Dante e il Petrarca avevan mosso ambedue dal medio evo e dal principio
cavalleresco: Dante poi erasi fermato al principio ecclesiastico e
alle sue forme, la visione e l’allegoria. Contro l’uno e l’altro di
quei principii insorge ora il piú fervido ammiratore di Dante, l’amico
piú affettuoso del Petrarca, Giovanni Boccaccio, cittadin fiorentino.
Il Boccaccio era nipote a un Chellino venuto a città dal contado di
Val d’Elsa, da Certaldo che allora aveva nome soltanto dalle cipolle
che produce in copia; apparteneva dunque a quella cittadinanza che
Dante spregiava di cuore, «la cittadinanza ch’è or mista, Di Campi,
di Certaldo e di Figghine»; e la nobil donna, de’ cui fastidi il
certaldese si vendicò nel Corbaccio, poteva bene mandargli a dire
«Torni a sarchiar le cipolle e lasci star le gentildonne». Piú: egli
era nato a Parigi dagli amori non consecrati di suo padre mercante con
una donna francese. Plebeo, bastardo, e con sangue parigino dentro
le vene, il gran distruttore dell’amore cavalleresco e dell’ideale
monastico è il piú sicuro rappresentante di quel popolo grasso del
secolo decimoquarto, che finí di ricoprire con la sua alluvione il
popolo vecchio e l’Italia del secolo decimoterzo. Egli è il vero
borghese italiano del trecento; se non quanto, non ostante la pompa
delle sue allusioni, delle sue erudizioni, del suo stile, non ostante
l’ammirazione e devozione sua all’aristocrazia dell’ingegno, egli piega
inconsciamente verso i Ciompi; però che anch’egli intende a distruggere
ciò ch’era stato venerato fin allora.
Come uomo e cittadino, è repubblicano piú francamente del Petrarca:
piú francamente e finamente di lui deride l’imperatore e l’impero:
anche rimprovera l’amico del frequentare ch’ei fa i tiranni lombardi:
non fioretta panegirici ai re, poco usa a corte, se non da giovane e
per amoreggiarne le figliuole: al suo comune e ai cittadini dice aspre
verità, ma quello serve e con questi si trova a suo agio: non gli odia
come Dante, non gli sfugge come il Petrarca, ne studia il ridicolo.
Una sola grandezza v’è, della quale egli si fa volentieri cortigiano,
che egli ama di amor piú tenero che non le donne: la grandezza
dell’ingegno. L’ideale suo è tutto soggettivo: l’arte. E per ciò,
riproduttore largo e indifferente, diresti ch’e’ cercasse di fondare
come il Goethe una letteratura eclettica: certo, fece anche egli le sue
prove in tutt’i generi, nella visione allegorica di Dante, nella lirica
amorosa del Petrarca, nella epopea antica, nella epopea cavalleresca,
nel romanzo d’avventura, nel racconto mitologico, nella leggenda, nella
satira, nell’orazione, nell’ecloga e nell’idillio, nella geografia,
nella mitologia, nella filologia e nella erudizione: e riesce solo
quando scende al reale, quando rappresenta il sensuale, il sensuale,
dico, nel migliore e peggior significato: del reale è veramente
pittore, anzi scultore miracoloso.
Ma, se pone l’arte in cima d’ogni idea, non per ciò egli è scrittore
ozioso, non per ciò egli sbizzarrisce soltanto. Il Decameron non fu
scritto, come una ignorante e parzial critica afferma, per trarre
l’Italia al bordello: il Decameron fu opera d’opposizione contro
il principio cavalleresco ed ecclesiastico. Ricordiamo che le cento
novelle s’incoronano con la Griselda, stupenda rappresentazione della
donna del dovere, glorioso trionfo della donna moglie e madre, come
cavalieri e frati non volevano che la donna fosse. Contro cavalieri
e frati, e contro borghesi in parte, il ridicolo, il grottesco, il
triviale e il sublime, sí, anche il sublime, sono in cotesta grande
commedia umana del plebeo certaldese adoperati come niuno gli adoperò
dopo Aristofane e avanti il Molière. Il Decameron, la commedia umana di
Giovanni Boccaccio, è la sola opera comparabile per universalità alla
Commedia divina di Dante. Due grandi artisti, con intendimenti diversi,
da opposti lati, sorpresero e abbracciarono tutt’insieme con un
olimpico sguardo due mondi antipodi, e gl’improntarono vivi e spiranti
in tale una materia e forma, che è marmo per lo splendore e la durata,
cristallo per la trasparenza.