III.

Se non che, quando il settentrione della penisola diventò primo campo

alle battaglie del risvegliato elemento romano, o perché il movimento

letterario della nuova lingua non si accompagnò alla vitale contesa

dei comuni lombardi con l’impero e alla vittoria che la coronò? Perché

non si manifestò egli da prima nella valle del Po e dell’Adige, tutta

ancora fremente dell’ardore della riscossa? perché, in quella vece,

i monumenti letterari di cotesta gloriosa regione in cotesta età

gloriosissima sono eglino, tutti da prima, e quasi tutti anche di poi,

in lingua provenzale?

Probabilmente anche tra noi il primo impulso a una poesia artifiziosa

in lingua nuova mosse dal principio cavalleresco, che raggiunse il

sommo dell’esser suo prima che fosse maturo il nazionale. Ora il

principio cavalleresco si manifestò con le imitazioni delle corti di

Provenza e con la importazione della poesia provenzale in Lombardia,

o piú largamente nella Italia superiore, da mezzo l’imperare del

Barbarossa a tutto il regno di Federico secondo. Perocchè i trovadori

provenzali, gente di corte attratta dal barbaglio dell’acciaio e

dell’oro, cominciarono a passare in Italia all’occasione delle varie

calate del Barbarossa, e, seguitando il campo o la corte di lui e alle

varie corti feudali accogliendosi che allora in Italia fiorivano, vi

portarono con le piú belle costumanze e co’ piú fini riti di cavalleria

tutto il corpo della poesia loro, la lirica meglio loro propria e i

romanzi che per lo piú imitarono dalla Francia settentrionale. A questa

prima immigrazione una piú stabile ne seguitò nei primi trent’anni del

secolo decimoterzo, massimamente quando la spada di Simone di Montfort

ebbe reciso nel proprio terreno quel lieto e gentil fiore della coltura

occitanica. Allora i trovadori, e altri che della _gaia scienza_ si

facevano un mestiero per vivere, ripararono in Italia, quando a punto

la potenza ghibellina e con essa il principio cavalleresco pareva

raffermarsi tra noi mediante il naturalizzarsi dell’impero con Federico

secondo. A questo tempo la imitazione delle cortesie e delle fantasie

cavalleresche risplende nelle feste, nelle costumanze, nei nomi; e non

fu solamente dei signori e feudatarii, ma e dei cittadini de’ nuovi

comuni che pure in ciò vollero venire in gara con quelli. Ne seguí la

coltura anche tra noi della _gaia scienza_, la quale aveva raggiunto

la perfezione artistica nella poesia provenzale. Ma questa poesia era

tale un sistema artificioso d’idee complicate e riflesse, di sentimenti

squisiti e affettati, di convenute sottigliezze e di forme consacrate e

immutabili, che ricercava una lingua, se non doviziosa, raffinatissima

e nata insieme con i concetti tutti speciali a cui doveva adattarsi.

Ora i dialetti dell’Italia superiore, ispidi di per sé né politi

dall’uso o al piú adoperati in un’arte di popolo semplicissima e

primordiale, erano tutt’altro che acconci a ricevere la studiatissima

forma trovadorica e a rendere le sottigliezze dell’amore cavalleresco.

Il perché parve ai nostri piú agevol cosa l’usare a ciò la lingua

stessa provenzale, che del resto era anche la lingua di moda, come

piú tardi fu la francese, del piú bel fiore della cavalleria europea.

Cosí pigliando le mosse da Nizza e giú per la riviera toccando Genova

e spingendosi alle foci della Magra, risalendo poi Monferrato sino a

Torino, sostando oltre Po e Pavia e a Milano e su ’l Mincio a Mantova,

montando per il Friuli e discendendo a Venezia e ripassando in fine

il Po da Ferrara a Bologna, in poco piú di mezzo secolo, da Alberto

Malaspina marchese di Lunigiana che rimava circa il 1204 fino a mastro

Ferrari che visse alla corte di Azzo settimo estense, possiamo contare

un venticinque italiani i quali cantarono in provenzale: due soli,

tra essi, toscani; feudatarii quasi tutti, e, salvo pochissimi, di

parte imperiale, od uomini di corte. E tutt’insieme questi rimatori,

provenzali nativi e italiani che provenzalmente componevano, agitarono

la vita e le passioni entro la valle del Po nelle guerre de’ comuni

con l’impero o de’ comuni co’ grandi feudatarii o de’ feudatari tra

loro, constituendo un secondo periodo letterario, il periodo lombardo,

che s’incastra in parte nel primo periodo latino e precede in parte

e in parte accompagna lo svolgimento del volgare italiano. Certo, in

niuna altra regione d’Italia fiorí la coltura cavalleresca meglio che

in Lombardia e nella Marca trivigiana, ma fu coltura straniera; tanto

che, mentre in Lombardia poetavasi in provenzale, alle corti del Friuli

si parlava francese, e francese si scrisse anche piú tardi in Venezia

e in Bologna da’ poeti cortigiani della cavalleresca casa d’Este. Onde

ciò? Troppo era per avventura mista di sangui diversi la generazione

lombarda, e troppo il sangue predominante era affine al celtico

d’oltr’alpe, onde quella nuova letteratura procedeva. Che se cotesta

mescolanza di sangui fu e allora e di poi argomento di vigore e cagione

di lunga vitalità a quel forte popolo, le impedí anche di dare su

quel súbito la propria impronta all’opera artistica. O forse anche il

principio cavalleresco era tra noi troppo debole, sí che potesse domare

e fecondare un dialetto ancor vergine. Su ’l finire del periodo, circa

il 1250, l’ombra di un nuovo idioma italiano sembrò voler sorgere nelle

parti settentrionali d’Italia e distinguersi dall’italiano del centro,

parve prossima a farsi un’idealizzazione letteraria de’ dialetti

circumpadani: e tentativi di poesia religiosa ci furono nelle cantilene

di fra’ Giacomino da Verona e nelle altre d’ignoti, di poesia borghese

in quelle di fra’ Bonvicino da Riva, e, un po’ piú dopo, d’imitazione

delle rapsodie francesi nel Renardo. Ma era troppo tardi, rispetto

alle condizioni politiche della Italia settentrionale; e quei dialetti

troppo riuscivano all’opera poveri e rozzi, e troppo erano anche

sottomesse le menti agl’influssi d’oltr’alpe, sí che la nazione se ne

potesse giovare. Da altri anni adunque e da altri paesi dové l’Italia

aspettarsi i primi e vigorosi esperimenti d’una propria letteratura in

lingua sua.

Pagine di storia letteraria · 第 29 / 157 题