Se non che, quando il settentrione della penisola diventò primo campo
alle battaglie del risvegliato elemento romano, o perché il movimento
letterario della nuova lingua non si accompagnò alla vitale contesa
dei comuni lombardi con l’impero e alla vittoria che la coronò? Perché
non si manifestò egli da prima nella valle del Po e dell’Adige, tutta
ancora fremente dell’ardore della riscossa? perché, in quella vece,
i monumenti letterari di cotesta gloriosa regione in cotesta età
gloriosissima sono eglino, tutti da prima, e quasi tutti anche di poi,
in lingua provenzale?
Probabilmente anche tra noi il primo impulso a una poesia artifiziosa
in lingua nuova mosse dal principio cavalleresco, che raggiunse il
sommo dell’esser suo prima che fosse maturo il nazionale. Ora il
principio cavalleresco si manifestò con le imitazioni delle corti di
Provenza e con la importazione della poesia provenzale in Lombardia,
o piú largamente nella Italia superiore, da mezzo l’imperare del
Barbarossa a tutto il regno di Federico secondo. Perocchè i trovadori
provenzali, gente di corte attratta dal barbaglio dell’acciaio e
dell’oro, cominciarono a passare in Italia all’occasione delle varie
calate del Barbarossa, e, seguitando il campo o la corte di lui e alle
varie corti feudali accogliendosi che allora in Italia fiorivano, vi
portarono con le piú belle costumanze e co’ piú fini riti di cavalleria
tutto il corpo della poesia loro, la lirica meglio loro propria e i
romanzi che per lo piú imitarono dalla Francia settentrionale. A questa
prima immigrazione una piú stabile ne seguitò nei primi trent’anni del
secolo decimoterzo, massimamente quando la spada di Simone di Montfort
ebbe reciso nel proprio terreno quel lieto e gentil fiore della coltura
occitanica. Allora i trovadori, e altri che della _gaia scienza_ si
facevano un mestiero per vivere, ripararono in Italia, quando a punto
la potenza ghibellina e con essa il principio cavalleresco pareva
raffermarsi tra noi mediante il naturalizzarsi dell’impero con Federico
secondo. A questo tempo la imitazione delle cortesie e delle fantasie
cavalleresche risplende nelle feste, nelle costumanze, nei nomi; e non
fu solamente dei signori e feudatarii, ma e dei cittadini de’ nuovi
comuni che pure in ciò vollero venire in gara con quelli. Ne seguí la
coltura anche tra noi della _gaia scienza_, la quale aveva raggiunto
la perfezione artistica nella poesia provenzale. Ma questa poesia era
tale un sistema artificioso d’idee complicate e riflesse, di sentimenti
squisiti e affettati, di convenute sottigliezze e di forme consacrate e
immutabili, che ricercava una lingua, se non doviziosa, raffinatissima
e nata insieme con i concetti tutti speciali a cui doveva adattarsi.
Ora i dialetti dell’Italia superiore, ispidi di per sé né politi
dall’uso o al piú adoperati in un’arte di popolo semplicissima e
primordiale, erano tutt’altro che acconci a ricevere la studiatissima
forma trovadorica e a rendere le sottigliezze dell’amore cavalleresco.
Il perché parve ai nostri piú agevol cosa l’usare a ciò la lingua
stessa provenzale, che del resto era anche la lingua di moda, come
piú tardi fu la francese, del piú bel fiore della cavalleria europea.
Cosí pigliando le mosse da Nizza e giú per la riviera toccando Genova
e spingendosi alle foci della Magra, risalendo poi Monferrato sino a
Torino, sostando oltre Po e Pavia e a Milano e su ’l Mincio a Mantova,
montando per il Friuli e discendendo a Venezia e ripassando in fine
il Po da Ferrara a Bologna, in poco piú di mezzo secolo, da Alberto
Malaspina marchese di Lunigiana che rimava circa il 1204 fino a mastro
Ferrari che visse alla corte di Azzo settimo estense, possiamo contare
un venticinque italiani i quali cantarono in provenzale: due soli,
tra essi, toscani; feudatarii quasi tutti, e, salvo pochissimi, di
parte imperiale, od uomini di corte. E tutt’insieme questi rimatori,
provenzali nativi e italiani che provenzalmente componevano, agitarono
la vita e le passioni entro la valle del Po nelle guerre de’ comuni
con l’impero o de’ comuni co’ grandi feudatarii o de’ feudatari tra
loro, constituendo un secondo periodo letterario, il periodo lombardo,
che s’incastra in parte nel primo periodo latino e precede in parte
e in parte accompagna lo svolgimento del volgare italiano. Certo, in
niuna altra regione d’Italia fiorí la coltura cavalleresca meglio che
in Lombardia e nella Marca trivigiana, ma fu coltura straniera; tanto
che, mentre in Lombardia poetavasi in provenzale, alle corti del Friuli
si parlava francese, e francese si scrisse anche piú tardi in Venezia
e in Bologna da’ poeti cortigiani della cavalleresca casa d’Este. Onde
ciò? Troppo era per avventura mista di sangui diversi la generazione
lombarda, e troppo il sangue predominante era affine al celtico
d’oltr’alpe, onde quella nuova letteratura procedeva. Che se cotesta
mescolanza di sangui fu e allora e di poi argomento di vigore e cagione
di lunga vitalità a quel forte popolo, le impedí anche di dare su
quel súbito la propria impronta all’opera artistica. O forse anche il
principio cavalleresco era tra noi troppo debole, sí che potesse domare
e fecondare un dialetto ancor vergine. Su ’l finire del periodo, circa
il 1250, l’ombra di un nuovo idioma italiano sembrò voler sorgere nelle
parti settentrionali d’Italia e distinguersi dall’italiano del centro,
parve prossima a farsi un’idealizzazione letteraria de’ dialetti
circumpadani: e tentativi di poesia religiosa ci furono nelle cantilene
di fra’ Giacomino da Verona e nelle altre d’ignoti, di poesia borghese
in quelle di fra’ Bonvicino da Riva, e, un po’ piú dopo, d’imitazione
delle rapsodie francesi nel Renardo. Ma era troppo tardi, rispetto
alle condizioni politiche della Italia settentrionale; e quei dialetti
troppo riuscivano all’opera poveri e rozzi, e troppo erano anche
sottomesse le menti agl’influssi d’oltr’alpe, sí che la nazione se ne
potesse giovare. Da altri anni adunque e da altri paesi dové l’Italia
aspettarsi i primi e vigorosi esperimenti d’una propria letteratura in
lingua sua.