VII.

Dante e il Petrarca avevan mosso ambedue dal medio evo e dal principio

cavalleresco: Dante poi erasi fermato al principio ecclesiastico e

alle sue forme, la visione e l’allegoria. Contro l’uno e l’altro di

quei principii insorge ora il piú fervido ammiratore di Dante, l’amico

piú affettuoso del Petrarca, Giovanni Boccaccio, cittadin fiorentino.

Il Boccaccio era nipote a un Chellino venuto a città dal contado di

Val d’Elsa, da Certaldo che allora aveva nome soltanto dalle cipolle

che produce in copia; apparteneva dunque a quella cittadinanza che

Dante spregiava di cuore, «la cittadinanza ch’è or mista, Di Campi,

di Certaldo e di Figghine»; e la nobil donna, de’ cui fastidi il

certaldese si vendicò nel Corbaccio, poteva bene mandargli a dire

«Torni a sarchiar le cipolle e lasci star le gentildonne». Piú: egli

era nato a Parigi dagli amori non consecrati di suo padre mercante con

una donna francese. Plebeo, bastardo, e con sangue parigino dentro

le vene, il gran distruttore dell’amore cavalleresco e dell’ideale

monastico è il piú sicuro rappresentante di quel popolo grasso del

secolo decimoquarto, che finí di ricoprire con la sua alluvione il

popolo vecchio e l’Italia del secolo decimoterzo. Egli è il vero

borghese italiano del trecento; se non quanto, non ostante la pompa

delle sue allusioni, delle sue erudizioni, del suo stile, non ostante

l’ammirazione e devozione sua all’aristocrazia dell’ingegno, egli piega

inconsciamente verso i Ciompi; però che anch’egli intende a distruggere

ciò ch’era stato venerato fin allora.

Come uomo e cittadino, è repubblicano piú francamente del Petrarca:

piú francamente e finamente di lui deride l’imperatore e l’impero:

anche rimprovera l’amico del frequentare ch’ei fa i tiranni lombardi:

non fioretta panegirici ai re, poco usa a corte, se non da giovane e

per amoreggiarne le figliuole: al suo comune e ai cittadini dice aspre

verità, ma quello serve e con questi si trova a suo agio: non gli odia

come Dante, non gli sfugge come il Petrarca, ne studia il ridicolo.

Una sola grandezza v’è, della quale egli si fa volentieri cortigiano,

che egli ama di amor piú tenero che non le donne: la grandezza

dell’ingegno. L’ideale suo è tutto soggettivo: l’arte. E per ciò,

riproduttore largo e indifferente, diresti ch’e’ cercasse di fondare

come il Goethe una letteratura eclettica: certo, fece anche egli le sue

prove in tutt’i generi, nella visione allegorica di Dante, nella lirica

amorosa del Petrarca, nella epopea antica, nella epopea cavalleresca,

nel romanzo d’avventura, nel racconto mitologico, nella leggenda, nella

satira, nell’orazione, nell’ecloga e nell’idillio, nella geografia,

nella mitologia, nella filologia e nella erudizione: e riesce solo

quando scende al reale, quando rappresenta il sensuale, il sensuale,

dico, nel migliore e peggior significato: del reale è veramente

pittore, anzi scultore miracoloso.

Ma, se pone l’arte in cima d’ogni idea, non per ciò egli è scrittore

ozioso, non per ciò egli sbizzarrisce soltanto. Il Decameron non fu

scritto, come una ignorante e parzial critica afferma, per trarre

l’Italia al bordello: il Decameron fu opera d’opposizione contro

il principio cavalleresco ed ecclesiastico. Ricordiamo che le cento

novelle s’incoronano con la Griselda, stupenda rappresentazione della

donna del dovere, glorioso trionfo della donna moglie e madre, come

cavalieri e frati non volevano che la donna fosse. Contro cavalieri

e frati, e contro borghesi in parte, il ridicolo, il grottesco, il

triviale e il sublime, sí, anche il sublime, sono in cotesta grande

commedia umana del plebeo certaldese adoperati come niuno gli adoperò

dopo Aristofane e avanti il Molière. Il Decameron, la commedia umana di

Giovanni Boccaccio, è la sola opera comparabile per universalità alla

Commedia divina di Dante. Due grandi artisti, con intendimenti diversi,

da opposti lati, sorpresero e abbracciarono tutt’insieme con un

olimpico sguardo due mondi antipodi, e gl’improntarono vivi e spiranti

in tale una materia e forma, che è marmo per lo splendore e la durata,

cristallo per la trasparenza.

Pagine di storia letteraria · 第 43 / 157 题