Dai campi al Capitolio, dall’Italia all’Impero.
Il vóto del mondo romano all’uscire delle guerre civili, la pace nella
grandezza, prese forma epica nel piú bel poema letterario delle genti
latine. Quando la forza ha spezzato le tavole della legge e infuria
la licenza delle spade, alla salute della patria i piú son costretti
invocare o accettare un «messo di Dio» o un «uomo provvidenziale»,
ciò è, non un dittatore, un dèspota. Cosí, mentre Ottaviano diviene
Augusto, Virgilio rivede in lui con la fantasia dell’amore il bel
giovine che gli aveva restituito il suo campicello, e prega agli dèi:
Hunc saltem everso iuvenem succurrere saeclo
Ne prohibete.
Il poeta di Augusto ingloria la monarchia nella consecrazione della
volontà degli dèi; ma il poeta d’Italia canta il reame degli antichi
tempi civilmente innovato dal consenso dei popoli, e alle leggende
dinastiche intrecciando le tradizioni e le storie italiche e romane
concilia, nel supremo periodo della civiltà antica, la repubblica
all’impero, la madre Italia a Roma sovrana del mondo. Nel che
rifulge un’altra virtú, meravigliosa in questo spirito solitario e
campestre, l’intelletto politico, che d’ora innanzi contrassegnerà
la poesia latina dalla greca: egli intende e rende l’incremento e la
constituzione della patria romana e il genio della gente togata con
una piena e piú che storica intuizione, avanzando da poeta, e da gran
poeta, il Machiavelli e il Montesquieu.
E, ciò che i moderni non sanno oramai piú fare, egli anima di poesia
fantastica e appassionata la storia; la storia e l’antichità. Niun
epico e forse nessuno storico antico fu piú archeologo di Virgilio:
nella poesia di lui risorgono su i monti, su i colli, dai fiumi gli
antichi dèi della patria; risorgono su le ruine delle città disparite
i popoli spenti a cantare le origini divine e gl’instituti civili e
i culti dei padri e la forza delle armi: Arcadi, Etruschi, Latini,
Sabelli, si mescolano nel miluogo piú glorioso del mondo, su’ colli
e ne’ campi ove poi crebbe Roma. Con tutto ciò egli è il grande epico
patriota: alla morte di Eurialo e Niso, dimentico i due giovini eroi
essere creature del suo nobile spirito, il poeta irrompe nella epopea
con foga di cittadino; e glorificando il sacrifizio e dal sacrifizio
degli individui affermando la eternità delle instituzioni, esclama
— Fortunati ambedue! se alcun valore hanno i miei carmi, niun giorno
rapirà voi dalle memorie dei tempi, fino a che la discendenza di Enea
abiterà la incrollabile rupe del Campidoglio e il padre della patria
romana terrà l’impero. —
In tanta gloria, interprete al mondo dei destini dell’impero, Virgilio
fu sempre qual era stato giovine agricoltore su le rive del Mincio:
avea serbato della prima vita e della abitudine dei campi il colorito
bruno e abbronzato e una cert’aria al primo incontro disadatta e
impacciata. E pure una delle rare volte che dal segreto recesso di
Campania o di Sicilia venne a Roma, entrando in un teatro, co’ suoi
capelli lunghi di campagnolo, col suo rossore di vergine, tutto
il popolo levato in piedi salutò con lunghe acclamazioni il poeta.
Inconscio il popolo romano rendeva giustizia a un superstite di quelle
gentili razze agricole italiane che la tirannide del senato e la
rivoluzione militare avevano consumate e distrutte, quando a punto
questo vindice paesano raccoglieva nell’anima sua di poeta Roma,
l’impero, il mondo.
Imperocché la poesia di Virgilio andò a grado a grado acquistando
d’ampiezza: di nazionale divenne, come l’impero, universale; trascese
i limiti dell’impero. Già le donne del poema sono d’un altro mondo:
Lavinia, la vergine; Andromaca, la madre; Didone, l’amante; Camilla, la
venturosa e pudica battagliera; non hanno sorelle nella poesia antica,
se non forse di Sofocle. Il pensiero del poeta ascende sempre piú alto
e malinconico nella visione del bene: la sua parola sonante dagl’intimi
recessi dell’anima ha un tócco profondo su le anime; ha un tenero
senso di pietà per tutti i dolori, per tutte le sventure, per tutte
le miserie; «mentem mortalia tangunt»: egli, il poeta romano, ha fino
l’orror della guerra, «scelerata insania belli». Un senso superiore
della vita, una conscienza purissima del buono e del bello, una umanità
delicata e commossa, anima quella divina poesia, che pare affretti
nella realtà i sogni giovanili cantati in riva di Mincio:
Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
E pure all’impero del mondo si seguirono, biechi e sanguinosi, Tiberio
e Caligola. Ma anche nacque Gesú Cristo. Da allora i secoli ammirano il
poeta mantovano, a guisa del suo Cycno, abbandonar la terra e seguir le
stelle col canto:
Linquentem terras et sidera voce sequentem.
Mediatore tra due mondi, egli passa, quale Hermete tra le ombre
d’inferno, rompendo le tenebre del medio evo con l’aurea verga del suo
carme: passa, e Dante, non a pena lo scorge su ’l limite della selva
selvaggia, gli tende le braccia e si prostra; ed egli terge in Dante
l’Italia e l’Europa dalla fuligine della barbarie, e manda il suo
spirito, per le genti diverse, a Camoens, a Racine, a Schiller.
Tale è nella storia del pensiero umano il vostro conterraneo, o
Mantovani di Pietole.