Al momento stesso in cui il battello a vapore del conte spariva dietro
il capo Morgiou, un uomo correva la posta da Firenze a Roma, passando
dalla piccola città d’Acquapendente. Egli camminava abbastanza presto
per far molta strada, senza tutta volta divenir sospetto. Vestito
con un soprabito che il viaggio aveva consumato, ma che lasciava
vedere brillante e fresco il nastro della Legion d’Onore ripetuto
sul suo abito, questo uomo, non solo da questo doppio segno, ma
ancora dall’accento col quale parlava al postiglione doveva essere
riconosciuto per francese. Una prova ancora ch’egli era nato nel paese
della lingua universale è ch’egli non sapeva altre parole d’italiano,
che quelle della musica che possono come il _goddam_ di Figaro,
sostituir tutte le finezze di una lingua particolare. — _Allegro!_
diceva egli ai postiglioni ad ogni salita: _moderato!_ faceva ad ogni
discesa. — E Dio sa se vi sono salite e discese da Firenze a Roma
per la strada d’Acquapendente! Queste due parole, del resto, facevano
molto ridere le brave genti alle quali erano indirizzate. In faccia
alla città eterna, vale a dire giungendo alla Storta, punto da dove si
scorge Roma, il viaggiatore non provò quel sentimento di entusiastica
curiosità, che spinge ogni straniero ad alzarsi dal fondo della
carrozza, per scorgere la famosa cupola di S. Pietro, che si vede molto
prima di distinguere qualunque altra cosa. No, egli cavò soltanto il
suo portafoglio di saccoccia, e da esso una carta piegata in quattro,
che spiegò e ripiegò con una attenzione che rassomigliava a rispetto, e
si limitò a dire.
— Buono! io l’ho sempre. — La carrozza oltrepassò la porta del Popolo,
prese a sinistra e si fermò di rimpetto al palazzo di Spagna. Mastro
Pastrini nostra antica conoscenza, ricevette il viaggiatore sul
limitare della porta col cappello in mano. Il viaggiatore discese,
ordinò un buon pranzo e s’informò dell’indirizzo della casa Thomson e
French, che gli fu indicato sul momento; questa casa era una delle più
conosciute di Roma.
Ella era situata in via dei Banchi, vicino al ponte sant’Angelo.
A Roma, come dappertutto, l’arrivo d’una carrozza di posta è un
avvenimento. Dieci giovani discendenti da Mario e dai Gracchi, coi
piedi nudi, i gomiti stracciati, ma il pugno sull’anca, e il braccio
pittorescamente ricurvo al di sopra della testa, guardavano il
viaggiatore, la carrozza e i cavalli; a questi birichini della città
per eccellenza, si erano uniti una cinquantina di balordi dello stato
romano, di quelli che fanno dei cerchi sputando nell’acqua del Tevere
dall’alto del ponte di castel sant’Angelo quando nel Tevere vi è acqua.
Ora, siccome i monelli e i balordi di Roma più felici di quelli di
Parigi, capiscono tutte le lingue, e particolarmente la francese,
capirono che il viaggiatore domandava un appartamento, da pranzo, e
finalmente l’indirizzo della casa Thomson e French. Ne risultò che
allora quando il nuovo arrivato uscì dall’albergo col cicerone d’uso,
un uomo si staccò dal gruppo dei curiosi, e senza esser notato dal
viaggiatore, senza sembrare di essere osservato dalla sua guida,
camminò a poca distanza dallo straniero, seguendolo con tanta maestria,
quanta ne avrebbe potuta avere un messo della polizia parigina. Il
francese era così stimolato dalla fretta di fare la sua visita alla
casa Thomson e French, che non ebbe il tempo d’aspettare che i cavalli
fossero attaccati; la carrozza doveva raggiungerlo per la strada, e
aspettarlo alla porta del banchiere.
Arrivarono senza che la carrozza li avesse raggiunti.
Il francese entrò lasciando la sua guida in anticamera che subito si
mise a far conversazione con due o tre di quegli industriosi senza
industria, o meglio di una di quelle mille industrie che si esercitano
a Roma, alla porta dei banchieri, delle chiese, delle ruine, dei musei
o dei teatri.
Nello stesso tempo del francese entrò pure l’uomo che si era staccato
dal gruppo dei curiosi; il francese bussò ai vetri della bussola e
penetrò nella prima camera.
— I sig. Thomson e French? domandò lo straniero. — Una specie di lacchè
si alzò dietro un segno di un commesso di confidenza, guardiano formale
del primo ufficio.
— Chi debbo annunziare? domandò il lacchè disponendosi a camminare
davanti al forestiere.
— Il sig. barone Danglars, rispose il viaggiatore.
— Venite, disse il lacchè. — Fu aperta una porta; il lacchè ed il
barone disparvero per essa. L’uomo che era entrato dietro Danglars si
assise sopra un banco. Il commesso continuò a scrivere per circa cinque
minuti; durante i quali l’uomo seduto conservò il più profondo silenzio
e la più assoluta immobilità. Indi la penna cessò di stridere sulla
carta; alzò la testa, guardò attentamente attorno a sè e dopo essersi
assicurato che si ritrovava a quattr’occhi: — Ah! ah! diss’egli, eccoti
qui, Peppino!
— Sì! rispose questi laconicamente.
— Hai odorato alcun che di buono intorno a questo signore?
— Non vi è gran merito per questo, ne siamo stati avvisati.
— Tu sai dunque ciò che egli viene a far qui, curioso.
— Viene a riscuotere; rimane soltanto a sapersi la somma.
— Ti si dirà quanto prima, amico.
— Ma non mi darai, come l’altro dì, delle false informazioni.
— Che intendi dire, di chi vuoi parlare? sarebbe forse di
quell’inglese, che giorni sono portò via tremila scudi?
— No, quello aveva in realtà i tremila scudi, e li abbiamo saputi
ritrovare: m’intendo di parlare del principe russo; tu ci avevi
accusato trentamila lire, e non ne abbiamo ritrovate che ventidue.
— Avrete cercato male.
— È stato Luigi Vampa che ha fatto la perquisizione.
— In questo caso, avrà avuto dei debiti da pagare.
— Un russo? — Ovvero avrà speso il danaro.
— Questo è il più possibile di tutto.
— È sicurissimo; ma, lasciatemi andare al mio osservatorio, altrimenti
il francese farà il fatto suo, senza che io possa sapere il positivo
della cifra. — Peppino fece un segno affermativo con la testa, e
si mise ad osservare alcune incisioni appese al muro, mentre che il
commesso spariva dalla stessa porta che aveva dato passaggio al lacchè
ed al barone. In capo a circa dieci minuti, ricomparve il commesso
tutto raggiante. — Ebbene? domandò Peppino al suo amico.
— All’erta! all’erta! disse il commesso, la somma è rotonda.
— Da cinque a sei milioni, n’è vero? — Sì, tu sai la cifra?
— Sopra una ricevuta di S. E. il conte di Monte-Cristo e della quale è
stato accreditato sopra Roma, Venezia e Vienna.
— È così, in che modo sei tu tanto bene informato?
— Te l’ho detto, siamo stati prevenuti, riprese Peppino.
— Allora, perchè ti sei indirizzato a me?
— Per essere ben sicuro che questo era l’uomo col quale avevam
che fare. — È veramente lui... cinque milioni. Una bella somma eh!
Peppino? — Sì. — Ma non ne avremo mai altrettanti. — Almeno, rispose
filosoficamente Peppino, avremo gli avanzi.
— Zitto! ecco il nostro uomo. — Il commesso riprese la sua penna, e
Peppino ritornò di nuovo ad osservare i rami.
Danglars comparve irradiato, accompagnato da un banchiere che lo
ricondusse fino alla porta. A seconda delle convenzioni, la carrozza
che doveva ricondurre Danglars, aspettava davanti alla porta di Thomson
e French. Il cicerone ne teneva lo sportello aperto; il cicerone è
un essere molto complimentoso e compiacente, che si può impiegare in
ogni cosa. Danglars saltò nella carrozza, leggero come un giovine di
vent’anni. Il cicerone chiuse lo sportello, e salì vicino al cocchiere.
Peppino montò nel posto di dietro.
— S. E. vuol ella andare a vedere San Pietro? domandò il cicerone.
— Per farne che? rispose il barone. — Diamine! per vedere!
— Non sono venuto a Roma per vedere, disse ad alta voce Danglars; indi
aggiunse sommessamente con un rapido sorriso: sono venuto per toccare.
— Ed in fatto toccò il portafoglio, nel quale aveva chiusa una lettera.
— Allora S. E. va...? — All’Albergo.
— Casa Pastrini! disse il cicerone al cocchiere. — E la carrozza partì
rapida come una carrozza padronale. Dieci minuti dopo, il barone era
rientrato nel suo appartamento, e Peppino si era istallato sur un banco
posto contro un muro vicino alla porta, dopo aver detto alcune parole
all’orecchio di uno di quei discendenti di Mario e dei Gracchi che
abbiam segnalato al principio di questo capitolo, il quale discendente
prese la strada del Campidoglio con tutta la sveltezza delle sue gambe.
Danglars era stanco, soddisfatto, e aveva sonno. Egli si mise in letto,
pose il suo portafogli sotto il capezzale, e si addormì. Peppino aveva
del tempo superfluo; giuocò alla morra con dei facchini, perdè due o
tre scudi, e, per consolarsi, bevè un fiasco di vino d’Orvieto. La
dimane, Danglars si svegliò tardi, quantunque fosse andato a letto
di buon’ora; erano cinque o sei notti che non dormiva, o che dormiva
malissimo. Fece una copiosa colazione, e poco curante, come lo aveva
detto, di vedere le bellezze della città eterna, ordinò i cavalli da
posta per mezzogiorno. Ma Danglars aveva contato senza le formalità
della polizia, e senza la lentezza del mastro di posta. I cavalli
giunsero soltanto alle due, e il cicerone non portò il passaporto coi
visti che alle tre. Tutti questi preparativi avevano richiamato davanti
alla porta di Mastro Pastrini un buon numero di oziosi. I discendenti
dei Gracchi e di Mario, non mancavano. Il barone traversò trionfalmente
questi gruppi, che lo chiamavano eccellenza per avere un baiocco.
Siccome Danglars, uomo popolarissimo, come si sa, si era contentato
di farsi chiamare barone fino a quel momento, e non era ancora stato
trattato col titolo d’eccellenza, questo titolo lo lusingò, e distribuì
una dozzina di paoli a tutta quella canaglia. — Che strada? domandò il
postiglione in italiano.
— Strada d’Ancona, rispose il barone. — Mastro Pastrini tradusse la
domanda e la risposta, e la carrozza partì al galoppo. Danglars voleva
effettivamente passare a Venezia, e realizzarvi una parte della sua
fortuna, indi da Venezia andare a Vienna e realizzarvi il resto. La
sua intenzione era di fissarsi in quest’ultima città di piaceri. Appena
ebbe fatto due leghe nella campagna di Roma, cominciò a cader la notte:
Danglars non aveva creduto di dover partire così tardi, altrimenti
sarebbe rimasto, egli domandò al postiglione quanto v’era per giungere
alla prima città.
— _Non capisco_! rispose in italiano il postiglione.
Danglars fece un movimento colla testa, che voleva dire: — Benissimo.
La carrozza continuò la sua strada. — Mi fermerò alla prima posta,
— diceva fra sè Danglars: intanto egli provava ancora un resto di
quel benessere che aveva risentito la sera innanzi, e che gli aveva
procurato una così buona notte: era mollemente steso nella sua buona
carrozza inglese, a doppie molle; e si sentiva strascinato dal galoppo
di due buoni cavalli; la posta era di sette leghe, egli lo sapeva.
Che fare quando uno è banchiere, ed ha fatto facilmente banca rotta?
Danglars pensò dieci minuti a sua moglie rimasta a Parigi; altri dieci
minuti a sua figlia che girava il mondo con madamigella d’Armilly;
dette dieci minuti ai suoi creditori e al modo in cui impiegherebbe
il loro danaro; indi non avendo più niente da fare, chiuse gli occhi
e si addormentò. Qualche volta però, scosso da un urto più forte
degli altri, Danglars riapriva gli occhi; allora si sentiva sempre
trasportato dalla stessa celerità attraverso quella stessa campagna
di Roma tutta seminata di ruderi d’acquedotti, che sembrano giganti
di granito, pietrificati a mezzo della loro corsa. Ma la notte era
fredda, oscura e piovosa, ed era miglior partito per un uomo mezzo
assopito, il rimanere in fondo della carrozza con gli occhi chiusi,
di quel che mettere la testa fuori dello sportello per domandare
dov’era al postiglione, che non sapeva rispondere nient’altro che, _non
capisco_. Danglars continuò dunque a dormire, dicendosi che sarebbe
sempre stato in tempo a svegliarsi quando gli cambiavano i cavalli.
La carrozza si fermò; Danglars, pensò che finalmente giungeva al posto
desiderato. Riaprì gli occhi, guardò a traverso il cristallo, credendo
di ritrovarsi in mezzo a qualche città, o almeno a qualche villaggio;
ma non vide che una specie di capanna isolata, e tre o quattro uomini
che andavano e venivano come ombre: Danglars aspettò un momento che il
postiglione che aveva finita la corsa, venisse a reclamare il danaro
della posta; contava di approfittare di quest’occasione per chiedere
qualche informazione al suo nuovo conduttore; ma i cavalli furono
staccati e cambiati senza che nessuno andasse a chiedere del danaro
al viaggiatore. Danglars meravigliato, aprì lo sportello; ma una
mano vigorosa lo chiuse subito, e la carrozza partì. — Ehi! disse al
postiglione, ehi! _mio caro_!
Questa pure era una parola italiana di una romanza che Danglars aveva
ritenuta a memoria quando sua figlia cantava dei duetti col Principe
Cavalcanti. Ma il mio caro non gli rispose una parola. Danglars si
contentò allora di calare il cristallo e di dire in francese, mettendo
fuori la testa:
— Ehi! amico dove andiamo dunque?
— _Dentro la testa!_ gridò una voce grave ed imperiosa, accompagnata da
un gesto minaccioso.
Danglars capì che _dentro la testa_, voleva dire _rentrez la tête_.
Egli faceva, come ben si vede, rapidi progressi nella lingua italiana;
obbedì perciò non senza inquietudine, e siccome questa inquietudine
aumentava di minuto in minuto, in capo ad alcuni momenti, il suo
spirito (in vece del vuoto che abbiamo segnalato al momento in cui
si metteva in viaggio, e che gli aveva procurato il sonno) si trovò
riempito di una quantità di pensieri atti gli uni più degli altri a
tenere svegliato l’interesse del viaggiatore, e soprattutto di un
viaggiatore che si ritrovava nella situazione di Danglars. I suoi
occhi nell’oscurità delle tenebre presero quel grado di acutezza
che le forti emozioni comunicano nel primo momento, ma poi cessa più
tardi per essere stato troppo esercitato. Prima di aver paura si vede
giustamente; quando si ha paura si vede in confuso. Danglars vide un
uomo avvolto in un mantello che galoppava allo sportello della diritta.
— Un qualche gendarme, diss’egli. Sarei forse stato segnalato dal
telegrafo francese alle autorità pontificie?
Egli risolvè di uscire da questa ansietà. — Dove mi conducete voi?
domandò sempre in francese.
— _Dentro la testa!_ ripetè la stessa voce col medesimo accento di
minaccia. — Danglars si voltò verso lo sportello della sinistra.
Un altro uomo a cavallo galoppava allo sportello della sinistra. —
Davvero, diceva tra sè Danglars col sudore sulla fronte, io sono stato
preso. — E si gettò nel fondo della carrozza, non per dormire questa
volta, ma per pensare. Un momento dopo si alzò la luna. Dal fondo della
carrozza fissò il suo sguardo nella campagna. Egli rivide allora questi
grandi acquedotti, fantasmi di pietra, che aveva notato passando; se
non che, invece di averli a diritta, egli li aveva a sinistra. Capì
allora che avevano fatto fare un mezzo giro alla carrozza e che lo
riconducevano a Roma.
— Oh! me disgraziato! mormorò egli, avranno ottenuta la mia
estradizione. — La carrozza continuò a correre con una spaventosa
velocità. Un’ora passò terribile, poichè ad ogni nuovo indizio gettato
sul suo passaggio, il fuggitivo riconosceva in modo da non poterne
dubitare, che lo si riconduceva indietro. Finalmente rivide una massa
oscura contro la quale sembrava che la carrozza andasse ad urtare. Ma
la carrozza girò, e corse lungo questa massa oscura, che altro non era
che il cinto di muro che circonda Roma.
— Oh! oh! mormorò Danglars, noi non rientriamo in città? dunque non è
la giustizia che mi arresta. Buon Dio! un’altra idea, sarebbe forse...
— I capelli gli si drizzarono.
Egli si ricordò le interessanti istorie dei banditi della campagna
di Roma, tanto poco credute a Parigi, che Alberto de Morcerf aveva
raccontato alla sig.ª Danglars e ad Eugenia, quando vi erano le
trattative pel giovine visconte, di diventare il figlio dell’una, ed il
marito dell’altra.
— Forse ladri! mormorò egli. — Di repente la carrozza ruotò sur un
terreno più duro del suolo di una strada sabbiosa: Danglars arrischiò
uno sguardo alle due parti della strada; vide dei monumenti di forme
strane, e il suo pensiero preoccupato dal racconto di Morcerf, che ora
si presentava a lui con tutti i suoi particolari, il suo pensiero gli
disse che doveva essere sulla via Appia. A sinistra della carrozza in
una specie di vallata si vedeva uno scavo circolare. Era il circo di
Caracalla. Dietro una parola dell’uomo che galoppava a diritta della
carrozza, questa si fermò.
Nello stesso tempo lo sportello della sinistra si aprì.
— Scendi! comandò una voce. — Danglars discese nello stesso punto;
egli non parlava ancora l’italiano, ma cominciava già a capirlo.
Più morto che vivo, il barone guardò intorno a sè. Quattro uomini lo
circondavano, senza contare il postiglione. — _Di qua_, — disse uno
dei quattro uomini discendendo per un piccolo sentiero che conduceva
dalla via Appia in mezzo alle ineguaglianze del terreno della campagna
romana. Danglars seguì la sua guida senza discussione, e non ebbe
bisogno di voltarsi per sapere che egli era seguito da altri tre
uomini. Però gli sembrò che questi uomini si fermassero come in
sentinella a distanze quasi uguali.
Dopo circa dieci minuti di cammino, durante i quali Danglars non
cambiò neppure una parola colla sua guida, egli si ritrovò fra un
poggio ed un cespuglio formato da alta erba; tre uomini in piedi
e muti formavano un triangolo di cui egli si ritrovava nel centro.
Egli volle parlare; la sua lingua s’impacciò. — _Avanti_, — disse la
medesima voce coll’accento breve ed imperioso. Questa volta Danglars
capì doppiamente: capì dalla parola e dal gesto, poichè l’uomo che
camminava dietro a lui lo spinse così rozzamente in avanti che andò
ad urtare contro la sua guida. Ma era il nostro amico Peppino che si
inoltrò fra le alte erbe per una sinuosità che le faine e le volpi
potevano soltanto riconoscere per un cammino praticabile. Peppino si
fermò davanti ad una roccia sormontata da un fitto cespuglio; questa
roccia, spaccata come una palpebra, concesse il passaggio al giovine
che vi sparì, come spariscono dalle loro botole i diavoli delle nostre
streghe. La voce ed il gesto di quello che seguiva Danglars impegnarono
il banchiere a fare altrettanto. Non vi era più da dubitare, il fallito
francese aveva a che fare coi briganti. Danglars eseguì come un uomo
posto fra due terribili pericoli e che la paura rende coraggioso.
Ad onta del suo ventre, abbastanza mal disposto per penetrare nelle
crepacce della campagna romana, s’infiltrò dietro a Peppino, e
lasciandosi strisciare, chiudendo gli occhi, cadde in piedi. Toccando
la terra egli riaprì gli occhi. Il cammino era largo ma nero. Peppino
poco curandosi di essere riconosciuto ora che si trovava in casa sua,
battè l’acciarino ed accese una torcia. Altri due uomini discesero
appresso a Danglars, formando la retroguardia; e spingendo Danglars
quando per caso si fermava, lo fecero giungere per un dolce declive
al centro di un croce-via di sinistra apparenza. Infatto le pareti dei
muri scavate a sepolture soprapposte le une alle altre, sembravano, in
mezzo alle pietre bianche, aprire quegli occhi neri e profondi che si
vedono nei cranii dei morti. La sentinella fece battere contro la sua
mano sinistra il calcio della carabina e domandò:
— Chi vive?
— Amici! Amici! disse Peppino. Dov’è il capitano?
— Là, disse la sentinella, mostrando per di sopra alla sua spalla una
specie di gran sala scavata nella roccia, e la cui luce si rifletteva
nei corridori per mezzo di grandi aperture concentriche. — Buona
preda, capitano, buona preda, disse Peppino in italiano. — E prendendo
Danglars pel colletto del soprabito, lo condusse verso un’apertura che
rassomigliava ad una porta, e per la quale si penetrava nella sala in
cui sembrava che il capitano avesse formato il suo alloggio. — È questo
quell’uomo? domandò colui che leggeva con molta attenzione la vita di
Alessandro in Plutarco. — Lui stesso, capitano, lui stesso.
— Benissimo; mostratemelo. — Dietro quest’ordine abbastanza
impertinente, Peppino avvicinò così bruscamente la sua torcia al
viso di Danglars, che questi indietrò vivamente per non avere le
sopracciglia bruciate. Questo viso sconvolto offriva tutti i sintomi
di un pallido e vergognoso terrore. — Quest’uomo è stanco, disse il
capitano, che si conduca tosto al suo letto.
— Oh! mormorò Danglars, questo letto sarà probabilmente uno dei
sepolcri che sono scavati nel muro, questo sonno sarà la morte che un
pugnale, che già veggo sfavillare nell’ombre, sarà per procurarmi.
— Infatto nella profonda oscurità dell’immensa sala si vedevano
sollevarsi, sulle loro cuccette d’erbe secche o di pelli di lupi, i
compagni di quest’uomo, che Alberto de Morcerf aveva trovato leggendo
_i Commentarii di Giulio Cesare_, e che Danglars trovava leggendo
_le Vite di Plutarco_. Il banchiere mandò un sordo gemito e seguì la
sua guida; egli non ebbe coraggio nè di pregare nè di gridare: non
aveva più nè forza nè volontà, nè potenza nè sentimento; egli andava
perchè lo trascinavano. Urtò in una scalinata, e comprese che aveva
una scala davanti a sè; egli alzò macchinalmente i piedi quattro o
cinque volte. Allora si aprì davanti a lui una porta bassa; egli si
abbassò macchinalmente per non urtare con la fronte, e si ritrovò
in una cella tagliata nella roccia. Questa cella era conveniente,
sebbene nuda; asciutta quantunque situata sotto terra ad una profondità
incommensurabile. Un letto fatto di erbe secche, e ricoperto di pelli
di capre, era non già eretto, ma steso in un angolo della cella.
Danglars, nello scoprirlo, credè vedervi il simbolo radiante della sua
salute. — Oh! sia lodato Iddio! mormorò egli; è un vero letto. — Era
la seconda volta, in un’ora, ch’egli invocava il nome di Dio; e ciò non
gli era accaduto da più di dieci anni. — _Ecco_, disse la guida.
E, spingendo Danglars nella cella, chiuse la porta dietro a lui. Il
catenaccio cigolò; Danglars era prigioniero.
D’altra parte, se non vi fosse stato il catenaccio, avrebbe abbisognato
un miracolo per passare in mezzo alla guarnigione che in quel punto
custodiva le catacombe di San Sebastiano, e che era accampata intorno
al suo capo, nel quale i nostri lettori avranno certamente riconosciuto
il famoso Luigi Vampa. Danglars pure aveva riconosciuto questo bandito,
all’esistenza del quale non aveva voluto credere, quando Morcerf
cercava di naturalizzarlo in Francia.
Non solo egli lo aveva riconosciuto, ma aveva egualmente riconosciuta
la cella nella quale Alberto era stato rinchiuso, e che, secondo tutte
le probabilità, era l’alloggio dei forestieri. Queste rimembranze,
sulle quali del resto Danglars si estendeva con una certa gioia, gli
rendevano la tranquillità. Dal momento in cui non lo avevano ucciso
subito, i banditi non avevano più volontà di ucciderlo. Era stato
arrestato per essere derubato, e siccome non aveva seco che pochi
luigi, gli avrebbero posto un riscatto. Si ricordò che Morcerf era
stato tassato di una certa somma, di circa quattromila scudi; e siccome
egli si attribuiva un’apparenza molto più importante di Alberto, fissò
da sè stesso nel suo spirito il proprio riscatto ad ottomila scudi; 48
mila lire. Gli restava ancora una somma di circa cinque milioni e 50
mila fr. Con questa somma ognuno può cavarsi d’impaccio in ogni luogo.
Dunque, quasi certo di togliersi d’impaccio, attesochè non vi è esempio
che si sia tassato un uomo per più di cinque milioni e 50 mila lire,
Danglars si stese sul suo letto, ove, dopo essersi girato e rigirato
due o tre volte, si addormentò colla tranquillità dell’eroe di cui
Luigi Vampa leggeva la storia.