III.

Discorrere del principio ecclesiastico, e pur della parte che egli

ebbe nel soggetto dell’arte e della letteratura, è cosa difficile e

non senza odio; né io vorrei disconoscere quel bene che la morale

evangelica penetrata nelle instituzioni e nei costumi possa avere

operato. Se non che, la morale evangelica quando mai regnò ella, sola

e pura, su la società del medio evo? e l’età dell’oro del cristianesimo

non la vediamo noi, a mano a mano che risalgasi la storia, allontanarsi

piú sempre e dileguarsi nel buio delle catacombe? e la comunione di

Gesú dove fu ella, dopo la morte degli apostoli? La idea religiosa

dunque, la chiamerò cosí però che nei tempi di mezzo religione e

cristianesimo fu tutt’uno, la idea religiosa, chi la riguardi nel

movimento letterario, si porge molto complessa; ma piú specialmente

si manifesta per due guise d’azione e con due forme: ascetica ed

ecclesiastica. Nella sua parte ascetica, il cristianesimo rimane

orientale, e ritiene la immobilità, e impone l’annegamento del finito

nell’infinito e dell’uomo in Dio: nella parte ecclesiastica, si fa

romano, ed appropriandosi quale retaggio le tendenze universali e le

tradizioni eclettiche dell’impero trasforma a sua foggia il paganesimo

sensuale delle genti latine e il paganesimo naturale delle germaniche

per servirsi dell’uno contro l’altro e vicendevolmente modificarli.

Tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra cielo e terra non v’è

mezzo: lo spirito l’anima il cielo è Gesú; la materia il corpo la

terra, Satana. La natura il mondo la società è Satana; il vuoto il

deserto la solitudine, Gesú. Felicità, dignità, libertà, è Satana;

servitú, mortificazione, dolore, Gesú. E questo Gesú è soave tanto

da scendere co ’l perdono e con l’amore fin tra i dannati; ma a patto

che prima sia l’inferno nell’universo. Questa l’idea della perfezione

cristiana, la cui piú alta astrazione non manifestasi già nei martiri

e nei controversisti, nei quali il fervor della lotta manteneva

ancora l’agitazione del sangue; ma il suo fior piú puro, le cui acute

fragranze inebrian di morte, è l’asceticismo monastico. La stoltezza

della croce, l’obbrobrio del mondo, la sete del dissolvimento, la

rinnegazione della vita, questo è la legge e la filosofia: i Santi

Padri del deserto sono la storia eroica plutarchiana. Nei funerali

pagani le fiamme de’ roghi accompagnavano splendidamente l’ultimo

addio dell’anima al corpo, e le belle urne cinerarie o negli atrii

delle case o nelle vie popolose rammemoravano le virtú civili degli

estinti o commovevano pietosamente gli affetti dei vivi: i miasmi della

putrefazione nel santuario cristiano ammoniscono di continuo l’uomo

della viltà sua, e gl’ispirano a un tempo il disgusto dell’essere

e l’orrore del non essere. Tutto rappresenta la morte; e il dio

crocefisso e gli ossami e gli scheletri esposti alla venerazione su

gli altari han preso il luogo di Apollo e Diana, che lanciavansi,

giovenili forme divine, dal marmo pario negli spazi della vita. E pure,

no ’l negherò già io, quelle idee e quelle rappresentazioni furono

storicamente necessarie ad abbattere per una volta la sozza materialità

dell’impero e ad atterrire i Trimalcioni dell’aristocrazia romana,

tiranni godenti del mondo; furono necessarie a contenere la materialità

selvaggia de’ barbari, a infrenare la forza cieca e orgogliosa dei

discendenti di Attila di Genserico di Clodoveo: con tanta carne e

tanto sangue un po’ d’astinenza ci voleva. E Gesú consolò molte anime

d’oppressi, asciugò molte lacrime di schiavi: nella servitú generale

la chiesa del figliuol del legnaiuolo era pur sempre il ricovero della

libertà e dell’eguaglianza. Ma con idee e con rappresentazioni sí

fatte non vi può essere arte umana; anzi non vi può essere arte del

tutto: non è ella in vero anche l’arte vanità terrena, distrazione

dell’anima, peccato? L’anima cristiana può bene dinanzi a’ suoi

fantasmi prorompere in un grido di terrore, di pietà, di adorazione;

può co’ suoi fantasmi profondarsi in se stessa e sublimarsi negli spazi

dell’infinito; può col pensiero sfrenato dalla solitudine nel vuoto

rigirarsi sopra sé quasi con tanti molinelli fino alla vertigine: ecco

il cantico, la visione, la meditazione; ecco la «Dies iræ» di Tommaso

da Celano, lo «Stabat mater» di Jacopo da Todi, il «Pange lingua» di

Tommaso d’Aquino, le tre piú grandi odi cristiane; ecco la «Imitazione

di Cristo» il piú sublime libro religioso del medio evo e un de’ piú

dannosi libri del mondo; ecco le mille visioni stupende e stupide. Ma

tutto questo è arte? No. Tanto è vero, che, se i critici e i retori

del rinascimento han disdegnato coteste scritture come monumenti

letterari, i dogmatici e i fedeli si scandalizzano quando i critici

e gli estetici odierni le discutono e le trattano come monumenti

letterari. Tra l’aspirazione cristiana e l’arte v’è odio. Tuttavia

quelle idee e quelle rappresentazioni, né pur questo io negherò, non

furono senza utili effetti su l’arte moderna. Sembra, per esempio, che

quel senso profondo della cosí detta letteratura interiore, da Dante e

dal Petrarca al Rousseau e allo Chateaubriand e a’ piú recenti, siasi

per grandissima parte educato nel raccoglimento cui il cristianesimo

avvezzò le anime, nell’analisi della lotta de’ due Adami entro l’uomo,

tanto paventata ed esecrata, ma pur riconosciuta e studiata dagli

osservatori cristiani. Non che il sentimento del mondo interno mancasse

agli antichi; ma per essi avea sempre del naturale, del materiato,

carne e colore. La poesia intima cristiana invece sente l’estenuamento

e ha dell’infermo: ricorda il febbricitante che si tocca il polso e

guardasi l’unghie, e l’etico che si mira allo specchio e si palpa le

braccia smunte e si tenta il petto. Sarà la malattia della conchiglia

che produce la perla, ma è malattia.

Questo, l’ascetismo puro: veniamo ora al principio ecclesiastico

misto. Perocché durar sempre cosí non potevasi: e la chiesa fattasi,

dopo la distruzione dell’antico impero, romana ella, pur serbando

fede teoricamente al suo ideale, riconobbe quel non so che di pagano,

che, a confessione di Agostino, è pur sempre insito nell’uomo; e

seppe giovarsene. Cosí, passati i primi furori, santificò il colosseo

piantandovi la croce; raccolse nel panteon le ossa dei martiri; dedicò

a Maria i tempii di Vesta; dei numi agresti e dei semòni delle campagne

italiche, che si ostinavano a rimanere in vita, fe’ santi; di quelli

delle selve germaniche, demòni e mostri; e cosí contentando l’un popolo

e l’altro preparò materia al lavoro fantastico. Ancora: anatemizzò

i mimi su le piazze, ma gli ribenedisse nei vestiboli delle chiese e

gli accolse a mezzo la celebrazione della messa; proscrisse i poeti

gentili, ma vestí delle loro spoglie i suoi santi. Quasi allo stesso

modo si comportò con la scienza. Distruggere tutta la civiltà passata

non era né possibile né utile: onde cominciò dal cercare un accordo

tra la filosofia pagana e i suoi dogmi, traviando in principio nelle

scuole alessandrine: sopravvenute poi l’età grosse della barbarie,

come avea imposto il nome di Maria al tempio e al culto di Vesta,

cosí indossò alla scienza la tonaca della teologia: indi all’ombra

dei chiostri, con lento processo, nel quale alla larghezza dei primi

filosofi preferí l’angusto metodo dei compilatori del decadimento e dei

commentatori, ella pervenne a cristallizzare il sistema aristotelico

nella scolastica.

Quanto alle forme, avversata in principio la chiesa dall’aristocrazia

politica e letteraria di Roma e ogni forza riconoscendo dalla plebe, il

suo processo, anche in letteratura, cominciò popolare. Dello scadere

la lingua e letteratura romana non fu la chiesa cagione primissima,

ma certo vi conferí potentemente aiutando co’ suoi scrittori lo

scompaginarsi della sintesi grammaticale e della metrica, nobilitando

nelle predicazioni e ne’ libri il sermone rustico e la locuzione

volgare e il ritmo negl’inni. Per tanto ella fu da prima instrumento

efficacissimo alla formazione delle lingue e letterature nuove, alle

quali partecipò dell’inspirazione e dell’afflato orientale: ma come

ogni forza, giunta che sia a condizione di potenza, diviene di natura

sua conservatrice, cosí la chiesa, dinanzi ai barbari e anche dinanzi

al prorompere d’un’altra forza, la popolare, nella manifestazione

delle lingue nuove, si atteggiò a conservatrice, e gelosa, della

lingua latina: con che, tenendo ella dello stile viziato dei tempi

del decadimento romano, fu ragione principalissima di quel fare

concettoso, artifizioso, scolastico, di quella servilità precoce,

che regna nell’opera letteraria del medio evo. Del resto, conservando

la lingua latina e spingendola anche oltre il termine delle antiche

colonie romane, facendone per questa guisa il veicolo onde tutte le

tradizioni e le cognizioni dell’Europa s’incontrarono e mescolarono

tra loro, la chiesa compieva un alto officio: succedendo nell’opera

dell’unificazione civile all’antico impero, ella manteneva a suo modo

la romanità dell’occidente; romanità, glorioso vocabolo, trovato da uno

de’ suoi, da Tertulliano.

Ma ciò tutto in fondo è poco artistico, bisogna pur confessarlo. O

sia che il tipo letterario ecclesiastico è troppo complesso e resulta

d’elementi troppo eterogenei, o sia che esso il cristianesimo puro è

troppo fuor della natura, cotesta religione non ha inspirato che la

lirica e la meditazione: un’epopea evangelica, un dramma cristiano, per

intiero, non è mai riuscito. Ma parzialmente il principio religioso

penetrò tutte quasi le forme artistiche: ma nel medio evo la chiesa

cristiana, conservatrice unica d’una gran lingua, d’una letteratura

e d’una scienza, si mescolò a tutto; a tutto attaccò quella febbre,

quel mal essere, quella nervosa tensione di idee ascetiche e incivili

ed egoistiche, che han fatto del mondo, del sano e luminoso mondo dei

Greci, un ospitale, dalla cui mefite non riesce né pure oggi a noi

di trarci fuora, o ce ne leviamo indolenziti. O come avrebber potuto

trarsene gli uomini del medio evo? Perocché dove non è la chiesa nel

medio evo? Ella restituisce l’impero, o lo combatte; ella benedice la

cavalleria, o la scomunica; ella favoreggia i comuni, o gl’invade;

ella canonizza i dotti, o gli brucia. Tanto meno poteva a questo

predominio sottrarsi la letteratura in Italia; ove la chiesa aveva

accettato e nobilitato la sensualità pagana; ove, mescolando i suoi

spiriti invasori e ambiziosi negli odii nazionali contro lo straniero

ed i nobili, erasi insinuata in tutte quasi le nuove istituzioni; ove

asseriva a sé il vanto della conservata civiltà antica.

Pagine di storia letteraria · 第 21 / 157 题