Del resto la letteratura del trecento è toscana quasi tutta, sí per gli
scrittori e la lingua, come per le esterne cagioni che la informarono
e condizionarono via via. Dei volgarizzamenti, che tanto conferirono
a scozzonare la favella e scaltrirla agli stili diversi, i piú e i
maggiori, in tutte le direzioni dello spirito e in tutte le culture,
la religiosa, la classica, la cavalleresca sono opera di toscani:
toscani i predicatori e gli autori spirituali, tanta parte allora
della educazione e lettura popolare: toscani i meglio dei cronisti
e novellatori: toscani poi tutti gli scrittori che piú fedelmente
e largamente comprendono e rendono nelle opere loro il movimento
il sentimento il colorito del tempo: Brunetto Latini, il Giamboni,
Giordano da Rivalta, il Cavalcanti, Dante, Dino, il Cavalca, Bartolomeo
da San Concordio, il Villani, il Petrarca, Fazio degli Uberti, il
Passavanti, il Boccaccio, Caterina da Siena, Giovanni dalle Celle,
Franco Sacchetti. Dinanzi a tali nomi ed opere perdono ogni importanza
quegli alcuni o rimatori o volgarizzatori o cronisti di altre regioni
italiane, i quali del resto, se scrivono con intenzione di arte,
seguono con piú o meno d’incertezza i toscani, o vero nella rozzezza
loro tradiscono la niuna cultura del dialetto nativo; quando invece dal
volgare delle domestiche e private scritture fiorentine pisane e senesi
al volgare del Villani del Calvalca di Caterina non corre divario,
o ben poco. Insomma, nella prima età della letteratura italiana, il
soggetto è nazionale e toscana l’impronta. Toscana ho detto e doveva
dir fiorentina. Perocché Arezzo Pistoia Lucca tacciono ben presto; un
poco piú tardi, e onoratamente, ma pur anche Siena e Pisa cedon del
campo; che Firenze occupa e tiene, sempre, sola, gloriosa.