II.

Di fatti sin nei primi anni del secolo undecimo sentesi come un

brulicare di vita ancor timida e occulta, che poi scoppierà in lampi e

tuoni di pensieri e di opere: di qui veramente incomincia la storia del

popolo italiano.

Gl’imperatori sassoni, intendendo a frenare l’anarchia ribelle dei

grandi feudatari, ne avevano spezzato i possedimenti, e, confinando

essi nelle contee della campagna, avean trasmesso ai vescovi la

signoria delle città. Vero è che la corruzione già grande della chiesa

spirituale ne divenne maggiore; ma ne crebbe anche, anzi ne rinacque,

la virtú dell’elemento romano; poiché i vescovi, o per essersi il clero

mescolato ai nazionali conquistati e per essere in parte nazionale esso

stesso, o per tener fronte ai feudatari della campagna, si aiutarono

del popolo e soffiarono nelle ceneri ancor calde del municipio.

Cresciuta intanto la corruzione ecclesiastica, i primi imperatori

salici vollero avere la funesta gloria di purificare e riformare la

Chiesa. Ora la chiesa purificata, vale a dire, risanata e rinsanguata,

con quel suo romano organamento rafforzatosi nei secoli, era naturale

che non volesse sopra di sé padroni. Non era ella successa nelle

tradizioni unitarie all’antico impero, avendo suoi prefetti i vescovi

per tutto l’occidente? non era ella che avea creato l’impero nuovo?

Quindi la ruina della casa salica e del dominio tedesco. Gregorio

settimo, toscano e di popolo, apparisce nella istoria come un muro

ciclopico delle città etrusche presso cui era nato: nell’urto contro

di lui, le labarde tedesche volano in ischegge; e come ai promontorii

della sua nativa maremma l’onda del mediterraneo, schiuma impotente

a’ suoi piedi la rabbia dell’imperator salico. Noi né compiangeremo

quell’imperatore né oltraggeremo quel papa: lasciamo certi sfoghi

all’arcadia ghibellina di coloro che odian Pietro per amore di Cesare,

e ammiriamo il popolo; il popolo italiano che, in mezzo a quel fracasso

di tutta Europa, fattosi avanti senza rumore, nelle città riprende ai

vescovi diritti e regalie, nelle campagne batte i feudatari, e un bel

giorno piantatosi in mezzo tra i due contendenti li squadra in aria di

dire: Ci sono anch’io. I due contendenti allora si porsero in fretta

la mano, perocché intesero troppo bene che cosa quel terzo venuto

volesse. E indi a pochi anni Arnaldo da Brescia lo gridò alto — Né papa

né imperatore. Risaliamo il Campidoglio, e ristoriam la repubblica —.

L’Italia s’era rilevata appoggiandosi d’una mano alla croce di Cristo,

ma ben presto aveva disteso l’altra a ricercare tra le rovine di Roma i

fasci consolari.

Il moto politico necessariamente commosse gl’ingegni e le facoltà

artistiche, indirizzando queste nel campo della vita effettiva,

quelli alla coltura specialmente civile. E già sull’aprire del

secolo decimoprimo il tedesco Vippone proponeva ad Arrigo secondo

l’esempio degl’italiani, che tutti facevano ai figlioli sin dai primi

anni imparare, non che lettere, la propria legge; e, su ’l fine del

decimosecondo, Corrado abate uspegense gli ammirava «agguerriti,

discreti, sobrii, parchi nelle spese non necessarie, e soli tra tutt’i

popoli che reggansi a leggi scritte»: stoffa repubblicana in somma

d’uomini pratici, dalla quale non v’è speranza di tagliare trovatori

e menestrelli e perdigiorni poetici. E le città, ferventi di popolo

nuovo, s’arricchivano d’officine e si munivano di costruzioni da guerra

contro gl’imperatori ed i nobili del contado; poi, vinti questi e

costrettili a farsi cittadini, elle spingevano al cielo altrettante

torri quante eran le case, arnesi di battaglia sociale, necessaria

e feconda, tra due ordini della nazione; poi, impetrando da Dio la

confermazione della libertà che si andava conquistando, gl’inalzavano

tempii eguali nella grandezza all’animo d’un popolo che solo nel cielo

poteva accettare un re. Su ’l finire del secolo decimosecondo fu anche

in Italia un gran fabbricare di basiliche e domi: era un festeggiare

il risorgimento, un attestar la fidanza; «era, scrive con grottesca

evidenza un cronista alemanno, come se il mondo, scossa da sé la

vecchiezza, si rivestisse per tutto d’una candida veste di chiese». Né

gli scrittori mancarono; latini, s’intende: incomincia allora ne’ due

primi campi d’azione della penisola, il settentrione e il mezzogiorno,

la storia secolare, comunale o monarchica; e compariscono alfine gli

storici cittadini. E rilevanti sono le attinenze tra gli scrittori

latini di questi due secoli e gli scrittori volgari dei susseguenti, e

notevolissima ed evidente l’aria di famiglia. I cronisti democratici

milanesi arieggiano assai i guelfi Villani, come il monarchista

siciliano Falcando può in qualche parte esser paragonato al cittadino

di parte bianca Compagni. Certamente Gherardo da Cremona, che per amore

della scienza si esiglia e muore tra gli arabi di Spagna, è anticipata

imagine degli eruditi del secolo decimoquinto. E gli Accursi e Cino da

Pistoia e Bartolo non fanno che seguitare a svolgere l’opera d’Irnerio;

e Tommaso d’Aquino riassume e compie Anselmo d’Aosta e Pietro

Lombardo, i due institutori della scolastica nel secolo decimoprimo e

decimosecondo, della scolastica che empie della sua prevalenza o della

resistenza tutti i tre secoli della letteratura originale. In somma,

uno è il fondo; la diversità è della lingua.

Ma con tutto questo non prima del trecento poté l’Italia comparir

degnamente nel campo dell’arte. Chi ripensi la storia politica nostra

dei secoli duodecimo e decimoterzo e riguardi poi alla letteratura di

essi secoli, quegli anche crederà di leggero che a tanta mole di fatti

non si agguagliasse di certo la gloria degli scritti. E già la lingua

nuova piú tardi che altrove fu qui levata all’uso letterario: poi la

nostra prosa e poesia per tutto quasi il duecento fu in gran parte eco

di letterature straniere. Come? La Spagna ha già tessuto la leggenda

del Cid campeggiatore, la Francia settentrionale ripete da molti anni

le sue canzoni di gesta e svolge quasi a trastullo i lunghi cicli delle

sue cento epopee, esulta in mille forme la lirica su la mandola del

trovatore di Provenza e sul liuto del minnesinghero nei castelli della

verde Soavia e della Turingia, la Germania ha già fermato in un’ultima

composizione il suo poema nazionale; e l’Italia non fa che ricantare

o rinarrare balbettando quel che fu già cantato in lingua d’_oc_ e in

lingua d’_oil_? Sí, ma intanto ella ha constituito a repubblica i suoi

comuni; ella ha fiaccato l’impero e fa già paura al papato. Non vale

tutto ciò una epopea a stanze monoritme? Ella ha ristaurato il diritto

romano, ed instaura i codici di commercio nell’Europa feudale; ella

pe ’l commercio dominatrice d’Europa cuopre di legni il Mediterraneo,

dispensiera delle ricchezze d’oriente spinge le sue peregrinazioni fino

alla Cina ed al Malabar; ciò le scusa il difetto di canzoni originali.

L’italiano non è popolo nuovo: altrove dalla mistura dei galloromani

e degl’iberi coi burgundi coi vandali coi franchi coi goti escono i

provenzali i francesi i catalani i castigliani: qui permane l’Italia,

qui l’Italia delle confederazioni umbre latine samnitiche liguri

etrusche, l’Italia della guerra sociale, risorge dalle ruine di Roma.

L’Italia ha dunque un principio di civiltà proprio ed antico; e, quando

sarà tempo che questo sormonti agli altri principii i quali dettero una

prima e nuova civiltà al resto d’Europa, allora anche l’Italia avrà una

letteratura.

Come due astri, riprendendo la solenne metafora, guidavano la società

umana per la età di mezzo, il papa cioè e l’imperatore; cosí due erano

i principii piú generali di quella civiltà letteraria comune a tutta

l’Europa, l’ecclesiastico e il cavalleresco. L’Italia ebbe di proprio i

comuni e l’elemento romano e popolare.

Pagine di storia letteraria · 第 20 / 157 题