Il Petrarca, figliuolo d’un notaio venuto dall’Incisa, rappresenta
quella parte piú eletta del popolo nuovo che sorse intorno a Giano
della Bella o poco dopo lui; ritrae moralmente dai Bianchi, de’ quali
il padre suo partecipò gli affetti politici e la sorte, meglio di
Dante, che tratto fra loro dal corso degli avvenimenti se ne distaccò
poi bruscamente; e ciò tutto rappresenta e ritrae con tanto piú nobile
e piú pura astrazione, quanto egli visse lontano da Firenze e dagli
affari e dai turbamenti delle parti. E come quegli che vide sol da
lontano e senza passioni la vita dei Comuni d’Italia, allargò il nome
e l’affetto di patria: per lui l’Italia non è il giardino dell’impero
né la polledra indomita che il Cesare tedesco ha da inforcare, ella è
la gloriosa nazione romana che si stende dall’Alpi al mare e che dee
sterminare da sé ogni straniero, ogni barbaro: egli creò il concetto
o l’ideale letterario d’un’Italia. Ancora: come quegli che secondo
gl’instinti suoi nobili rappresentò l’elemento italico del popolo
nuovo, specialmente nella tendenza alla ristorazione delle instituzioni
e della civiltà antica, cosí egli sollevò l’idea del comune fino alla
repubblica degli Scipioni. Per l’impero fu freddissimo, senza amore e
senza odio; sebbene qualche volta sentí e confessò riciso esser nome
vano senza soggetto; sebbene altra volta, dopo la mala prova della
repubblica di Cola, alle lusinghe di Carlo di Lussemburgo rispose con
un omaggio da antiquario inviandogli certe monete romane (il povero
imperatore avrebbe tolto invece fiorini) e molti conforti a venir
in Italia e ricalcar le orme degli Augusti e de’ Traiani, non senza
rampogne d’inerzia e d’inettitudine. Odiò la corte romana e assalse
la chiesa corrotta con tanta ira che parve poi ribellione; sebbene
egli rimanesse intimamente devoto, ma non, come Dante, religioso
essenzialmente. Con queste affezioni e con questi istinti affrettò
l’uscita dal medio evo.
Come il popolo, di cui era nato, invocava di quando in quando la balia
di un re o di un signore, cosí egli rigettò le grazie de’ principi,
alla cui protezione del resto anche Dante erasi male affidato; e, se
vi lasciaste ingannare alle brutte forme della sua retorica latina,
parrebbe che gli adulasse. Non è vero: niuno senti cosí fieramente
l’eguaglianza democratica e la dignità umana in conspetto agli ordini
privilegiati e prepossenti. Il Petrarca nella vita letteraria prosegue
a modo suo l’opera di Giano della Bella: che anzi nella esortatoria a
Cola di Rienzo l’odio suo contro i grandi oltrepassa gli ordinamenti
di giustizia, e in quel bando di persecuzione e di sterminio diresti
che il «dolce testor degli amorosi detti» rasentasse alcuna volta
la feroce eloquenza dell’«Amico del Popolo». Letterato, si lasciò
richiedere e desiderare ai principi, li trattò graziosamente da pari
a pari, fe’ sentire ai tiranni guelfi e ghibellini, ai re di Napoli e
d’Ungheria, all’imperatore e al papa esservi al mondo oramai un’altra
potenza, crescente ogni dí piú e tendente a cacciar di luogo quella
della nascita e della spada, la potenza del pensiero. Niuno onorò in sé
e fece onorata da popoli e principi l’arte e la dottrina meglio e piú
del Petrarca: niuno fece rispettare e ammirare il popolo d’Italia, che
dalle sue città piene di gloria e lavoro chiedeva i titoli di nobiltà
non ai secoli passati ma agli avvenire, non all’imperatore ma al mondo,
niuno, dico, fece riverire e ammirare all’Europa feudale cotesto popolo
di borghesi ribelli meglio e piú del Petrarca, di questo figliuolo
d’un notaio fiorentino, al quale i re s’inchinavano. La incoronazione
di lui in Campidoglio, tra il popolo plaudente, con la fortunata
assenza del papa e dell’imperatore, fu come la sacra del Rinascimento
in mezzo all’Europa del medio evo; su la quale, a grande augumento
della civiltà, egli esercitò nel tempo suo quella medesima dittatura,
anzi legislazione dell’ingegno e dell’arte, che esercitarono poi su ’l
secolo decimosesto Erasmo di Rotterdam e sul decimottavo il Voltaire.
Come artista, egli uscito di un popolo che faceva constituzioni e
commerci, non comprese il mondo fantastico e avventuriere del medio
evo, e sentí che era finito co’ poemi francesi; sentí che anche il
mondo soprannaturale cristiano era chiuso con Dante, e non avea certo
l’intuizione universale di lui; del mondo antico non sentí che le
forme, e non le migliori. Ma sentí in sé l’uomo; e mentre gl’infiniti
lirici del medio evo, francesi, tedeschi, italiani dei quali è mal
vezzo di critici superficiali e ripetitori l’accusarlo imitatore, lui
originalissimo e che deve agli antecessori suoi solo qualche frase di
cattivo gusto, mentre quei lirici cantarono o il senso ben limitato o
l’idea molto indeterminata, egli scoprí in sé e rivelò l’uomo; l’uomo
del medio evo, a cui la natura ha cominciato a rifavellare da’ libri
de’ poeti antichi, l’uomo del medio evo in contrasto tra la materia e
la forma, tra il senso e lo spirito, tra il cristiano e il pagano. E
questo contrasto ei lo prese ad analizzare e a svolgere sottilmente,
finamente, profondamente, per ogni verso, con tutta leggerezza di
tócco, con tutta delicatezza di ombreggiamento, con tutta misura,
senza lasciarsi vincer la mano alla passione inestetica. Riprese
l’opera giovanile di Dante, movendo anch’egli dall’antecedente lirica
cavalleresca: ma Dante risalí o si smarrí nel misticismo, il Petrarca
ritornò al naturalismo ideale, e anche per questa parte apre l’età del
Rinascimento.