel giro della danza.
Casella, è vero, musicava e cantava la canzone di Dante _Amor che
nella mente mi ragiona_: e certo applaudiva a quel canto e ne ripeteva
le note Guido Cavalcanti: ma non so se lo gustassero tutto madonna
Primavera, la donna di Guido, e madonna Vanna, la donna di Lapo Gianni:
l’avrebbe inteso la Beatrice del _Convivio_ se mai avesse vestito
sembianze umane. Ma le ballate di Guido che celebrano la Mandetta
di Tolosa (soave tipo della poesia sensibile, come Beatrice è della
intellettiva), quegli armonici e coloritissimi canti che incominciano
_Fresca rosa novella_ e _In un boschetto trovai pastorella_, quelli,
dico, tutte le donne gentili e anche le popolane potevano e gustarli
e cantarli. Scommetto quasi che li sapeva canticchiare anche
l’_amorosetta forosella_ bolognese cui Guido mandava a salutare e che a
Guido rispondeva per mezzo di ser Bernardo da Bologna. Tant’è vero che
il notaro Antolino Rolandino de’ Tedaldi ricopiava nel suo memoriale
la ballata della _Pastorella_; o, meglio, ricopiava la prima stanza,
e lí rimanevasi: forse l’aveva udita cantare, e ne trascrisse quella
sola parte che ne aveva a mente. E dopo riattaccava co ’l primo verso
d’una canzonetta di popolare andatura: _Fuor della bella caiba Fuge lo
lusignolo_.
Ma cotesta forma della ballata l’avevano trovata i letterati? No.
I letterati non trovano essi mai le forme organiche della poesia;
e se credono di trovarle, guai a loro! corrono il pericolo di non
essere letti. Ogni autorità procede primitivamente e legittimamente
dal popolo, anche in poesia. I letterati ritoccano, ripuliscono,
riordinano; quando son grandi, ricreano la creazion popolare; quando
son piccoli, la scimmiotteggiano; quando son nati d’una generazion
decaduta che ha smarrito il sentimento e la norma della lingua dello
stile dell’arte, l’abborrono e la fuggono. «Odi profanum vulgus et
arceo» ripetono anch’essi, e non nel senso religioso dell’antico poeta,
ma allungando con gesto d’orrore la mano o contornata dal _jabot_
o munita del guanto _glacé_, secondo porta la moda. Nel secolo XIII
non era cosí: i letterati allora, con tale un commercio che tornava a
vantaggio dell’una parte e dell’altra, prendevano dal popolo la materia
greggia e la rendevano finamente lavorata: prezzo della mano d’opera
era la popolarità:
. . . . . Carmina possumus
Donare et praetium dicere muneris.
Conchiudo: fin da’ primi tempi che la nostra lingua fu accettevole
all’arte dovettero correre fra il popolo tali canti che fossero esempio
primitivo e porgessero, per cosí dire, la stampa della ballata a’
poeti letterati. Me lo persuade il gran numero di canzoni a ballo
non letterarie, e (lo dirò con un vocabolo greco che in questo caso
dice piú e meglio che non l’_anonimo_ nostro) _adespote_, le quali
rinvengonsi poi nel secolo XIV e XV: me lo persuade la forma affatto
popolare di molte fra le laude di fra’ Jacopone: me lo persuadono
parecchi accenni e frammenti che si leggono qua e là nei cronisti, ed
in fine altri argomenti di fatto che esporrò ed ordinerò a suo tempo,
se potrò far pubblica una raccolta delle antiche canzoni a ballo a cui
attendo.