IV.

Del resto, che del mancato svolgimento d’una letteratura nazionale

in Lombardia, non debba recarsi la cagione a solo il dialetto, ma sí

piú tosto al principio cavalleresco che informò quel periodo, anche

da questo apparisce: quasi allo stesso tempo che in Lombardia, al

mezzogiorno, secondo centro d’attrazione alla vita nuova d’Italia, si

può determinare un terzo periodo letterario, che pur s’incastra per il

tempo nel periodo lombardo, ed è il siculo; e questo in un dialetto che

fu veramente idealizzato a idioma letterario, o che almeno molto influí

e contribuí nella lingua letteraria, tanto che da Dante e dal Petrarca

si dà a’ siciliani l’onor del primato di tempo, che par difficile

contrastare, nella volgar poesia: e tuttavia anche il periodo siculo

è nazionale solo nelle forme esterne, e non in tutte. E pure se il

principio cavalleresco avesse mai potuto esser cagione efficace da per

sé solo di propria e nazionale letteratura, qual migliore occasione,

qual miglior tempo, qual miglior luogo di quello!

L’ideale cavalleresco, che oltre alpe cominciava già a illanguidire,

pareva allora raccogliere i raggi piú puri intorno al biondo capo del

giovine imperador di Soavia: con lui era da principio la chiesa, ed

egli conducea le crociate; e quando la chiesa l’abbandonò, gli vennero

fedeli a’ due lati la scienza e la forza: ricco e bello ed ameno

il paese, se altro mai, e lungo i fiorenti e odorati seni del Ionio

sonante ancora delle sacre armonie della musa greca: molle, colorito,

profondamente soave l’accento sulle rosee labbra delle donne di

Sicilia: potente e altamente intonato su la bocca della viril gioventú.

Con tutto ciò quella misera poesia siciliana e pugliese fu tutt’altro,

ripetiamolo, che nazionale.

Allor che il regno di Sicilia e Puglia passò per eredità negli

svevi, spostatosi il centro della politica ghibellina, la coltura

cavalleresca, aulica di sua natura e feudale non ostante qualche

accenno in contrario, seguí dall’alta Italia a Palermo, ove i normanni

le avean preparato la stanza, la corte degli imperatori. Ma le contrade

meridionali trasformano e fanno simili a sé cosí gli uomini come le

piante: bisogna o morirvi o prender l’abito del paese. A quel modo

che gli svevi nel mezzogiorno divennero principi italiani, la poesia

provenzale si fe’ siciliana. Ma, come sotto la simulazione italiana

trasparisce piú d’una volta in Federico secondo la bestialità tedesca,

cosí nella poesia siciliana, sol che guardiate oltre la prima pelle,

vedrete scorrere, languido omai e scolorato, il sangue provenzale.

Ragion vuole che si distinguano alcuni versi da cui spira fresco e

odorato un alito di sensibile voluttà o da cui rompe alcun grido di

passione degno d’un popolo misto di sangue greco e di arabo, che si

avverta ad alcuni echi dell’idillio di Teocrito, ad alcune melodie

che prenunziano il Mèli. E cotesta, qualunque siasi, è poesia che esce

dall’ordine delle inspirazioni e forme cavalleresche: son frammenti di

un’arte paesana e di popolo, anteriore alle imitazioni occitaniche: son

faville di quella letteratura sensuale ed ardente che si addimostrerà

poi nelle novelle del Boccaccio, nelle ballate del Poliziano, nelle

pastorali del Tasso e del Guarino. Ma quelle rime auliche, quelle rime

della cosí detta academia fondata da Federico secondo, quelle rime oh

che misera cosa son esse! Né la miseria loro procede già dai difetti

che son quasi necessari in arte nascente. Che anzi la pretensione v’è

troppa: v’è arguzia, v’è sforzo, v’è erudizione accattata; v’è, innanzi

alle academie propriamente dette, il colore academico: è il balbettare

infantile della decrepitezza. E di fatti la poesia cavalleresca fu,

dopo pochi anni di esistenza, ridotta al verde: lasciate pure che

sotto il patrocinio di Manfredi la sua fiammolina si allarghi ancora

tra i ghibellini di Toscana; lasciate queste illusioni di vitalità

alla povera moribonda. Ella trascinerà la sua poca vita fino al 1266,

poi cadrà anch’ella su ’l campo di Benevento; e il compianto che un

trovator provenzale scioglierà su la morte del re tedesco nato in

Italia sarà ad un tempo il canto di requie a una generazione di poeti

defunti.

Mentre i cavalieri angioini si spartivano co’ piedi i tesori di casa

sveva, e un ribaldo dell’esercito di Carlo gittava il corpo del re di

Sicilia, del re dei poeti e delle belle, ignudo e sozzo di polvere

e sangue, a traverso un asino, gridando pe ’l campo — Chi compra

Manfredi? —; mentre de’ suoi baroni un solo, il prigioniere conte

Giordano Lancia, osava riconoscere il suo re e lacrimando e piangendo

abbracciarne il cadavere; mentre niuno dei rimatori cortigiani di

Sicilia e di Puglia aveva un accento di dolore per il nipote di tanti

imperatori caduto con la sua casa e co ’l suo regno in battaglia; un

povero trovatore straniero, Americo di Peguilhan, si ricordò di lui,

di lui che ne’ bei dí della gloria avrà a pena fatto un cenno di grazia

al poeta. E — Tutti gli onori, cantava, tutte le azioni gloriose furono

guaste e messe in fondo il giorno che morte uccise colui che meglio le

pregiava, il piú piacente che nascesse mai di madre umana, il valente

re Manfredi che fu capitano di valore e di ogni virtú. Ora l’onore

se ne va solo e piangendo, ché non è uomo né cosa che a sé lo chiami,

non è conte né marchese né re che si faccia innanzi e lo inviti. Ora

il disonore fa tutto ciò che mai volle fare. Per tutto il mondo e per

tutt’i mari voglio che vada questo mio sirventese, se potesse trovar

uomo che gli sapesse dir nuove del re Artú e quando dee rivenire. —

Re Arturo, o poeta, dorme ben forte nelle grotte armoricane di sua

sorella Morgana, e non torna piú: i cavalieri e i trovatori della

dolce Provenza giacciono per sempre schiacciati sotto le ruine dei loro

castelli messi a fuoco dai gentiluomini francesi e dai frati spagnuoli:

il re Manfredi non ode, sotto la «grave mora» degli Angioini, il tuo

compianto. I re se ne vanno, o poeta, ma l’onore rimane, e la poesia

alla loro morte rinasce. La cavalleria è morta, ben veramente morta;

ma le succede il popolo. Firenze, ove è già nato Dante, ove stan per

nascere il Petrarca e il Boccaccio, non ha per suo grido di guerra

nome alcuno d’imperatore o di re o di barone; ella «in poca piazza fa

mirabil cose» con due parole plebee, Popolo e Libertà.

Pagine di storia letteraria · 第 30 / 157 题