Per quel che concerne la materia e l’istrumento letterario; piú
puro, piú elegante, piú regolare degli altri italici apparisce dalle
scritture private che di quei tempi ci avanzano il dialetto che
si parlava in Firenze. Non che si voglia o debbasi con ciò dare il
vanto della lingua a lei tutta sola; ché italiano erasi già scritto a
Palermo, erasi scritto a Bologna. E fu notato che i primi tentativi
per sollevare a dignità letteraria i varii dialetti riuscivano come
al ritrovamento di una lingua comune. Il che non parrà strano, quando
si ripensi che quei dialetti, reliquie dei vecchi linguaggi italici
passati per il crogiuolo del latino, erano allora per la piú parte men
lontani tra loro e men diversi che oggi non siano: e la prova veniva
sempre facendosi allo specchio del latino da uomini ingegnosi, nelle
città piú colte d’Italia. Con tali condizioni e con sí fatta norma era
naturale che ad una lingua comune, stabile e regolare, si arrivasse ben
presto, quando la letteratura da benigna necessità storica fu condotta
a fiorire nel bel mezzo dell’Italia centrale, nel bel mezzo della
famiglia de’ dialetti piú veramente latini, dove piú omogeneamente
tenevasi raccolto l’elemento antico e men turbato da misture straniere.
Ma veramente per solo il dialetto non avrebbe Firenze potuto esercitare
quella gran parte che ebbe nello svolgimento della letteratura
nazionale e della coltura moderna. Altre e piú forti ragioni vi sono
per le quali il comune che occupava poche miglia d’un territorio non
fertile dovesse occupare del suo nome l’Europa. Nello scorcio del
secolo decimoterzo gli angioini di Napoli, non avendo pié fermo né
diritti sovrani su le parti piú vitali della penisola, non ebbero piú
dopo Carlo primo vera potenza, e l’opera loro non fu che d’intrighi piú
o meno avveduti e ambiziosi: al settentrione, i signori pullulavano
da per tutto, rappresentanti, è vero, del popolo contro i nobili e
i grandi, ma non amici di libertà, e i comuni, esauste le forze, si
accasciavano omai sotto il giogo civile di uno piú volentieri che
non combattessero contro cento: le repubbliche marittime attendevano
a’ lor commerci e conquisti e a contenderseli fra loro: nel centro,
Roma, dopo l’esilio de’ papi e negli scismi che lo accompagnarono e
nella debolezza che da quelli conseguitò al ponteficato, travagliava
nell’anarchia sé e le province che le erano addette di diritto o di
fatto. Ecco, parmi, le cagioni piú apparenti per che focolare proprio
alla nuova civiltà fu per gran parte Toscana, e per grandissima parte
Firenze.
Quando le altre repubbliche allentavano il corso e sostavano in una
quiete che era stanchezza, ella, l’ultima nata delle grandi sorelle,
aveva a pena preso le mosse: con lei era la gioventú e la freschezza
delle forze, e per lei l’avvenire. In Firenze, il comune, o, meglio,
la cittadinanza popolaresca che fu il nòcciolo vero del comune, di
mezzo alle schiatte nobili, tedesche e feudali, partite in guelfe e
ghibelline, aveva con rigoroso ordinamento civile e militare saputo
e potuto constituirsi in modo da acquistare un’azione propria e
indipendente, da infrenare le due parti, o, all’occasione, abbatter
l’una collegandosi all’altra. Guelfo il comune di Firenze fu, come in
fondo ogni comune italiano, per rispetto a quel certo favoreggiamento
che le libertà civili ebbero, nel loro primo contendere ad affermarsi,
dalla politica dei papi improvvida delle conseguenze; fu guelfo in
opposizione al ghibellinismo cesareo di casa sveva, al ghibellinismo
tirannico e aristocratico degli aderenti suoi feudatari e nobili; ma
gl’interessi dell’esistenza libera, i diritti allo svolgimento infinito
della vita democratica, gli manteneva e proseguiva contro guelfi e
ghibellini del pari. La cittadinanza guelfa di Firenze, o, a dir piú
chiaro, la borghesia, nel contrasto dei due poteri e delle due parti,
fu neutrale ad un’ora ed attiva: ella era anzi tutto fiorentina; e con
questa politica venne a stabilirsi nella constituzione del 1282.
Allora, posta tra l’alta e la mediana Italia, con in mano le chiavi
dell’Appennino, con un’indomita forza di espansione, con una operosità
infaticabile, Firenze divenne ben presto potentato italiano, leva al
movimento politico, economico, artistico della penisola. E ben presto,
per ricchezza di commercio, per esuberanza di produzione materiale e
intellettuale, per prosperità e civiltà interna, per influenza tutta
popolare e industriale al di fuori, non ebbe pari, su ’l finire del
secolo decimoterzo e nel decimoquarto; piú tardi, ebbe pari soltanto
le città di Olanda. Ella era la prima potenza denaresca d’Europa; le
sue banche fiorivano ad Augusta a Marsiglia a Parigi a Londra, negli
scali d’Oriente: il pontefice chiamavala fonte dell’oro, il soldano
ammirava i suoi fiorini, i re d’Europa ricorrevano a’ suoi banchieri o
li rubavano.
Ma i fiorentini non erano solamente e grossolanamente banchieri
e mercanti. Come le corporazioni delle arti venivano ad essere,
piú utilmente forse che non le società politiche della rivoluzione
francese, altrettante repubbliche nella repubblica, cosí ogni mercante,
ogni artigiano, anche prima di prender parte al governo, anche senza
prendervi parte, si addestrava nella discussione, nella conoscenza
degli statuti e del reggimento, nell’amministrazione degl’interessi
pubblici, non che dei grandi interessi della sua corporazione sparsi
per tutta la terra civile. E per tutta la terra civile cotesti
mercanti e artigiani portavano il fino ingegno, lo scòrto maneggio,
l’acuta osservazione, il sentimento nobile della patria repubblicana:
per essi Firenze si rispecchiava nell’Europa e nell’Asia, e l’Asia
e l’Europa in Firenze: onde il detto di Bonifazio ottavo, quando
nel ricevere ambasciatori di varie e strane nazioni li sentí tutti
fiorentini, essere i fiorentini il quinto elemento del mondo. E
certo furono nel medio evo e nel Rinascimento l’elemento essenziale
della civiltà moderna. Né il commercio ammolliva loro il braccio o
ne rimpiccioliva l’animo o ne fiaccava gli spiriti. Fuori, i negozi e
le banche spargevano le fiorentine manifatture, moltiplicavano l’oro
fiorentino: dentro, gli opificii delle sete e delle lane risuonavano
del lieto strepito del lavoro: ma a un bisogno, sol che la nota insegna
sventolasse dalla casa del gonfalonier di quartiere, le spole e i naspi
tacevano, e quattordicimila lavoranti e capi di bottega erano in armi
a difendere da ogni attentato la costituzione del popolo, a rivendicar
tutti l’oltraggio fatto ad un solo. E quando l’imperatore o alcun
de’ tiranni ghibellini minacciasse il comune, venticinquemila uomini
portanti l’armi rassegnava la città, settantamila si raccoglievano nel
contado: onde alle minacce di Arrigo settimo potevasi rispondere senza
iattanza, Firenze non aver mai per niun signore abbassate le corna.
E intanto in quel reggimento che passava per tutte le fasi di uno stato
a popolo, con la partizione e lo sminuzzamento all’infinito del potere
e degli offici voluto dalla gelosia democratica, non che per le vive
emulazioni delle parti, le forze individuali dovevano manifestarsi,
esplicarsi, incontrarsi per tutti i versi. Aggiungete il sentimento
generale che in paese piccolo e raccolto piú facilmente viene educato
dai personaggi gloriosi per poi alla sua volta educarli. Aggiungete
l’occasione, gli stimoli, l’insegnamento, che lo stato porgeva,
risvegliava, forniva. Nel popolo di Firenze l’istruzione piú che
elementare era diffusa come oggi nelle principali città di Germania:
molti libri di compilazioni e di versioni, oggi testi di lingua, eran
composti per il popolo; e il bottegaio teneva sotto il banco Livio
e Sallustio, l’Eneide e la Tavola rotonda, ultimamente tradotti;
leggeva e giudicava il Villani e anche Dante, e ne trascriveva ne’
suoi quaderni le cose notevoli o che piú lo toccassero. Le scuole di
grammatica e di logica erano frequentate da seicento studenti, e dal
fiore della gioventú popolana le prime università d’Italia e d’Europa.
Intendesi cosí come le cure del guadagno e degli utili e materiali
godimenti non ottundessero il senso de’ bisogni morali, non
ghiacciassero l’alito delle pure e sublimi aspirazioni, non
intralciassero e impedissero lo svolgimento intimo e intellettivo:
intendesi come quella libera larghezza di vivere non respingesse troppo
presto le nobili usanze antiche, non rompesse cosí subito i confini
dell’antica disciplina. Onde quella varietà, quella molteplicità,
quel contrasto di colori nella superficie della società fiorentina:
qui le feste magnifiche ed eleganti, i lieti ritrovi dei giovani con
giuochi d’armi e di cavalleria, e il culto gentile della donna; là le
famiglie attinenti ed avverse ragunate al corrotto de’ morti, e quindi
d’intorno alla bara e dalla chiesa saltare all’armi in su la piazza: e
le confraternite dalle lugubri fogge e dai lugubri canti nelle cappelle
sotterranee, e le rappresentazioni dei misteri della vita oltremondana
su i ponti e le piazze; e in mezzo a tutto questo i tentativi severi
nel campo della verità e della bellezza, della scienza e dell’arte,
salutati come una gioia e come una gloria del comune: la tradizione
della Madonna dipinta da Cimabue e del popolo che trae raggiante di
letizia a vederla, onde il nome di Borgo Allegri, quante mai cose
dimostra, quanti secreti rivela!
Tutti i diversi elementi della vita nuova italiana; la fantasia
religiosa etrusca, l’intelletto sociale romano, il sentimento
individuale germanico, lo spirito leggiadro provenzale e francese,
l’istinto pratico e progressivo dei comuni lombardi; tutto ciò ne si
presenta in Firenze in meravigliosa varietà di fenomeni; in Firenze
che vede presso su ’l monte le ruine etrusche di Fiesole, in Firenze
colonia romana e di romane memorie superba, in Firenze ove i tedeschi
venuti con Ottone costituiscono la nobiltà piú armigera e irrequieta,
in Firenze il cui giglio ama fiorire co ’l giglio di Francia e che
sormonta coll’avvenimento degli angioini. Ma tutto ciò Firenze lo
trasforma a nuova e originale unità. Arnolfo e Giotto dalla durezza
dalla rigidità dall’inceppamento dell’arte bizantina e tedesca passano
alle serene e liete forme italiane: il Cavalcanti e Dante appianano
e arrotondano le asperità e la rozzezza della scolastica in quello
stesso che sollevano nel dotto edificio della strofe la leggera
canzone provenzale. Lo slancio degli animi e degli ingegni in cosí
breve spazio, entro sí angusti termini, fu miracoloso, e non ha pari
nella storia che quel d’Atene dopo Maratona: co ’l quale ha pur questa
essenzial somiglianza, che in tanto ardimento, in tanta realità di
vita, non fu deposto quel quasi senso fanciullesco, nel significato
migliore della parola, d’un’arte nuova, il tremore l’orrore l’amore
dinanzi al soprannaturale all’infinito al divino; orrore e tremore
che è lo stesso in Eschilo e in Dante, amore che è in Sofocle e nel
Petrarca.