Ma oggi il poeta, a cui le paurose anime del medio evo chiedevano
le sorti dell’avvenire, non avrà oggi una sorte, un consiglio o un
ammonimento da dare all’Italia?
Or son parecchi anni io percorreva in un vespro di giugno questa
pianura mantovana. Lussureggiava la mèsse nell’allegrezza della estate;
tra la verdura ondeggiante come un mare, per le strade polverose,
affollate dei tornanti da’ mercati, risonavano i rumori della vita è
del lavoro; biancheggiavano le casette giulive tra i grandi e diritti
alberi; e il tramonto involgeva tutto d’un rosso vaporoso tepore.
Giunsi a Castel d’Ario; e in iscuole ariose e pulite vidi facce serene
di fanciulli e fanciulline fiorenti, e udii da quelle bocche salir
canti di gioia ammonenti a virtú. Le madri sorridevano su gli usci,
gli uomini slegavano i bovi dai carri, e i giovenchi mugolavano da le
stalle. Una ròcca del medio evo, di cui l’ellera corroditrice velava
i crepacci, arrossita dai fuochi del tramonto parea vergognarsi della
sua inutile e crudel leggiadria in mezzo a’ trionfi della pacifica
industria e del lavoro umano. Tra quei canti di fanciulli, tra que’
muggiti di giovenchi, in quelli aspetti di bellezza, di forza, di
tranquillità, io sentii nel mio cuore lo spirito di Virgilio. E
diceva: — O italiani, sollevate e liberate l’agricoltura, pacificate
le campagne! Cacciate la fame dai solchi, la pellagra dai corpi, la
torva ignoranza dagli animi. Pacificate le campagne e i lavoratori.
E l’aquila romana rimetterà anche una volta le penne, e guiderà su
i monti e su i mari il nostro diritto e le vittoriose armi d’Italia.
«Victorisque arma Quirini». —