III.

E pure quest’anima sí presto offesa dal dissidio della vita si direbbe

che per la stessa ferita assorbisse la gran freschezza della speranza,

anzi della fede, in una felicità promessa al genere umano, in una età

d’oro che esso, quando che sia, pur deva percorrere su questo pianeta.

Onde il poeta, o persuaso delle tradizioni etrusche del millenario, o

inspirato da un’eco di sentimenti messianici che venia dall’oriente,

tra il tumulto ancora delle armi civili esclamava,

Aspice venturo laetentur ut omnia saeclo.

E il primo passo verso quella letizia avvenire gli parve dover essere

la pacificazione dell’Italia nella ristorazione dell’agricoltura: indi

il poema sí civile delle Georgiche.

I vincitori, partita che ebbero l’Italia tra i veterani, si accorsero

aver fatto il deserto: e Mecenate poté ben consigliare al colono di

Mantova, volesse con la poesia risvegliar l’amore dell’agricoltura,

forza già di Roma e d’Italia, nei popoli dalle guerre venturose

disaffezionati alle campagne omai guaste, volesse conciliare i

veterani, nuovi possidenti, ai vecchi coloni nell’amor del lavoro.

Ma l’inspirazione del poema è piú lontana, piú alto il pensiero. È il

pensiero dei repubblicani di parte plebea. I Gracchi volevano con la

legge agraria richiamare il popolo dagli ozi turbolenti del fòro alla

operosità buona dei campi, volevano con le rusticane virtú premunirlo

dal guasto delle mollezze orientali, volevano in fine rendere italiana

Roma per salvar la repubblica. Virgilio volle lo stesso per rialzar

l’Italia e conciliarla a Roma che andava impersonandosi nell’impero.

Il vecchiarello Coricio, lavoratore contento di un picciol pezzo

di terra, è la condanna dei latifondi che perderon l’Italia. E se

nel motivo politico il poeta di Cesare accompagnasi ai Gracchi,

nell’idea morale ed umana che si fa dell’agricoltura di quanto non

avanza l’aristocratico agricoltore Catone! «Divini gloria ruris» è un

sentimento ignoto ai signori dei grandi predii, è un’espressione nuova

nell’antica poesia. Per Catone la terra era l’instrumento del guadagno:

per Virgilio è la madre pia degli uomini eguali:

Fundit humo facilem victum iustissima tellus.

E il lavoro dei campi è santificato dalla religione della patria, come

opera sociale.

Mirabile poesia! e piú quando, in sí grande altezza d’intendimenti

e perfezione di forme l’ingenua bontà del paesano prorompe nella

tenerezza onde il poeta canta le bellezze e i patimenti dei bruti.

Nella descrizione della epizoozia, su quei vitelli che muoiono a torme

per le praterie liete

Et dulces animas plena ad praesepia reddunt,

in quell’aratore che se ne va triste a capo chino

Moerentem abiungens fraterna morte iuvencum,

scorrono le lacrime del gran poeta campestre. Egli è il pastore delle

sue ecloghe che si reca in braccio per la dura via dell’esiglio

la capretta fresca di parto, come Giuseppe Garibaldi riportava,

scaldandoselo al seno, alla gloriosa capanna di Caprera l’agnellino

smarrito. Oh bontà semplice, ornamento e compimento supremo della

grandezza!

Pagine di storia letteraria · 第 11 / 157 题