Di fatti sin nei primi anni del secolo undecimo sentesi come un
brulicare di vita ancor timida e occulta, che poi scoppierà in lampi e
tuoni di pensieri e di opere: di qui veramente incomincia la storia del
popolo italiano.
Gl’imperatori sassoni, intendendo a frenare l’anarchia ribelle dei
grandi feudatari, ne avevano spezzato i possedimenti, e, confinando
essi nelle contee della campagna, avean trasmesso ai vescovi la
signoria delle città. Vero è che la corruzione già grande della chiesa
spirituale ne divenne maggiore; ma ne crebbe anche, anzi ne rinacque,
la virtú dell’elemento romano; poiché i vescovi, o per essersi il clero
mescolato ai nazionali conquistati e per essere in parte nazionale esso
stesso, o per tener fronte ai feudatari della campagna, si aiutarono
del popolo e soffiarono nelle ceneri ancor calde del municipio.
Cresciuta intanto la corruzione ecclesiastica, i primi imperatori
salici vollero avere la funesta gloria di purificare e riformare la
Chiesa. Ora la chiesa purificata, vale a dire, risanata e rinsanguata,
con quel suo romano organamento rafforzatosi nei secoli, era naturale
che non volesse sopra di sé padroni. Non era ella successa nelle
tradizioni unitarie all’antico impero, avendo suoi prefetti i vescovi
per tutto l’occidente? non era ella che avea creato l’impero nuovo?
Quindi la ruina della casa salica e del dominio tedesco. Gregorio
settimo, toscano e di popolo, apparisce nella istoria come un muro
ciclopico delle città etrusche presso cui era nato: nell’urto contro
di lui, le labarde tedesche volano in ischegge; e come ai promontorii
della sua nativa maremma l’onda del mediterraneo, schiuma impotente
a’ suoi piedi la rabbia dell’imperator salico. Noi né compiangeremo
quell’imperatore né oltraggeremo quel papa: lasciamo certi sfoghi
all’arcadia ghibellina di coloro che odian Pietro per amore di Cesare,
e ammiriamo il popolo; il popolo italiano che, in mezzo a quel fracasso
di tutta Europa, fattosi avanti senza rumore, nelle città riprende ai
vescovi diritti e regalie, nelle campagne batte i feudatari, e un bel
giorno piantatosi in mezzo tra i due contendenti li squadra in aria di
dire: Ci sono anch’io. I due contendenti allora si porsero in fretta
la mano, perocché intesero troppo bene che cosa quel terzo venuto
volesse. E indi a pochi anni Arnaldo da Brescia lo gridò alto — Né papa
né imperatore. Risaliamo il Campidoglio, e ristoriam la repubblica —.
L’Italia s’era rilevata appoggiandosi d’una mano alla croce di Cristo,
ma ben presto aveva disteso l’altra a ricercare tra le rovine di Roma i
fasci consolari.
Il moto politico necessariamente commosse gl’ingegni e le facoltà
artistiche, indirizzando queste nel campo della vita effettiva,
quelli alla coltura specialmente civile. E già sull’aprire del
secolo decimoprimo il tedesco Vippone proponeva ad Arrigo secondo
l’esempio degl’italiani, che tutti facevano ai figlioli sin dai primi
anni imparare, non che lettere, la propria legge; e, su ’l fine del
decimosecondo, Corrado abate uspegense gli ammirava «agguerriti,
discreti, sobrii, parchi nelle spese non necessarie, e soli tra tutt’i
popoli che reggansi a leggi scritte»: stoffa repubblicana in somma
d’uomini pratici, dalla quale non v’è speranza di tagliare trovatori
e menestrelli e perdigiorni poetici. E le città, ferventi di popolo
nuovo, s’arricchivano d’officine e si munivano di costruzioni da guerra
contro gl’imperatori ed i nobili del contado; poi, vinti questi e
costrettili a farsi cittadini, elle spingevano al cielo altrettante
torri quante eran le case, arnesi di battaglia sociale, necessaria
e feconda, tra due ordini della nazione; poi, impetrando da Dio la
confermazione della libertà che si andava conquistando, gl’inalzavano
tempii eguali nella grandezza all’animo d’un popolo che solo nel cielo
poteva accettare un re. Su ’l finire del secolo decimosecondo fu anche
in Italia un gran fabbricare di basiliche e domi: era un festeggiare
il risorgimento, un attestar la fidanza; «era, scrive con grottesca
evidenza un cronista alemanno, come se il mondo, scossa da sé la
vecchiezza, si rivestisse per tutto d’una candida veste di chiese». Né
gli scrittori mancarono; latini, s’intende: incomincia allora ne’ due
primi campi d’azione della penisola, il settentrione e il mezzogiorno,
la storia secolare, comunale o monarchica; e compariscono alfine gli
storici cittadini. E rilevanti sono le attinenze tra gli scrittori
latini di questi due secoli e gli scrittori volgari dei susseguenti, e
notevolissima ed evidente l’aria di famiglia. I cronisti democratici
milanesi arieggiano assai i guelfi Villani, come il monarchista
siciliano Falcando può in qualche parte esser paragonato al cittadino
di parte bianca Compagni. Certamente Gherardo da Cremona, che per amore
della scienza si esiglia e muore tra gli arabi di Spagna, è anticipata
imagine degli eruditi del secolo decimoquinto. E gli Accursi e Cino da
Pistoia e Bartolo non fanno che seguitare a svolgere l’opera d’Irnerio;
e Tommaso d’Aquino riassume e compie Anselmo d’Aosta e Pietro
Lombardo, i due institutori della scolastica nel secolo decimoprimo e
decimosecondo, della scolastica che empie della sua prevalenza o della
resistenza tutti i tre secoli della letteratura originale. In somma,
uno è il fondo; la diversità è della lingua.
Ma con tutto questo non prima del trecento poté l’Italia comparir
degnamente nel campo dell’arte. Chi ripensi la storia politica nostra
dei secoli duodecimo e decimoterzo e riguardi poi alla letteratura di
essi secoli, quegli anche crederà di leggero che a tanta mole di fatti
non si agguagliasse di certo la gloria degli scritti. E già la lingua
nuova piú tardi che altrove fu qui levata all’uso letterario: poi la
nostra prosa e poesia per tutto quasi il duecento fu in gran parte eco
di letterature straniere. Come? La Spagna ha già tessuto la leggenda
del Cid campeggiatore, la Francia settentrionale ripete da molti anni
le sue canzoni di gesta e svolge quasi a trastullo i lunghi cicli delle
sue cento epopee, esulta in mille forme la lirica su la mandola del
trovatore di Provenza e sul liuto del minnesinghero nei castelli della
verde Soavia e della Turingia, la Germania ha già fermato in un’ultima
composizione il suo poema nazionale; e l’Italia non fa che ricantare
o rinarrare balbettando quel che fu già cantato in lingua d’_oc_ e in
lingua d’_oil_? Sí, ma intanto ella ha constituito a repubblica i suoi
comuni; ella ha fiaccato l’impero e fa già paura al papato. Non vale
tutto ciò una epopea a stanze monoritme? Ella ha ristaurato il diritto
romano, ed instaura i codici di commercio nell’Europa feudale; ella
pe ’l commercio dominatrice d’Europa cuopre di legni il Mediterraneo,
dispensiera delle ricchezze d’oriente spinge le sue peregrinazioni fino
alla Cina ed al Malabar; ciò le scusa il difetto di canzoni originali.
L’italiano non è popolo nuovo: altrove dalla mistura dei galloromani
e degl’iberi coi burgundi coi vandali coi franchi coi goti escono i
provenzali i francesi i catalani i castigliani: qui permane l’Italia,
qui l’Italia delle confederazioni umbre latine samnitiche liguri
etrusche, l’Italia della guerra sociale, risorge dalle ruine di Roma.
L’Italia ha dunque un principio di civiltà proprio ed antico; e, quando
sarà tempo che questo sormonti agli altri principii i quali dettero una
prima e nuova civiltà al resto d’Europa, allora anche l’Italia avrà una
letteratura.
Come due astri, riprendendo la solenne metafora, guidavano la società
umana per la età di mezzo, il papa cioè e l’imperatore; cosí due erano
i principii piú generali di quella civiltà letteraria comune a tutta
l’Europa, l’ecclesiastico e il cavalleresco. L’Italia ebbe di proprio i
comuni e l’elemento romano e popolare.