V.

La poesia cavalleresca finisce dunque in Lombardia e in Sicilia

senza eredi. Quelle piante esotiche menavano frutti, perché il favore

principesco le annaffiava: tolto cotesto, appassiscono e in terreno

non suo vengono meno. Ma in lor vece è ella fiorita per avventura la

letteratura nazionale?

Dante nasce poco men d’un anno prima che si combatta a Benevento.

Intanto tra la vecchia poesia che rappresentava il principio caduto in

Benevento e la poesia nuova che sgorgherà gloriosa dal petto di questo

fanciullo intercede un momento d’inerzia e incertezza. Col sormontare

di parte guelfa conseguente a quella battaglia, spostato una terza

volta il centro politico dell’Italia, il primato civile che non poteva

esser piú ripreso dalle città lombarde rifinite omai di forze dalla

difesa lunga contro l’impero e già sottomesse a tiranni domestici o

vicine ad essere, il primato civile, dico, passa alle città del mezzo,

che se lo contendon tra loro fin che lo prende tutto Firenze. Allora

quasi ognuna di quelle città e di quelle terre ebbe poeti e scrittori;

ma l’arte non si levò súbito a nuove altezze. Tra due età che

differiscono di spiriti e forme havvi sempre, chi sappia scorgerlo, un

limite nel quale vengono a combaciarsi, trasmutandosi a grado a grado

il vecchio nel nuovo. Ma degli autori che segnano nell’età letterarie

questo passaggio è destino esser poi sopraffatti dai successori, e

obliati, quando non disprezzati; se pure alcuno dei piú grandi che

mosse i primi passi sotto la loro scorta non gli salvi con un benigno

riguardo di gratitudine. L’oblio e lo spregio toccò per gran parte a

Guittone d’Arezzo, che pur s’ingegnò primo di far passare la poesia

dal principio cavalleresco al nazionale, dalle forme trovadoriche alle

latine; a Guittone, che aspirò a quella poesia politica concionatrice

levata di poi sí alto dal Petrarca; a Guittone, che diede il primo

esempio della prosa dotta italiana. Lo sguardo benigno d’un gran

poeta toccò a Guido Guinicelli e alla scuola bolognese. Bologna,

posta fra Lombardia e Toscana, raccolse in sé le tradizioni delle due

piú gloriose popolazioni italiane; gloriosa la prima nel cominciare,

gloriosa la seconda nel continuare il movimento nazionale. E non poteva

non essere che l’arte della parola, tócco a pena il suolo santificato

dalla libertà, non ne attignesse forze nuove e altra vita. In Bologna,

Guidotto, accomodando primo tra i nostri i precetti dell’antica

eloquenza alla lingua nuova, trovava modo, pur dedicando il suo libro

a Manfredi re, trovava modo a designare l’officio di parlator cittadino

in comune libero. E nella canzone del Guinicelli la fredda affettazione

dei siculi cede luogo all’imaginoso sentimento lirico, la dovizia

misera del ritmo provenzale all’ondeggiamento armonioso e solenne della

stanza italica, le forme convenute agl’intelletti della scienza. Per

amore del Guinicelli, riconosciuto novatore solenne fin da’ coetanei

e salutato padre da Dante, a questo quarto periodo della nascente

letteratura, che è periodo di passaggio e che si estese ad altre

regioni dell’Italia mediana, rimane e rimarrà l’aggiunto di bolognese.

Bologna, la madre degli studi, prima sentí l’arte e prima all’arte

sposò la scienza, divinando gli spiriti e le forme della grande

letteratura che era per venire.

Pagine di storia letteraria · 第 31 / 157 题