Per le quali cose tutte, Firenze su ’l finire del medio evo fu
all’Europa dal lato della coltura e della civiltà secolare quel che era
Roma per la religione, Parigi per la scolastica. Per la letteratura
nazionale poi, i termini del primo originale periodo si riscontrano
agevolmente e naturalmente nella storia fiorentina: dal 1282, quando
il reggimento si rinnovò con la istituzione de’ priori delle arti e di
libertà, nel quale anno o nell’appresso Dante scrisse il primo sonetto
della Vita nuova, al 1378, quando la democrazia fiorentina passata per
tutte le rivoluzioni precipitò nel tumulto sociale dei Ciompi: quattro
anni avanti erano morti il Petrarca e il Boccaccio.
L’anno 1282 fu, nelle debite proporzioni, per il popolo di Firenze
quel che il 1789 per la borghesia di Francia: sterpate già al di fuori
le piú prossime piante dell’aristocrazia feudale, fu in cotesto anno
con la instituzione de’ priori estirpato anche ogni germe interno
dell’aristocrazia di nascita, e assicurato il governo nelle mani del
popolo grasso. L’anno 1293 fu per Firenze quel che il 1793 per la
Francia: allargò i termini del governo popolare, lo corroborò con
la istituzione dei gonfalonieri capi della milizia civica, e con
gli ordinamenti di giustizia che furono, senza sangue, la legge dei
sospetti contro le famiglie grandi. La rivoluzione del 1301, a cui
seguitò la cacciata dei Bianchi, non fu che un colpo di stato di Corso
Donati e di alcuni oligarchi borghesi, non contro la constituzione, ma
contro parte bianca, che aveva allora il potere e lo esercitava con
molto rispetto alla legge, se bene non con efficacia democratica. Da
quell’avvenimento alla cacciata del Duca d’Atene, dal 1301 al 1343, in
un continuo alternare di oligarchie sofferte o rovesciate, di signorie
invocate o cacciate, di guerre grosse vigorosamente sostenute dalla
borghesia, il governo e la città sono dal piú al meno in mano di essa,
che dilaga e compenetra di sé tutte le instituzioni, tutti i fatti e le
idee. Dal 1343 al 1378 la borghesia, pur seguitando a battere i grandi
dentro la città e fuori per tutta la Toscana e a controbilanciare
minacciosa le signorie crescenti nella penisola, si divide sempre piú
tra sé, e cosí porge il fianco al popolo minuto; il quale fin dalla
cacciata del duca d’Atene aveva cominciato a numerarsi e a paragonarsi,
e che in fine piglia lo stato ed irrompe nel tumulto sociale, succeduto
alla rivoluzione del 18 luglio 1376 fatta da Salvestro de’ Medici
contro la borghesia, come le giornate del giugno 1848 successero alla
rivoluzione di febbraio.
Cosí tre generazioni diverse, tre diversi popoli, con origini con
sentimenti con intendimenti diversi, passano su la scena del comune:
il popolo vecchio, dei cittadini e grandi antichi, i quali avevano
stabilita o accettata la constituzione dell’82: il popolo nuovo, la
borghesia piú piccola e l’avventizia del contado, che tiene il campo
dopo il 93 e specialmente dopo il 1301: il popolo minuto, o la plebe,
che si fa avanti dal 1343 al 78. Ora Dante, il Petrarca, il Boccaccio,
per una ventura che non è tutta caso, ne si prestano a darne la storia
dello svolgersi l’ideale artistico e civile nelle diverse fasi, negli
strati, per cosí dire, diversi del comune fiorentino, che del resto
raccoglie e riflette in sé la vita degli altri comuni italiani che non
ebbero letteratura.