Della vitalità tra noi del latino dobbiamo certo in gran parte riferir
la cagione al principio religioso, il quale rappresentando allora una
specie di gerarchica civiltà avea consacrato l’idioma dell’antico
impero come lingua cattolica sí della chiesa sí della scienza
d’occidente. E ciò poté piú efficacemente volere e piú largamente
conseguire in Italia, dove la chiesa era in questo suo intendimento
aiutata dallo stesso principio popolare. Il quale e nella scuola
conservava la tradizione classica, e con le leggi e con le forme del
reggimento mirava tuttavia a Roma; la cui grande imagine stié sempre
dinanzi agli occhi degl’italiani, gli confortò schiavi, gl’inanimò
ribelli, liberi gl’illustrò della sua gloria radiante di tra le ruine,
come la fiammella della lampade mortuaria la quale raccontasi si
serbasse viva a traverso i secoli nella tomba della fanciulla romana
figliuola del grande oratore. Anche per gli altri popoli d’occidente
era il latino la lingua officiale della chiesa e della scuola,
dell’impero e delle leggi: ma fuor di chiesa e del chiostro, al di
qua dei cancelli della corte di giustizia, essi sbrigliavano il volo
delle fantasie e l’impeto degli affetti nei volgari nuovi. Per gli
italiani il latino era la lingua dei padri loro, con la quale avevano
imperato al mondo; la intendevano e la parlavano piú comunemente;
la reputavano sola degna a cui commettere i pensamenti dei savi, le
gesta delle città, il lavorío dell’arte; speravano per avventura di
restituirle l’antico uso di dignità. Per ciò, mentre gli altri popoli
cominciarono ben presto a intessere il racconto epico o a svolgere
il sentimento lirico nei nuovi idiomi, i nostri l’una cosa e l’altra
fecero latinamente. Ebbero anche essi le loro leggende su le barbariche
signorie, su le dinastie che li opprimevano; ma gli avanzi informi
d’una leggenda italica primitiva di Valtario d’Aquitania e di Carlo
Magno e Adelchi giacciono trasfigurati nella cronaca del monastero
della Novalesa. Tentarono di raccogliere le fila dei miti antichi
ondeggianti ancora per l’aere di primavera nei crepuscoli tinti in rosa
dagli ultimi raggi del sole su le vette favolose dei colli etruschi
e latini; ma dei canti misteriosi, che le ninfe o le fate lasciavan
sentire dagli spechi di Fiesole di Chiusi di Volterra, un’eco a pena
è ripercossa nel Ninfale fiesolano e nell’Ameto del Boccaccio e nel
Novelliere di Domenico da Prato. Di quel che le donne fiorentine nelle
veglie severe favoleggiavano «dei troiani, di Fiesole e di Roma», una
traccia rimane, leggera e interrotta, nelle croniche del Malespini
e del Villani; si leggono nelle croniche del Cobelli le vicende dei
discendenti da’ fondatori romani di Forlí mescolate alle gesta dei
signori nuovi goti e longobardi: ma il Malespini attesta di aver
còlto il leggiadro racconto da certe antiche scritture ch’ei vide in
casa d’un gentiluomo vecchio romano, e il Cobelli da altri libri pur
latini d’un cronicatore antico di Ravenna; Roma e Ravenna, le due
città classiche ed imperiali. E da croniche latine antiche delle due
città romane d’Aquileia e Concordia provenne il poema di Attila e de’
suoi italici antagonisti Giano e Foresto, romanzato poi nel secolo
decimoquarto in versi francesi dal bolognese Nicolò Càsola e nel
secolo decimoquinto in prosa popolare veneziana e nel decimosesto in
elegante prosa italiana da Gian Maria Barbieri e da altri in ottave:
documento non unico di tutte le trasformazioni per cui passò la
materia primitiva della nazional letteratura nei primi quattro secoli
originali. Cotesti libri latini del resto, che certamente esisterono e
che potevano dimostrarci l’azione prossima esercitata dalle tradizioni
della patria antichità su le fantasie degl’italiani del medio evo e
darne a divedere l’opera loro di rifusione dell’ideale antico col nuovo
soprannaturale e con la storia di tutti i giorni; cotesti libri, dico,
dopo il fiorir vigoroso della letteratura nazionale e il rifiorire del
classicismo, andarono spregiati e perduti. A ogni modo; e i vestigi
sparsi che avanzano di cosí fatte leggende paesane nelle croniche
latine e volgari fino al secolo decimoquinto; e i lineamenti che un
po’ svaniti o ver caricati pur emergono di quei miti nelle imitazioni
letterarie, nelle rapsodie e nelle fiorite dello stesso tempo; e i
pochi canti lirici latini che sopravvivono interi, ultimo de’ quali
l’epinicio parmense pur ora ricordato; tutto ciò dà fede di un periodo
fossile, per cosí dire, e preistorico della letteratura nazionale:
periodo che da’ Carolingi, se non da innanzi, estendesi a mezzo il
secolo decimoterzo, e nel quale il principio popolare ebbe in lingua
latina una letteratura sua, ma che pur sentí l’influsso degli altri due
principii, l’ecclesiastico e il cavalleresco. E cotesta letteratura
fu certamente il substrato della posteriore in lingua volgare. Cosí
nulla va perduto nel mondo: non l’orma de’ misteriosi augelli primitivi
su l’arena di tanti secoli che s’è fatta pietra, e né pure, quel ch’è
piú mirabile, lo sfiorar dell’ala della fantasia umana su le brume del
passato sfumanti in vetta alla montagna dei secoli. Ma l’uomo non bada.