Dante rappresenta il popolo vecchio. Gli Elisei, ceppo di sua gente,
vantavano sangue romano, un cavaliere di Carlomagno, un gentiluomo di
compagnia d’Arrigo secondo, un crociato cavaliere di Corrado terzo
e martire della fede; tennero parte ghibellina, e aveano castella
in contado e torri in città. Gli Alighieri, diramatine al tempo dei
consoli, seguitarono in vece parte guelfa, e furono della nobiltà
del primo popolo: Brunetto, zio di Dante, era guardia al carroccio
nella battaglia di Montaperto contro i ghibellini cesarei, come Dante
combatté a Campaldino contro i ghibellini feudali. Cresciuto cosí tra
memorie gentilizie e tradizioni guelfe, egli difese con le armi il
governo del 1282 e l’ornò con gli studii.
In quella primavera della storia fiorentina che durò dall’82 al 93 e
anche al 1300, quando tra il popolo nuovo e le vecchie famiglie che
avevano accettato la constituzione borghese era tregua che pareva pace,
era accordo che pareva fusione; quando la vita repubblicana abbellivasi
ancora di fogge cavalleresche e per le fosche vie non piú asserragliate
passava la «festa del dio d’amore», Dante prese dalla parte piú
severa dell’anterior generazione la poesia lirica, quella poesia che,
provenuta dall’elemento cavalleresco, cantava già civilmente l’amore
come principio di gentilezza e salute, come instrumento e forma in
somma di perfezionamento morale; la prese e compenetrò di dottrine
scolastiche per sollevarla a un ideale immateriato di meditazione
e contemplazione mistica. Egli «trasse fuori le nuove rime» contro
gli antichi trovatori: cioè l’opera sua giovanile, che consiste nel
recare l’astrazione e la spiritualità dell’amore e della poesia al
piú alto punto che mai toccassero, fu anch’ella un’opera di reazione
intellettuale e morale del nuovo comune contro la corruzione monarchica
e aristocratica dell’impero di Federico secondo, contro l’averroismo
della corte sveva, l’epicureismo di Farinata e dei ghibellini toscani,
la sensualità della poesia siciliana e di parte imperiale: Dante
scriveva le rime della Vita nuova in quegli anni stessi che l’una dopo
l’altra, e l’una a canto all’altra, quasi per incanto, sorgevano le
chiese bellissime di Firenze, Santa Maria Novella, Santa Croce, Santa
Maria del Fiore.
Ma a rompere quella processione di visioni ove tutto è sovrumano,
a fugare quelle forme angeliche ondeggianti nell’azzurro infinito,
a richiudere il cielo, sopravvenne non tanto la morte di Beatrice
quanto Giano della Bella con gli Ordinamenti di giustizia, i quali
escludevano dallo stato tutte le antiche famiglie che non lavorassero
o non inscrivessero i loro nomi alle arti. Dante si segnò speziale,
e diedesi a studi piú gravi di filosofia e di arte civile sempre
negl’intendimenti di ristaurazione e progresso a un tempo, del comune.
Cosí il Convito è la prima opera italiana, ove l’elemento nazionale
si manifesti con un ben determinato concetto sí della scienza sí
delle forme antiche, e con la trattazione per volgare delle materie
scolastiche segna a un’ora il primo passo alla secolarizzazione della
scienza e alla confermazione classica dell’arte nuova. E il poeta
aveva dalla parte sua fatto di tutto per seguitare il rapido corso
della democrazia, si era adoperato del suo meglio per entrare come
nella civiltà del comune cosí nella vita pratica del popolo nuovo: egli
ambasciatore, egli priore, egli fin sindaco su le strade: quando venne
d’un tratto il colpo di stato di Corso Donati e degli oligarchi alleati
di parte guelfa a spazzar via il partito bianco, che fu come la Gironda
della repubblica fiorentina.
Dante esule sentí finalmente che ogni rivendicazione pacifica e legale
tornava oramai impossibile, che il popolo vecchio aveva finito, che
le antiche famiglie, le quali obliando tutto il glorioso passato
non iscendessero a patti prima co’ tiranni del momento poi col nuovo
ordine di cose, erano destinate inesorabilmente a consumarsi rabbiose
nell’esilio o a languire innominate in domestiche relegazioni entro
quella patria che piú non le conosceva. Le memorie soavi della
giovinezza, le nobili ambizioni della virilità, le speranze di un
bello e riposato vivere tra le vecchie tradizioni e le glorie nuove
nella patria felice: tutto era perduto. E in lui risorse l’antico
aristocratico: dimenticò suo zio Brunetto e il carroccio, dimenticò
Campaldino e il priorato, per ricordare soltanto gli avi suoi romani,
gli avi suoi crociati, gli avi suoi cavalieri di Carlomagno, di Arrigo
secondo, di Corrado terzo. Nella espansione vertiginosa del comune non
vide che anarchia; nella esuberanza della vita economica e commerciale
non vide che corruzione; nell’affollarsi della plebe al conquisto
dei diritti politici non vide che villani puzzolenti d’Aguglione e
di Signa, che villan rifatti figliuoli di padri accattoni, i quali
andavano già alla cerca in Semifonte e ora chiudevano le porte della
patria su ’l petto a lui, sangue romano, che per amor della patria si
era fatto speziale. E al comune toscano incanagliato preferì le corti
dell’alta Italia: «S’io son fatto romano e tu lombardo», rinfacciavagli
sin da quei giorni l’Angiolieri senese, e Giuseppe Ferrari ben
qualificò da questo lato la Divina Commedia per il poema della
tirannia italiana. Perocché Dante per dispetto del presente ritornò
non tanto al tempo di Federico secondo, da cui, pur ammirando egli
quel diffuso splendore di civiltà profana, le credenze sue religiose e
le opinioni filosofiche e l’indirizzo de’ suoi studii e i ricordi de’
suoi giovenili sentimenti aborrivano, ma al tempo del buon Federico
primo, sotto il cui imperial protettorato il popolo vecchio delle città
italiane avrebbe dopo la pace di Costanza con miglior senno potuto
ordinarsi a regolata aristocrazia; tornò anche piú a dietro, e invidiò
i tempi beati di Cacciaguida, quando Firenze aveva confine il Galluzzo.
Da ciò all’unità d’Italia ci corre.
E pure come smisuratamente, nel rimpicciolimento de’ concetti
politici e delle passioni di parte, come smisuratamente si svolse e
crebbe oltre i termini nostri quell’animo e quell’ingegno! Quanto
mai devono l’Italia e l’arte e il mondo a quell’esilio, che d’un
priore fiorentino, d’un poeta elegiaco, d’un trattatista scolastico,
fece l’uomo fatale, il cui severo profilo, nel quale disegnasi tutta
un’epoca della storia umana, domina i secoli, ne fece, dico, il profeta
non nazionale, ma europeo, ma cristiano, dell’evo medio. Profeta,
ho detto; e Dante in vero, come i profeti del popolo ebreo, ebbe un
ideale del passato: quanti passi innanzi avea fatti l’Italia comunale
nelle idee politiche e sociali, tanti egli ne fece per indietro: la
sua Roma, «che il buon tempo feo» con i suoi due soli (perocchè è un
degli ardimenti di Dante di aver sollevato l’imperatore dal grado
di luna, a cui il medio evo l’avea confinato, a quel di sole, per
agguagliarlo al pontefice), la sua Roma è la Roma di Costantino e di
Giustiniano: quel paradiso, che con i suoi nove cieli concentrici quasi
con altrettanti cerchi di adamante racchiude e sòffoca la terra, ha la
sembianza d’una cupola bizantina, sotto la cui stretta volta smaltata
ad oro e azzurro il poeta contempli, figurato in rigido musaico, lo
aggreggiarsi pacifico, uniforme, monotono, dei regni e dei popoli,
dei signori e dei comuni, nella monarchia di Dio, sotto lo scettro
dell’imperatore, sotto il pastorale del papa. E ciò quando i mercanti
fiorentini segnavano schernevolmente nei loro libri di banco le partite
inesigibili a conto d’Arrigo di Lucimburgo imperator di Lamagna, quando
del papa il re di Francia aveva fatto un suo cappellano, quando l’uman
pensiero cominciava già ad irrompere nel sacrario della teologia e
della scolastica dietro la scienza e la libertà, a quel modo onde un
de’ contemporanei antisegnani di quelle, Raimondo Lullo, aveva, essendo
ancor cavaliere, seguito galoppando a cavallo la dama de’ suoi pensieri
entro la chiesa di Maiorca.
E all’idea sociale e politica risponde nella maggiore opera di Dante
il concepimento estetico. Egli giunse a tempo a raccogliere in sé i
riverberi delle mille e mille visioni del medio evo e a rispecchiarli
potentemente uniti su ’l mondo; giunse a tempo a chiudere con un
monumento gigantesco l’età dell’allegoria. Egli, in quel secolo stesso
che le cattedrali di Germania e d’Italia rimanevano interrotte per
non essere riprese piú mai; egli, come per uno di quegl’incanti o di
quei miracoli de’ quali intorno alla fabbrica di quelle cattedrali
favoleggiavasi; egli, nella solitudine dell’esilio, in una notte di
dolore, imaginò, disegnò, distribuí, adornò, dipinse, finí in tutti i
minimi particolari, il suo monumento gigantesco, il domo e la tomba del
medio evo. Havvi momenti storici in che le nazioni, dopo lente e lunghe
modificazioni che per una parte hanno operato su la religione e per
l’altra hanno dalla religione ricevuto, giungono quasi a identificarsi
con essa religione nei sentimenti e nelle idee, nei costumi e nelle
instituzioni: allora la religione prende quasi il carattere della
nazione, e la nazione quel della religione alla sua volta: in codesti
momenti solo è possibile la epopea religiosa a un tempo e politica. Ciò
dopo Pier Damiano, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Bonaventura da
Bagnorea, dopo Gregorio settimo ed Innocenzo terzo, vivente Bonifazio
ottavo, in quegli ultimi dieci anni del secolo decimoterzo che furono
la primavera della democrazia e dell’arte toscana e dell’anima di
Dante, era avvenuto del cattolicismo rispetto all’Italia. Ora Dante,
com’è natura de’ poeti veramente grandi di rappresentare e conchiudere
un grande passato, Dante fu l’Omero di cotesto momento di civiltà. Ma
son momenti che presto passano; e i diversi elementi, dopo incontratisi
nelle loro correnti, riprendono ognun la sua via. Per ciò avvenne
che della Divina Commedia rimanendo vivo tutto che è concezione
e rappresentazione individuale, fosse già antica fin nel trecento
la forma primigenia, la visione teologica: per ciò Dante non ebbe
successori in integro. Egli discese di paradiso portando seco le chiavi
dell’altro mondo, e le gettò nell’abisso del passato: niuno le ha piú
ritrovate.