V.

Dante rappresenta il popolo vecchio. Gli Elisei, ceppo di sua gente,

vantavano sangue romano, un cavaliere di Carlomagno, un gentiluomo di

compagnia d’Arrigo secondo, un crociato cavaliere di Corrado terzo

e martire della fede; tennero parte ghibellina, e aveano castella

in contado e torri in città. Gli Alighieri, diramatine al tempo dei

consoli, seguitarono in vece parte guelfa, e furono della nobiltà

del primo popolo: Brunetto, zio di Dante, era guardia al carroccio

nella battaglia di Montaperto contro i ghibellini cesarei, come Dante

combatté a Campaldino contro i ghibellini feudali. Cresciuto cosí tra

memorie gentilizie e tradizioni guelfe, egli difese con le armi il

governo del 1282 e l’ornò con gli studii.

In quella primavera della storia fiorentina che durò dall’82 al 93 e

anche al 1300, quando tra il popolo nuovo e le vecchie famiglie che

avevano accettato la constituzione borghese era tregua che pareva pace,

era accordo che pareva fusione; quando la vita repubblicana abbellivasi

ancora di fogge cavalleresche e per le fosche vie non piú asserragliate

passava la «festa del dio d’amore», Dante prese dalla parte piú

severa dell’anterior generazione la poesia lirica, quella poesia che,

provenuta dall’elemento cavalleresco, cantava già civilmente l’amore

come principio di gentilezza e salute, come instrumento e forma in

somma di perfezionamento morale; la prese e compenetrò di dottrine

scolastiche per sollevarla a un ideale immateriato di meditazione

e contemplazione mistica. Egli «trasse fuori le nuove rime» contro

gli antichi trovatori: cioè l’opera sua giovanile, che consiste nel

recare l’astrazione e la spiritualità dell’amore e della poesia al

piú alto punto che mai toccassero, fu anch’ella un’opera di reazione

intellettuale e morale del nuovo comune contro la corruzione monarchica

e aristocratica dell’impero di Federico secondo, contro l’averroismo

della corte sveva, l’epicureismo di Farinata e dei ghibellini toscani,

la sensualità della poesia siciliana e di parte imperiale: Dante

scriveva le rime della Vita nuova in quegli anni stessi che l’una dopo

l’altra, e l’una a canto all’altra, quasi per incanto, sorgevano le

chiese bellissime di Firenze, Santa Maria Novella, Santa Croce, Santa

Maria del Fiore.

Ma a rompere quella processione di visioni ove tutto è sovrumano,

a fugare quelle forme angeliche ondeggianti nell’azzurro infinito,

a richiudere il cielo, sopravvenne non tanto la morte di Beatrice

quanto Giano della Bella con gli Ordinamenti di giustizia, i quali

escludevano dallo stato tutte le antiche famiglie che non lavorassero

o non inscrivessero i loro nomi alle arti. Dante si segnò speziale,

e diedesi a studi piú gravi di filosofia e di arte civile sempre

negl’intendimenti di ristaurazione e progresso a un tempo, del comune.

Cosí il Convito è la prima opera italiana, ove l’elemento nazionale

si manifesti con un ben determinato concetto sí della scienza sí

delle forme antiche, e con la trattazione per volgare delle materie

scolastiche segna a un’ora il primo passo alla secolarizzazione della

scienza e alla confermazione classica dell’arte nuova. E il poeta

aveva dalla parte sua fatto di tutto per seguitare il rapido corso

della democrazia, si era adoperato del suo meglio per entrare come

nella civiltà del comune cosí nella vita pratica del popolo nuovo: egli

ambasciatore, egli priore, egli fin sindaco su le strade: quando venne

d’un tratto il colpo di stato di Corso Donati e degli oligarchi alleati

di parte guelfa a spazzar via il partito bianco, che fu come la Gironda

della repubblica fiorentina.

Dante esule sentí finalmente che ogni rivendicazione pacifica e legale

tornava oramai impossibile, che il popolo vecchio aveva finito, che

le antiche famiglie, le quali obliando tutto il glorioso passato

non iscendessero a patti prima co’ tiranni del momento poi col nuovo

ordine di cose, erano destinate inesorabilmente a consumarsi rabbiose

nell’esilio o a languire innominate in domestiche relegazioni entro

quella patria che piú non le conosceva. Le memorie soavi della

giovinezza, le nobili ambizioni della virilità, le speranze di un

bello e riposato vivere tra le vecchie tradizioni e le glorie nuove

nella patria felice: tutto era perduto. E in lui risorse l’antico

aristocratico: dimenticò suo zio Brunetto e il carroccio, dimenticò

Campaldino e il priorato, per ricordare soltanto gli avi suoi romani,

gli avi suoi crociati, gli avi suoi cavalieri di Carlomagno, di Arrigo

secondo, di Corrado terzo. Nella espansione vertiginosa del comune non

vide che anarchia; nella esuberanza della vita economica e commerciale

non vide che corruzione; nell’affollarsi della plebe al conquisto

dei diritti politici non vide che villani puzzolenti d’Aguglione e

di Signa, che villan rifatti figliuoli di padri accattoni, i quali

andavano già alla cerca in Semifonte e ora chiudevano le porte della

patria su ’l petto a lui, sangue romano, che per amor della patria si

era fatto speziale. E al comune toscano incanagliato preferì le corti

dell’alta Italia: «S’io son fatto romano e tu lombardo», rinfacciavagli

sin da quei giorni l’Angiolieri senese, e Giuseppe Ferrari ben

qualificò da questo lato la Divina Commedia per il poema della

tirannia italiana. Perocché Dante per dispetto del presente ritornò

non tanto al tempo di Federico secondo, da cui, pur ammirando egli

quel diffuso splendore di civiltà profana, le credenze sue religiose e

le opinioni filosofiche e l’indirizzo de’ suoi studii e i ricordi de’

suoi giovenili sentimenti aborrivano, ma al tempo del buon Federico

primo, sotto il cui imperial protettorato il popolo vecchio delle città

italiane avrebbe dopo la pace di Costanza con miglior senno potuto

ordinarsi a regolata aristocrazia; tornò anche piú a dietro, e invidiò

i tempi beati di Cacciaguida, quando Firenze aveva confine il Galluzzo.

Da ciò all’unità d’Italia ci corre.

E pure come smisuratamente, nel rimpicciolimento de’ concetti

politici e delle passioni di parte, come smisuratamente si svolse e

crebbe oltre i termini nostri quell’animo e quell’ingegno! Quanto

mai devono l’Italia e l’arte e il mondo a quell’esilio, che d’un

priore fiorentino, d’un poeta elegiaco, d’un trattatista scolastico,

fece l’uomo fatale, il cui severo profilo, nel quale disegnasi tutta

un’epoca della storia umana, domina i secoli, ne fece, dico, il profeta

non nazionale, ma europeo, ma cristiano, dell’evo medio. Profeta,

ho detto; e Dante in vero, come i profeti del popolo ebreo, ebbe un

ideale del passato: quanti passi innanzi avea fatti l’Italia comunale

nelle idee politiche e sociali, tanti egli ne fece per indietro: la

sua Roma, «che il buon tempo feo» con i suoi due soli (perocchè è un

degli ardimenti di Dante di aver sollevato l’imperatore dal grado

di luna, a cui il medio evo l’avea confinato, a quel di sole, per

agguagliarlo al pontefice), la sua Roma è la Roma di Costantino e di

Giustiniano: quel paradiso, che con i suoi nove cieli concentrici quasi

con altrettanti cerchi di adamante racchiude e sòffoca la terra, ha la

sembianza d’una cupola bizantina, sotto la cui stretta volta smaltata

ad oro e azzurro il poeta contempli, figurato in rigido musaico, lo

aggreggiarsi pacifico, uniforme, monotono, dei regni e dei popoli,

dei signori e dei comuni, nella monarchia di Dio, sotto lo scettro

dell’imperatore, sotto il pastorale del papa. E ciò quando i mercanti

fiorentini segnavano schernevolmente nei loro libri di banco le partite

inesigibili a conto d’Arrigo di Lucimburgo imperator di Lamagna, quando

del papa il re di Francia aveva fatto un suo cappellano, quando l’uman

pensiero cominciava già ad irrompere nel sacrario della teologia e

della scolastica dietro la scienza e la libertà, a quel modo onde un

de’ contemporanei antisegnani di quelle, Raimondo Lullo, aveva, essendo

ancor cavaliere, seguito galoppando a cavallo la dama de’ suoi pensieri

entro la chiesa di Maiorca.

E all’idea sociale e politica risponde nella maggiore opera di Dante

il concepimento estetico. Egli giunse a tempo a raccogliere in sé i

riverberi delle mille e mille visioni del medio evo e a rispecchiarli

potentemente uniti su ’l mondo; giunse a tempo a chiudere con un

monumento gigantesco l’età dell’allegoria. Egli, in quel secolo stesso

che le cattedrali di Germania e d’Italia rimanevano interrotte per

non essere riprese piú mai; egli, come per uno di quegl’incanti o di

quei miracoli de’ quali intorno alla fabbrica di quelle cattedrali

favoleggiavasi; egli, nella solitudine dell’esilio, in una notte di

dolore, imaginò, disegnò, distribuí, adornò, dipinse, finí in tutti i

minimi particolari, il suo monumento gigantesco, il domo e la tomba del

medio evo. Havvi momenti storici in che le nazioni, dopo lente e lunghe

modificazioni che per una parte hanno operato su la religione e per

l’altra hanno dalla religione ricevuto, giungono quasi a identificarsi

con essa religione nei sentimenti e nelle idee, nei costumi e nelle

instituzioni: allora la religione prende quasi il carattere della

nazione, e la nazione quel della religione alla sua volta: in codesti

momenti solo è possibile la epopea religiosa a un tempo e politica. Ciò

dopo Pier Damiano, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da

Bagnorea, dopo Gregorio settimo ed Innocenzo terzo, vivente Bonifazio

ottavo, in quegli ultimi dieci anni del secolo decimoterzo che furono

la primavera della democrazia e dell’arte toscana e dell’anima di

Dante, era avvenuto del cattolicismo rispetto all’Italia. Ora Dante,

com’è natura de’ poeti veramente grandi di rappresentare e conchiudere

un grande passato, Dante fu l’Omero di cotesto momento di civiltà. Ma

son momenti che presto passano; e i diversi elementi, dopo incontratisi

nelle loro correnti, riprendono ognun la sua via. Per ciò avvenne

che della Divina Commedia rimanendo vivo tutto che è concezione

e rappresentazione individuale, fosse già antica fin nel trecento

la forma primigenia, la visione teologica: per ciò Dante non ebbe

successori in integro. Egli discese di paradiso portando seco le chiavi

dell’altro mondo, e le gettò nell’abisso del passato: niuno le ha piú

ritrovate.

Pagine di storia letteraria · 第 41 / 157 题