[Dal discorso _Lo Studio di Bologna_, «tenuto nell’Archiginnasio di
Bologna il dí XII Giugno MDCCCLXXXVIII alla presenza di Umberto I, re
d’Italia» — _Opere_, I, 4-14].
I nostri maggiori del secolo decimoprimo, quando l’Europa accennava
a pena d’uscire da un’età di ferro, furono degni di ritrovare nella
conciliazione del sangue antico e del nuovo la vigoria italica ed il
senso romano. La romanità per vero non era venuta mai meno: ultimo
splendore dell’occaso italico, il diritto sembra ritardare, resistendo
in faccia ai goti, l’oscurità barbarica, sembra interromperla balenando
nella legislazione de’ longobardi. In Roma avea durato la scuola
imperiale di arti e di giurisprudenza: nell’Italia greca la scuola
ravennate serbava i libri di Giustiniano e raccettava la coltura
giuridica d’oriente: nell’Italia longobarda la scuola regia di Pavia
dal gius romano moveva a ordinare il germanico. E quando la romanità,
come dittatura civile su le nazioni cristiane, fu consecrata dalla
Chiesa con la ristorazione dell’impero nella gente conquistatrice, la
legge romana parve risorgere nella venerazione dei popoli come a tutti
generale. Nei primi anni di quel secolo che al finire vide composta la
scuola di Bologna il terzo Ottone imperatore consegnando al giudice suo
in Roma il codice di Giustiniano diceva: Giudica secondo questo Roma,
la Leonina ed il mondo.
Nella contesa tra il sacerdozio e l’impero, nella discordia tra le due
supremazie per le quali si rifranse su ’l mondo barbaro la potestà
romana, è ancora di quella un’idea e uno splendore. E la vittoria
del pontefice italiano, inerme, prigioniero, morente, par vittoria
dello spirito su la materia, della volontà su la forza, e a momenti
la voce di lui risonante nella favella del dominio antico dai sette
colli sembra rinnovare il tuono del romano editto sopra i re della
terra; e quella dell’imperatore germanico, risorgente pur sempre da’
suoi tragici abbattimenti, pare ed è costanza romana a difendere e
guardare la constituzione dello stato dalla ingerenza sacerdotale:
là il cristianesimo che fatto romano aspira al dominio politico, qua
la romanità che resiste con arme germanica. Nel contrasto tra le due
potenze, ch’erano anche due idee, risorse il popolo italiano, e tenne
dall’una e dall’altra; dalla chiesa la popolarità e la rivoluzione,
dall’impero l’autorità e la tradizione. E l’impero trovò i sostenitori
delle sue ragioni non nella scuola di Roma, venuta meno sotto la
teocrazia, e né anche in quella di Pavia, ma in Ravenna. La scuola
ravennate, pur diffondendo la coltura giuridica per il paese lombardo
a Pavia, seguitava a fiorire di piú vigore ne’ suoi dintorni romani. E
in Ravenna Pietro Crasso difendeva le ragioni dell’imperatore Enrico
quarto, sollevando il _jus_ alla ragione politica e discutendo le
origini e i titoli del potere supremo. Ciò che nel despotismo del
vecchio impero non fu udito mai, in quella prima libertà italica
avvenne. Era l’anno 1080: in quel torno i libri della legge passavano,
secondo il detto di Odofredo, da Ravenna trasportati a Bologna.
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Dopo, che la forza del popolo italiano, cresciuto dal consorzio dei
cittadini romani con gli arimanni germanici nelle corporazioni,
ebbe attratto al comune la nobiltà feudale dei contadi, le città
romane recaronsi alle mani la giurisdizione per mezzo di magistrati
liberamente eletti. Come e in che anni ai conti ed ai vescovi
successero i consoli, non si sa: come e in che anno proprio cominciò in
Bologna l’insegnamento popolare del diritto romano, non si sa. Questi
due avvenimenti, rispondentisi nel tempo e nelle ragioni, non furono
per opera o volontà determinata di questi o quelli uomini, né dietro
un fatto piú tosto che un altro: furono il portato complesso a poco
a poco evidente di un continuo svolgimento, onde il popolo italiano
procedé al rinnovamento politico e sociale di se stesso, riprendendo e
liberamente esercitando nella terra de’ padri suoi il diritto di tutta
la manifestazione dell’operosità sua civile.
Distrutto lo Studio in Roma, i libri legali furono trasportati a
Ravenna, e da Ravenna a questa città di Bologna —; tale nelle parole
di Odofredo è la leggenda insieme e la storia. Chi li trasportò? Il
vento della libertà, lo spirito della vita, che nella superiore e
mezzana Italia, area alla formazione della patria nuova, commoveva,
agitava, sospingeva cosí dalle vecchie sedi come dalle antiche
tradizioni a nuova azione, a spazi e termini piú ampi e lontani, ad
altri accendentisi focolari d’idee la rinnovata gente italica. Nel
«dolce piano Che da Vercelli a Marcabò dichina», come nel tempo che
fu avanti la storia antica ondeggiava immensa una distesa di acque,
cosí al secolo decimo primo, nel tempo che fu avanti la storia
moderna, mareggiava dai diversi elementi della storia d’Italia un
tumulto di vita, che movendo dalle Alpi rifrangevasi nell’Apennino:
d’oltre Apennino e lungo il dorso al fremito della giovinezza di
Lombardia rispondevano la vecchia Toscana, l’Umbria e il Piceno.
Bologna, nel mezzo, a piè del monte, di faccia al regno lombardo, di
costa all’Esarcato e alla Pentapoli, accolse i diversi spiriti che
confluivano a una nuova animazione; e quindi da Ravenna, vedovata
d’impero, su di mano in mano per le città di Romagna, che di Roma
serbava col nome le costumanze e le leggi, ebbe la eredità imperiale;
e quindi da Pavia, vedovata di regno, via via per le città d’Emilia,
gli ultimi frutti della trasformazione longobarda. Bologna, dai primi
italici che discesero l’Apennino posta come scólta alla vedetta d’una
nuova Italia nella valle del Po, pervenne allora a compiere l’officio
suo. E già la musica risonante con fresche note dal chiostro della
Pomposa pareva salutare il risorgimento del popolo italiano; e le torri
salienti negli antichi fòri delle città romane annunziavano calati
al comune i signori feudali; e le nuove chiese levavansi con mista
architettura come a benedire l’unione dei cittadini novelli; e Bologna,
la città umbra, etrusca, celtica, romana, e da tre secoli longobarda,
apriva le braccia ed il petto ad accogliere ed amicare i germi
rifiorenti da tanta vita, a mostrare le forme civili alla nuova società
nelle norme superstiti dell’antico diritto.
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La scuola giuridica bolognese procedé per isvolgimento da instituzione
anteriore, fecondata, per cosí dire, dai pòllini della fioritura
ravennate. Esisteva da tempo in Bologna, e non senza onore, una scuola
di studi liberali; tra questi ammesso, secondo l’usanza italiana,
il diritto. Vi lesse leggi un Pepo, ricordato tra il 1076 e il
1078 come dottore e avvocatore in presenza della contessa Matilde.
V’insegnava arti, cioè grammatica e dialettica, Irnerio. Poi, quando
furono trasportati a Bologna i libri legali di Ravenna, cioè, quando,
oscurata la scuola ravennate (forse nel contrasto di Gregorio settimo
con l’arcivescovo Guiberto antipapa?), la tradizione e il metodo
passò a Bologna, Irnerio cominciò prima a studiare indi a insegnare
su quei libri o vero con quel metodo; fin che rinnovò, come portan
le croniche, i libri delle leggi e divenne esso lucerna del diritto.
Rinnovò le leggi, dicon le croniche, per istanza di Matilde; e in
presenza di Matilde apparisce la prima volta nell’anno 1113 il nome di
Irnerio da Bologna causidico. Il passaggio della tradizione giuridica
da Ravenna a Bologna fu egli forse nel movimento di rivoluzione e di
resistenza all’impero? A ogni modo, súbito pacati o conversi i tempi,
la tradizione e il suo continuatore bolognese tornarono al fonte
dell’autorità, all’impero; e in pieno lume della sua gloria Irnerio
giudice assiste nel 1116 all’atto col quale Enrico quinto accoglieva
sotto sua protezione i cittadini di Bologna e concedeva privilegi
amplissimi alla città, nel 1118 segue a Roma l’imperatore, per
consigliare il popolo a eleggere un papa cesareo.
Tali i principii dello Studio bolognese. — Pepo cominciò a leggere
per autorità sua: Irnerio cominciò a studiare per sé, e studiando
cominciò a insegnare. — Cosí la voce della glossa: né v’è documento o
argomento che cosí non fosse, anzi tutto induce a credere che cosí fu.
Apparì un maestro, un altro maestro, e intorno ad essi la scuola; per
forza civile delle cose, per un proprio svolgimento della tradizione e
degli insegnamenti, in una temperie politica di sensi e bisogni nuovi.
Surse e crebbe privata; ma presto cosí autorevole, che il suo maestro
era come a lato dell’imperatore; ma presto cosí famosa, che nel 1118,
vivente ancora il maestro, la poesia cantava la dotta Bologna pure
in guerra menar seco le sue leggi, ahi nelle prime guerre tra città
e città italiane, confederata contro Como a Milano; ma presto cosí
frequente di alunni, che a favore di essi, peregrinanti per amore
del diritto, l’imperatore Federico primo emanava la constituzione
di Roncaglia del 1158. E a Roncaglia i dottori bolognesi stettero,
come il loro maestro, per la consuetudine antica e per l’impero. Ma
pochi anni prima in un monastero di Bologna Graziano avea compilato
il Decreto; e l’anno appresso ascendeva pontefice Alessandro terzo,
che pur nelle scuole di Bologna aveva insegnato filosofia. Cosí,
quando nel 1158 Federico già affermava nella scuola bolognese la
constituzione dell’università, in Bologna s’incontravano e s’avviavano
le due correnti della scienza e della vita italiana: la illustrazione
del diritto civile con Irnerio, l’ordinamento del diritto canonico con
Graziano; l’autorità conservativa dell’impero, gli spiriti di libertà
della lega lombarda.
La scuola di Bologna si compose per movimento proprio, crebbe e
grandeggiò privata: e pure nella storia successiva dello Studio
e un continuo intendimento a riannetter questo con la tradizione
dell’impero, a considerarlo creato dall’autorità dell’impero. Il che
e fu secondo i concetti del tempo e risponde a una verità ideale.
Nella conscienza del medio evo lo studio del diritto va congiunto
al concetto della maestà imperiale e la scuola seguita le sorti
dell’impero, perché solo l’imperatore può fondare le scuole. Onde la
leggenda che faceva risalire lo studio bolognese a Teodosio secondo,
il disciplinatore dell’insegnamento pubblico e privato del diritto.
Vero è, ad ogni modo, che l’officio, il metodo, i confini ideali della
scuola bolognese ne’ suoi primordi appaiono quelli stessi che furono
segnati e assegnati dalla constituzione onde Giustiniano emanò i
digesti e da quella onde ordinò gli studi del diritto; e che procedé
da quell’ordine la tripartizione, cosí finalmente fatta chiara, del
testo nell’insegnamento bolognese. La scuola imperiale di diritto
doveva essere, per la tradizione e per Teodosio e Giustiniano, in Roma;
fu poi di fatto in Ravenna; da Ravenna, per evoluzione e rivoluzione,
passò a Bologna. E in Bologna lo Studio dalle recenti origini popolari
sollevasi alla maestà dell’impero; sia che ciò faccia o che ciò
trovi la constituzione di Roncaglia, inspirata a Federico dai quattro
dottori, e che rinnova la giustinianea circa i privilegi dei professori
e degli scolari. Cosí lo spirito del popolo italiano, novatore a un
tempo e conservativo, ogni nuovo acquisto di libertà, ogni avanzamento
di civiltà, impronta col suggello della storia e della tradizione.
Certamente dalla tradizione romana la scuola di Bologna ebbe la forza
al nobilissimo officio che esercitò, ebbe l’indole, come direbbesi
oggi, d’internazionalità, che nel medio evo era tuttavia romanità.
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Il privilegio di Roncaglia determina la Università dei giuristi, cioè
la corporazione degli scolari di diritto, di soli i quali consisteva in
principio lo Studio di Bologna. Ella crebbe con la libertà italiana,
aristocratica fino alla pace di Costanza, democratica poi; e si
direbbe che il constituirsi di essa séguita da presso il constituirsi
del reggimento popolare: ogni passo che il popolo fa, e uno ne fa la
scuola. Tra la pace di Costanza e la signoria dei Pepoli è il massimo
svolgimento della libertà in Bologna, è la maggiore espansione e
comprensione europea dello Studio.
La università in Parigi, teologica, fu dei maestri; in Bologna,
giuridica, degli scolari. Veramente le università; però che gli
scolari ben presto si divisero in due università o corporazioni, degli
italiani e degli stranieri, citramontana ed ultramontana, distribuite
per nazioni. Le nazioni eleggevano i consiglieri, uno o due per
ciascuna, a mesi. Dal vóto dei consiglieri uscivano a volta di nazioni
due rettori, uno per università, ad anno. I rettori, nell’esercizio
delle lor funzioni, passavano innanzi a vescovi ed arcivescovi, non
che ai cardinali scolari. Co ’l senato dei consiglieri nominavano
i professori, determinavano i ruoli delle letture, esercitavano la
giurisdizione su gli scolari e gli officiali inferiori dello Studio,
trattavano coi rettori del comune, regolavano le relazioni delle
università, specialmente per la compra e vendita e l’imprestito dei
codici; amministravano, con due massari conservatori, le entrate;
erano, all’uscir di seggio, giudicati da quattro sindaci. Tale nelle
somme linee la constituzione delle Università nello Studio di Bologna;
al cui esempio si formarono gli altri d’Italia e di Spagna, e anche di
Francia i giuridici.
Era constituzione democratica. Il fervore di libertà che scaldava
la città italiana aveva, pare, invaso anche gli ultramontani. Quei
franchi, quegli alemanni, quei boemi e poloni, venuti dai lor castelli
feudali, dalle abazie e dai capitoli signorili, imparavano soggettarsi
agli ordini civili, sentivano i vantaggi del vivere in comune,
volevano l’eguaglianza. Dopo strani viaggi, per il mare, dalle Alpi,
gli studiosi di tutta Europa, qui convenendo, nelle nazioni ond’erano
constituite le università ritrovavan le patrie, nella università
avevan lo stato, nell’uso comune della lingua latina aspiravano quella
unità superiore, quella fratellanza civile dei popoli al bene, cui
Roma avviò con la legge, che l’evangelio bandí per lo spirito, che la
civiltà odierna vuole con la ragione. O Italia, o patria; nei crucci
del servaggio piacque ripensarti in atto di liberare dai sette colli
il volo delle aquile vittoriose su tutte le genti; ma forse che tu
fosti piú umanamente bella qui in Bologna, quando a quelle stesse genti
che ti avevano oppressa tu rilevata aprivi con la lingua dell’antico
imperio le fonti della civiltà nuova e liberandole dal giogo della
barbarie persuadevi loro la gloria di rifarsi romane.