II.

Della vitalità tra noi del latino dobbiamo certo in gran parte riferir

la cagione al principio religioso, il quale rappresentando allora una

specie di gerarchica civiltà avea consacrato l’idioma dell’antico

impero come lingua cattolica sí della chiesa sí della scienza

d’occidente. E ciò poté piú efficacemente volere e piú largamente

conseguire in Italia, dove la chiesa era in questo suo intendimento

aiutata dallo stesso principio popolare. Il quale e nella scuola

conservava la tradizione classica, e con le leggi e con le forme del

reggimento mirava tuttavia a Roma; la cui grande imagine stié sempre

dinanzi agli occhi degl’italiani, gli confortò schiavi, gl’inanimò

ribelli, liberi gl’illustrò della sua gloria radiante di tra le ruine,

come la fiammella della lampade mortuaria la quale raccontasi si

serbasse viva a traverso i secoli nella tomba della fanciulla romana

figliuola del grande oratore. Anche per gli altri popoli d’occidente

era il latino la lingua officiale della chiesa e della scuola,

dell’impero e delle leggi: ma fuor di chiesa e del chiostro, al di

qua dei cancelli della corte di giustizia, essi sbrigliavano il volo

delle fantasie e l’impeto degli affetti nei volgari nuovi. Per gli

italiani il latino era la lingua dei padri loro, con la quale avevano

imperato al mondo; la intendevano e la parlavano piú comunemente;

la reputavano sola degna a cui commettere i pensamenti dei savi, le

gesta delle città, il lavorío dell’arte; speravano per avventura di

restituirle l’antico uso di dignità. Per ciò, mentre gli altri popoli

cominciarono ben presto a intessere il racconto epico o a svolgere

il sentimento lirico nei nuovi idiomi, i nostri l’una cosa e l’altra

fecero latinamente. Ebbero anche essi le loro leggende su le barbariche

signorie, su le dinastie che li opprimevano; ma gli avanzi informi

d’una leggenda italica primitiva di Valtario d’Aquitania e di Carlo

Magno e Adelchi giacciono trasfigurati nella cronaca del monastero

della Novalesa. Tentarono di raccogliere le fila dei miti antichi

ondeggianti ancora per l’aere di primavera nei crepuscoli tinti in rosa

dagli ultimi raggi del sole su le vette favolose dei colli etruschi

e latini; ma dei canti misteriosi, che le ninfe o le fate lasciavan

sentire dagli spechi di Fiesole di Chiusi di Volterra, un’eco a pena

è ripercossa nel Ninfale fiesolano e nell’Ameto del Boccaccio e nel

Novelliere di Domenico da Prato. Di quel che le donne fiorentine nelle

veglie severe favoleggiavano «dei troiani, di Fiesole e di Roma», una

traccia rimane, leggera e interrotta, nelle croniche del Malespini

e del Villani; si leggono nelle croniche del Cobelli le vicende dei

discendenti da’ fondatori romani di Forlí mescolate alle gesta dei

signori nuovi goti e longobardi: ma il Malespini attesta di aver

còlto il leggiadro racconto da certe antiche scritture ch’ei vide in

casa d’un gentiluomo vecchio romano, e il Cobelli da altri libri pur

latini d’un cronicatore antico di Ravenna; Roma e Ravenna, le due

città classiche ed imperiali. E da croniche latine antiche delle due

città romane d’Aquileia e Concordia provenne il poema di Attila e de’

suoi italici antagonisti Giano e Foresto, romanzato poi nel secolo

decimoquarto in versi francesi dal bolognese Nicolò Càsola e nel

secolo decimoquinto in prosa popolare veneziana e nel decimosesto in

elegante prosa italiana da Gian Maria Barbieri e da altri in ottave:

documento non unico di tutte le trasformazioni per cui passò la

materia primitiva della nazional letteratura nei primi quattro secoli

originali. Cotesti libri latini del resto, che certamente esisterono e

che potevano dimostrarci l’azione prossima esercitata dalle tradizioni

della patria antichità su le fantasie degl’italiani del medio evo e

darne a divedere l’opera loro di rifusione dell’ideale antico col nuovo

soprannaturale e con la storia di tutti i giorni; cotesti libri, dico,

dopo il fiorir vigoroso della letteratura nazionale e il rifiorire del

classicismo, andarono spregiati e perduti. A ogni modo; e i vestigi

sparsi che avanzano di cosí fatte leggende paesane nelle croniche

latine e volgari fino al secolo decimoquinto; e i lineamenti che un

po’ svaniti o ver caricati pur emergono di quei miti nelle imitazioni

letterarie, nelle rapsodie e nelle fiorite dello stesso tempo; e i

pochi canti lirici latini che sopravvivono interi, ultimo de’ quali

l’epinicio parmense pur ora ricordato; tutto ciò dà fede di un periodo

fossile, per cosí dire, e preistorico della letteratura nazionale:

periodo che da’ Carolingi, se non da innanzi, estendesi a mezzo il

secolo decimoterzo, e nel quale il principio popolare ebbe in lingua

latina una letteratura sua, ma che pur sentí l’influsso degli altri due

principii, l’ecclesiastico e il cavalleresco. E cotesta letteratura

fu certamente il substrato della posteriore in lingua volgare. Cosí

nulla va perduto nel mondo: non l’orma de’ misteriosi augelli primitivi

su l’arena di tanti secoli che s’è fatta pietra, e né pure, quel ch’è

piú mirabile, lo sfiorar dell’ala della fantasia umana su le brume del

passato sfumanti in vetta alla montagna dei secoli. Ma l’uomo non bada.

Pagine di storia letteraria · 第 28 / 157 题