Il principio ecclesiastico dunque era comune a tutta la cristianità,
comune a tutta la feudalità europea il principio cavalleresco; né
abbiamo ancora trovato un che di speciale all’Italia. In fatti, fino a
un certo punto dei nostri annali, del solo elemento straniero e della
razza dominatrice è l’istoria; e che osi affrontarla con ardimento
che talvolta veste sembianze di opposizione nazionale e democratica
non v’è che il chiericato. Ma intanto, all’ombra della chiesa, un
terzo elemento dalle gilde commerciali e dalle maestranze delle arti
avanzava a poco a poco alla massa alla credenza al comune, e nelle
contese tra pontefici e imperatori sórse, terzo e piú vero potere, fin
allora sconosciuto ed oppresso; ma con lui e per lui stava il diritto
e la forza e l’avvenire; e chiamavasi, con nome nella storia d’Italia
eternamente memorando, il popolo. Quel popolo, che altrove rimasto
terzo stato aiutò i monarchi a snervare ed abbattere il clero e la
nobiltà, qui all’ardita opera procedé primo e solo. E, come egli era
in effetto il risvegliato elemento romano, cosí l’opera sua di civiltà
è essenzialmente pratica, e il movimento ideale è di restaurazione
e continuazione delle tradizioni antiche. Né queste son fantasie
indettate da un postumo classicismo. Interrogate le vecchie cronache
delle nostre città; e udite come tutte amino fidare le loro origini
alla protezione del gran nome di Roma, quali germogli novelli sotto
la materna ombra dell’albero antico. Udite, nella canzone delle scólte
modenesi che guardano la città dagli Unni, la ricordanza del vegliare
di Ettore sopra Troia; udite il favoleggiare delle donne fiorentine su
Fiesole e Roma, e i nomi di Catilina e di Cesare innestati alle origini
della città guelfa: udite il rapsodo latino della vittoria pisana su
i saracini affermare ch’ei rinnova la memoria degli antichi romani e
della guerra cartaginese. Vedete Firenze serbare con gelosa cura il
tronco del suo Marte, opporsi Milano che non si abbatta il suo Ercole,
Padova mostrar la tomba di Antenore, Mantova stampar nel conio delle
monete l’imagine di Virgilio e cantarne il nome nei sacri ufficii, i
pescatori di Messina rinnovare a ogni anno la processione di Saturno
e di Rea. Volevasi dimenticare la barbarie impiantatasi su le rovine
italiche: in certi giorni, a certe rimembranze, torcevasi quasi la
faccia dalla croce di Cristo per salutare ancora una volta gl’iddii
dell’Italia vittoriosa: il paganesimo perdurava. Della qual devozione
alle tradizioni antiche, come, per ciò che spetta a reggimento, fu
insigne testimone nel secolo duodecimo Arnaldo, cosí fu nelle lettere
il grammatico Vilgardo, che teneva scuola a Ravenna, nel secolo
undecimo. Il quale di tanto amore s’era preso pei solenni scrittori
dell’antichità, che insegnava doversi a tutti i loro dettati ed in
tutto prestare credenza, ed altre cose molte contrarie alla fede; e
credea vedere nella notte le ombre gloriose di Virgilio di Orazio e
di Giovenale, che, ringraziatolo del culto onde in secolo infelice ei
proseguiva le sacre e diredate lettere, gli promettevano di metterlo
a parte della lor gloria. Delirii innocenti dell’infelice grammatico,
se il chiericato desto sempre contro le lettere profane, che gli erano
sospette quando non coltivate da lui, non avesse sentenziato le ombre
degli antichi poeti esser demoni!, lui eretico e condannabile, perocché
troppi, aggiungea notabilmente la sentenza, erano in Italia gl’ingegni
macchiati dalla stessa labe.
Se non che, questa forza vitale che fermentò lunghi secoli occulta ne’
residui dell’antica Italia, che fu come il glutine della nuova Italia,
che per ciò può direttamente considerarsi come l’elemento nazionale,
non è del resto un proprio e puro elemento. Ma è anzi una forza
complessa, che si spiega per due maniere di azione in effetti, se non
opposti, diversi. Per una parte, in quanto ella mira alla ristorazione
alla conservazione alla unità nelle forme delle instituzioni e
dell’arte, in quanto ella torna a un ideale di nazione di letteratura
di stile, il suo elemento è romano, e l’azione sua è dotta e
aulica: per un’altra parte, in quanto ella tende al rinnovamento e
alla varietà, e si produce nelle mille forme dialettali rapsodiche
tradizionali della regione e del comune, il suo elemento è l’italico
della guerra sociale, e l’azione sua è popolare o plebea.