IV.

Di faccia alla chiesa sorge la barbarie, o, diciam meglio, la

società di conquista, rappresentata nella civiltà e nella letteratura

cavalleresca. Ma dell’elemento cavalleresco, per quanto diversamente

si modificasse nelle sue molteplici congiunzioni al genio paesano,

non dubitiamo asserire che fu straniero fra noi e importato. È

esso l’espressione artistica di quella generazione che le conquiste

longobarde franche sassoni alemanne lasciarono su ’l nostro suolo,

di quella generazione che, per le origini sue germaniche tenendo

all’individualismo, si ordinò nella feudalità, fiorí vigorosa da

Carlomagno al Barbarossa, e prima ribellante si legò poi per la maggior

parte agl’imperatori nelle guerre d’investitura e contro i comuni, sin

che vinta da questi si assembrò entro un cerchio di mura coi vincitori,

durando tuttavia la primitiva e necessaria discordia nelle parti e

nei nomi di ghibellini o di grandi, di guelfi o di popolo. Ella ebbe

le inspirazioni e le forme dell’arte fuori d’Italia: di qual maniera,

vediamo. Fermatisi gl’invasori con obblighi da prima reciproci su

le terre conquistate, da poi col mutar delle signorie e col mancar

d’una supremazia legislativa certa raggiunsero quella indipendenza

individuale, che è un istinto speciale delle razze germaniche. Ne

vennero quelle forze personali dominanti la scomposta società del medio

evo, rappresentante nei tipi dell’epopea romanzesca; la quale, vero

mito della società feudale, ha tanti protagonisti quanti attori, tanti

episodi quanti i fatti de’ singoli eroi. Allora accadde che la società

barbarica si scompose in mille piccole unità; e un sol diritto parea

presso ad emergere dall’anarchia europea, quel della forza. La chiesa

accorse al riparo tentando di collegare e disciplinare sotto un vincolo

religioso tanta baldanza di personalità vigorose. A tutelare la società

dalla forza brutale con la forza disciplinata ne risultò la cavalleria:

della quale non può negarsi essere stati ecclesiastici i cominciamenti,

chi pensi alle forme religiose che ne consacravano i diversi gradi e al

mito del _sangraal_, che altro non è se non simbolo dell’eucaristia.

Cotesti uomini, o raccolti nella vita dei castelli solitari o agitati

nei contrasti di quella cupa lor società, nutriron forti gli affetti,

il culto delle tradizioni della famiglia e dell’ordine loro, il

sentimento dell’onore, l’amore dagl’instituti germanici e dalle

dottrine cristiane fatto piú severo e ideale. Ma i sentimenti, per

forti che siano, hanno, a tradursi nell’arte, bisogno d’un attrito

col mondo esteriore; e i baroni, sol quando riuniti su ’l campo delle

crociate, trovarono al principio cavalleresco la forma estetica. Allora

le tradizioni delle varie genti si fermarono in un’epopea nuova; e

la chiesa, che prima le aveva riprovate e tentato distruggerle nella

forma dei canti nazionali, le consacrò col suggello della religione; e

religione, amore, onore, individualità, avventure informarono quelle

mille epopee che non hanno né oggetto né termine. Il sentimento

delle nuove razze del medio evo, cosí intenso per lo innanzi nella

solitudine, evaporò a poco a poco in una folla di parvenze bizzarre,

che si accavallavano le une alle altre tumultuando e sfumavano a un

tratto. Termini di tempi, di luoghi, di genti scomparvero; e una

metafora originava gli eroi e le geste. Ora tutto ciò non poteva

convenire con gli spiriti romanamente pratici e sociali del popolo

italiano: di piú l’ordine feudale da cui moveva e a cui ritornava

la poesia cavalleresca, rimanendo tra noi senza un centro monarchico

nazionale, fu ben presto sopraffatto dall’elemento indigeno e cittadino

con cui per gran parte si fuse: il perché non ebbe mai l’Italia né

cavalleria vera né vera poesia cavalleresca, della quale attinse le

materie e le forme al di fuori, per trasmutarle e rimaneggiarle.

Pagine di storia letteraria · 第 22 / 157 题