CXIV. — PEPPINO.

Al momento stesso in cui il battello a vapore del conte spariva dietro

il capo Morgiou, un uomo correva la posta da Firenze a Roma, passando

dalla piccola città d’Acquapendente. Egli camminava abbastanza presto

per far molta strada, senza tutta volta divenir sospetto. Vestito

con un soprabito che il viaggio aveva consumato, ma che lasciava

vedere brillante e fresco il nastro della Legion d’Onore ripetuto

sul suo abito, questo uomo, non solo da questo doppio segno, ma

ancora dall’accento col quale parlava al postiglione doveva essere

riconosciuto per francese. Una prova ancora ch’egli era nato nel paese

della lingua universale è ch’egli non sapeva altre parole d’italiano,

che quelle della musica che possono come il _goddam_ di Figaro,

sostituir tutte le finezze di una lingua particolare. — _Allegro!_

diceva egli ai postiglioni ad ogni salita: _moderato!_ faceva ad ogni

discesa. — E Dio sa se vi sono salite e discese da Firenze a Roma

per la strada d’Acquapendente! Queste due parole, del resto, facevano

molto ridere le brave genti alle quali erano indirizzate. In faccia

alla città eterna, vale a dire giungendo alla Storta, punto da dove si

scorge Roma, il viaggiatore non provò quel sentimento di entusiastica

curiosità, che spinge ogni straniero ad alzarsi dal fondo della

carrozza, per scorgere la famosa cupola di S. Pietro, che si vede molto

prima di distinguere qualunque altra cosa. No, egli cavò soltanto il

suo portafoglio di saccoccia, e da esso una carta piegata in quattro,

che spiegò e ripiegò con una attenzione che rassomigliava a rispetto, e

si limitò a dire.

— Buono! io l’ho sempre. — La carrozza oltrepassò la porta del Popolo,

prese a sinistra e si fermò di rimpetto al palazzo di Spagna. Mastro

Pastrini nostra antica conoscenza, ricevette il viaggiatore sul

limitare della porta col cappello in mano. Il viaggiatore discese,

ordinò un buon pranzo e s’informò dell’indirizzo della casa Thomson e

French, che gli fu indicato sul momento; questa casa era una delle più

conosciute di Roma.

Ella era situata in via dei Banchi, vicino al ponte sant’Angelo.

A Roma, come dappertutto, l’arrivo d’una carrozza di posta è un

avvenimento. Dieci giovani discendenti da Mario e dai Gracchi, coi

piedi nudi, i gomiti stracciati, ma il pugno sull’anca, e il braccio

pittorescamente ricurvo al di sopra della testa, guardavano il

viaggiatore, la carrozza e i cavalli; a questi birichini della città

per eccellenza, si erano uniti una cinquantina di balordi dello stato

romano, di quelli che fanno dei cerchi sputando nell’acqua del Tevere

dall’alto del ponte di castel sant’Angelo quando nel Tevere vi è acqua.

Ora, siccome i monelli e i balordi di Roma più felici di quelli di

Parigi, capiscono tutte le lingue, e particolarmente la francese,

capirono che il viaggiatore domandava un appartamento, da pranzo, e

finalmente l’indirizzo della casa Thomson e French. Ne risultò che

allora quando il nuovo arrivato uscì dall’albergo col cicerone d’uso,

un uomo si staccò dal gruppo dei curiosi, e senza esser notato dal

viaggiatore, senza sembrare di essere osservato dalla sua guida,

camminò a poca distanza dallo straniero, seguendolo con tanta maestria,

quanta ne avrebbe potuta avere un messo della polizia parigina. Il

francese era così stimolato dalla fretta di fare la sua visita alla

casa Thomson e French, che non ebbe il tempo d’aspettare che i cavalli

fossero attaccati; la carrozza doveva raggiungerlo per la strada, e

aspettarlo alla porta del banchiere.

Arrivarono senza che la carrozza li avesse raggiunti.

Il francese entrò lasciando la sua guida in anticamera che subito si

mise a far conversazione con due o tre di quegli industriosi senza

industria, o meglio di una di quelle mille industrie che si esercitano

a Roma, alla porta dei banchieri, delle chiese, delle ruine, dei musei

o dei teatri.

Nello stesso tempo del francese entrò pure l’uomo che si era staccato

dal gruppo dei curiosi; il francese bussò ai vetri della bussola e

penetrò nella prima camera.

— I sig. Thomson e French? domandò lo straniero. — Una specie di lacchè

si alzò dietro un segno di un commesso di confidenza, guardiano formale

del primo ufficio.

— Chi debbo annunziare? domandò il lacchè disponendosi a camminare

davanti al forestiere.

— Il sig. barone Danglars, rispose il viaggiatore.

— Venite, disse il lacchè. — Fu aperta una porta; il lacchè ed il

barone disparvero per essa. L’uomo che era entrato dietro Danglars si

assise sopra un banco. Il commesso continuò a scrivere per circa cinque

minuti; durante i quali l’uomo seduto conservò il più profondo silenzio

e la più assoluta immobilità. Indi la penna cessò di stridere sulla

carta; alzò la testa, guardò attentamente attorno a sè e dopo essersi

assicurato che si ritrovava a quattr’occhi: — Ah! ah! diss’egli, eccoti

qui, Peppino!

— Sì! rispose questi laconicamente.

— Hai odorato alcun che di buono intorno a questo signore?

— Non vi è gran merito per questo, ne siamo stati avvisati.

— Tu sai dunque ciò che egli viene a far qui, curioso.

— Viene a riscuotere; rimane soltanto a sapersi la somma.

— Ti si dirà quanto prima, amico.

— Ma non mi darai, come l’altro dì, delle false informazioni.

— Che intendi dire, di chi vuoi parlare? sarebbe forse di

quell’inglese, che giorni sono portò via tremila scudi?

— No, quello aveva in realtà i tremila scudi, e li abbiamo saputi

ritrovare: m’intendo di parlare del principe russo; tu ci avevi

accusato trentamila lire, e non ne abbiamo ritrovate che ventidue.

— Avrete cercato male.

— È stato Luigi Vampa che ha fatto la perquisizione.

— In questo caso, avrà avuto dei debiti da pagare.

— Un russo? — Ovvero avrà speso il danaro.

— Questo è il più possibile di tutto.

— È sicurissimo; ma, lasciatemi andare al mio osservatorio, altrimenti

il francese farà il fatto suo, senza che io possa sapere il positivo

della cifra. — Peppino fece un segno affermativo con la testa, e

si mise ad osservare alcune incisioni appese al muro, mentre che il

commesso spariva dalla stessa porta che aveva dato passaggio al lacchè

ed al barone. In capo a circa dieci minuti, ricomparve il commesso

tutto raggiante. — Ebbene? domandò Peppino al suo amico.

— All’erta! all’erta! disse il commesso, la somma è rotonda.

— Da cinque a sei milioni, n’è vero? — Sì, tu sai la cifra?

— Sopra una ricevuta di S. E. il conte di Monte-Cristo e della quale è

stato accreditato sopra Roma, Venezia e Vienna.

— È così, in che modo sei tu tanto bene informato?

— Te l’ho detto, siamo stati prevenuti, riprese Peppino.

— Allora, perchè ti sei indirizzato a me?

— Per essere ben sicuro che questo era l’uomo col quale avevam

che fare. — È veramente lui... cinque milioni. Una bella somma eh!

Peppino? — Sì. — Ma non ne avremo mai altrettanti. — Almeno, rispose

filosoficamente Peppino, avremo gli avanzi.

— Zitto! ecco il nostro uomo. — Il commesso riprese la sua penna, e

Peppino ritornò di nuovo ad osservare i rami.

Danglars comparve irradiato, accompagnato da un banchiere che lo

ricondusse fino alla porta. A seconda delle convenzioni, la carrozza

che doveva ricondurre Danglars, aspettava davanti alla porta di Thomson

e French. Il cicerone ne teneva lo sportello aperto; il cicerone è

un essere molto complimentoso e compiacente, che si può impiegare in

ogni cosa. Danglars saltò nella carrozza, leggero come un giovine di

vent’anni. Il cicerone chiuse lo sportello, e salì vicino al cocchiere.

Peppino montò nel posto di dietro.

— S. E. vuol ella andare a vedere San Pietro? domandò il cicerone.

— Per farne che? rispose il barone. — Diamine! per vedere!

— Non sono venuto a Roma per vedere, disse ad alta voce Danglars; indi

aggiunse sommessamente con un rapido sorriso: sono venuto per toccare.

— Ed in fatto toccò il portafoglio, nel quale aveva chiusa una lettera.

— Allora S. E. va...? — All’Albergo.

— Casa Pastrini! disse il cicerone al cocchiere. — E la carrozza partì

rapida come una carrozza padronale. Dieci minuti dopo, il barone era

rientrato nel suo appartamento, e Peppino si era istallato sur un banco

posto contro un muro vicino alla porta, dopo aver detto alcune parole

all’orecchio di uno di quei discendenti di Mario e dei Gracchi che

abbiam segnalato al principio di questo capitolo, il quale discendente

prese la strada del Campidoglio con tutta la sveltezza delle sue gambe.

Danglars era stanco, soddisfatto, e aveva sonno. Egli si mise in letto,

pose il suo portafogli sotto il capezzale, e si addormì. Peppino aveva

del tempo superfluo; giuocò alla morra con dei facchini, perdè due o

tre scudi, e, per consolarsi, bevè un fiasco di vino d’Orvieto. La

dimane, Danglars si svegliò tardi, quantunque fosse andato a letto

di buon’ora; erano cinque o sei notti che non dormiva, o che dormiva

malissimo. Fece una copiosa colazione, e poco curante, come lo aveva

detto, di vedere le bellezze della città eterna, ordinò i cavalli da

posta per mezzogiorno. Ma Danglars aveva contato senza le formalità

della polizia, e senza la lentezza del mastro di posta. I cavalli

giunsero soltanto alle due, e il cicerone non portò il passaporto coi

visti che alle tre. Tutti questi preparativi avevano richiamato davanti

alla porta di Mastro Pastrini un buon numero di oziosi. I discendenti

dei Gracchi e di Mario, non mancavano. Il barone traversò trionfalmente

questi gruppi, che lo chiamavano eccellenza per avere un baiocco.

Siccome Danglars, uomo popolarissimo, come si sa, si era contentato

di farsi chiamare barone fino a quel momento, e non era ancora stato

trattato col titolo d’eccellenza, questo titolo lo lusingò, e distribuì

una dozzina di paoli a tutta quella canaglia. — Che strada? domandò il

postiglione in italiano.

— Strada d’Ancona, rispose il barone. — Mastro Pastrini tradusse la

domanda e la risposta, e la carrozza partì al galoppo. Danglars voleva

effettivamente passare a Venezia, e realizzarvi una parte della sua

fortuna, indi da Venezia andare a Vienna e realizzarvi il resto. La

sua intenzione era di fissarsi in quest’ultima città di piaceri. Appena

ebbe fatto due leghe nella campagna di Roma, cominciò a cader la notte:

Danglars non aveva creduto di dover partire così tardi, altrimenti

sarebbe rimasto, egli domandò al postiglione quanto v’era per giungere

alla prima città.

— _Non capisco_! rispose in italiano il postiglione.

Danglars fece un movimento colla testa, che voleva dire: — Benissimo.

La carrozza continuò la sua strada. — Mi fermerò alla prima posta,

— diceva fra sè Danglars: intanto egli provava ancora un resto di

quel benessere che aveva risentito la sera innanzi, e che gli aveva

procurato una così buona notte: era mollemente steso nella sua buona

carrozza inglese, a doppie molle; e si sentiva strascinato dal galoppo

di due buoni cavalli; la posta era di sette leghe, egli lo sapeva.

Che fare quando uno è banchiere, ed ha fatto facilmente banca rotta?

Danglars pensò dieci minuti a sua moglie rimasta a Parigi; altri dieci

minuti a sua figlia che girava il mondo con madamigella d’Armilly;

dette dieci minuti ai suoi creditori e al modo in cui impiegherebbe

il loro danaro; indi non avendo più niente da fare, chiuse gli occhi

e si addormentò. Qualche volta però, scosso da un urto più forte

degli altri, Danglars riapriva gli occhi; allora si sentiva sempre

trasportato dalla stessa celerità attraverso quella stessa campagna

di Roma tutta seminata di ruderi d’acquedotti, che sembrano giganti

di granito, pietrificati a mezzo della loro corsa. Ma la notte era

fredda, oscura e piovosa, ed era miglior partito per un uomo mezzo

assopito, il rimanere in fondo della carrozza con gli occhi chiusi,

di quel che mettere la testa fuori dello sportello per domandare

dov’era al postiglione, che non sapeva rispondere nient’altro che, _non

capisco_. Danglars continuò dunque a dormire, dicendosi che sarebbe

sempre stato in tempo a svegliarsi quando gli cambiavano i cavalli.

La carrozza si fermò; Danglars, pensò che finalmente giungeva al posto

desiderato. Riaprì gli occhi, guardò a traverso il cristallo, credendo

di ritrovarsi in mezzo a qualche città, o almeno a qualche villaggio;

ma non vide che una specie di capanna isolata, e tre o quattro uomini

che andavano e venivano come ombre: Danglars aspettò un momento che il

postiglione che aveva finita la corsa, venisse a reclamare il danaro

della posta; contava di approfittare di quest’occasione per chiedere

qualche informazione al suo nuovo conduttore; ma i cavalli furono

staccati e cambiati senza che nessuno andasse a chiedere del danaro

al viaggiatore. Danglars meravigliato, aprì lo sportello; ma una

mano vigorosa lo chiuse subito, e la carrozza partì. — Ehi! disse al

postiglione, ehi! _mio caro_!

Questa pure era una parola italiana di una romanza che Danglars aveva

ritenuta a memoria quando sua figlia cantava dei duetti col Principe

Cavalcanti. Ma il mio caro non gli rispose una parola. Danglars si

contentò allora di calare il cristallo e di dire in francese, mettendo

fuori la testa:

— Ehi! amico dove andiamo dunque?

— _Dentro la testa!_ gridò una voce grave ed imperiosa, accompagnata da

un gesto minaccioso.

Danglars capì che _dentro la testa_, voleva dire _rentrez la tête_.

Egli faceva, come ben si vede, rapidi progressi nella lingua italiana;

obbedì perciò non senza inquietudine, e siccome questa inquietudine

aumentava di minuto in minuto, in capo ad alcuni momenti, il suo

spirito (in vece del vuoto che abbiamo segnalato al momento in cui

si metteva in viaggio, e che gli aveva procurato il sonno) si trovò

riempito di una quantità di pensieri atti gli uni più degli altri a

tenere svegliato l’interesse del viaggiatore, e soprattutto di un

viaggiatore che si ritrovava nella situazione di Danglars. I suoi

occhi nell’oscurità delle tenebre presero quel grado di acutezza

che le forti emozioni comunicano nel primo momento, ma poi cessa più

tardi per essere stato troppo esercitato. Prima di aver paura si vede

giustamente; quando si ha paura si vede in confuso. Danglars vide un

uomo avvolto in un mantello che galoppava allo sportello della diritta.

— Un qualche gendarme, diss’egli. Sarei forse stato segnalato dal

telegrafo francese alle autorità pontificie?

Egli risolvè di uscire da questa ansietà. — Dove mi conducete voi?

domandò sempre in francese.

— _Dentro la testa!_ ripetè la stessa voce col medesimo accento di

minaccia. — Danglars si voltò verso lo sportello della sinistra.

Un altro uomo a cavallo galoppava allo sportello della sinistra. —

Davvero, diceva tra sè Danglars col sudore sulla fronte, io sono stato

preso. — E si gettò nel fondo della carrozza, non per dormire questa

volta, ma per pensare. Un momento dopo si alzò la luna. Dal fondo della

carrozza fissò il suo sguardo nella campagna. Egli rivide allora questi

grandi acquedotti, fantasmi di pietra, che aveva notato passando; se

non che, invece di averli a diritta, egli li aveva a sinistra. Capì

allora che avevano fatto fare un mezzo giro alla carrozza e che lo

riconducevano a Roma.

— Oh! me disgraziato! mormorò egli, avranno ottenuta la mia

estradizione. — La carrozza continuò a correre con una spaventosa

velocità. Un’ora passò terribile, poichè ad ogni nuovo indizio gettato

sul suo passaggio, il fuggitivo riconosceva in modo da non poterne

dubitare, che lo si riconduceva indietro. Finalmente rivide una massa

oscura contro la quale sembrava che la carrozza andasse ad urtare. Ma

la carrozza girò, e corse lungo questa massa oscura, che altro non era

che il cinto di muro che circonda Roma.

— Oh! oh! mormorò Danglars, noi non rientriamo in città? dunque non è

la giustizia che mi arresta. Buon Dio! un’altra idea, sarebbe forse...

— I capelli gli si drizzarono.

Egli si ricordò le interessanti istorie dei banditi della campagna

di Roma, tanto poco credute a Parigi, che Alberto de Morcerf aveva

raccontato alla sig.ª Danglars e ad Eugenia, quando vi erano le

trattative pel giovine visconte, di diventare il figlio dell’una, ed il

marito dell’altra.

— Forse ladri! mormorò egli. — Di repente la carrozza ruotò sur un

terreno più duro del suolo di una strada sabbiosa: Danglars arrischiò

uno sguardo alle due parti della strada; vide dei monumenti di forme

strane, e il suo pensiero preoccupato dal racconto di Morcerf, che ora

si presentava a lui con tutti i suoi particolari, il suo pensiero gli

disse che doveva essere sulla via Appia. A sinistra della carrozza in

una specie di vallata si vedeva uno scavo circolare. Era il circo di

Caracalla. Dietro una parola dell’uomo che galoppava a diritta della

carrozza, questa si fermò.

Nello stesso tempo lo sportello della sinistra si aprì.

— Scendi! comandò una voce. — Danglars discese nello stesso punto;

egli non parlava ancora l’italiano, ma cominciava già a capirlo.

Più morto che vivo, il barone guardò intorno a sè. Quattro uomini lo

circondavano, senza contare il postiglione. — _Di qua_, — disse uno

dei quattro uomini discendendo per un piccolo sentiero che conduceva

dalla via Appia in mezzo alle ineguaglianze del terreno della campagna

romana. Danglars seguì la sua guida senza discussione, e non ebbe

bisogno di voltarsi per sapere che egli era seguito da altri tre

uomini. Però gli sembrò che questi uomini si fermassero come in

sentinella a distanze quasi uguali.

Dopo circa dieci minuti di cammino, durante i quali Danglars non

cambiò neppure una parola colla sua guida, egli si ritrovò fra un

poggio ed un cespuglio formato da alta erba; tre uomini in piedi

e muti formavano un triangolo di cui egli si ritrovava nel centro.

Egli volle parlare; la sua lingua s’impacciò. — _Avanti_, — disse la

medesima voce coll’accento breve ed imperioso. Questa volta Danglars

capì doppiamente: capì dalla parola e dal gesto, poichè l’uomo che

camminava dietro a lui lo spinse così rozzamente in avanti che andò

ad urtare contro la sua guida. Ma era il nostro amico Peppino che si

inoltrò fra le alte erbe per una sinuosità che le faine e le volpi

potevano soltanto riconoscere per un cammino praticabile. Peppino si

fermò davanti ad una roccia sormontata da un fitto cespuglio; questa

roccia, spaccata come una palpebra, concesse il passaggio al giovine

che vi sparì, come spariscono dalle loro botole i diavoli delle nostre

streghe. La voce ed il gesto di quello che seguiva Danglars impegnarono

il banchiere a fare altrettanto. Non vi era più da dubitare, il fallito

francese aveva a che fare coi briganti. Danglars eseguì come un uomo

posto fra due terribili pericoli e che la paura rende coraggioso.

Ad onta del suo ventre, abbastanza mal disposto per penetrare nelle

crepacce della campagna romana, s’infiltrò dietro a Peppino, e

lasciandosi strisciare, chiudendo gli occhi, cadde in piedi. Toccando

la terra egli riaprì gli occhi. Il cammino era largo ma nero. Peppino

poco curandosi di essere riconosciuto ora che si trovava in casa sua,

battè l’acciarino ed accese una torcia. Altri due uomini discesero

appresso a Danglars, formando la retroguardia; e spingendo Danglars

quando per caso si fermava, lo fecero giungere per un dolce declive

al centro di un croce-via di sinistra apparenza. Infatto le pareti dei

muri scavate a sepolture soprapposte le une alle altre, sembravano, in

mezzo alle pietre bianche, aprire quegli occhi neri e profondi che si

vedono nei cranii dei morti. La sentinella fece battere contro la sua

mano sinistra il calcio della carabina e domandò:

— Chi vive?

— Amici! Amici! disse Peppino. Dov’è il capitano?

— Là, disse la sentinella, mostrando per di sopra alla sua spalla una

specie di gran sala scavata nella roccia, e la cui luce si rifletteva

nei corridori per mezzo di grandi aperture concentriche. — Buona

preda, capitano, buona preda, disse Peppino in italiano. — E prendendo

Danglars pel colletto del soprabito, lo condusse verso un’apertura che

rassomigliava ad una porta, e per la quale si penetrava nella sala in

cui sembrava che il capitano avesse formato il suo alloggio. — È questo

quell’uomo? domandò colui che leggeva con molta attenzione la vita di

Alessandro in Plutarco. — Lui stesso, capitano, lui stesso.

— Benissimo; mostratemelo. — Dietro quest’ordine abbastanza

impertinente, Peppino avvicinò così bruscamente la sua torcia al

viso di Danglars, che questi indietrò vivamente per non avere le

sopracciglia bruciate. Questo viso sconvolto offriva tutti i sintomi

di un pallido e vergognoso terrore. — Quest’uomo è stanco, disse il

capitano, che si conduca tosto al suo letto.

— Oh! mormorò Danglars, questo letto sarà probabilmente uno dei

sepolcri che sono scavati nel muro, questo sonno sarà la morte che un

pugnale, che già veggo sfavillare nell’ombre, sarà per procurarmi.

— Infatto nella profonda oscurità dell’immensa sala si vedevano

sollevarsi, sulle loro cuccette d’erbe secche o di pelli di lupi, i

compagni di quest’uomo, che Alberto de Morcerf aveva trovato leggendo

_i Commentarii di Giulio Cesare_, e che Danglars trovava leggendo

_le Vite di Plutarco_. Il banchiere mandò un sordo gemito e seguì la

sua guida; egli non ebbe coraggio nè di pregare nè di gridare: non

aveva più nè forza nè volontà, nè potenza nè sentimento; egli andava

perchè lo trascinavano. Urtò in una scalinata, e comprese che aveva

una scala davanti a sè; egli alzò macchinalmente i piedi quattro o

cinque volte. Allora si aprì davanti a lui una porta bassa; egli si

abbassò macchinalmente per non urtare con la fronte, e si ritrovò

in una cella tagliata nella roccia. Questa cella era conveniente,

sebbene nuda; asciutta quantunque situata sotto terra ad una profondità

incommensurabile. Un letto fatto di erbe secche, e ricoperto di pelli

di capre, era non già eretto, ma steso in un angolo della cella.

Danglars, nello scoprirlo, credè vedervi il simbolo radiante della sua

salute. — Oh! sia lodato Iddio! mormorò egli; è un vero letto. — Era

la seconda volta, in un’ora, ch’egli invocava il nome di Dio; e ciò non

gli era accaduto da più di dieci anni. — _Ecco_, disse la guida.

E, spingendo Danglars nella cella, chiuse la porta dietro a lui. Il

catenaccio cigolò; Danglars era prigioniero.

D’altra parte, se non vi fosse stato il catenaccio, avrebbe abbisognato

un miracolo per passare in mezzo alla guarnigione che in quel punto

custodiva le catacombe di San Sebastiano, e che era accampata intorno

al suo capo, nel quale i nostri lettori avranno certamente riconosciuto

il famoso Luigi Vampa. Danglars pure aveva riconosciuto questo bandito,

all’esistenza del quale non aveva voluto credere, quando Morcerf

cercava di naturalizzarlo in Francia.

Non solo egli lo aveva riconosciuto, ma aveva egualmente riconosciuta

la cella nella quale Alberto era stato rinchiuso, e che, secondo tutte

le probabilità, era l’alloggio dei forestieri. Queste rimembranze,

sulle quali del resto Danglars si estendeva con una certa gioia, gli

rendevano la tranquillità. Dal momento in cui non lo avevano ucciso

subito, i banditi non avevano più volontà di ucciderlo. Era stato

arrestato per essere derubato, e siccome non aveva seco che pochi

luigi, gli avrebbero posto un riscatto. Si ricordò che Morcerf era

stato tassato di una certa somma, di circa quattromila scudi; e siccome

egli si attribuiva un’apparenza molto più importante di Alberto, fissò

da sè stesso nel suo spirito il proprio riscatto ad ottomila scudi; 48

mila lire. Gli restava ancora una somma di circa cinque milioni e 50

mila fr. Con questa somma ognuno può cavarsi d’impaccio in ogni luogo.

Dunque, quasi certo di togliersi d’impaccio, attesochè non vi è esempio

che si sia tassato un uomo per più di cinque milioni e 50 mila lire,

Danglars si stese sul suo letto, ove, dopo essersi girato e rigirato

due o tre volte, si addormentò colla tranquillità dell’eroe di cui

Luigi Vampa leggeva la storia.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 133 / 140 题