La poesia cavalleresca finisce dunque in Lombardia e in Sicilia
senza eredi. Quelle piante esotiche menavano frutti, perché il favore
principesco le annaffiava: tolto cotesto, appassiscono e in terreno
non suo vengono meno. Ma in lor vece è ella fiorita per avventura la
letteratura nazionale?
Dante nasce poco men d’un anno prima che si combatta a Benevento.
Intanto tra la vecchia poesia che rappresentava il principio caduto in
Benevento e la poesia nuova che sgorgherà gloriosa dal petto di questo
fanciullo intercede un momento d’inerzia e incertezza. Col sormontare
di parte guelfa conseguente a quella battaglia, spostato una terza
volta il centro politico dell’Italia, il primato civile che non poteva
esser piú ripreso dalle città lombarde rifinite omai di forze dalla
difesa lunga contro l’impero e già sottomesse a tiranni domestici o
vicine ad essere, il primato civile, dico, passa alle città del mezzo,
che se lo contendon tra loro fin che lo prende tutto Firenze. Allora
quasi ognuna di quelle città e di quelle terre ebbe poeti e scrittori;
ma l’arte non si levò súbito a nuove altezze. Tra due età che
differiscono di spiriti e forme havvi sempre, chi sappia scorgerlo, un
limite nel quale vengono a combaciarsi, trasmutandosi a grado a grado
il vecchio nel nuovo. Ma degli autori che segnano nell’età letterarie
questo passaggio è destino esser poi sopraffatti dai successori, e
obliati, quando non disprezzati; se pure alcuno dei piú grandi che
mosse i primi passi sotto la loro scorta non gli salvi con un benigno
riguardo di gratitudine. L’oblio e lo spregio toccò per gran parte a
Guittone d’Arezzo, che pur s’ingegnò primo di far passare la poesia
dal principio cavalleresco al nazionale, dalle forme trovadoriche alle
latine; a Guittone, che aspirò a quella poesia politica concionatrice
levata di poi sí alto dal Petrarca; a Guittone, che diede il primo
esempio della prosa dotta italiana. Lo sguardo benigno d’un gran
poeta toccò a Guido Guinicelli e alla scuola bolognese. Bologna,
posta fra Lombardia e Toscana, raccolse in sé le tradizioni delle due
piú gloriose popolazioni italiane; gloriosa la prima nel cominciare,
gloriosa la seconda nel continuare il movimento nazionale. E non poteva
non essere che l’arte della parola, tócco a pena il suolo santificato
dalla libertà, non ne attignesse forze nuove e altra vita. In Bologna,
Guidotto, accomodando primo tra i nostri i precetti dell’antica
eloquenza alla lingua nuova, trovava modo, pur dedicando il suo libro
a Manfredi re, trovava modo a designare l’officio di parlator cittadino
in comune libero. E nella canzone del Guinicelli la fredda affettazione
dei siculi cede luogo all’imaginoso sentimento lirico, la dovizia
misera del ritmo provenzale all’ondeggiamento armonioso e solenne della
stanza italica, le forme convenute agl’intelletti della scienza. Per
amore del Guinicelli, riconosciuto novatore solenne fin da’ coetanei
e salutato padre da Dante, a questo quarto periodo della nascente
letteratura, che è periodo di passaggio e che si estese ad altre
regioni dell’Italia mediana, rimane e rimarrà l’aggiunto di bolognese.
Bologna, la madre degli studi, prima sentí l’arte e prima all’arte
sposò la scienza, divinando gli spiriti e le forme della grande
letteratura che era per venire.