Quando contro la potenza di Federico secondo, che dal mezzogiorno
riallargavasi ingrossando verso il settentrione solo a tempo
abbandonato dal padre suo, si stringeva la seconda lega delle città
lombarde, Tirteo della libera gesta fu Pier della Caravana, piemontese.
Egli cantava: «Ecco il nostro imperadore che raccoglie gran gente.
Lombardi, guardatevi bene, che non siate ridotti peggio che schiavi
comprati, se non durate fermi.... Sovvengavi dei valenti baroni di
Puglia, i quali nelle loro case non hanno oramai che dolore: guardate
non avvenga altrettanto di voi. Non vogliate amare la gente di Lamagna,
non vi piaccia usare la sua compagnia; lungi, lungi da voi questi cani
arrabbiati. Dio salvi Lombardia, Bologna e Milano e loro consorti, e
Brescia e ’l mantovano, e i buoni marchigiani, sí che niuno di loro
sia servo». Cosí il nobile Piemonte dava all’Italia il primo poeta
di libertà. Ma egli poetava in provenzale: oh perchè non suonò nella
lingua della patria la fierezza di quei sensi, l’ardenza di quei versi,
e il martellar feroce del ritornello finale,
Lombart, be us gardatz
Que ia non siatz
Peier que compratz
Si ferm non estatz!
E già prima, circa il 1195, quando Lombardia erasi anche levata contro
Arrigo sesto, all’espressione dell’odio popolare contro il tedesco avea
dato violenti forme in provenzale Pier Vidal. All’incontro, la vittoria
parmense del 1248 che dette il colpo mortale a Federico secondo, quando
il plebeo Gambacorta predò la corona imperiale mostruosa di ricchezza
e di peso, fu cantata in latino: in latino l’epinicio guelfo annunziava
alle città confederate di Milano, di Bologna, di Venezia, d’Ancona, che
«il Signore levossi a tutela della nostra libertà e già apparve alla
città sua di Parma».
Ora questo fatto delle battaglie nazionali d’un popolo nuovo cantate in
lingua straniera o antica a troppi altri consimili fatti succede; sí
che non se ne vogliano sottilmente ricercare e discorrere le ragioni.
Con che ci verrà fatto di rinvenire il perché s’indugiasse di tanto
il volgare italiano a manifestarsi nell’opera letteraria, e di segnare
i termini de’ periodi che a quella manifestazione furono innanzi e le
ragioni varie dei fenomeni che vi si svolser per entro.