Del resto, che del mancato svolgimento d’una letteratura nazionale
in Lombardia, non debba recarsi la cagione a solo il dialetto, ma sí
piú tosto al principio cavalleresco che informò quel periodo, anche
da questo apparisce: quasi allo stesso tempo che in Lombardia, al
mezzogiorno, secondo centro d’attrazione alla vita nuova d’Italia, si
può determinare un terzo periodo letterario, che pur s’incastra per il
tempo nel periodo lombardo, ed è il siculo; e questo in un dialetto che
fu veramente idealizzato a idioma letterario, o che almeno molto influí
e contribuí nella lingua letteraria, tanto che da Dante e dal Petrarca
si dà a’ siciliani l’onor del primato di tempo, che par difficile
contrastare, nella volgar poesia: e tuttavia anche il periodo siculo
è nazionale solo nelle forme esterne, e non in tutte. E pure se il
principio cavalleresco avesse mai potuto esser cagione efficace da per
sé solo di propria e nazionale letteratura, qual migliore occasione,
qual miglior tempo, qual miglior luogo di quello!
L’ideale cavalleresco, che oltre alpe cominciava già a illanguidire,
pareva allora raccogliere i raggi piú puri intorno al biondo capo del
giovine imperador di Soavia: con lui era da principio la chiesa, ed
egli conducea le crociate; e quando la chiesa l’abbandonò, gli vennero
fedeli a’ due lati la scienza e la forza: ricco e bello ed ameno
il paese, se altro mai, e lungo i fiorenti e odorati seni del Ionio
sonante ancora delle sacre armonie della musa greca: molle, colorito,
profondamente soave l’accento sulle rosee labbra delle donne di
Sicilia: potente e altamente intonato su la bocca della viril gioventú.
Con tutto ciò quella misera poesia siciliana e pugliese fu tutt’altro,
ripetiamolo, che nazionale.
Allor che il regno di Sicilia e Puglia passò per eredità negli
svevi, spostatosi il centro della politica ghibellina, la coltura
cavalleresca, aulica di sua natura e feudale non ostante qualche
accenno in contrario, seguí dall’alta Italia a Palermo, ove i normanni
le avean preparato la stanza, la corte degli imperatori. Ma le contrade
meridionali trasformano e fanno simili a sé cosí gli uomini come le
piante: bisogna o morirvi o prender l’abito del paese. A quel modo
che gli svevi nel mezzogiorno divennero principi italiani, la poesia
provenzale si fe’ siciliana. Ma, come sotto la simulazione italiana
trasparisce piú d’una volta in Federico secondo la bestialità tedesca,
cosí nella poesia siciliana, sol che guardiate oltre la prima pelle,
vedrete scorrere, languido omai e scolorato, il sangue provenzale.
Ragion vuole che si distinguano alcuni versi da cui spira fresco e
odorato un alito di sensibile voluttà o da cui rompe alcun grido di
passione degno d’un popolo misto di sangue greco e di arabo, che si
avverta ad alcuni echi dell’idillio di Teocrito, ad alcune melodie
che prenunziano il Mèli. E cotesta, qualunque siasi, è poesia che esce
dall’ordine delle inspirazioni e forme cavalleresche: son frammenti di
un’arte paesana e di popolo, anteriore alle imitazioni occitaniche: son
faville di quella letteratura sensuale ed ardente che si addimostrerà
poi nelle novelle del Boccaccio, nelle ballate del Poliziano, nelle
pastorali del Tasso e del Guarino. Ma quelle rime auliche, quelle rime
della cosí detta academia fondata da Federico secondo, quelle rime oh
che misera cosa son esse! Né la miseria loro procede già dai difetti
che son quasi necessari in arte nascente. Che anzi la pretensione v’è
troppa: v’è arguzia, v’è sforzo, v’è erudizione accattata; v’è, innanzi
alle academie propriamente dette, il colore academico: è il balbettare
infantile della decrepitezza. E di fatti la poesia cavalleresca fu,
dopo pochi anni di esistenza, ridotta al verde: lasciate pure che
sotto il patrocinio di Manfredi la sua fiammolina si allarghi ancora
tra i ghibellini di Toscana; lasciate queste illusioni di vitalità
alla povera moribonda. Ella trascinerà la sua poca vita fino al 1266,
poi cadrà anch’ella su ’l campo di Benevento; e il compianto che un
trovator provenzale scioglierà su la morte del re tedesco nato in
Italia sarà ad un tempo il canto di requie a una generazione di poeti
defunti.
Mentre i cavalieri angioini si spartivano co’ piedi i tesori di casa
sveva, e un ribaldo dell’esercito di Carlo gittava il corpo del re di
Sicilia, del re dei poeti e delle belle, ignudo e sozzo di polvere
e sangue, a traverso un asino, gridando pe ’l campo — Chi compra
Manfredi? —; mentre de’ suoi baroni un solo, il prigioniere conte
Giordano Lancia, osava riconoscere il suo re e lacrimando e piangendo
abbracciarne il cadavere; mentre niuno dei rimatori cortigiani di
Sicilia e di Puglia aveva un accento di dolore per il nipote di tanti
imperatori caduto con la sua casa e co ’l suo regno in battaglia; un
povero trovatore straniero, Americo di Peguilhan, si ricordò di lui,
di lui che ne’ bei dí della gloria avrà a pena fatto un cenno di grazia
al poeta. E — Tutti gli onori, cantava, tutte le azioni gloriose furono
guaste e messe in fondo il giorno che morte uccise colui che meglio le
pregiava, il piú piacente che nascesse mai di madre umana, il valente
re Manfredi che fu capitano di valore e di ogni virtú. Ora l’onore
se ne va solo e piangendo, ché non è uomo né cosa che a sé lo chiami,
non è conte né marchese né re che si faccia innanzi e lo inviti. Ora
il disonore fa tutto ciò che mai volle fare. Per tutto il mondo e per
tutt’i mari voglio che vada questo mio sirventese, se potesse trovar
uomo che gli sapesse dir nuove del re Artú e quando dee rivenire. —
Re Arturo, o poeta, dorme ben forte nelle grotte armoricane di sua
sorella Morgana, e non torna piú: i cavalieri e i trovatori della
dolce Provenza giacciono per sempre schiacciati sotto le ruine dei loro
castelli messi a fuoco dai gentiluomini francesi e dai frati spagnuoli:
il re Manfredi non ode, sotto la «grave mora» degli Angioini, il tuo
compianto. I re se ne vanno, o poeta, ma l’onore rimane, e la poesia
alla loro morte rinasce. La cavalleria è morta, ben veramente morta;
ma le succede il popolo. Firenze, ove è già nato Dante, ove stan per
nascere il Petrarca e il Boccaccio, non ha per suo grido di guerra
nome alcuno d’imperatore o di re o di barone; ella «in poca piazza fa
mirabil cose» con due parole plebee, Popolo e Libertà.