Ad ogni sonno, che non sia quello temuto da Danglars, vi è il
suo svegliarsi. Danglars si svegliò. Per un parigino abituato al
cortinaggio di seta, alle pareti vellutate dei muri, al profumo che
manda il legno imbianchito nel caminetto, e che discende dalle volte
di seta, lo svegliarsi in una grotta di pietra scabrosa deve essere
come un sogno di cattiva qualità. Tastando i suoi lenzuoli di pelle
di capra, Danglars doveva credere di sognare i Lapponi. Ma in simile
congiuntura bastò un secondo per cambiare il dubbio nella più robusta
certezza. — Sì, sì, mormorò egli, io sono nelle mani dei banditi
di cui ci parlò Alberto de Morcerf. — Il suo primo movimento fu di
respirare, per assicurarsi che non era stato ferito: era un mezzo che
aveva ritrovato in _Don Chisciotte_, il solo libro, non che avesse
letto, ma di cui si ricordasse qualche cosa. — No, diss’egli, essi
non mi hanno nè ucciso nè ferito, ma essi forse mi avranno derubato.
— E portò prestamente le mani alle sue saccocce. Esse erano intatte: i
cento luigi, che si era riserbati in contanti per fare il suo viaggio
da Roma a Venezia, erano realmente nella saccoccia del pantalone, ed
il portafogli nel quale si ritrovava la lettera di credito per cinque
milioni e 50 mila fr. era nella saccoccia da petto del suo abito. —
Che singolari banditi! disse da sè stesso; mi hanno lasciato la borsa
ed il portafogli! come lo diceva ieri quando mi misi in letto, essi
m’imporranno un riscatto. Guarda! ho ancora il mio orologio! sentiamo
un poco che ora è. — L’orologio di Danglars, capo d’opera di Breguet,
che aveva caricato con cura il giorno avanti, prima di mettersi in
viaggio, suonò le cinque e mezzo della mattina. Senza esso, Danglars
sarebbe rimasto incerto sull’ora, la luce del giorno non penetrava
nella cella. Era egli necessario eccitare una spiegazione dei banditi?
aspettar pazientemente ch’essi la domandassero? l’ultima alternativa
era la più prudente: Danglars aspettò. Egli aspettò fino a mezzogiorno.
In tutto questo tempo una sentinella aveva vegliato alla sua porta.
Alle otto del mattino, la sentinella era stata cambiata.
Allora era venuto voglia a Danglars di vedere da chi fosse guardato.
Aveva notato che alcuni raggi di luce, non già del giorno, ma della
lampada, filtravano traverso le fessure della porta mal congiunta; egli
si accostò ad una di queste fessure al momento in cui il bandito beveva
alcune sorsate d’acquavite, le quali, mercè l’otre di pelle che le
conteneva, spandevano un odore che molto ripugnava a Danglars.
— _Pouah!_ — fece egli rinculando fino al fondo della sua cella. A
mezzo giorno l’uomo dell’acquavite fu sostituito da un’altra fazione.
Danglars ebbe la curiosità di guardare il suo nuovo guardiano: egli si
accostò di nuovo alla fessura. Questi era un bandito atletico, un Golia
dagli occhi grossi, dalle labbra rivoltate, e dal naso schiacciato;
i capelli rossigni cadevano sulle spalle a bande contorte a guisa di
serpenti. — Oh! oh! questi rassomiglia più ad una belva che ad una
creatura umana; in ogni caso, son vecchio ed abbastanza coriaceo,
grosso e bianco non son buono a mangiare. — Come si vede, Danglars
aveva ancora abbastanza presenza di spirito per scherzare. Nello stesso
punto come per provargli che non era una belva, il guardiano si assise
in faccia alla porta della sua cella, cavò dalla sua bisaccia del pane
nero, della cipolla e del formaggio, ch’egli si mise subito a divorare.
— Che il diavolo mi porti! disse Danglars gettando a traverso della
fessura della porta un colpo d’occhio sul pranzo del bandito: se
capisco come si possa fare a mangiare simili porcherie. — Andò a
sedersi sopra le sue pelli, che gli ricordarono l’odore d’acquavite
della prima sentinella.
Ma Danglars aveva un bel fare, ed i segreti della natura sono
incomprensibili, vi è un’eloquenza in certi inviti materiali che
indirizzano le più grossolane sostanze agli stomachi digiuni. Danglars
sentì d’improvviso che il suo non aveva fondi in quel momento, e
allora vide l’uomo men brutto, il pane meno nero, il formaggio più
fresco. Infatto quelle cipolle crude, orribile alimento del selvaggio,
gli ricordarono certi sughi di Robert e certi intingoli che il suo
cuciniere eseguiva in un modo sorprendente, quando Danglars gli diceva:
Sig. Deniseau, fatemi per oggi un buon piattino. Si alzò e andò a
bussare alla porta. Il bandito alzò la testa. Danglars vide ch’era
stato inteso, e raddoppiò.
— _Che c’è?_ domandò il bandito.
— Dite dunque! amico, fece Danglars suonando il tamburo con le dita
contro la porta, mi sembra che sarebbe ora che si pensasse a nutrire
me pure! — Ma sia che egli non capisse il francese, sia che non avesse
ricevuto ordini sul conto del nutrimento di Danglars, il gigante
si rimise a mangiare. Danglars sentì umiliato il suo orgoglio, e,
non volendo maggiormente mettersi a cimento con quella belva, andò
a raggrupparsi sulle pelli, e non disse più una parola. Passarono
quattr’ore; il gigante fu sostituito da un altro bandito; Danglars,
che soffriva orribili stiragliamenti di stomaco, si alzò dolcemente,
applicò l’occhio alle fenditure della porta, e riconobbe la figura
intelligente della sua guida. Infatto era Peppino che si preparava
a montar la guardia la più dolce possibile, sedendosi in faccia alla
porta e ponendosi fra le gambe una teglia di terra che conteneva caldi
e profumanti piselli, cotti in fricassea sul lardo.
Vicino a questi piselli Peppino depose ancora un bel paniere di uva
fresca di Velletri, ed un fiasco di vino d’Orvieto, Peppino era un
goloso. Vedendo questi preparativi gastronomici venne l’acquolina in
bocca a Danglars.
— Ah! ah! disse il prigioniero, vediamo un poco se questi è più
trattabile degli altri. — E bussò gentilmente alla sua porta. — Eccomi,
— disse il bandito, che, frequentando la casa di mastro Pastrini, aveva
finito per imparare il francese perfino nei suoi dialetti. Infatto
venne ad aprire.
Danglars lo riconobbe per quello che gli aveva gridato in un modo
così furioso: «_dentro la testa_.» Ma non era più l’ora delle
recriminazioni; assunse l’aspetto il più aggradevole, e con un grazioso
sorriso: — Perdono, signore, diss’egli, non si darà da pranzo a me
pure?
— Come mai! gridò Peppino, V. E. avrebbe fame, per caso?
— Per caso è una parola graziosa, mormorò Danglars, sono precisamente
ventiquattr’ore che non ho mangiato. Ma sì, signore, aggiunse egli
alzando la voce, io ho fame, ed anche molta fame.
— E V. E. vuol mangiare?
— Sul momento, se è possibile.
— Niente di più facile, disse Peppino; qui si può procurare tutto ciò
che desidera, pagando, beninteso, come si usa presso tutti gli onesti
cristiani.
— Ciò s’intende! gridò Danglars, quantunque in verità le persone
che arrestano, e che imprigionano, dovrebbero almeno nutrire i loro
prigionieri.
— Ah! eccellenza, ripetè Peppino, qui non c’è questo uso.
— Questa è una cattiva ragione, riprese Danglars, che contava di
addolcire il suo guardiano colla sua amabilità, eppure io mi contento.
Vediamo, che mi si serva da mangiare
— Sul momento, eccellenza, che cosa desiderate?
E Peppino depose la sua teglia per terra in modo tale che il fumo
salisse direttamente alle narici di Danglars.
— Comandate, continuò egli.
— Avete delle cucine? domandò il banchiere.
— Come! se abbiamo delle cucine? cucine perfette!
— E dei cuochi? — Eccellenti!
— Ebbene! un pollo, un pesce, del selvaggiume, non importa quello che
è, purchè si mangi.
— Come piacerà a V. E.; dicevamo dunque un pollo, è vero?
— Sì, un pollo. — Peppino si voltò, e gridò con tutta la forza dei
suoi polmoni: — Un pollo per S. E. — La voce di Peppino vibrava ancora
sotto le volte, che già compariva un giovinotto, bello, svelto, e mezzo
nudo come gli antichi portatori di pesce; egli portò il pollo sopra
un piatto d’argento, e il pollo si reggeva solo sulla testa. — Uno si
crederebbe al _Caffè di Parigi_, mormorò Danglars.
— Eccolo! eccellenza, — disse Peppino prendendo il pollo dalle mani
del giovine bandito, e deponendolo sopra una tavola tarlata, che con
uno sgabello e il letto di pelli, formava il complesso della mobilia
della cella. Danglars domandò un coltello ed una forchetta. — Eccoli!
eccellenza, — disse Peppino offrendo un coltello colla punta smussa e
una forchetta di legno. Danglars prese il coltello con una mano e la
forchetta con l’altra, e si mise in atto di tagliare il volatile.
— Perdono, eccellenza, disse Peppino, ponendo una mano sulla spalla
del banchiere; qui si paga prima di mangiare; si potrebbe non essere
contenti uscendo...
— Ah! ah! fece Danglars, non è più come a Parigi, senza contare che
probabilmente essi mi scorticheranno; ma facciamo le cose da grandi.
Vediamo, ho sempre inteso parlare del buon mercato della vita in
Italia; un pollo non deve valere più di dodici soldi a Roma. Eccoti,
diss’egli, un luigi, e lo gettò a Peppino. — Peppino raccolse il luigi,
Danglars accostò il coltello al pollo. — Un momento, eccellenza, disse
Peppino rialzandosi; un momento. V. E. mi deve ancora qualche cosa.
— Quando diceva che mi avrebbero scorticato! — mormorò Danglars, indi,
risoluto di prendere il suo partito da questa estorsione: — Vediamo,
quando vi devo ancora per questo etico volatile? domandò egli.
— V. E. mi ha dato un luigi a conto. — Un luigi a conto! Un luigi
a conto sopra un pollo? — Senza dubbio, a conto. — Bene... avanti!
avanti! — Non son più che 4999 luigi che V. E. mi deve. — Danglars
aprì due occhi enormi all’annunzio di questa burla gigantesca. — Ah!
furbissimo, mormorò egli, in verità furbissimo! — E volle rimettersi
a tagliare il pollo; ma Peppino gli fermò la mano destra con la mano
sinistra, e stese l’altra sua mano.
— Andiamo, diss’egli.
— Che! voi non scherzate? disse Danglars.
— Noi non scherziamo mai, riprese Peppino con serietà.
— Come! cento mila fr. per un pollo!
— Eccellenza, è impossibile il poter credere quanta pena ci costi
l’allevare un pollo in queste maledette grotte.
— Andiamo! andiamo! disse Danglars, io ritrovo ciò molto buffo, molto
divertente, in verità; ma siccome ho fame, così lasciatemi mangiare.
Prendete, ecco qua un altro luigi per voi, amico mio.
— Con ciò il vostro debito non sarà più che di 4998 luigi, disse
Peppino conservando la medesima prontezza d’animo; colla pazienza vi si
giungerà.
— Oh! in quanto a questo, disse Danglars stomacato dalla perseveranza
di questo scherzo, in quanto a questo giammai. Andate al diavolo, non
sapete con chi avete da fare.
Peppino fece un segno al giovine bandito, e questi allungò tosto le
due mani, e portò via prestamente il pollo. Danglars si gettò sul suo
letto di pelli. Peppino chiuse la porta e si rimise a mangiare i suoi
piselli sul lardo. Danglars non poteva vedere ciò che faceva Peppino,
ma dallo sbattersi dei denti del bandito, non lasciava alcun dubbio al
prigioniere sull’esercizio che lo teneva occupato. Era chiaro ch’egli
mangiava, e che mangiava rumorosamente, come fanno le persone mal
educate. — Ingordo! disse Danglars.
Peppino fece sembiante di non capire, e senza neppure voltare la testa,
continuò a mangiare con una saggia lentezza. Lo stomaco di Danglars gli
sembrava perforato come la tinozza delle Danaidi, e non poteva credere
ch’egli non giungerebbe mai a riempirlo. Però prese pazienza anche una
mezz’ora; questa mezz’ora gli parve un secolo. Egli si alzò e andò di
nuovo davanti alla porta. — Vediamo, signore, diss’egli, non mi fate
languire lungamente, e ditemi d’un sol colpo ciò che si vuole da me?
— Ma, eccellenza, dite piuttosto ciò che volete da noi... Dateci i
vostri ordini e li eseguiremo.
— Allora per prima cosa aprite. — Peppino aprì.
— Io voglio, disse Danglars, perdinci! voglio mangiare!
— Avete fame? — E del resto lo sapete.
— Che cosa desidera di mangiare V. E.?
— Un tozzo di pane secco, poichè i polli sono di un prezzo esorbitante
in questi maledetti scavi.
— Del pane! sia, disse Peppino. Olà! del pane!
Il giovine servente portò un piccolo pane.
— Eccolo, disse Peppino.
— Quanto costa? domandò Danglars.
— 4998 luigi. Vi sono già due luigi pagati.
— Come, un pane cento mila fr.?
— Cento mila fr., disse Peppino.
— Ma voi domandavate cento mila fr. per un pollo!
— Noi non serviamo alla carta, ma al prezzo fisso. Che si mangi poco,
che si mangi molto, che si chiedano dieci piatti o un solo è sempre la
stessa cifra.
— Ecco un altro scherzo! amico caro, vi dichiaro che questa è
un’assurdità, una stupidità! ditemi piuttosto che volete che io muoia
di fame, e tutto sarà finito.
— Ma no, eccellenza, siete voi che volete commettere un suicidio.
Pagate e mangiate.
— E con che debbo pagare, triplo animale? disse Danglars esasperato.
Credi forse che si portino cento mila fr. in saccoccia?
— Voi avete cinque milioni e 50 mila fr. nella vostra, eccellenza,
disse Peppino; ciò è buono per cinquanta polli a centomila fr. e un
mezzo pollo a 50 mila. — Danglars fremette, la benda gli cadde dagli
occhi; era bensì uno scherzo, ma alfine lo capiva. Bisogna pure
rendergli giustizia, perchè da quel momento non vedeva più questo
scherzo essere così stupido come prima. — Vediamo, diss’egli, vediamo;
pagando questi cento mila fr. mi riterrete voi assoluto, e potrò
mangiare con tutto il mio comodo?
— Senza dubbio, disse Peppino. — Ma in che modo dovrò io pagarli? fece
Danglars respirando più liberamente.
— Non vi è niente di più facile; voi avete un credito aperto presso i
sig. Thomson e French, via dei Banchi a Roma; datemi un _buono_ di 4998
luigi su questi signori, ed il nostro banchiere lo sconterà. — Danglars
volle almeno darsi il merito della buona volontà, prese la penna e la
carta che gli presentò Peppino: scrisse la cedola e firmò: — Prendete,
diss’egli, ecco il vostro buono al latore.
— E voi, ecco il vostro pollo. — Danglars squartò il pollo sospirando:
poichè gli sembrava molto magro per una somma così grossa. In quanto
a Peppino lesse attentamente il foglio, se lo mise in saccoccia, e
continuò a mangiare i suoi piselli.