CXIII. — IL PASSATO.

Il conte uscì coll’anima oppressa da questa casa ove lasciava Mercedès

per non rivederla mai più, secondo tutte le probabilità. Dopo la

morte del piccolo Edoardo, si era operato un gran cangiamento in

Monte-Cristo. Giunto al sommo della sua vendetta pel declive lento

e tortuoso che aveva seguito, vide dall’altra parte della montagna

l’abisso del dubbio. Vi era di più: la conversazione che aveva avuto

con Mercedès aveva risvegliato tante rimembranze nel suo cuore, che

queste stesse rimembranze avevano bisogno di essere combattute. Un

uomo della tempra del conte non poteva fluttuare lungamente in questa

malinconia, che può far vivere gli spiriti volgari dando loro una

apparente originalità, ma che uccide le anime elevate. Il conte diceva

a sè stesso che per essere giunto quasi a biasimarsi, bisognava che si

fosse introdotto un qualche sbaglio nei suoi calcoli.

— Io guardo male il passato, diss’egli, e non posso essermi in tal

modo sbagliato. Che! continuava, lo scopo che mi era proposto sarebbe

forse insensato? che! avrei percorsa una falsa strada per dieci anni?

che! un’ora sarebbe bastata per provare all’architetto che l’opera di

tutte le sue speranze era un’opera se non impossibile almeno perversa.

Io non voglio abituarmi a questa idea, mi renderebbe pazzo. Ciò che

manca ai miei ragionamenti d’oggi, è l’apprezzamento esatto del passato

dall’altra estremità dell’orizzonte. Infatto a seconda che s’avanza, il

passato, simile al paesaggio a traverso il quale si passa, si cancella

dalla memoria a seconda che si allontana. Mi accade ciò che accade a

coloro che si sono feriti in sogno, essi guardano e sentono la loro

ferita e non si ricordano di averla ricevuta. Andiamo dunque, uomo

rigenerato; andiamo, ricco stravagante, andiamo, dormente risvegliato;

andiamo, visionario possente; andiamo, milionario invincibile, riprendi

per un momento questa funesta prospettiva della tua vita miserabile ed

affamata, ripassa pel sentiero in cui ti ha spinto la tua stella, in

cui ti ha condotto l’infortunio, in cui ti ha ricevuto la disperazione;

troppi diamanti, troppo oro, troppa felicità, irradiano oggi sul

cristallo di questo specchio ove Monte-Cristo guarda Dantès; nascondi

questi diamanti, imbratta quest’oro, cancella questi raggi; ricco,

ritorna povero; libero, ritorna prigioniero; risuscitato, ritorna

cadavere. — Tali cose dicendo a sè stesso Monte-Cristo percorreva la

strada della _Caisserie_, era la stessa per la quale, vent’anni prima,

era stato condotto da una guardia silenziosa e notturna; queste case

coll’aspetto ridente e animato erano in quella notte tetre, mute e

chiuse.

— Eppure sono le stesse, mormorò Monte-Cristo. Soltanto allora faceva

notte, e oggi è giorno chiaro, è il sole che rischiara tutto ciò e che

rende tutto gaio.

Egli discese allo scalo San Lorenzo e si avanzò verso la _Consigne_,

era il punto ove fu imbarcato. Un battello da passeggiata ivi era a

poca distanza; Monte-Cristo chiamò il barcaruolo, che tosto remò alla

sua volta, colla fretta che mettono in questo esercizio i battellieri

che sfiorano l’onda con una buona barca. Il tempo era magnifico,

il viaggio fu una festa. Il sole discendeva all’orizzonte, rosso

e fiammeggiante, nei flutti che si arrossavano al suo avvicinarsi;

il mare, liscio come uno specchio, s’increspava qualche volta sotto

il guizzo dei pesci che, perseguitati da qualche nascosto nemico,

si slanciavano fuori dell’acqua per chiedere la loro salvezza ad un

altro elemento; finalmente sull’orizzonte si vedevano passare bianche

e graziose come gabbiani viaggiatori, le barche dei pescatori che

ritornavano alle Martigues, o i bastimenti mercantili carichi per

la Corsica o per la Spagna. Ad onta di queste barche coi graziosi

contorni, ad onta di questa luce dorata che inondava il paesaggio, il

conte, avvolto nel suo mantello, si ricordava a uno a uno di tutti

i particolari del terribile viaggio: quel lume unico ed isolato

che ardeva ai Catalani, quella vista del castello d’If che gli fece

comprendere il luogo ove lo conducevano, quella lotta coi gendarmi

allora quando volle precipitarsi in mare, la sua disperazione quando si

sentì vinto, e quella sensazione di freddo al contatto della estremità

della canna di carabina applicata sulle tempia come un anello di

ghiaccio. A poco a poco come quelle sorgenti disseccate dalla state

che, allora quando si ammassano le nubi d’autunno, s’inumidiscono

a poco a poco e cominciano a trasudare goccia a goccia, il conte di

Monte-Cristo sentì trapelare nel suo petto goccia a goccia quel vecchio

fiele stravasato, che aveva altra volta inondato il cuore d’Edmondo

Dantès. Per lui non vi fu più bel cielo, più barche graziose, più luce

ardente; il cielo si velò di nubi, l’apparizione del tetro gigante

che si chiama il castello d’If lo fece rabbrividire, come se gli fosse

comparso di repente il fantasma d’un nemico mortale. Istintivamente il

conte addietrò fino all’estremità della barca. Il barcaiuolo aveva un

bel che dire colla sua voce più accarezzante:

— Noi siamo a terra, signore. — Monte-Cristo si ricordò che in questo

medesimo luogo, su questo medesimo scoglio, era stato trascinato

violentemente dalle sue guardie, che lo avevano sforzato a salire

questa cordonata pungendogli i reni colla punta di una baionetta. La

strada era sembrata molto lunga in altro tempo a Dantès; Monte-Cristo

l’aveva ritrovata cortissima; ciascun colpo di remo, coll’acqua che

avea fatta spruzzare, aveva ridestato in lui un milione di pensieri e

di ricordi. Dopo la rivoluzione di luglio non vi erano più prigionieri

al castello d’If, un picchetto destinato ad impedire il contrabbando

abitava solo i corpi di guardia; un portinaro aspettava i curiosi

alla porta per mostrar loro questo monumento di terrore, divenuto un

monumento di curiosità. Eppure, quantunque fosse istruito di tutto

ciò, quando entrò sotto la volta, quando discese la nera scala, quando

fu condotto al carcere che aveva chiesto di vedere, un gelido pallore

investì la sua fronte, il cui freddo sudore fu respinto fino al cuore.

Il portinaro che lo conduceva era là soltanto dal 1830. Fu condotto nel

suo proprio carcere. Rivide la pallida luce che filtrava dallo stretto

spiraglio, rivide il posto ove era il letto, tolto di poi, e dietro a

questo letto, quantunque ammurata, ma visibile ancora per le sue pietre

più nuove, rivide l’apertura scavata dall’amico Faria. Monte-Cristo

sentì le gambe indebolirsi, prese uno sgabello di legno e vi si assise

sopra.

— Si racconta qualche storia su questo castello oltre quella

dell’imprigionamento di Mirabeau? domandò il conte; vi è qualche

tradizione su queste lugubri dimore, ove si esita a credere che uomini

vivi possano giammai esser stati racchiusi?

— Sì, signore, disse il portinaro, e su questa stessa prigione il

carceriere Antonio me ne ha raccontata una.

Monte-Cristo fremette. Antonio era stato il suo carceriere, egli ne

aveva quasi dimenticato il nome ed il viso; ma al sentire pronunziare

il suo nome, lo rivide tal qual era, colla figura circondata da barba,

la veste bruna, ed il mazzo di chiavi di cui gli sembrava ancora

risentire il tintinnio. Il conte si rivolse, e credè vederlo nell’ombra

del corridore, resa più oscura dalla luce della torcia che ardeva nelle

mani del portinaro. — Signore, vuole ella ch’io la racconti? domandò il

portinaro.

— Sì, fece il conte di Monte-Cristo, dite.

E si mise la mano sul petto per comprimere i frequenti battiti del

cuore spaventato dal sentirsi raccontare la sua propria istoria. —

Dite, ripetè egli.

— Questo carcere, riprese il portinaro, era abitato da un prigioniero,

è molto tempo, un uomo pericoloso, a quanto sembrava, e tanto più

pericoloso, in quanto che era pieno d’industria. Un altro uomo abitava

questo stesso castello nello stesso tempo di lui; questi però non era

cattivo, era un povero uomo scienziato divenuto pazzo.

— Ah! sì, pazzo! ripetè Monte-Cristo, qual era la sua pazzia?

— Egli offriva dei milioni se gli si fosse voluta rendere la libertà.

— Monte-Cristo alzò gli occhi al cielo, ma egli non vide il cielo; vi

era una separazione di pietra fra lui e il firmamento. Pensò allora che

v’era stata una separazione non meno compatta fra Faria che offriva dei

tesori, e gli occhi di coloro ai quali venivano offerti quei tesori.

— I prigionieri potean vedersi? domandò Monte-Cristo.

— Oh! no, signore, era espressamente proibito: ma essi delusero la

proibizione scavando un passaggio che andava da una prigione all’altra.

— Chi fu dei due quello che scavò il passaggio?

— Oh! fu certamente il giovine, disse il portinaro; il giovine era

industrioso e forte, mentre che il povero scienziato era vecchio e

debole; d’altra parte, egli aveva lo spirito troppo vacillante per

tener fissa un’idea.

— Ciechi... mormorò Monte-Cristo.

— Tanto è vero, continuò il portinaro, che il giovine scavò questo

passaggio, con che? non si sa: ma egli lo scavò, e la prova si è che se

ne vedono ancora le tracce; a voi, le vedete? e avvicinò la torcia al

muro.

— Ah! sì! davvero, fece il conte con una voce affievolita per la

emozione.

— Ne risultò che i due prigionieri comunicarono insieme. Quanto tempo

durasse questa comunicazione, non si sa: un giorno il vecchio cadde

malato e morì. Indovinate un poco che cosa fece il giovine? disse il

custode interrompendosi: trasportò il defunto e lo pose nel proprio

letto col naso al muro, indi ritornò nel carcere vuoto, chiuse il foro,

e si cacciò dentro al sacco del morto. Avreste mai avuta una simile

idea? — Monte-Cristo chiuse gli occhi, e tornò a risentire tutte le

impressioni che aveva provate allorquando quella grossa tela, ancor

fredda pel cadavere che vi era stato, gli strofinava il viso. Il

custode continuò:

— Sentite, ecco quale era il suo disegno: credeva che nel castello

d’If i morti si seppellissero, e siccome non dubitava che si fossero

fatte grandi spese per il sotterramento dei prigionieri, così calcolava

di potere essere in istato di rialzare la terra con le sue spalle;

ma disgraziatamente in questo castello vi era un altro costume che

distruggeva tutt’i suoi disegni: i morti non si seppellivano; si

attaccava loro ai piedi una grossa palla da cannone, e si lanciavano

in mare, il che fu fatto. Il nostro uomo fu gettato all’acqua dall’alto

della galleria; il giorno dopo si ritrovò il vero morto nel suo letto,

e fu indovinato tutto, poichè i becchini dissero allora, cosa che non

avevano osato di dire prima, cioè che quando il corpo fu lanciato nel

vuoto, essi avevano inteso un grido terribile soffocato nello stesso

punto dall’acqua nella quale era disparso. Il conte respirava con pena,

il sudore gli colava dalla fronte, l’angoscia gli stringeva il cuore.

— No! mormorò egli, no! quel dubbio che io provai, era un principio

d’obblio! ma qui il cuore si riapre di nuovo e ritorna affamato

di vendetta... E del prigioniero, domandò egli, se n’è mai sentito

parlare?

— Giammai, giammai; capirete bene che delle due l’una: o egli è caduto

a piatto, e siccome cadeva da una cinquantina di piedi d’altezza, sarà

rimasto ucciso sul colpo.

— Voi avete detto che gli era stata attaccata una palla ai piedi! sarà

caduto ritto.

— O egli è caduto ritto, riprese il portinaro, e allora il peso della

palla lo avrà trascinato al fondo, ove è rimasto, povero uomo.

— Voi lo compiangete?

— In fede mia, sì, quantunque egli fosse nel suo elemento.

— Che volete dire con ciò?

— Che correva una voce che quel disgraziato fosse stato in altri tempi

ufficiale di marina detenuto come bonapartista.

— Davvero! mormorò il conte, Dio ti ha fatto per galleggiare al di

sopra dei flutti e delle fiamme. Così il povero marinaro vivo nella

memoria di qualche narratore, si racconta la sua terribile istoria

all’angolo del caminetto, e si freme al momento in cui fendè lo spazio

per essere inghiottito nel fondo del mare... Non si è mai saputo il suo

nome? domandò il conte alzando la voce.

— Ah! sì disse il guardiano in che modo? egli non era conosciuto che

sotto il nome del n.º 34.

— Villefort! Villefort! mormorò Monte-Cristo, ecco, ciò che molte volte

tu avrai dovuto dirti quando il mio spettro importunava le tue veglie.

— Il sig. vuol continuare la visita? domandò il portinaro.

— Sì, volete mostrarmi la camera dello scienziato?

— Ah! del N. 27. — Sì, del N. 27, ripetè Monte-Cristo.

E gli sembrò ancora sentire la voce di Faria quando gli aveva domandato

il suo nome, e gli aveva gridato il proprio numero a traverso il muro.

— Venite.

— Aspettate, disse Monte-Cristo, che io getti un ultimo sguardo su

tutta la superficie di questo carcere.

— Ciò cade a proposito, disse la guida, ho dimenticata la chiave

dell’altro.

— Andate a prenderla. — Vi lascio la torcia.

— No, portatela con voi. — Ma voi resterete all’oscuro.

— Io la notte ci vedo. — To’, come lui? — Chi lui?

— Il N. 34. Si dice che egli si era talmente abituato all’oscurità, che

avrebbe veduto una spilla nell’angolo più oscuro di questo carcere.

— Egli è però stato necessario una diecina d’anni per giungere a

questo, mormorò il conte.

La guida si allontanò portando seco la torcia. Il conte aveva detto il

vero: dopo che era rimasto alcuni secondi nell’oscurità, cominciò a

distinguere tutto come a giorno chiaro. Allora egli guardò d’intorno

a sè, riconobbe realmente bene il suo carcere. — Sì, diss’egli, ecco

la pietra sulla quale io sedeva! ecco l’impronta delle mie spalle che

hanno consunto il muro! ecco la traccia del sangue che colò dalla mia

fronte il giorno in cui volli infrangermi la testa contro le mura!...

Oh! queste cifre... me ne ricordo... io le feci un giorno che calcolava

l’età di mio padre per sapere se lo avrei veduto vivo; e l’età di

Mercedès per sapere se l’avrei ritrovata libera... ebbi un momento

di speranza dopo aver compito questo calcolo... io contava senza la

fame, e senza l’infedeltà. — Ed un riso amaro sfuggì dalla bocca del

conte. Vide come in un sogno suo padre portato alla tomba.... Mercedès

condotta all’altare! sull’altra parete del muro un’iscrizione colpì la

sua vista. Ella si staccava, ancor bianca, sul muro verdastro: — MIO

DIO, vi lesse Monte-Cristo, CONSERVATEMI LA MEMORIA. — Oh! sì gridò

egli, ecco la sola preghiera dei miei ultimi tempi: non chiedeva più la

libertà, chiedeva la memoria, temeva di divenire pazzo, e dimenticare

tutto; mio Dio, mi avete conservata la memoria, ed io mi sono ricordato

di tutto. Grazie, grazie, mio Dio! — In questo momento la luce della

torcia risplendeva sul muro: era la guida che discendeva.

Monte-Cristo andò ad incontrarla. — Seguitemi, diss’egli; — e senza

aver bisogno di ritornare verso il chiaro, lo fece continuare per un

corridore sotterraneo che lo condusse ad un’altra entrata. Là pure

Monte-Cristo fu assalito da una folla di pensieri. La prima cosa che

colpì i suoi occhi, fu la meridiana tracciata sul muro, per mezzo della

quale Faria contava le ore, indi i resti del letto sul quale il povero

prigioniero era morto.

A questa vista, il conte invece di provare le angosce sentite nel

suo carcere, provò un dolce e tenero sentimento; il sentimento della

riconoscenza gli gonfiò il cuore, e due lagrime scorsero dagli occhi.

— È qui, disse la guida, che abitava il pazzo, è per di là che il

giovine lo veniva a ritrovare, — ed egli fece vedere a Monte-Cristo

l’apertura del passaggio che da questa parte era rimasta aperta. — Al

colore della pietra, continuò egli, un esperto ha riconosciuto che

doveva essere almeno dieci anni che i due prigionieri comunicavano

insieme. Povera gente, essi dovevano essersi molto annoiati in questi

dieci anni!

Dantès cavò alcuni luigi di saccoccia, e stese la mano verso quest’uomo

che lo compiangeva per la seconda volta senza conoscerlo. Il portinaro

li ricevette, credendo ricevere della piccola moneta; ma allora quando

al chiarore della torcia riconobbe il valore della somma, che gli

era stata data dal visitatore: — Signore, diss’egli, voi vi siete

sbagliato.

— In che modo? — Mi avete dato dell’oro. — Lo so.

— Come! lo sapete? — Sì. — La vostra intenzione è dunque stata di darmi

dell’oro? — Sì. — Dunque posso conservarlo in buona coscienza? — Sì.

Ed il custode guardò Monte-Cristo con meraviglia.

— _È onestà!_ disse il conte come Hamlet.

— Signore, rispose il portinaro che non osava credere alla sua fortuna,

non capisco la vostra generosità.

— Eppure è facile a comprendersi, amico mio, disse il conte: io

sono stato marinaro, e la vostra storia ha dovuto commovermi più di

qualunque altro.

— Allora, signore, disse la guida, poichè voi siete così generoso, voi

meritate che io vi offra qualche cosa.

— Che hai da offrirmi, conchiglie, lavori di paglia? grazie.

— No, qualche cosa che ha rapporto colla storia che vi narrava.

— Davvero! gridò vivamente il conte, che cosa è dunque?

— Ascoltate, disse il portinaro, ecco ciò che è accaduto: io dissi

fra me stesso: si ritrova sempre qualche cosa nella camera di un

prigioniero, quando questi vi è rimasto quindici anni, e mi sono messo

ad esplorare i muri.

— Ah! gridò Monte-Cristo ricordandosi del doppio nascondiglio.

— A forza di ricerche ritrovai che il muro risuonava sotto il capezzale

del letto e sotto il caminetto.

— Sì, disse Monte-Cristo, sì!

— Levai le pietre ed ho ritrovato...

— Una scala di corde, degli utensili! gridò il conte.

— E come lo sapete? domandò il portinaro con meraviglia.

— Non lo so, ma lo indovino, disse il conte; ordinariamente è ciò che

ritrovasi nei nascondigli dei prigionieri.

— Sì, disse la guida, una scala di corda, e degli utensili.

— E tu li hai ancora? gridò Monte-Cristo.

— No, signore; ho venduto questi diversi oggetti ad alcuni visitatori!

ma mi resta un’altra cosa.

— Che cosa dunque? domandò il conte con impazienza.

— Mi resta una specie di libro scritto sopra strisce di tela.

— Oh! gridò Monte-Cristo, ti resta questo libro?

— Non so se sia un libro, disse il custode.

— Va, a cercarlo, disse il conte, e se è quel che io presumo, sta pur

tranquillo! non avrai a pentirtene.

— Io corro, signore. — E la guida uscì. Allora egli andò ad

inginocchiarsi pietosamente davanti ai resti di questo letto che per

lui era stato dalla morte convertito in un altare.

— Oh! mio secondo padre, diss’egli, tu mi hai data la libertà, la

scienza, la ricchezza, se dal fondo della tua tomba resta ancora

qualche cosa che freme alla voce di quelli che sono rimasti sulla

terra, se nella trasfigurazione che soffre il cadavere qualche cosa

di animato si agita nei luoghi ove noi abbiamo molto amato o molto

sofferto, nobile cuore, spirito superiore, anima profonda, con una

parola, con un segno, con una rivelazione qualunque, te ne scongiuro,

in nome di questo amore paterno che tu mi accordavi, e del rispetto

filiale che ti portava, toglimi questo resto di dubbio, fa che si cambi

in convinzione, e sgombra il rimorso.

Il conte abbassò la testa e congiunse le mani. — Prendete, signore!

disse una voce dietro a lui. — Monte-Cristo rabbrividì, e si voltò. Il

portinaro gli stese quelle strisce di tela su cui Faria aveva sparso

tutti i tesori della sua scienza. Questo manoscritto era la grande

opera di Faria di cui abbiam parlato.

Il conte se ne impadronì in tutta fretta, ed i suoi occhi fin dal

principio caddero sull’epigrafe, egli lesse:

«_Tu strapperai i denti al drago, e calpesterai sotto i tuoi piedi i

leoni, ha detto il Signore._»

— Ah! gridò egli, ecco la risposta! Grazie padre mio, grazie! —

E cavando di saccoccia un piccolo portafogli che conteneva dieci

biglietti di banca di mille fr. ciascuno: — prendi, diss’egli, questo

portafogli. — Voi me lo regalate?

— Sì, ma a condizione che tu non vi guarderai dentro che quando io sarò

partito. — E ponendosi sul petto la reliquia che aveva ritrovata, e

che per lui aveva il prezzo del più gran tesoro, si slanciò fuori del

sotterraneo, e rimontando nella barca: — A Marsiglia! diss’egli. — Indi

allontanandosi cogli occhi fissi sulla tetra prigione: — Infortunio!

diss’egli a coloro che mi hanno fatto rinchiudere in questo tetro

carcere, e a coloro che hanno dimenticato che io vi era rinchiuso. — E

ripassando davanti ai Catalani, il conte si rivoltò, ed avviluppando

la testa nel suo mantello, mormorò il nome di una donna. La vittoria

era completa, il conte aveva per due volte atterrato ogni dubbio.

Questo nome, ch’egli pronunciò con una espressione di tenerezza che

si accostava all’amore, era il nome d’Haydée. Mettendo piede a terra,

Monte-Cristo s’incamminò verso il cimitero ove sapeva di ritrovare

Morrel. Là pure, dieci anni prima, aveva pietosamente cercata una tomba

in quel cimitero, e l’aveva cercata inutilmente. Egli, che ritornava

in Francia con dei milioni, non aveva potuto ritrovare la tomba di suo

padre morto di fame. Morrel vi aveva ben fatto mettere una croce, ma

essa era caduta. Il degno negoziante era stato più fortunato; morto

fra le braccia dei suoi figli, fu condotto da loro a riposare vicino a

sua moglie che lo aveva preceduto di due anni nell’eternità. Due larghe

pietre di marmo, sulle quali erano scritti i loro nomi, stavano stese

l’una vicina l’altra in un piccolo recinto chiuso da una balaustrata di

ferro ed ombreggiato da quattro cipressi.

Massimiliano era appoggiato ad uno di questi alberi, e fissava sulle

due tombe gli occhi che non vedevano. Il suo dolore era profondo,

quasi smarrito. — Massimiliano, gli disse il conte, non è lì che devi

guardare; è là!

E gli mostrò il cielo.

— I morti sono dappertutto, disse Morrel: non è ciò che voi stesso mi

avete detto quando uscivam da Parigi?

— Massimiliano, disse il conte, viaggio facendo, mi avete domandato di

fermarvi qualche giorno a Marsiglia: avete sempre lo stesso desiderio?

— Non ho più alcun desiderio, disse Morrel, mi sembra soltanto che

aspetterei meno penosamente a Marsiglia che in qualunque altro luogo.

— Tanto meglio, Massimiliano, perchè io vi lascio, e porto meco la

vostra parola, non è vero?

— Ah! io la dimenticherò, conte, disse Massimiliano.

— No! non la dimenticherete, prima di tutto perchè siete un uomo

d’onore, Morrel, perchè lo avete giurato; perchè tornerete a giurarlo.

— Oh! conte, abbiate pietà di me! son così infelice!

— Ho conosciuto un uomo più infelice di voi.

— Impossibile.

— Ah! disse Monte-Cristo, è uno degli orgogli della nostra povera

umanità, quello che un uomo si crede sempre più disgraziato di un altro

disgraziato che piange e deplora vicino a lui.

— Che vi è più disgraziato dell’uomo che ha perduto il solo bene che

amava e desiderava al mondo?

— Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, e fissate un momento il vostro

pensiero su ciò che sono per dirvi: ho conosciuto un uomo che, come

voi, aveva fatto riposare tutte le sue speranze di felicità sopra una

donna. Quest’uomo era giovine, aveva un vecchio padre ch’egli amava,

una fidanzata che egli adorava; era sul punto di sposarla; per uno di

quei capricci della sorte, che farebbe quasi dimenticare la bontà di

Dio, se Dio poi non si rivelasse più tardi, mostrando che tutto è per

lui un mezzo di condurre alla sua unità infinita, quando di repente

per un capriccio di sorte, gli fu tolta la libertà, la fidanzata,

l’avvenire che sognava e che credeva suo (poichè cieco ch’egli era

non poteva leggere che nel presente) per seppellirlo nel fondo di un

carcere. — Ah! fece Morrel, si esce dal carcere in capo ad otto giorni,

ad un mese, ad un anno.

— Egli vi restò quattordici anni, Morrel, disse il conte ponendo una

mano sulla spalla del giovine.

Massimiliano fremette: — Quattordici anni, mormorò egli.

— Quattordici anni, ripetè il conte: egli pure, in questi 14 anni, ebbe

dei momenti di disperazione; egli pure, come voi, Morrel, si credeva il

più disgraziato degli uomini; volle uccidersi.

— Ebbene? domandò Morrel.

— Ebbene! nel momento supremo, Dio si rivelò a lui con questo mezzo

umano; forse al primo punto non comprese questa misericordia infinita

del Signore, poichè vi vuol del tempo agli occhi velati di lagrime, per

schiudersi del tutto, ma in fine egli prese pazienza, ed aspettò. Un

giorno uscì dalla sua tomba trasfigurato, ricco, possente; il suo primo

grido fu per suo padre; suo padre era morto.

— A me pure il padre è morto, disse Morrel.

— Sì, ma vostro padre è morto fra le vostre braccia, amico, felice,

onorato, ricco, pieno di giorni; suo padre invece morì povero,

disperato, e di fame, e allora quando dieci anni dopo la sua morte suo

figlio ne cercò la tomba, la tomba pure era disparsa, e nessuno potè

dirgli: è là che riposa nel Signore il cuore che ti ha tanto amato:

questo era un figlio più disgraziato di voi, Morrel, poichè quegli non

sapeva neppure ove ritrovare la tomba di suo padre.

— Ma, gli restava almeno la donna che egli aveva amata.

— Voi vi sbagliate, Morrel; questa donna... — Era morta?

— Peggio ancora: ella era stata infedele, aveva sposato uno dei

persecutori del suo fidanzato: vedete dunque, Morrel, che quest’uomo

era più disgraziato amante di voi.

— Ed a quest’uomo, Dio ha inviata la consolazione?

— Gli ha inviata la calma.

— E quest’uomo potrà ancora un giorno essere felice?

— Io lo spero, Massimiliano. — Il giovine lasciò cadersi la testa

sul petto: — Voi avete la mia promessa, diss’egli, dopo un minuto

di silenzio e stendendo la mano a Monte-Cristo: ricordatevi soltanto

che...

— Il 5 ottobre, Morrel, io vi aspetto all’isola di Monte-Cristo. Il 4

un _yacht_ vi aspetterà nel porto di Bastia; questo _yacht_ si chiamerà

l’_Euro_: voi vi nominerete al capitano, che vi condurrà da me; è

convenuto, non è vero, Massimiliano?

— È convenuto, conte, ed io farò ciò che ho detto; ma ricordatevi che

il 5 ottobre...

— Fanciullo che non sa ancora che cosa sia la promessa di un uomo... vi

ho detto venti volte, che se in quel giorno volete ancora morire, io vi

aiuterò, Morrel. Addio.

— Voi mi lasciate?

— Sì, ho alcune faccende in Italia; vi lascio solo, solo alle prese

colla vostra infelicità, solo con quell’aquila dalle ali possenti che

il Signore invia ai suoi eletti, per trasportarli ai suoi piedi.

— Quando partite?

— Sul momento; il battello a vapore mi aspetta, fra un’ora sarò molto

lungi da voi; mi accompagnate fino al porto?

— Io sono tutto per voi, conte. — Abbracciatemi.

Morrel scortò il conte fino al porto: di già il fumo usciva come un

immenso pennacchio dal tubo nero che lo lanciava al cielo. Ben presto

il naviglio partì, e un’ora dopo, come lo aveva detto Monte-Cristo,

questo fumo biancastro, appena era visibile sull’orizzonte ingombrato

dalla prima nebbia della notte.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 132 / 140 题