Discorrere del principio ecclesiastico, e pur della parte che egli
ebbe nel soggetto dell’arte e della letteratura, è cosa difficile e
non senza odio; né io vorrei disconoscere quel bene che la morale
evangelica penetrata nelle instituzioni e nei costumi possa avere
operato. Se non che, la morale evangelica quando mai regnò ella, sola
e pura, su la società del medio evo? e l’età dell’oro del cristianesimo
non la vediamo noi, a mano a mano che risalgasi la storia, allontanarsi
piú sempre e dileguarsi nel buio delle catacombe? e la comunione di
Gesú dove fu ella, dopo la morte degli apostoli? La idea religiosa
dunque, la chiamerò cosí però che nei tempi di mezzo religione e
cristianesimo fu tutt’uno, la idea religiosa, chi la riguardi nel
movimento letterario, si porge molto complessa; ma piú specialmente
si manifesta per due guise d’azione e con due forme: ascetica ed
ecclesiastica. Nella sua parte ascetica, il cristianesimo rimane
orientale, e ritiene la immobilità, e impone l’annegamento del finito
nell’infinito e dell’uomo in Dio: nella parte ecclesiastica, si fa
romano, ed appropriandosi quale retaggio le tendenze universali e le
tradizioni eclettiche dell’impero trasforma a sua foggia il paganesimo
sensuale delle genti latine e il paganesimo naturale delle germaniche
per servirsi dell’uno contro l’altro e vicendevolmente modificarli.
Tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra cielo e terra non v’è
mezzo: lo spirito l’anima il cielo è Gesú; la materia il corpo la
terra, Satana. La natura il mondo la società è Satana; il vuoto il
deserto la solitudine, Gesú. Felicità, dignità, libertà, è Satana;
servitú, mortificazione, dolore, Gesú. E questo Gesú è soave tanto
da scendere co ’l perdono e con l’amore fin tra i dannati; ma a patto
che prima sia l’inferno nell’universo. Questa l’idea della perfezione
cristiana, la cui piú alta astrazione non manifestasi già nei martiri
e nei controversisti, nei quali il fervor della lotta manteneva
ancora l’agitazione del sangue; ma il suo fior piú puro, le cui acute
fragranze inebrian di morte, è l’asceticismo monastico. La stoltezza
della croce, l’obbrobrio del mondo, la sete del dissolvimento, la
rinnegazione della vita, questo è la legge e la filosofia: i Santi
Padri del deserto sono la storia eroica plutarchiana. Nei funerali
pagani le fiamme de’ roghi accompagnavano splendidamente l’ultimo
addio dell’anima al corpo, e le belle urne cinerarie o negli atrii
delle case o nelle vie popolose rammemoravano le virtú civili degli
estinti o commovevano pietosamente gli affetti dei vivi: i miasmi della
putrefazione nel santuario cristiano ammoniscono di continuo l’uomo
della viltà sua, e gl’ispirano a un tempo il disgusto dell’essere
e l’orrore del non essere. Tutto rappresenta la morte; e il dio
crocefisso e gli ossami e gli scheletri esposti alla venerazione su
gli altari han preso il luogo di Apollo e Diana, che lanciavansi,
giovenili forme divine, dal marmo pario negli spazi della vita. E pure,
no ’l negherò già io, quelle idee e quelle rappresentazioni furono
storicamente necessarie ad abbattere per una volta la sozza materialità
dell’impero e ad atterrire i Trimalcioni dell’aristocrazia romana,
tiranni godenti del mondo; furono necessarie a contenere la materialità
selvaggia de’ barbari, a infrenare la forza cieca e orgogliosa dei
discendenti di Attila di Genserico di Clodoveo: con tanta carne e
tanto sangue un po’ d’astinenza ci voleva. E Gesú consolò molte anime
d’oppressi, asciugò molte lacrime di schiavi: nella servitú generale
la chiesa del figliuol del legnaiuolo era pur sempre il ricovero della
libertà e dell’eguaglianza. Ma con idee e con rappresentazioni sí
fatte non vi può essere arte umana; anzi non vi può essere arte del
tutto: non è ella in vero anche l’arte vanità terrena, distrazione
dell’anima, peccato? L’anima cristiana può bene dinanzi a’ suoi
fantasmi prorompere in un grido di terrore, di pietà, di adorazione;
può co’ suoi fantasmi profondarsi in se stessa e sublimarsi negli spazi
dell’infinito; può col pensiero sfrenato dalla solitudine nel vuoto
rigirarsi sopra sé quasi con tanti molinelli fino alla vertigine: ecco
il cantico, la visione, la meditazione; ecco la «Dies iræ» di Tommaso
da Celano, lo «Stabat mater» di Jacopo da Todi, il «Pange lingua» di
Tommaso d’Aquino, le tre piú grandi odi cristiane; ecco la «Imitazione
di Cristo» il piú sublime libro religioso del medio evo e un de’ piú
dannosi libri del mondo; ecco le mille visioni stupende e stupide. Ma
tutto questo è arte? No. Tanto è vero, che, se i critici e i retori
del rinascimento han disdegnato coteste scritture come monumenti
letterari, i dogmatici e i fedeli si scandalizzano quando i critici
e gli estetici odierni le discutono e le trattano come monumenti
letterari. Tra l’aspirazione cristiana e l’arte v’è odio. Tuttavia
quelle idee e quelle rappresentazioni, né pur questo io negherò, non
furono senza utili effetti su l’arte moderna. Sembra, per esempio, che
quel senso profondo della cosí detta letteratura interiore, da Dante e
dal Petrarca al Rousseau e allo Chateaubriand e a’ piú recenti, siasi
per grandissima parte educato nel raccoglimento cui il cristianesimo
avvezzò le anime, nell’analisi della lotta de’ due Adami entro l’uomo,
tanto paventata ed esecrata, ma pur riconosciuta e studiata dagli
osservatori cristiani. Non che il sentimento del mondo interno mancasse
agli antichi; ma per essi avea sempre del naturale, del materiato,
carne e colore. La poesia intima cristiana invece sente l’estenuamento
e ha dell’infermo: ricorda il febbricitante che si tocca il polso e
guardasi l’unghie, e l’etico che si mira allo specchio e si palpa le
braccia smunte e si tenta il petto. Sarà la malattia della conchiglia
che produce la perla, ma è malattia.
Questo, l’ascetismo puro: veniamo ora al principio ecclesiastico
misto. Perocché durar sempre cosí non potevasi: e la chiesa fattasi,
dopo la distruzione dell’antico impero, romana ella, pur serbando
fede teoricamente al suo ideale, riconobbe quel non so che di pagano,
che, a confessione di Agostino, è pur sempre insito nell’uomo; e
seppe giovarsene. Cosí, passati i primi furori, santificò il colosseo
piantandovi la croce; raccolse nel panteon le ossa dei martiri; dedicò
a Maria i tempii di Vesta; dei numi agresti e dei semòni delle campagne
italiche, che si ostinavano a rimanere in vita, fe’ santi; di quelli
delle selve germaniche, demòni e mostri; e cosí contentando l’un popolo
e l’altro preparò materia al lavoro fantastico. Ancora: anatemizzò
i mimi su le piazze, ma gli ribenedisse nei vestiboli delle chiese e
gli accolse a mezzo la celebrazione della messa; proscrisse i poeti
gentili, ma vestí delle loro spoglie i suoi santi. Quasi allo stesso
modo si comportò con la scienza. Distruggere tutta la civiltà passata
non era né possibile né utile: onde cominciò dal cercare un accordo
tra la filosofia pagana e i suoi dogmi, traviando in principio nelle
scuole alessandrine: sopravvenute poi l’età grosse della barbarie,
come avea imposto il nome di Maria al tempio e al culto di Vesta,
cosí indossò alla scienza la tonaca della teologia: indi all’ombra
dei chiostri, con lento processo, nel quale alla larghezza dei primi
filosofi preferí l’angusto metodo dei compilatori del decadimento e dei
commentatori, ella pervenne a cristallizzare il sistema aristotelico
nella scolastica.
Quanto alle forme, avversata in principio la chiesa dall’aristocrazia
politica e letteraria di Roma e ogni forza riconoscendo dalla plebe, il
suo processo, anche in letteratura, cominciò popolare. Dello scadere
la lingua e letteratura romana non fu la chiesa cagione primissima,
ma certo vi conferí potentemente aiutando co’ suoi scrittori lo
scompaginarsi della sintesi grammaticale e della metrica, nobilitando
nelle predicazioni e ne’ libri il sermone rustico e la locuzione
volgare e il ritmo negl’inni. Per tanto ella fu da prima instrumento
efficacissimo alla formazione delle lingue e letterature nuove, alle
quali partecipò dell’inspirazione e dell’afflato orientale: ma come
ogni forza, giunta che sia a condizione di potenza, diviene di natura
sua conservatrice, cosí la chiesa, dinanzi ai barbari e anche dinanzi
al prorompere d’un’altra forza, la popolare, nella manifestazione
delle lingue nuove, si atteggiò a conservatrice, e gelosa, della
lingua latina: con che, tenendo ella dello stile viziato dei tempi
del decadimento romano, fu ragione principalissima di quel fare
concettoso, artifizioso, scolastico, di quella servilità precoce,
che regna nell’opera letteraria del medio evo. Del resto, conservando
la lingua latina e spingendola anche oltre il termine delle antiche
colonie romane, facendone per questa guisa il veicolo onde tutte le
tradizioni e le cognizioni dell’Europa s’incontrarono e mescolarono
tra loro, la chiesa compieva un alto officio: succedendo nell’opera
dell’unificazione civile all’antico impero, ella manteneva a suo modo
la romanità dell’occidente; romanità, glorioso vocabolo, trovato da uno
de’ suoi, da Tertulliano.
Ma ciò tutto in fondo è poco artistico, bisogna pur confessarlo. O
sia che il tipo letterario ecclesiastico è troppo complesso e resulta
d’elementi troppo eterogenei, o sia che esso il cristianesimo puro è
troppo fuor della natura, cotesta religione non ha inspirato che la
lirica e la meditazione: un’epopea evangelica, un dramma cristiano, per
intiero, non è mai riuscito. Ma parzialmente il principio religioso
penetrò tutte quasi le forme artistiche: ma nel medio evo la chiesa
cristiana, conservatrice unica d’una gran lingua, d’una letteratura
e d’una scienza, si mescolò a tutto; a tutto attaccò quella febbre,
quel mal essere, quella nervosa tensione di idee ascetiche e incivili
ed egoistiche, che han fatto del mondo, del sano e luminoso mondo dei
Greci, un ospitale, dalla cui mefite non riesce né pure oggi a noi
di trarci fuora, o ce ne leviamo indolenziti. O come avrebber potuto
trarsene gli uomini del medio evo? Perocché dove non è la chiesa nel
medio evo? Ella restituisce l’impero, o lo combatte; ella benedice la
cavalleria, o la scomunica; ella favoreggia i comuni, o gl’invade;
ella canonizza i dotti, o gli brucia. Tanto meno poteva a questo
predominio sottrarsi la letteratura in Italia; ove la chiesa aveva
accettato e nobilitato la sensualità pagana; ove, mescolando i suoi
spiriti invasori e ambiziosi negli odii nazionali contro lo straniero
ed i nobili, erasi insinuata in tutte quasi le nuove istituzioni; ove
asseriva a sé il vanto della conservata civiltà antica.