VI.

Dalle prime croniche del mille, ove l’elemento nazionale incomincia a

dare indizio di vitalità, fino alla morte del Guinicelli avvenuta nel

1276, è tutto dunque un contrasto fra i diversi elementi o principii

che informar dovevano la letteratura novella. Come i quattro periodi

letterari finora segnati s’incrociano e incastrano l’uno nell’altro;

cosí i principii moventi s’intrecciano ed avviluppano nell’azion

letteraria, e la materia soggetta si agita e si rimesce senza posarsi

in una forma determinata. Nel periodo latino l’elemento nazionale

apparisce in potenza, ma sotto l’azione prevalente del principio

ecclesiastico e cavalleresco: nel periodo lombardo l’elemento

cavalleresco si mescola al nazionale, e questo per la parte sua piú

popolana al religioso: nel periodo siculo il principio cavalleresco

informa un’arte puramente feudale e di corte: il periodo bolognese,

in fine, serbando del contenuto e delle forme anteriori discuopre

gl’intendimenti e i lineamenti primi di un’arte nazionale e dotta.

E quando in Italia sta per sorgere questa letteratura, nazionale ad

un tempo ed europea; quando cominciano ad apparire nella penisola i

pensatori, gli scrittori, gli artisti, per i quali la patria nostra

esercitò il glorioso officio di conciliatrice tra l’antichità e l’età

di mezzo, tra l’età di mezzo e la moderna; quando si determina tra noi

il proprio e vero rinascimento letterario, considerato come ideale ed

artistica manifestazione del risvegliato e ritemperato elemento romano:

in quel tempo, dico, la nativa e legittima arte del medio evo va

scadendo cosí nella feudale Germania come nella Francia cavalleresca.

In Germania, il decadimento ha principio col finire della imperial

casa sveva; con quella stessa ruina che segnò un mutamento essenziale

e un rinnovamento letterario per l’Italia. Sotto gli Absburghi le

grandi epopee intisichiscono, svaporano le sottili fantasie e i tenui

sentimenti dei minnesingheri; e invano Ulrico di Lichtenstein tenta

di ravvivare con l’esagerazione, come in simili casi suol farsi, la

tradizione dell’amore cavalleresco, ché Hadlaub di Zurigo volta in

parodia i canti dei trovatori. Succede il poema didattico prosaico

e pedantesco; e la poesia piattamente borghese dei maestri artigiani

tiene il campo per lunghi anni.

Anche in Francia la gloriosa età letteraria del medio evo finisce

press’a poco in quel medesimo tempo, col regno di Luigi nono: nata con

le crociate, quell’arte non sopravvive al santo re che muore in potere

degli infedeli. Suo fido vassallo e storico, il signor di Joinville,

della partenza per oltremare scrive con la solita potente semplicità:

«Io non volli rivolger mai gli occhi verso Joinville, perchè il cuore

non mi s’intenerisse del bel castello che io lasciava e de’ miei

due fanciulli». Questo sentimento cosí umano di rincrescimento pe’

i beni terreni che si lasciano alle spalle, quando s’ha dinanzi alla

vista dell’anima Terra Santa, è già ben lontano dal furor sacro che

spingeva le turbe della prima crociata, guerrieri e vecchi, donne

e fanciulli, a gridare: Dio lo vuole! Il succhio di quella superba

vegetazione di cento e cento epopee, la fede e l’entusiasmo, s’è dunque

esaurito: anche qui è la volta dei poemi d’imitazione, e, peggio, delle

contraffazioni e delle parodie. Perocché con Filippo il bello, col re

odiato da Dante, in Francia, nella terra dei cavalieri, comincia una

letteratura borghese. Di tal mutamento la prova piú parlante è nelle

due parti, distinte cosí per l’autore come per gli spiriti, del Romanzo

della Rosa. Nella prima parte, composta sotto il regno di Luigi nono da

Guglielmo di Lorris, spira l’ultimo anelito dell’amore cavalleresco:

ella è una mummia che mostra i lineamenti disfatti dell’Arte d’amare

di Ovidio, raffazzonata con gli stracci a piú colori delle allegorie

monacali, e suvvi tra le rappezzature qualche fiorellino vizzo

dell’arte trovadorica; cammina in punta di piedi e barcollando su le

sottigliezze della scolastica. La seconda parte, composta da Giovanni

di Meung sotto Filippo il Bello, è un lungo, troppo lungo e troppo

grossolano, scoppio di risa plebee contro tutto ciò che pochi anni

innanzi era stato grande, gentile, ideale; contro l’amore e contro le

donne, contro la cavalleria e contro la religione.

Né basta. Cosí in Francia come in Germania la bella poesia della

prima età del medio evo divenne ben presto antica, tanto antica, che,

dimenticata per piú secoli come cosa morta, ella fu solo a questi

ultimi tempi dissotterrata dai dotti e rimessa su gli altari, nazionale

reliquia. E non pur essa era morta, ma anche la lingua che le serví

d’instrumento. La Canzone di Rolando in Francia e i Nibelunghi in

Germania, perché sieno intesi dai francesi e dai tedeschi d’oggigiorno,

convien tradurli nel francese e nel tedesco d’oggigiorno. Quelle

lingue, germanica e francese d’allora, soggette a mutazioni continue,

parevano non poter uscire dalla condizione tumultuosa di dialetti. E

già in Alemagna il dialetto meridionale dei minnesingheri era succeduto

a piú altri piú antichi, per cedere poi il luogo alla lingua di

Lutero, che fu, solo fa ora a pena cent’anni, classicamente fermata

dal Klopstock e dal Goethe. In Francia alla lingua cavalleresca dei

secoli decimosecondo e decimoterzo si frappose un’anarchica invasione

di dialetti, s’impose il pedantismo dei dotti di Carlo quinto e

sesto, e su questo il grecismo e latinismo della pleiade in lotta

con l’imitazione italiana e con lo spirito gallese puro al tempo di

Francesco primo, e di poi la dittatura grammaticale del Malherbe sotto

Enrico quarto, e in fine il purismo accademico del decimoquarto Luigi.

Cosí cinque strati diversi di lingua s’accumularono aggravando su la

primitiva letteratura francese.

Tutto al contrario in Italia. Qui la lingua nuova ascese tardi al

ministero delle lettere: ma a pena si mostra, ed è già fermata,

determinata: e con essa, le forme dell’arte nazionale. Che cosa v’è da

aggiungere di essenziale, che cosa è stato mai aggiunto di veramente

nuovo e bello e grande, che cosa d’inevitabilmente necessario, all’arte

di Dante, del Petrarca, del Boccaccio? O abbiam noi per avventura

bisogno di tradurre, perchè sia inteso dalla maggior parte della

nazione, il canto di Ugolino?

Le letterature medievali di Francia e Germania, e come nazionali e come

europee, furono per grandissima parte, lo abbiam detto piú volte, la

espressione di una civiltà di convenzione di un ordine privilegiato.

Ora, quando su lo scorcio del secolo decimoterzo la grande unità

cristiana s’interruppe nell’occidente, causa in parte il venir meno

delle crociate e in parte l’indebolimento dell’impero: quando le

grandi guerre si ruppero tra francesi e fiamminghi, tra francesi e

inglesi; quando cominciarono in Germania le rivolte dei borghesi,

e in Francia il sollevamento del terzo stato; quelle letterature e

divennero straniere l’una all’altra e perdettero la continuità e il

filo della tradizione, e furono sopraffatte dall’elemento plebeo,

che le ammaccò e infranse come il _godendac_ dei fiamminghi fiaccò la

cavalleria francese a Coltrai. Vero è che né in Germania né in Francia

l’elemento popolare era constituito politicamente o constituibile;

onde là la lotta sociale non fu che una delle conseguenze anarchiche

dello sfacimento dell’impero, e qua il terzo stato non fe’ che servire,

credendosele collegato, alla monarchia, la quale, adoperato che l’ebbe

a recidere i nervi del feudalismo e del clero, pose d’un sol cenno

silenzio al canto fescennino, e ridusse l’ilota all’usata catena. Ma ad

ogni modo, tra lo smembramento dell’unità cristiana del medio evo su ’l

finire del secolo decimoterzo e il ricostruirsi delle unità monarchiche

nel decimosesto, una gran lacuna per l’Europa ci fu: lacuna che è

segnata dalle orme gravi della barbarie. In questo mezzo sta l’Italia,

che di tra la luce crepuscolare del medio evo ha ripreso la fiaccola

della civiltà nelle tombe del passato, ne ha illuminato un gran tratto

di cielo, e la distende benigna e incurante ad accendere le lampadi

delle sorelle che la percuotono.

Perocché in Italia il principio popolare era la forza dell’elemento

romano connaturato al terreno e ritemperatosi alla vita novella.

Educato nelle tradizioni della civiltà antica, raffermatosi nell’uso

dei reggimenti e delle leggi, con gli attriti con le industrie co’

viaggi e i commerci s’era fatto pratico di tutta l’Europa. Scelse il

tempo e il luogo opportuno, e poi guidato dal genio antico, e conscio

dei nuovi fati, procedé grave, severo, all’opera letteraria. Già lo

dissi: l’Italia avrà letteratura nuova e sua, quando il principio

popolare, piú veramente qui nazionale, potrà equilibrarsi o sormontare

agli altri, l’ecclesiastico e il cavalleresco. Ora siamo al punto.

Pagine di storia letteraria · 第 32 / 157 题