[_Opere_, X, 245-246; 252-271].
Gianfré Rudel ch’usò la vela e ’l remo
A cercar la sua morte:
è tra i molti bellissimi del Petrarca un verso meraviglioso, e con
la pura visione dell’imagine allontanatesi in un molle ondeggiamento
di tenui suoni sveglia nei sentimenti come un desiderio di fantasie
melanconicamente favoleggiate. Al qual desiderio nei lettori e nelle
lettrici del secolo decimosesto soddisfacevano i commentatori ancora
eleganti, narrando: come Rudel fu signore di Blaia, e per fama
innamorato della contessa di Tripoli compose per lei molte canzoni,
e in fine sospinto dal gran desio di vederla misesi in mare sotto
abito di pellegrino: come nel passaggio infermò, e quei della nave,
condottolo a Tripoli per morto, fecero sapere il caso alla contessa: la
quale venuta e avendolo caramente preso nelle sue braccia, non a pena
egli intese quella essere la contessa riacquistò il vedere insieme e lo
spirito, e la ringraziò che gli avesse recuperato la vita; ma in breve
spazio da poi pur nelle braccia della donna morí.
*
* *
.... Non che il morire, e anche il desiderio di morire, tra le braccia
della donna amata, non sia per sé bello; ma non come fine a una vita
stagnante, sí veramente quasi corona a una vita agitata in nobili
contrasti e rapita dietro alte e leggiadre idealità.
Se Giacomo Leopardi nel _Consalvo_ — come io da un pezzo sospetto, e
son contento sia anche l’opinione di recente pubblicata d’un valente
scrittore critico, il signor Francesco Torraca —, se il Leopardi nel
_Consalvo_ ripensò la morte di Giaufré Rudel come ce ne fu conservato
il racconto per tradizione scritta, egli di quel racconto non mirò che
alla fine, non ebbe la mente agli antecedenti, che insieme con la fine
fanno un tutto del tutto differente al concetto del Leopardi e alla
condizione e disposizione affettiva del suo _Consalvo_. Ecco la notizia
piú antica dell’avventura di Rudello.
Giaufré Rudel fu molto gentile uomo e principe di Blaia.
Innamorossi della contessa di Tripoli senza vederla, per lo gran
bene e la gran cortesia ch’egli sentí dire di lei ai pellegrini che
tornavano d’Antiochia. E per volontà di vederla si crociò, e misesi
in mare per andare a vederla. E allora nella nave lo prese una
grande malattia, sí che quelli che erano con lui si pensarono ch’ei
sarebbe morto nella nave; ma tanto fecero ch’e’ lo condussero a
Tripoli in un albergo per morto. E fu fatto assapere alla contessa;
ed ella venne a lui al suo letto, e preselo entro le sue braccia. E
quando egli seppe ch’era la contessa, sí ricovrò il vedere l’udire
e lo spirare; e lodò Iddio e il ringraziò che gli aveva la vita
sostenuta tanto ch’e’ l’avesse vista. E in questo morí tra le
braccia della contessa. Ed ella lo fece onoratamente seppellire
nella magione del Tempio di Tripoli; e poi in quel medesimo dí ella
si rese monaca pe ’l dolore ch’ebbe di lui e della sua morte.
In questo racconto a pena delineato di semplicissima prosa, che ho
tradotto dal provenzale antico, è poesia che avanza di valore intimo
il _Consalvo_ e molte altre rime consuntive del romanticismo. E la
poesia è, come notò già Federico Diez, non nel pellegrinaggio del
trovadore, non nella dolorosa voluttà dell’ultimo respiro, non nella
mesta risoluzione della contessa a prendere il velo, ma nel fantastico
surgere d’un amore cosí seriamente intenzionato. L’amore per simpatie
fisiche, discendente dalle lotte per la elezione sessuale, cede luogo
all’amore per elezione d’affinità. La piú bella di persona e di costume
è al piú valente di forze e d’idee: si amano, o, come diceva con
bellissima metafora il linguaggio della cavalleria, s’intendono pur
lontani e senza vedersi:
Se non come per fama uom s’innamora.
Cosí — certe età si rassomigliano — l’eroismo greco favoleggiò che
Elena non fu mai in Troia alle mani del morbido adultero, ma si fu
rapita in Egitto da Hermes; e stando ella in Egitto ed Achille in
Troia, per sola udita s’innamorarono, e dalle Parche fu loro concessa
congiunzione immortale. Congiunzione immortale all’eroe negli elisii;
ma qui in terra il poeta, non a pena ei si sveglia dal sogno in una
verità per un momento piú bella del sogno, non a pena il travaglioso
peregrinar della sua idea dietro la visione del bello fu premiato
dalla realità del bello co ’l suggel dell’amore, allora il poeta in
quella perfezione dell’essere muore; salvo cosí, poi che amare non
si può sempre, anzi l’amor vero è fugace e il forte amore infelice,
salvo cosí dal crudel bacio dell’addio: egli è sepolto dalla sua donna
con desiderio e memoria, anzi che debba egli in un amarissimo giorno
seppellire nel cuor suo vivo l’amore, l’amore anche vivo ma che non dee
vivere piú.
Tale nel racconto dell’avventura di Giaufré Rudel è il mito gentile e
dolente dell’amore ideale diveniente reale.
*
* *
Ho detto che nel racconto è il mito. Sento una sorridente opposizione:
Non forse è egli un mito tutto il racconto?
Vediamo.
La breve notizia dell’amore e della morte di Giaufré Rudel, che lessi
pur ora, fu scritta nella metà prima del secolo decimoterzo; e per
tutto quel secolo la memoria di lui e dell’avventura sua rimase viva
nella società cavalleresca della Gallia meridionale. Delle poesie piú
accette in quella società erano i cosí detti giuochi partiti, composti
alternamente di stanza a stanza da due trovadori. Il primo sfidando
proponeva una questione di due casi o dubbi d’amore, invitando lo
sfidato a dichiararsi per l’uno o per l’altro; questi nella seconda
stanza prendeva a sostenere l’uno de’ due con ragioni ed esempi;
nella terza lo sfidatore usciva a provare che l’avversario non avesse
scelto bene: e cosí la questione seguitava per le altre stanze fra i
due, finché ciascuno con una _tornada_ (stanza minore finale) se ne
rimetteva al giudizio d’una tal dama o d’un tal cavaliere o di piú dame
o cavalieri: di che venne la tradizione, tarda, e poco oggimai salda,
delle corti d’amore. Ora due giuochi partiti del secolo decimoterzo
ricordano come vero il fatto di Rudel. Nell’uno un trovadore pon la
questione: — Qual mantenga meglio l’amore in chi ama la donna sua
lealmente, o gli occhi o il cuore. — Lo sfidato sta per gli occhi, per
il cuore lo sfidatore, e invoca l’esempio di Giaufré Rudel cantando,
Tutti sanno che il cuore ha signoria sopra gli occhi, però che
amore non si vale degli occhi se il cuore non sente, e il cuore
può senza gli occhi francamente amare quella che non vide ancora
presente, sí come fece dell’anima sua Giaufré Rudel.
Nell’altro un trovadore propone: — Qual prendereste meglio, o starvi
in luogo riposto con lei che amate e morire appresso la gioia dell’amor
suo, o amarla per tutto il tempo della vita e che ella non vi amasse né
vi desse animo? — Lo sfidato risponde, volere anzi servire la sua donna
senza guiderdone facendo per lei atti valenti; e lo sfidatore ripiglia.
Ah, se voi amaste lealmente, non direste di no a tale morte: non
rassomigliate già voi al valente visconte Giaufré Rudel che morí
nel passaggio.
Dai trovadori la bella istoria venne al Petrarca; e i suoi commentatori
del secolo decimosesto, Alessandro Vellutello e Giovanni Andrea
Gesualdo, ne discorsero compiutamente, senza pur ch’e’ conoscessero la
notizia provenzale; e ne discorsero, come di fatto vero, i filosofi
e gli estetici italiani di quel secolo, Mario Equicola nel Libro di
natura d’amore e Agostino Nifo nei trattati Del bello e dell’amore.
Su la fine del secolo, e proprio nel 1575, Giovanni di Nostradama,
fratello dell’astrologo rimasto famoso nelle memorie del popolo
francese, egli canzoniere e consigliere al parlamento di Arles,
pubblicò le Vite dei piú celebri e antichi poeti provenzali; che
non son tutte favola, dove non si tratti di esaltare i pregi della
Provenza e di crescere onori alle famiglie nobili fiorenti in Provenza
a que’ giorni. Nella vita di Rudel il Nostradama ormeggia la notizia
provenzale antica; ma afferma il fatto esser raccontato pur da Ugo di
San Cesario autore d’un catalogo di poeti provenzali, e mostra almeno
in un luogo di avere attinto da qualche altra fonte a noi venuta meno.
Come storico han sempre considerato il fatto di Rudel gli storici
e i critici della letteratura francese: come storico lo dichiarò il
padre della filologia romanza, Federico Diez; e di recente, contro
il dubbio d’un solo, il signor Stengel, inteso a riconoscervi una
leggenda arieggiante il romanzo d’avventura di Durmart che s’innamora
della regina d’Irlanda senza sapere né come si chiami né ove dimori, lo
sostenevano due valenti cultori degli studi romanzi, i signori Stimming
e Souchier.
*
* *
Giaufré Rudel è dunque della storia. Ma se ne sa ben poco, solo quel
tanto che aiuta e conforta a mantenerlo nella luce poetica, in cui
l’avventura sua e le memorie dei prossimi lo collocarono.
Usciva della casa dei conti d’Angoulême: contea cominciata nell’839
con Turpione, che finí nel 1305 con Ugo decimoterzo per esser riunita
da Filippo il bello alla corona di Francia e dare il titolo a principi
del sangue reale; al Valois che fu poi Francesco primo, all’ultima
Delfina, la tragica figlia di Maria Antonietta. Nel 1048 Giaufré conte
d’Angoulême morendo lasciava spartito tra cinque figliuoli il dominio:
a Giaufré Rudel secondogenito toccava il principato di Blaye.
Da questo primo Rudel proveniva, non so in qual grado, nascendo poco
avanti o poco dopo i primi venticinque anni del secolo decimosecondo,
il principe trovadore. Visconte d’Angoulême, fu signore di Blaye,
la Blavia dei romani, su la riva diritta della Gironda ove il fiume
s’allarga quattro chilometri. Blaye era allora superba di serbare
nell’abazia di San Romano la tomba di Cariberto figlio di Clotario,
e piú quella di Rolando, che fu suo signore. Dopo la rotta di
Roncisvalle, secondo la leggenda, Carlo Magno recò in nave su la
Gironda il corpo di Rolando e degli eroici compagni Oliviero e Turpino,
e li ripose in San Romano; quello del nipote, con la spada Durandal
presso il capo e con a’ piedi il famoso corno d’avorio. La canzone di
gesta canta:
In bianchi sarcofaghi fece mettere i signori a San Romano: là
giacciono i baroni: i francesi li raccomandano a Dio e ai Santi.
Al nostro secolo Blaye fu ricordata per la prigionia che vi sostenne la
duchessa di Berry nel 1832, quando il re borghese volle togliere forza
alla pretendente pubblicando che in lei la donna avea vinto la regina.
Piú leggiadre cose otto secoli a dietro si facevano nel luogo della
cittadella di Blaye: Giaufré il signore vi componeva canzoni.
Sono sei, e tutte d’amore. Salvo che in una su ’l finire il poeta
prende congedo dalla donna amata, cosí:
Amore, allegro mi parto da voi, perché vado cercando il mio meglio,
e di tanto sono avventuroso che ne ho lieto il cuore, la mercé del
signore mio buono che mi vuole e mi chiama.... Chi si rimane di qua
e non segue Dio in Betlem, non so come sia mai prode e come possa
venire a salvamento.
La canzone dalla prima stanza apparisce composta di primavera.
Ora Ludovico settimo re di Francia la notte di natale del 1146
nell’assemblea di Bourges aveva annunziato l’intenzione sua di fare
l’impresa di Terra santa: nel febbraio del ’47 Bernardo di Chiaravalle
predicava per le terre francesi la croce: nel giugno partí dalla
Francia l’esercito crociato; Giaufré Rudel, come doveva un buon
successore di Rolando, era di quella spedizione. Marcabruno trovadore
gli accompagnava una canzone di cortesia con questo invio:
Il verso e il suono voglio trasmettere a sir Giaufré Rudel oltre
mare, e voglio che l’abbiano i francesi per lor coraggio allegrare.
Delle altre canzoni di Rudel due cantano ancora d’un amore gioito o
penato da vicino; tre d’un amore lontano, non veduto, sognato co ’l
cuore: e queste, a parer mio, si riferiscono tutte all’avventura con la
contessa di Tripoli.
*
* *
Giaufré Rudel, poeta per felice disposizione dello spirito, di suo
stato principe feudale, fu dell’ordine piú alto dei trovadori, di
quelli cioè che non pur cantavano solo per genio ed onore, ma nel
sentimento nel costume nell’arte della cavalleria esercitavano
un’azione d’eccitamento ed avanzamento. Tali erano stati pochi
anni innanzi Ebles visconte di Ventadorn e Guglielmo nono conte di
Poitiers e duca di Aquitania, tale era Rambaldo terzo conte di Orange,
tale fu poco di poi Riccardo Cuor di leone conte di Poitiers e re
d’Inghilterra. Rudel componeva a mezzo circa il secolo decimosecondo;
e tra i nomi dei trovadori che rimangono è per età il quinto, se pur
non il quarto. Gli fu coetaneo Marcabruno della stessa provincia,
primo a ricercare nella sottigliezza nella peregrinità fin nella
oscurità effetti e modi nuovi al verso: piú giovine di poco Bernardo di
Ventadorn, limosino, il piú tenero elegante e imaginoso dei trovadori.
Apparteneva Rudel alla scuola, mi sia lecita questa denominazione
moderna, di Guascogna, scuola precoce, indipendente, che la finezza
della espressione e della rima spinse poi al piú alto grado dell’arte
o dell’artifizio con Arnaldo Daniello, il trovadore dotto, ammirato e
imitato da Dante e dal Petrarca. Ma di Rudel nell’antica biografia è
detto che «fece buoni versi con cari suoni e poveri motti»: il che nel
linguaggio tecnico d’oggi significherebbe che nella poesia aveva il
movimento dell’affetto, che la sua poesia vestiva egli stesso di bella
musica, ma che nello stile e nella forma non aveva la ricercatezza,
prevalsa dopo la morte di lui, della rima e della frase. Rudel era piú
semplice perché piú antico, benché già cominciasse a giuocar qua e là
di parole con quell’abilità che a noi par fredda e fu un bisogno e un
carattere della lirica d’amore cavalleresca.
La lirica provenzale, dopo il dominio del cristianesimo e nel
momento di coesione della nuova società uscita dai mescolamenti
delle immigrazioni germaniche per mezzo le genti latine, apparí prima
produzione di poesia soggettiva in una lingua volgare dell’occidente
romano. Fu poesia d’una classe privilegiata e ristretta; e svolse il
motivo piú astratto, piú astruso, piú complicato, piú arduo, l’amore,
come principio di civiltà, al di fuori della famiglia e quasi della
natura, in una società di cavalieri, sórta dalla forza e conservantesi
con la gentilezza. E tale lirica, che doveva propagare nelle corti idee
e sentimenti cosí stranieri alla coscienza popolare, erasi pur allora
staccata dalla materia prima della poesia popolare d’un paese, che su
’l fondo gallico sostenne quindi un’antica e durevole stratificazione
greca e quindi una forte e feconda stratificazione romana con sopra
un’alluvione visigotica. Se non che nelle Gallie meridionali l’elemento
germanico può aver conferito a informare l’ideale cavalleresco misto
di feudale e religioso, ma nella lirica sí popolare sí cortigiana
non ne traspirò fiato. Della poesia popolare anteriore la lirica dei
trovadori serbò su le prime qualche sentore in certa freschezza di
rappresentazione, in certi tócchi di passione, nel taglio del verso
piú raccolto e andante con passo monotono per brevi coble o stanze.
Rudel tiene ancora un poco dell’attaccamento al canto popolare; ma
già è spuntata a’ suoi giorni e già cresce ne’ suoi versi l’arte della
canzone aulica perfetta.
La canzone fu a’ trovadori la forma poetica per eccellenza, né altra
materia accogliea che d’amore. E come l’amore era il sentimento piú
alto della cavalleria e il piú produttivo di quell’entusiasmo che
dovea rapire i nobili animi a ben pensare e ben fare, cosí la poesia e
l’arte non potevano mai essere abondanti e ricche tanto che bastasse
all’adornamento della canzone. Ma quest’abondanza era piú ch’altro
di forme, perchè la condizione del sentimento d’amore nella convenuta
idealità cavalleresca rimaneva sempre la stessa, escludendo altri modi
di passione o d’entusiasmo diversi da quelli assegnati nel codice
dell’uso. Qua e là irrompeva la natura buona e bella; e in certe
coble di desiderio d’invocazione e di addio l’anima attratta vorrebbe
credere ad un’eco dei canti della colonia greca su ’l bel mare di
Massilia; e in altre tutte ferventi del godimento della vita rivive
forse il calore della rumorosa espansione gallica. Ma ciò che piú
proprio ebbero lo spirito gallico e il greco e il romano misti nello
scadimento, cioè l’acutezza e lo sfoggio nei concetti e nei sensi, e
il giuoco e lo sforzo del giuoco nell’uso e nell’abuso dei vocaboli e
dei suoni, quell’abilità della parola che presto empiè di retori galli
le scuole di Roma e trasse gli oratori a impallidire dinanzi l’ara di
Lione e produsse gli ultimi panegiristi e gli ultimi poeti dell’impero,
quell’abilità della parola rifiorisce di pien medio evo un tal poco
nella canzone provenzale. Nella quale la rima piena, ricca, varia,
difficile, rara, che si raddoppia, s’intreccia, si propaga per echi,
con un calcolo di consonanze e desinenze verbali e nominali, maschili e
femminili, mescolate, opposte, assortite, non pure incatena piú versi,
non pur riapparisce in mezzo ai versi, ma domina e lega tutte le stanze
riproducendosi dalla prima nelle altre, senza turbarne l’ordinamento,
con disposizione varia, tanto che in fine la canzone resulta un solo
sistema di rime in tanti mazzi di versi legati con eleganza in agile
armonia.
Ora certe proprietà singolari di sí fatta lirica non possono nel
concetto moderno della poesia aver piú valore, e i pregi di forme e di
suoni in una traduzione si perdono. Giaufré Rudel, con tutta l’aureola,
che lo irraggia, di confessore e martire dell’amore, rischia di passare
innanzi alle signore per un povero poeta. E grande, oh!, non fu, ma
fu dei primi dell’età nuova; e di quell’ippocrene cavalleresco non
dispiacerà, spero, gustar qualche stilla.
La primavera, sfiorita oggi in troppi versi, era già mortificata in
quelli de’ trovadori. Ma Rudel, dal chiuso inverno del castello feudale
uscendo su le belle rive della Gironda, la sentí con freschezza. La
sentí nella gioia dell’essere:
Quando il rusignolo entro le foglie dà amore e ne chiede e ne
prende e move il suo canto allegro e giocondo e spesso riguarda la
sua compagna, e i ruscelli son chiari e i prati son vaghi, allora,
pe ’l novello piacere che regna nel mondo, gran gioia vienmisi a
posare nel cuore.
La sente come ispiratrice di poesia:
Assai ho intorno a me insegnatori del canto, prati e verzieri,
alberi e fiori, trilli e lai d’uccelli per mezzo a dolce stagione
soave. Quando il ruscello scaturendo di fonte schiarisce, e
apparisce il fiore della rosa selvatica, e il rusignuolo tra i rami
modula e ripete e spiana e affina il dolce suo canto, è ragione che
anch’io ripigli il cantar mio.
Dei fatti dell’amore, Rudel in alcun luogo rende con efficace novità
l’impazienza del rivedere:
Di questo amore tanto io son cupido, che, quando piú corro verso
lei, pare di tornarmene indietro e che ella vada fuggendomi; e il
mio cavallo andando verso lei è sí lento che difficile sarà omai
raggiungerla, se amore non la mi fa rimanere.
E con nativo accoramento esprime la gelosia:
Lungi è il castello e la torre ov’ella si posa e il suo marito....
E piú me ne cresce il dolore perché io odo lei essere in luoghi
agiati; che tanti non faccio io sospiri e pianti, quanti ella per
disposizione di destino dà baci.
*
* *
Questo è dei pochissimi luoghi della lirica provenzale ove apparisca
ingenuamente la gelosia pe ’l marito. Nella poesia cavalleresca l’amore
è fuori del matrimonio e incurante del matrimonio.
Fu detto e ridetto che a formare il culto, come si convenne chiamarlo,
della donna, quale apparisce nella società cavalleresca, concorsero per
una parte lo spirito cristiano e per l’altra la tradizione germanica.
Io credo che il motivo piú prossimo ed efficace fosse la barbarie del
matrimonio nella società feudale. Le donne — primo osservò Claudio
Fauriel — nel mezzogiorno della Francia erano abili a posseder feudi:
per ciò le nozze servivan di mezzo ad afforzare i dominii e arrotondare
i possedimenti, furono al piú considerate come trattati d’alleanza tra
due case. Unioni cosí fondate sopra interessi e còmputi di convenienze
si disfacevano innanzi ad altri interessi e còmputi che sopravvenissero
maggiori e piú utili. Quindi nessuna considerazione alla donna come
moglie e madre: quindi la scandalosa frequenza dei repudii, a cui la
Chiesa troppo facilmente prestavasi: e quindi, essendo l’amore nel suo
piú alto senso un bisogno degli animi quanto piú sono privilegiati
di nobiltà da natura e per educazione, quindi la riazione, e non di
sole le donne, a riporre il perfetto amore fuori del matrimonio. «Ciò
che le donne soffrivano come mogli spiega fino a un certo punto ciò
che esigevano e ottenevano come dame dai cavalieri»: sono parole del
Fauriel. L’ammirazione ch’è in ogni anima ben fatta per la bellezza
virtuosa e conoscente, il rispetto e la difensione ch’era nei doveri
della cavalleria innanzi alla debolezza potentissima della donna,
l’influenza della donna che non potendo dominare vuol essere adorata,
esaltarono in quelle condizioni domestiche della società feudale le
speranze i desiderii la devozione dell’amore fino a convertirli in un
entusiasmo, che fu il principio movente d’idee e d’azioni per una parte
magnanimamente disinteressate e per un’altra aliene assai dal nostro
modo di vivere e di pensare.
Strano dee parere oggi ai piú l’innamoramento di Giaufré Rudel per
udita. Ma nelle constituzioni, per cosí dire, dell’amore cavalleresco
prevaleva la intenzione morale. Cosí cavalieri e poeti non amavano
per incontro di súbite simpatie, ma nella elezione delle signore dei
lor pensieri preferivano le dame che piú avessero nome di grazia,
di cortesia, di virtú. Onde, a mezzo il secolo decimosecondo, in
quella meravigliosa stagione che fu il fiore del medio evo, in tale
esaltamento di animi che respiravano di generazione in generazione
l’entusiasmo e l’avventura, Giaufré Rudel, gentiluomo di razza,
poeta di natura e guascone, poté eleggere ed amare e cantare, senza
conoscerla d’appresso, una dama della piú gloriosa nobiltà occitanica,
trapiantata nelle mistiche plaghe d’oriente, la cui fama di bellezza
e virtú, attraente dalla lontananza, piú grata, come vedremo, nella
sventura, tornava a risplendere con mite fulgore su la madre patria.
Attenuata cosí l’apparente stranezza dell’amore di Rudel, vien poi
ridotta nei termini del naturale da questo, che il principe trovadore
navigò ad ammirare e adorare in effetto e da presso la donna celebrata
da lontano: che se morte lo colse, ciò non fu certo per piacer suo, ma
la natura aggiunse la idealità che vien dalla morte in tali circostanze
alla realità d’un fatto, che del resto era nel sentimento e nel genio
del secolo.
Delle canzoni dedicate da Giaufré Rudel all’amore lontano una ve n’è
che resiste, credo, al tempo e può anche oggi piacere. Niuna abilità di
verseggiatura potrebbe affrontare la bellissima costruzione di quelle
stanze a novenari, cosí ben variati e rispondentisi nelle cesure, con
le stesse rime per tutta la canzone e con la iterazione, a indicare
il pensiero dominante, della voce _lonh_ [lungi] in ogni stanza. Possa
da una fedele versione in prosa spirare almen l’alito, come profumo di
fior secco, della _rêverie_ del secolo decimosecondo.
Allorquando i giorni son lunghi in maggio, piacemi un dolce canto
d’augelli di lungi, e quando indi mi parto ricordami d’un amore di
lungi: vo chiuso nell’animo e chino, sí che né canto d’uccelli né
fiore di biancospino mi piace piú che verno gelato.
Già mai d’amore non mi allegrerò se non mi allegro di quest’amore
di lungi, che piú gentile e migliore io non ne conosco in veruna
parte né presso né lungi: tanto è verace e fino il suo pregio,
ch’io vorrei là nel regno dei saracini esser chiamato prigione per
lei.
Triste e lieto mi partirò quando vedrò questo amore di lungi; ma
non so l’ora che la vedrò, perché le nostre terre troppo son lungi;
assai vi ha passi e cammini tra mezzo, e per ciò non sono indovino:
ma tutto sia come a Dio piacerà.
Ben tengo per verace il Signore che formò quest’amore di lungi; ma
per un bene che me n’avviene n’ho doppio male, ché tanto son lungi.
Ah ch’io fossi là pellegrino, sí che il mio bordone ed il saio
fossero da’ begli occhi di lei rimirati.
Ben mi parrà gioia quando io le chiederò per amor di Dio l’albergo
là lungi, e, se a lei piace, albergherò presso di lei, se bene io
mi sia di lungi: allora le parrà dolce conversazione, quando il
lontano amatore le sarà tanto vicino che goderà sollievo di belle
parole.
Dio, che fece quanto viene e va e formò questo amore di lungi, mi
dia potere, ché il cuore io ne ho, di vedere in breve l’amore di
lungi....
*
* *
Questo _amore di lungi_ ebbe per oggetto, secondo la tradizione
storica, una contessa di Tripoli.
Tripoli in Siria, presa dai cristiani crociati nel 1109, fu constituita
contea in vassallaggio al regno di Gerusalemme e data a Bertrando
figlio d’un dei condottieri della crociata, Raimondo di San Gilles
conte di Tolosa: fin che, mancata la discendenza nel 1200, passò al
principato di Antiochia. In vita di Rudel, conti di Tripoli furono:
dal 1137 al 1152 Raimondo primo, ed ebbe in moglie Odierna nata di
Baldovino re di Gerusalemme: dal 1152 al 1187 Raimondo secondo, ed ebbe
in moglie Eschiva dama di Tarbia.
Tra i molti che scrissero di Rudel solo il signor Souchier vuole che
la donna da lui invocata fosse Odierna, e l’amore e la morte fossero
nel 1147; nel quale anno egli crociatosi sarebbe passato in Palestina
non per terra con la spedizione del re di Francia nel giugno, ma
per mare su la fine d’agosto con Alfonso Giordano conte di Tolosa e
Bertrando suo figlio. In questa opinione il sign. Souchier fu indotto
particolarmente da due versi d’una delle canzoni su l’amore lontano,
nei quali sono ricordati il conte di Tolosa e ser Bertrando. Ma i due
versi altro non dicono se non che la canzone sarà udita in Quercy da
ser Bertrando e dal conte in Tolosa: da cosí poco a indurre che Rudel
fosse della spedizion tolosana il passo è ardito. Fosse pure stato: non
a pena sbarcò a Tripoli morí. Ma come allora il trovadore Marcabruno
avrebbe potuto inviare la sua già ricordata canzone a sir Rudel
«oltre mare, sí che l’avessero i francesi per rallegrarsene»? Nel 1147
Giaufré Rudel fece sí il passaggio in Terra santa crociato, ma con la
spedizione francese, e ne tornò. Un secondo passaggio lo fece nel 1162,
come afferma il biografo Nostradama che può avere attinto a pura fonte
la notizia dell’anno, e lo fece per amore di Melisenda, come porta la
leggenda e la storia può ammettere.
Melisenda, figliuola di Odierna e del primo Raimondo conte di Tripoli,
ebbe il nome dalla sorella di sua madre, la Melisenda primogenita di
Baldovino primo, famosa nella storia della Palestina feudale come
quella che per trent’anni ebbe parte al governo nel regno di Folco
d’Anjou suo marito e di Baldovino secondo suo figlio. Melisenda
di Tripoli, «fanciulla di mirabile creanza», come la descrive il
maggiore storico del regno cristiano in Siria, Guglielmo arcivescovo
di Tiro, era nel 1161 dimandata a nozze da Manuele Comneno imperatore
di Costantinopoli. Magnifico l’apprestamento e il corredo: grande
la spesa: tutti i principi del regno di Gerusalemme eran convenuti
alla corte di Tripoli: dodici navi aspettavano, pronte a trasportare
la cugina del re di Gerusalemme nella reggia di Eudossia e Teodora:
quando l’imperatore greco ruppe il trattato e ripudiò la sposata. Di
che súbito andò la fama presso e lontano; e, in onta alla perfidia del
Comneno, innalzò le grazie e la virtú della vergine latina. La sventura
cresce lume alla bellezza, e la donna è perfetta quando ha pianto. Cosí
avvenne che tutta Francia, e particolarmente il paese dei trovadori, di
cui era splendore la famiglia dei conti di Tolosa, risuonasse del nome
e delle lodi di Melisenda contessa di Tripoli, tanto che il signore di
Blaia ne innamorò e messosi in mare per vederla morí.