V.

Ma oggi il poeta, a cui le paurose anime del medio evo chiedevano

le sorti dell’avvenire, non avrà oggi una sorte, un consiglio o un

ammonimento da dare all’Italia?

Or son parecchi anni io percorreva in un vespro di giugno questa

pianura mantovana. Lussureggiava la mèsse nell’allegrezza della estate;

tra la verdura ondeggiante come un mare, per le strade polverose,

affollate dei tornanti da’ mercati, risonavano i rumori della vita è

del lavoro; biancheggiavano le casette giulive tra i grandi e diritti

alberi; e il tramonto involgeva tutto d’un rosso vaporoso tepore.

Giunsi a Castel d’Ario; e in iscuole ariose e pulite vidi facce serene

di fanciulli e fanciulline fiorenti, e udii da quelle bocche salir

canti di gioia ammonenti a virtú. Le madri sorridevano su gli usci,

gli uomini slegavano i bovi dai carri, e i giovenchi mugolavano da le

stalle. Una ròcca del medio evo, di cui l’ellera corroditrice velava

i crepacci, arrossita dai fuochi del tramonto parea vergognarsi della

sua inutile e crudel leggiadria in mezzo a’ trionfi della pacifica

industria e del lavoro umano. Tra quei canti di fanciulli, tra que’

muggiti di giovenchi, in quelli aspetti di bellezza, di forza, di

tranquillità, io sentii nel mio cuore lo spirito di Virgilio. E

diceva: — O italiani, sollevate e liberate l’agricoltura, pacificate

le campagne! Cacciate la fame dai solchi, la pellagra dai corpi, la

torva ignoranza dagli animi. Pacificate le campagne e i lavoratori.

E l’aquila romana rimetterà anche una volta le penne, e guiderà su

i monti e su i mari il nostro diritto e le vittoriose armi d’Italia.

«Victorisque arma Quirini». —

Pagine di storia letteraria · 第 13 / 157 题