III.

Per quel che concerne la materia e l’istrumento letterario; piú

puro, piú elegante, piú regolare degli altri italici apparisce dalle

scritture private che di quei tempi ci avanzano il dialetto che

si parlava in Firenze. Non che si voglia o debbasi con ciò dare il

vanto della lingua a lei tutta sola; ché italiano erasi già scritto a

Palermo, erasi scritto a Bologna. E fu notato che i primi tentativi

per sollevare a dignità letteraria i varii dialetti riuscivano come

al ritrovamento di una lingua comune. Il che non parrà strano, quando

si ripensi che quei dialetti, reliquie dei vecchi linguaggi italici

passati per il crogiuolo del latino, erano allora per la piú parte men

lontani tra loro e men diversi che oggi non siano: e la prova veniva

sempre facendosi allo specchio del latino da uomini ingegnosi, nelle

città piú colte d’Italia. Con tali condizioni e con sí fatta norma era

naturale che ad una lingua comune, stabile e regolare, si arrivasse ben

presto, quando la letteratura da benigna necessità storica fu condotta

a fiorire nel bel mezzo dell’Italia centrale, nel bel mezzo della

famiglia de’ dialetti piú veramente latini, dove piú omogeneamente

tenevasi raccolto l’elemento antico e men turbato da misture straniere.

Ma veramente per solo il dialetto non avrebbe Firenze potuto esercitare

quella gran parte che ebbe nello svolgimento della letteratura

nazionale e della coltura moderna. Altre e piú forti ragioni vi sono

per le quali il comune che occupava poche miglia d’un territorio non

fertile dovesse occupare del suo nome l’Europa. Nello scorcio del

secolo decimoterzo gli angioini di Napoli, non avendo pié fermo né

diritti sovrani su le parti piú vitali della penisola, non ebbero piú

dopo Carlo primo vera potenza, e l’opera loro non fu che d’intrighi piú

o meno avveduti e ambiziosi: al settentrione, i signori pullulavano

da per tutto, rappresentanti, è vero, del popolo contro i nobili e

i grandi, ma non amici di libertà, e i comuni, esauste le forze, si

accasciavano omai sotto il giogo civile di uno piú volentieri che

non combattessero contro cento: le repubbliche marittime attendevano

a’ lor commerci e conquisti e a contenderseli fra loro: nel centro,

Roma, dopo l’esilio de’ papi e negli scismi che lo accompagnarono e

nella debolezza che da quelli conseguitò al ponteficato, travagliava

nell’anarchia sé e le province che le erano addette di diritto o di

fatto. Ecco, parmi, le cagioni piú apparenti per che focolare proprio

alla nuova civiltà fu per gran parte Toscana, e per grandissima parte

Firenze.

Quando le altre repubbliche allentavano il corso e sostavano in una

quiete che era stanchezza, ella, l’ultima nata delle grandi sorelle,

aveva a pena preso le mosse: con lei era la gioventú e la freschezza

delle forze, e per lei l’avvenire. In Firenze, il comune, o, meglio,

la cittadinanza popolaresca che fu il nòcciolo vero del comune, di

mezzo alle schiatte nobili, tedesche e feudali, partite in guelfe e

ghibelline, aveva con rigoroso ordinamento civile e militare saputo

e potuto constituirsi in modo da acquistare un’azione propria e

indipendente, da infrenare le due parti, o, all’occasione, abbatter

l’una collegandosi all’altra. Guelfo il comune di Firenze fu, come in

fondo ogni comune italiano, per rispetto a quel certo favoreggiamento

che le libertà civili ebbero, nel loro primo contendere ad affermarsi,

dalla politica dei papi improvvida delle conseguenze; fu guelfo in

opposizione al ghibellinismo cesareo di casa sveva, al ghibellinismo

tirannico e aristocratico degli aderenti suoi feudatari e nobili; ma

gl’interessi dell’esistenza libera, i diritti allo svolgimento infinito

della vita democratica, gli manteneva e proseguiva contro guelfi e

ghibellini del pari. La cittadinanza guelfa di Firenze, o, a dir piú

chiaro, la borghesia, nel contrasto dei due poteri e delle due parti,

fu neutrale ad un’ora ed attiva: ella era anzi tutto fiorentina; e con

questa politica venne a stabilirsi nella constituzione del 1282.

Allora, posta tra l’alta e la mediana Italia, con in mano le chiavi

dell’Appennino, con un’indomita forza di espansione, con una operosità

infaticabile, Firenze divenne ben presto potentato italiano, leva al

movimento politico, economico, artistico della penisola. E ben presto,

per ricchezza di commercio, per esuberanza di produzione materiale e

intellettuale, per prosperità e civiltà interna, per influenza tutta

popolare e industriale al di fuori, non ebbe pari, su ’l finire del

secolo decimoterzo e nel decimoquarto; piú tardi, ebbe pari soltanto

le città di Olanda. Ella era la prima potenza denaresca d’Europa; le

sue banche fiorivano ad Augusta a Marsiglia a Parigi a Londra, negli

scali d’Oriente: il pontefice chiamavala fonte dell’oro, il soldano

ammirava i suoi fiorini, i re d’Europa ricorrevano a’ suoi banchieri o

li rubavano.

Ma i fiorentini non erano solamente e grossolanamente banchieri

e mercanti. Come le corporazioni delle arti venivano ad essere,

piú utilmente forse che non le società politiche della rivoluzione

francese, altrettante repubbliche nella repubblica, cosí ogni mercante,

ogni artigiano, anche prima di prender parte al governo, anche senza

prendervi parte, si addestrava nella discussione, nella conoscenza

degli statuti e del reggimento, nell’amministrazione degl’interessi

pubblici, non che dei grandi interessi della sua corporazione sparsi

per tutta la terra civile. E per tutta la terra civile cotesti

mercanti e artigiani portavano il fino ingegno, lo scòrto maneggio,

l’acuta osservazione, il sentimento nobile della patria repubblicana:

per essi Firenze si rispecchiava nell’Europa e nell’Asia, e l’Asia

e l’Europa in Firenze: onde il detto di Bonifazio ottavo, quando

nel ricevere ambasciatori di varie e strane nazioni li sentí tutti

fiorentini, essere i fiorentini il quinto elemento del mondo. E

certo furono nel medio evo e nel Rinascimento l’elemento essenziale

della civiltà moderna. Né il commercio ammolliva loro il braccio o

ne rimpiccioliva l’animo o ne fiaccava gli spiriti. Fuori, i negozi e

le banche spargevano le fiorentine manifatture, moltiplicavano l’oro

fiorentino: dentro, gli opificii delle sete e delle lane risuonavano

del lieto strepito del lavoro: ma a un bisogno, sol che la nota insegna

sventolasse dalla casa del gonfalonier di quartiere, le spole e i naspi

tacevano, e quattordicimila lavoranti e capi di bottega erano in armi

a difendere da ogni attentato la costituzione del popolo, a rivendicar

tutti l’oltraggio fatto ad un solo. E quando l’imperatore o alcun

de’ tiranni ghibellini minacciasse il comune, venticinquemila uomini

portanti l’armi rassegnava la città, settantamila si raccoglievano nel

contado: onde alle minacce di Arrigo settimo potevasi rispondere senza

iattanza, Firenze non aver mai per niun signore abbassate le corna.

E intanto in quel reggimento che passava per tutte le fasi di uno stato

a popolo, con la partizione e lo sminuzzamento all’infinito del potere

e degli offici voluto dalla gelosia democratica, non che per le vive

emulazioni delle parti, le forze individuali dovevano manifestarsi,

esplicarsi, incontrarsi per tutti i versi. Aggiungete il sentimento

generale che in paese piccolo e raccolto piú facilmente viene educato

dai personaggi gloriosi per poi alla sua volta educarli. Aggiungete

l’occasione, gli stimoli, l’insegnamento, che lo stato porgeva,

risvegliava, forniva. Nel popolo di Firenze l’istruzione piú che

elementare era diffusa come oggi nelle principali città di Germania:

molti libri di compilazioni e di versioni, oggi testi di lingua, eran

composti per il popolo; e il bottegaio teneva sotto il banco Livio

e Sallustio, l’Eneide e la Tavola rotonda, ultimamente tradotti;

leggeva e giudicava il Villani e anche Dante, e ne trascriveva ne’

suoi quaderni le cose notevoli o che piú lo toccassero. Le scuole di

grammatica e di logica erano frequentate da seicento studenti, e dal

fiore della gioventú popolana le prime università d’Italia e d’Europa.

Intendesi cosí come le cure del guadagno e degli utili e materiali

godimenti non ottundessero il senso de’ bisogni morali, non

ghiacciassero l’alito delle pure e sublimi aspirazioni, non

intralciassero e impedissero lo svolgimento intimo e intellettivo:

intendesi come quella libera larghezza di vivere non respingesse troppo

presto le nobili usanze antiche, non rompesse cosí subito i confini

dell’antica disciplina. Onde quella varietà, quella molteplicità,

quel contrasto di colori nella superficie della società fiorentina:

qui le feste magnifiche ed eleganti, i lieti ritrovi dei giovani con

giuochi d’armi e di cavalleria, e il culto gentile della donna; là le

famiglie attinenti ed avverse ragunate al corrotto de’ morti, e quindi

d’intorno alla bara e dalla chiesa saltare all’armi in su la piazza: e

le confraternite dalle lugubri fogge e dai lugubri canti nelle cappelle

sotterranee, e le rappresentazioni dei misteri della vita oltremondana

su i ponti e le piazze; e in mezzo a tutto questo i tentativi severi

nel campo della verità e della bellezza, della scienza e dell’arte,

salutati come una gioia e come una gloria del comune: la tradizione

della Madonna dipinta da Cimabue e del popolo che trae raggiante di

letizia a vederla, onde il nome di Borgo Allegri, quante mai cose

dimostra, quanti secreti rivela!

Tutti i diversi elementi della vita nuova italiana; la fantasia

religiosa etrusca, l’intelletto sociale romano, il sentimento

individuale germanico, lo spirito leggiadro provenzale e francese,

l’istinto pratico e progressivo dei comuni lombardi; tutto ciò ne si

presenta in Firenze in meravigliosa varietà di fenomeni; in Firenze

che vede presso su ’l monte le ruine etrusche di Fiesole, in Firenze

colonia romana e di romane memorie superba, in Firenze ove i tedeschi

venuti con Ottone costituiscono la nobiltà piú armigera e irrequieta,

in Firenze il cui giglio ama fiorire co ’l giglio di Francia e che

sormonta coll’avvenimento degli angioini. Ma tutto ciò Firenze lo

trasforma a nuova e originale unità. Arnolfo e Giotto dalla durezza

dalla rigidità dall’inceppamento dell’arte bizantina e tedesca passano

alle serene e liete forme italiane: il Cavalcanti e Dante appianano

e arrotondano le asperità e la rozzezza della scolastica in quello

stesso che sollevano nel dotto edificio della strofe la leggera

canzone provenzale. Lo slancio degli animi e degli ingegni in cosí

breve spazio, entro sí angusti termini, fu miracoloso, e non ha pari

nella storia che quel d’Atene dopo Maratona: co ’l quale ha pur questa

essenzial somiglianza, che in tanto ardimento, in tanta realità di

vita, non fu deposto quel quasi senso fanciullesco, nel significato

migliore della parola, d’un’arte nuova, il tremore l’orrore l’amore

dinanzi al soprannaturale all’infinito al divino; orrore e tremore

che è lo stesso in Eschilo e in Dante, amore che è in Sofocle e nel

Petrarca.

Pagine di storia letteraria · 第 39 / 157 题