Diamo ora uno sguardo a tutto insieme il fluire maestoso di questo
fiume divino, come avrebbe detto Omero, della letteratura italiana
nel secolo decimoterzo e nel decimoquarto. Incominciata dalla poesia
individuale, seguitò, come letteratura di popolo libero, segnando la
superbia del nome latino rivendicato e i fasti della nuova libertà
nelle croniche, descrivendo le tradizioni e i costumi nelle leggende
e novelle; abbracciò, come ne’ suoi principii ogni letteratura
non primitiva, tutta la scienza e del passato e del presente nelle
enciclopedie; attestò nei volgarizzamenti la conservazione dell’arte
e della scienza antica. Altrove si scherzò con versi leggeri, ma
nell’Italia del mezzo e tra la cittadinanza fiorentina nacque la
prosa del trecento, gentile ed elevata, forte ed elegante, come poi
l’architettura di Santo Spirito; qui prese moto e colore quella poesia
che nelle luminose visioni della Vita nuova sembra rendere al cielo
come i due angeli dipinti da Giotto nella cattedrale d’Assisi, o che
sorge come Santa Maria del Fiore gigantesca e solitaria nella Divina
Commedia. Sublime spettacolo, il popolo italiano, raffermo e assodato,
porre il fondamento e dare proprissime alla sua civiltà la forza
e l’azione, le figure e le sembianze, con un acconcio temperamento
dell’antico e del nuovo, del cristiano e dell’etnico, del latino e
del medievale, tanto ne’ reggimenti e negl’instituti, quanto nella
scienza e nell’arte; certo per quella facoltà di sapiente eclettismo
o di artistica assimilazione che fu della gente nostra, degli elleni
e latini. Ma il popolo d’Italia, piú simiglievole in ciò a’ greci che
non a’ romani, questi mezzi di ravvicinamento gli ebbe in se stesso;
come quello che si aveva connaturato, pur riadattandolo estrinsecamente
a sé, il cristianesimo, e che ne’ forzati mescolamenti delle genti
settentrionali qualche cosa aveva attinto di loro. E come il popolo
d’Italia, a quella guisa che i romani con le armi e i greci con le
colonie e le dinastie, si stese con i commerci per tutto il levante e
a settentrione; cosí le lettere ed arti sue, a guisa di chi sentesi
ricco di dottrina ed esperienza propria e pur gli giova guardare
all’altrui e profittarne, attinse largamente non che dal francese e dal
germanico, ma e dal bizantino e dall’orientale. E come la nuova plebe
latina aveva co ’l lavoro di secoli contemperato a sé artisticamente
il cristianesimo anzi che essersi lasciata ritemperare da quello; e
come ella, piú presto che non distrusse, assorbì in sé molta parte
di feudalismo e d’aristocrazia, facendo cittadini e artigiani i suoi
antichi signori; e come lasciò poi sorgere di sé il popolo grasso e la
nobiltà popolana, non restando ella veramente in soggezione de’ nuovi
ordini, ma piuttosto partecipando con quelli il reggimento; cosí la
primitiva letteratura italiana, incominciata dal popolo e promossa
e aiutata dal sentimento religioso e dal principio ecclesiastico,
prese poi della feudale ed ecclesiastica quello che le conveniva,
rinnovandola per altro a maggior durata col temperarne l’essenza e le
forme; quindi lasciò sviluppare di sé una letteratura piú dotta, alla
quale seguitò ella a porger del suo, perché riuscisse piú che altro una
sua necessaria prosecuzione e un perfezionamento.
Adunque, ricollegare pazientemente l’antico col nuovo, la imitazione
allargare, accomodare la scienza a tale arte che pur rimanesse popolana
e sopra tutto guardar sempre al popolo e alla nazione; furono i
caratteri della prima letteratura d’Italia. Quindi volgarizzamenti di
scrittori greci e latini, sacri e profani; vite di santi e leggende
bizantine e orientali, e trattati e poemi di origine provenzale ed
arabica; quindi il re Artú e Tristano ed Isotta la bionda per una
parte, e Alessandro e Cesare e Catilina per un’altra; e novelle che la
materia pigliano da ogni paese; e nella poesia la canzon filosofica
accanto al sirventese politico e alla gaia ballata, e le ire di
municipio con la carità di cristiano, e l’erudizione classica col
genio paesano d’Italia e con gli spiriti cavallereschi di Provenza; e
l’elegia che fiorisce d’onde spunta la satira, e l’entusiasmo lirico
col sillogismo delle scuole; e negli spazi della visione popolati
di mille fantasie le arduità matematiche: il che tutto raccoglie in
sé, rappresentatore supremo di questa universalità della prima arte
italiana, Orfeo, Omero ed Esiodo a un tempo, Dante Allighieri. E in
questa varietà è tuttavia da notare la potenza, che quei nostri vecchi
ebbero mirabile, di dare l’aria del paese e l’atteggiamento di famiglia
cosí alle erudizioni diverse e alle difficili astrazioni della scienza
come alle fantasie che pigliavano di lontano. I romanzatori de’ Reali
di Francia attinsero certo d’oltre monte la materia e parte anche delle
forme; ma quei romanzi divennero accettissimi alla nazione, e tuttora
rimangono lettura tradizionale di questo popolo, che dei moderni
imitatori di Francia e di Germania non sa pure il nome. Ritraggono
dall’oriente le leggende cristiane; ma sono ad un’ora di quelle cose
dove piú cara fiorisce la favella toscana e dove il sentimento popolano
fiammeggia piú limpido. Il Cavalcanti poeteggia sottili filosofemi
nelle gravi stanze della canzone; ma le sue ballate furono certo intese
e cantate dalle donne e dai giovani. E non erano elleno popolari le
fantasie della Divina Commedia? e anche l’allegoria che la domina
non era il popolo d’allora avvezzo a contemplarla e meditarla nelle
leggende nelle pitture e fin negli ornamenti architettonici delle
chiese? in fine, non era egli tutto avvivato dalle ricordanze del
popolo italiano il poema dell’aristocratico fiorentino? Onde il popolo
e lo cantò, come poi udì cantare nelle piazze versi del Petrarca,
e volle che glie ne fosse dichiarata nelle chiese ai dí di festa la
parte scientifica. E dal popolo desunse il Boccaccio non poco della
materia al suo Decameron, e delle forme le piú belle e durature. Allora
Dante, il Petrarca, il Boccaccio, ingegni sovrani, parlavano al popolo
d’alte cose e di leggiadre con alti ed ornati sensi e parole; e n’erano
compresi ed ammirati. Oggi ingegni mezzanissimi fanno prova d’imitare
il popolo; e le sono smorfie; e il popolo non bada a loro. Degnamente.
Il popolo vuolsi rialzare; non rimpiccolir noi né bamboleggiare
senilmente, per mantenerlo sempre in condizion di minore.