Di faccia alla chiesa sorge la barbarie, o, diciam meglio, la
società di conquista, rappresentata nella civiltà e nella letteratura
cavalleresca. Ma dell’elemento cavalleresco, per quanto diversamente
si modificasse nelle sue molteplici congiunzioni al genio paesano,
non dubitiamo asserire che fu straniero fra noi e importato. È
esso l’espressione artistica di quella generazione che le conquiste
longobarde franche sassoni alemanne lasciarono su ’l nostro suolo,
di quella generazione che, per le origini sue germaniche tenendo
all’individualismo, si ordinò nella feudalità, fiorí vigorosa da
Carlomagno al Barbarossa, e prima ribellante si legò poi per la maggior
parte agl’imperatori nelle guerre d’investitura e contro i comuni, sin
che vinta da questi si assembrò entro un cerchio di mura coi vincitori,
durando tuttavia la primitiva e necessaria discordia nelle parti e
nei nomi di ghibellini o di grandi, di guelfi o di popolo. Ella ebbe
le inspirazioni e le forme dell’arte fuori d’Italia: di qual maniera,
vediamo. Fermatisi gl’invasori con obblighi da prima reciproci su
le terre conquistate, da poi col mutar delle signorie e col mancar
d’una supremazia legislativa certa raggiunsero quella indipendenza
individuale, che è un istinto speciale delle razze germaniche. Ne
vennero quelle forze personali dominanti la scomposta società del medio
evo, rappresentante nei tipi dell’epopea romanzesca; la quale, vero
mito della società feudale, ha tanti protagonisti quanti attori, tanti
episodi quanti i fatti de’ singoli eroi. Allora accadde che la società
barbarica si scompose in mille piccole unità; e un sol diritto parea
presso ad emergere dall’anarchia europea, quel della forza. La chiesa
accorse al riparo tentando di collegare e disciplinare sotto un vincolo
religioso tanta baldanza di personalità vigorose. A tutelare la società
dalla forza brutale con la forza disciplinata ne risultò la cavalleria:
della quale non può negarsi essere stati ecclesiastici i cominciamenti,
chi pensi alle forme religiose che ne consacravano i diversi gradi e al
mito del _sangraal_, che altro non è se non simbolo dell’eucaristia.
Cotesti uomini, o raccolti nella vita dei castelli solitari o agitati
nei contrasti di quella cupa lor società, nutriron forti gli affetti,
il culto delle tradizioni della famiglia e dell’ordine loro, il
sentimento dell’onore, l’amore dagl’instituti germanici e dalle
dottrine cristiane fatto piú severo e ideale. Ma i sentimenti, per
forti che siano, hanno, a tradursi nell’arte, bisogno d’un attrito
col mondo esteriore; e i baroni, sol quando riuniti su ’l campo delle
crociate, trovarono al principio cavalleresco la forma estetica. Allora
le tradizioni delle varie genti si fermarono in un’epopea nuova; e
la chiesa, che prima le aveva riprovate e tentato distruggerle nella
forma dei canti nazionali, le consacrò col suggello della religione; e
religione, amore, onore, individualità, avventure informarono quelle
mille epopee che non hanno né oggetto né termine. Il sentimento
delle nuove razze del medio evo, cosí intenso per lo innanzi nella
solitudine, evaporò a poco a poco in una folla di parvenze bizzarre,
che si accavallavano le une alle altre tumultuando e sfumavano a un
tratto. Termini di tempi, di luoghi, di genti scomparvero; e una
metafora originava gli eroi e le geste. Ora tutto ciò non poteva
convenire con gli spiriti romanamente pratici e sociali del popolo
italiano: di piú l’ordine feudale da cui moveva e a cui ritornava
la poesia cavalleresca, rimanendo tra noi senza un centro monarchico
nazionale, fu ben presto sopraffatto dall’elemento indigeno e cittadino
con cui per gran parte si fuse: il perché non ebbe mai l’Italia né
cavalleria vera né vera poesia cavalleresca, della quale attinse le
materie e le forme al di fuori, per trasmutarle e rimaneggiarle.