XCVII. — L’ALBERGO DELLA CAMPANA E DELLA BOTTIGLIA.

Ed ora lasciamo madamigella Danglars e la sua amica scorrere sulla

strada di Bruxelles, e ritorniamo al povero Andrea Cavalcanti, così

disgraziatamente fermato nello scatto della sua fortuna. Ad onta

della sua giovane età, Andrea Cavalcanti era un uomo molto destro ed

intelligente. Così ai primi rumori che penetrarono nelle sale, lo

abbiam veduto gradatamente accostarsi alla porta, traversare una o

due camere, e finalmente sparire. Una cosa che abbiam dimenticato di

ricordare, e che, non pertanto, non deve essere omessa, si è che in una

di queste due camere, che dovè traversare, stava esposto il corredo

della sposa: scrigni di diamanti, scialli di casimiro, merletti di

Valencienne, veli di Inghilterra, e tutto ciò infine, che in questo

mondo vi è di oggetti tentatori, il cui nome soltanto fa balzare di

gioia il cuore delle giovanette, e che concorre a formare ciò che i

francesi chiamano _corbeille_. Ora, passando da questa camera, cosa che

prova che non solo il giovine era molto destro e molto intelligente,

ma ancor molto previdente, egli afferrò l’astuccio che conteneva il

più ricco adornamento in brillanti di quanti erano là esposti. Munito

di questo compagno Andrea si era sentito di metà più leggero, per

saltare dalla finestra, e sfuggir dalle mani dei gendarmi. Grande e

snello come l’antico giostratore, muscoloso come uno spartano, Andrea

aveva fatta una corsa di un quarto d’ora senza sapere ove andava, e

nello scopo soltanto d’allontanarsi dal luogo, ove per poco non era

stato arrestato. Partendo dalla strada Mont-Blanc, con quell’istinto

dei ladri per le barriere, che i lepri hanno per i cespugli, si era

ritrovato in capo alla strada Lafayette.

Là, soffocato, anelante, si fermò: era perfettamente solo, ed aveva

alla sinistra il recinto di San Lazzaro, vasto deserto; alla destra

Parigi in tutta la sua profondità.

— Sono io perduto? domandò a sè stesso. No, posso usare un’attività

superiore a quella dei miei nemici. La mia salvezza è dunque divenuta

semplicemente una questione di miriametri. — In quel momento scoprì,

salendo l’alto del sobborgo Poissoniére, un _cabriolet_ di piazza, il

cui cocchiere meditabondo, fumando la pipa, sembrava voler raggiungere

l’estremità opposta del sobborgo Saint-Denis ove senza dubbio faceva la

sua stazione ordinaria.

— Ehi! amico! disse Benedetto. — Che c’è? domandò il cocchiere. — Il

vostro cavallo è stanco?

— Stanco! ah sì davvero! non ha fatto niente in tutta la santa

giornata. Quattro cattive corse e venti soldi di mancia; in tutto sette

fr. ed io devo darne dieci al padrone!

— Volete aggiungere a questi sette fr. altri venti?

— Con piacere, venti fr. non sono da disprezzarsi. Che si deve fare?

sentiamo.

— Una cosa facilissima, semprechè il cavallo non sia stanco.

— Vi dico che andrà come un zeffiro; il tutto sta di dire da qual parte

volete che io vada.

— Dalla parte del Louvres.

— Ah! ah! lo conosco: il paese del ratafià!

— Precisamente. Si tratta semplicemente di raggiungere un amico, col

quale domani mattina debbo andare alla caccia a Chapelle-en-Serval.

Doveva aspettarmi qui fino alle undici e mezzo, è mezza notte; egli si

sarà stancato di aspettarmi, e sarà partito solo.

— È probabile. — Ebbene, volete tentare di raggiungerlo? — Non chiedo

di meglio. — Ma se noi non lo raggiungiamo di qui a Bourget, avrete

venti fr. Se non lo raggiungiamo di qui a Louvres, trenta.

— E se lo raggiungiamo?

— Quaranta, disse Andrea che aveva avuto un momento di esitazione, ma

che aveva riflettuto che non arrischiava niente a promettere.

— Così va bene! disse il cocchiere. Montate, e in cammino!

Andrea montò nel _cabriolet_ che, con una rapida corsa, traversò il

sobborgo Saint-Denis, costeggiò il sobborgo Saint-Martin, traversò

la barriera, e infilò nella interminabile Villette. Si aveva un bel

fare a raggiungere questo amico chimerico; però a quando a quando

ai passaggieri in ritardo, alle bettole ancora aperte, Cavalcanti

chiedeva informazioni di un _cabriolet_ verde, attaccato ad un cavallo

baio-scuro; e, siccome sulla strada dei Paesi-Bassi circola un buon

numero di _cabriolet_ dei quali nove decimi son verdi, le informazioni

piovevano ad ogni passo. Tutti lo avevano sempre poco prima veduto

passare; non aveva più di 500 passi di vantaggio, non ne aveva più

di 200, non ne aveva più di cento; finalmente si raggiungeva, si

sorpassava, non era quello. Una volta il _cabriolet_ fu passato egli

pure, da un calesse rapidamente trasportato al galoppo da due buoni

cavalli da posta: — Ah! disse a sè stesso Cavalcanti, se avessi quel

calesse, quei due buoni cavalli, e soprattutto il passaporto che

abbisogna per prenderli!

Ed egli sospirò profondamente. Questo calesse era quello che

trasportava madamigella Danglars e madamigella d’Armilly. — Andiamo!

andiamo! disse Andrea, non possiamo tardare a raggiungerlo. — Il

povero cavallo riprese il trotto arrabbiato che aveva continuato dalla

barriera, e giunse fumante a Louvres. — Ah! disse Andrea, vedo bene

che non raggiungerò il mio amico, e che ammazzerei il vostro cavallo.

Così adunque val meglio che mi fermi. Ecco i vostri trenta fr., io me

ne vado a dormire al Cavallo-Rosso, e nella prima carrozza nella quale

troverò un posto, lo prenderò. Buona sera, amico mio. — Ed Andrea,

dopo aver messe sei monete da 5 fr. nella mano del cocchiere, saltò

lestamente sul battuto della strada. Il cocchiere mise allegramente

la somma in saccoccia, e riprese al passo la strada di Parigi; Andrea

finse di andare al Cavallo-Rosso; ma dopo essersi fermato un momento

alla porta, aspettando che il rumore del _cabriolet_ si perdesse

all’orizzonte, riprese la sua strada, e con un passo ginnastico molto

svelto, compì una corsa di due leghe. Là egli si riposò; doveva essere

vicino alla Chapelle-en-Serval ove aveva detto di andare. Non era la

fatica che fermava Andrea Cavalcanti, ma il bisogno di prendere una

risoluzione, la necessità di adottare un disegno. Montare in diligenza

era impossibile; prendere la posta egualmente. Per viaggiare nell’uno o

nell’altro modo il passaporto è di prima necessità.

Dimorare nel dipartimento dell’Oise, vale a dire in uno dei

dipartimenti più scoperti, e più sorvegliati della Francia era

egualmente impossibile, soprattutto ad un uomo come Andrea, esperto in

materia criminale. Egli si sedè sulle rive del fosso, lasciossi cader

la testa fra le mani e riflettè. Dieci minuti dopo rialzò la testa: la

risoluzione era già presa. Coprì di polvere una parte del _palettò_ che

aveva avuto il tempo di staccare dall’anticamera, e di abbottonarsi al

di sopra del suo abito da ballo, e giungendo alla Chapelle-en-Serval

andò a battere arditamente alla porta del solo albergo del paese.

L’oste venne ad aprire.

— Amico mio, disse Andrea, io andava da Morte-Fontaine a Senlis,

quando il mio cavallo, che è un animale cattivo, ha fatto una

scartata, e mi ha cacciato a dieci passi. Questa notte mi necessita di

giungere a Compiègne sotto pena di causare le più vive inquietudini

alla mia famiglia, avreste un cavallo da darmi in fitto? — Buono o

cattivo, un albergatore ha sempre un cavallo. L’albergatore della

Chapelle-en-Serval chiamò il garzone di stalla, gli ordinò d’insellare

il _Bianco_, e risvegliò suo figlio, ragazzo di sette anni, il quale

doveva montare in groppa del signore, per ricondurre il quadrupede.

Andrea pagò venti fr. all’albergatore e, cavandoli di saccoccia, lasciò

cadere un biglietto di visita. Questo biglietto era quello di uno dei

suoi amici del caffè di Parigi, dimodochè l’albergatore, quando Andrea

fu partito, ed ebbe raccolto il biglietto di saccoccia, fu convinto

di aver dato infatto il suo cavallo al sig. conte de Maulion strada

S. Domenico n. 25: erano il nome e l’indirizzo che si trovavano sul

biglietto.

Il _Bianco_ non andava presto, ma andava con un passo uguale e

continuo; in tre ore e mezzo Andrea fece le nove leghe che lo

separavano da Compiègne; suonavano le quattro all’orologio del Palazzo

di Città, quando giunse sulla piazza dove si fermano le diligenze. A

Compiègne vi è un eccellente albergo, di cui si ricordano quelli stessi

che non vi hanno alloggiato che una sola volta. Andrea, che vi aveva

fatta una fermata in una delle sue corse nei dintorni di Parigi, si

risovvenne dell’albergo della Campana e della Bottiglia: si orizzontò,

vide al chiaror del lampione la tabella indicatrice, e dopo aver

congedato il fanciullo, al quale regalò quanto aveva di piccola moneta,

andò a battere alla porta riflettendo con molta aggiustatezza, che egli

aveva tre o quattro ore di vantaggio, e che il meglio era di premunirsi

con un buon sonno, ed una buona cena, contro le fatiche future. Il

cameriere gli venne ad aprire.

— Amico mio, disse Andrea, vengo da S. Giovanni del Bosco, ove ho

pranzato; contava prendere la carrozza che passa a mezza notte, ma mi

son perduto come uno stupido, e son già quattro ore che passeggio nella

foresta. Datemi una di queste belle camerine che danno sul cortile, e

fatemi portare un pollo freddo ed una bottiglia di vino di Bordò.

Il cameriere non ebbe alcun sospetto: Andrea parlava con la più

perfetta tranquillità; il sigaro in bocca e le mani nelle saccocce del

_palettò_; i suoi abiti erano eleganti, la barba fatta di recente, gli

stivali irreprensibili; aveva l’aspetto di un vicino che avesse fatto

tardi, ecco tutto.

Mentre il cameriere preparava la sua camera l’ostessa si alzò; Andrea

l’accolse col più grazioso sorriso, e le domandò se poteva avere la

camera n. 3 in cui aveva già dormito l’ultima volta che era passato

da Compiègne; disgraziatamente il n. 3 era preso da un giovine che

viaggiava con sua sorella. Andrea parve disperato; egli non si consolò

che allorquando l’ostessa lo ebbe assicurato che il n. 7, che si stava

preparando, aveva assolutamente la medesima disposizione del n. 3,

e scaldandosi i piedi, e parlando delle ultime corse di Chantilly,

aspettò che gli venisse annunziato che la camera era in ordine. Non

era senza ragione che Andrea aveva parlato di quei belli appartamenti

che davano sul cortile; il cortile dell’albergo della Campana aveva

una triplice fila di galleria che gli dava l’aspetto di un anfiteatro,

con i suoi gelsomini e le sue clematidi, che salivano lungo le colonne

leggiere come una decorazione naturale e uno dei più graziosi ingressi

d’albergo che sieno al mondo. Il pollo era fresco, il vino vecchio,

il fuoco chiaro e favillante; Andrea cenando si sorprese del suo buon

appetito, come se nulla gli fosse accaduto, indi andò a letto, e si

addormentò subito con quel sonno implacabile che l’uomo di trent’anni

trova sempre, anche quando ha dei rimorsi. Ora noi siamo sforzati di

confessare che Andrea avrebbe potuto avere dei rimorsi, ma che non ne

aveva. Ecco qual era l’idea di Andrea, idea che gli aveva portata la

maggior parte della sua sicurezza.

Col giorno si sarebbe alzato, uscirebbe dall’albergo dopo aver

pagato scrupolosamente i suoi conti; s’internerebbe nella foresta,

comprerebbe, sotto pretesto di fare degli studii di pittura,

l’ospitalità di un contadino; si procurerebbe un abito da campagnuolo

spogliandosi della pelle di leone per prendere quella dell’artista;

indi colle mani terrose, i capelli imbruniti da un pettine di piombo,

colla tinta della pelle alterata da una preparazione di cui i suoi

antichi camerati gli avevan data la ricetta, di foresta in foresta

giungerebbe alla frontiera più vicina, camminando la notte, dormendo

il giorno nel bosco, senza avvicinarsi ai luoghi abitati che per

comprare a quando a quando del pane. Superata una volta la frontiera,

Andrea avrebbe fatto denari coi suoi diamanti, riunito il prezzo che

ne avrebbe ricavato, ad una diecina di biglietti di banca che portava

sempre indosso per qualunque accidente, si ritroverebbe ancora padrone

di un 50 mila fr. che non sembravano alla sua filosofia un peggio

andare troppo rigoroso. D’altra parte egli contava molto sulla premura

che avevano i Danglars ad estinguere il rumore della loro disavventura.

Ecco perchè, oltre la stanchezza, Andrea dormì così presto e così

bene. D’altra parte per esser sveglio di buon mattino, Andrea non aveva

chiuse le persiane, si era soltanto contentato di mettere il catenaccio

alla porta, e di tenere aperto, sulla sua tavola da notte, un certo

coltello molto puntuto, di cui conosceva la eccellente tempra, e che

non lasciava mai. Circa alle sette del mattino fu svegliato da un

raggio di sole che gli veniva tiepido e brillante sul viso.

In tutti i cervelli bene organizzati l’idea dominante, (ve ne è sempre

una) è quella che dopo essersi addormita per l’ultima, illumina per la

prima il pensiero nello svegliarsi. Andrea non aveva ancora interamente

aperti gli occhi, che il suo pensiero dominante già lo possedeva, e gli

soffiava all’orecchio che aveva dormito troppo lungamente.

Saltò a basso dal letto e corse ad una finestra.

Un gendarme traversava il cortile. Un gendarme è uno di quegli oggetti

che più colpiscono in questo mondo, anche per l’occhio di un uomo senza

inquietudini; ma per ogni coscienza timorosa e che ha qualche motivo

di esserlo, il giallo, il blu ed il bianco di cui si compone la sua

uniforme, diventano colori spaventevoli: — Perchè un gendarme? domandò

a sè stesso Andrea: indi si rispose con quella logica che il lettore ha

di già notato in lui:

— Un gendarme non ha niente che debba meravigliare in un’osteria: non

ce ne meravigliamo adunque, ma vestiamoci. — Ed il giovine si vestì

con una rapidità che non aveva potuto fargli perdere il suo cameriere,

durante i pochi mesi di vita elegante che aveva condotta a Parigi.

— Buono! disse Andrea nel vestirsi, aspetterò che sia partito, e

quando sarà partito lui, signerò io. — E mentre diceva queste parole,

e mettendosi la cravatta, ritornò dolcemente alla finestra, e sollevò

una seconda volta la tendina di mussola. Non solo il primo gendarme

non era partito, ma il giovine scoperse una seconda uniforme blu,

gialla e bianca alla fine della scala, la sola per la quale si poteva

discendere, mentre che una terza a cavallo e colla carabina in mano

stava di sentinella sulla porta di strada, la sola per la quale si

poteva uscire. Questo terzo gendarme era significativo all’ultimo

grado; perchè davanti a lui si estendeva un semi-cerchio di curiosi che

bloccavano ermeticamente la porta dell’albergo. — Io son cercato! fu

il primo pensiero di Andrea. Diavolo! — Il pallore investi la fronte

del giovine, egli guardò intorno a sè con ansietà. La sua camera,

come tutte quelle di questo piano, non aveva altra uscita che dalla

galleria esterna scoperta agli sguardi di tutti. — Io son perduto!

fu il suo secondo pensiero. — Infatto per un uomo nella situazione

di Andrea, l’arresto voleva dire: sedute, giudizio, morte, morte

senza misericordia e senza dilazione. Per un momento egli compresse

convulsivamente la testa fra le mani; e poco mancò che non diventasse

pazzo dalla paura. Ma ben presto, da questa folla di pensieri che si

urtavano nella sua testa ne uscì un pensiero di speranza; un pallido

sorriso si delineò sulle sue labbra tremanti e sulle guance contratte:

guardò intorno a sè; gli oggetti che cercava si ritrovavano riuniti sul

marmo di un tavolino: erano una penna, un calamaio e della carta: ed

ei scrisse, con una mano alla quale comandò di esser ferma, le linee

seguenti sul primo foglio del quaderno.

«Io non ho danaro per pagare, ma sono un uomo onesto; lascio in

pegno questo spillo che vale dieci volte la spesa che ho fatto.

Mi si perdonerà di essere fuggito alla punta del giorno, io era

vergognoso!»

Levò lo spillo dalla sua cravatta e lo depose sul foglio.

Ciò fatto, invece di lasciare i catenacci, li levò, socchiuse anzi la

porta, come se fosse uscito dalla sua camera dimenticando di chiuderla,

ed arrampicandosi nella cappa del camino, come un uomo già avvezzo

a questa specie di ginnastica, attirò innanzi a sè il paracamino

ricoperto con una carta che rappresentava Achille in casa di Deidamia;

cancellò coi piedi anche la traccia dei passi nella camera, e scalò

la cappa che gli offriva la sola via di salvezza nella quale sperava

ancora. In questo momento il primo gendarme che aveva colpito la vista

di Andrea saliva la scala, preceduto da un commissario di polizia, e

sostenuto dal secondo gendarme che guardava l’estremità della scala,

il quale poteva egli stesso aspettare rinforzo da quello che stazionava

alla porta. Ecco a che cosa Andrea doveva questa visita, che con tanta

pena si era dispensata dal ricevere.

Alla punta del giorno, i telegrafi erano stati messi in moto in

tutte le direzioni e ciascuna località ch’era stata avvisata, quasi

immediatamente aveva risvegliato le autorità e lanciata la forza

pubblica alla ricerca dell’uccisore di Caderousse. Compiègne, residenza

reale; Compiègne città di caccia; Compiègne, città di guarnigione, è

abbondantemente provvista di autorità, di gendarmi e di commissari

di polizia. Le visite eran dunque cominciate subito dopo l’ordine,

ed essendo telegrafico, l’osteria della Campana e della Bottiglia,

la prima osteria della città, si era naturalmente incominciato da

lei. Del resto dopo il rapporto delle sentinelle che erano state di

guardia durante la notte al Palazzo di Città (il Palazzo di Città era

attiguo all’albergo della Campana), era stato constatato che diversi

viaggiatori erano discesi durante la notte al detto albergo. La

sentinella che era stata rilevata alle sei del mattino si ricordava

ancora, che al momento in cui era stata messa in fazione, vale a dire a

quattro ore e alcuni minuti, aveva veduto che un giovine che cavalcava

un cavallo bianco con un ragazzetto in groppa, era andato a bussare

all’albergo della Campana apertosi davanti a lui, e chiuso dopo di lui.

Su questo giovine, che aveva fatto tanto tardi si erano fermati tutti i

sospetti. Or questo giovine non era altro che Andrea! Per la sicurezza

di questi dati, il commissario di polizia ed il gendarme, che era un

brigadiere, s’incamminavano verso la porta di Andrea. Questa porta era

socchiusa.

— Oh! oh! disse il brigadiere, vecchia volpe nutrita nelle furberie

dello stato, cattivo indizio una porta aperta! l’avrei meglio amata

chiusa con triplice catenaccio.

Infatto la piccola lettera e lo spillo lasciati da Andrea sulla tavola

confermarono, o piuttosto appoggiarono la trista verità: Andrea era

fuggito. Noi diciamo appoggiarono, perchè il brigadiere non era uomo

da arrendersi ad una sola prova. Guardò intorno a sè, cacciò l’occhio

sotto il letto, spiegò le tende, aprì gli armadii, e finalmente si

fermò al caminetto.

Mercè le cautele di Andrea, non era rimasta alcuna traccia del suo

passaggio nelle ceneri. Però questa era una uscita; ed in simili

congiunture, tutte le uscite devono formare l’oggetto di una seria

investigazione. Il brigadiere si fece dunque portare una fascina e

della paglia, ne fece un inviluppo, e lo calcò nel caminetto come

avrebbe fatto in un mortaio da bomba, e vi appiccò il fuoco. Il fuoco

fece crepitare le pareti della cappa; una colonna opaca di fumo

ai slanciò pel condotto e salì verso il cielo, ma non vide cadere

il prigioniere come si aspettava. Ciò era perchè Andrea, in lotta

colla società fin dalla giovinezza, valeva bene un gendarme, fosse

anche stato elevato al grado rispettabile di brigadiere; prevedendo

dunque l’incendio, era salito sul tetto, e si era nascosto dietro il

comignolo.

Per un momento ebbe qualche speranza di essersi salvato, perchè intese

il brigadiere che, chiamando i due compagni diceva loro ad alta voce,

«non c’è più.» Ma allungando dolcemente il collo, vide i due gendarmi

che, invece di ritirarsi, come sembrava naturale dopo un simile

annunzio, raddoppiavano l’attenzione. Allora a sua volta girò intorno a

sè lo sguardo: il Palazzo di Città, fabbrica colossale del sedicesimo

secolo, s’innalzava come un tetro muro alla sua destra, e, per le

aperture del monumento, si poteva scorgere in tutti gli angoli e contro

angoli del tetto, come dall’alto della montagna si vede nella vallata.

Andrea comprese che in breve avrebbe veduto comparire la testa del

brigadiere di gendarmeria a qualcuna di quelle aperture. Scoperto, egli

era perduto, una caccia sul tetto non gli si presentava con probabilità

di successo.

Risolvè dunque di ritornare a discendere, non per lo stesso camino da

cui era venuto, ma per un camino analogo. Cercò con gli occhi quella

cappa di camino che non mandava fumo, la raggiunse andando carpone sul

tetto, e disparve dal suo orifizio senza essere stato veduto da alcuno.

Un momento dopo si aprì una piccola finestra del Palazzo di Città, e

lasciò vedere la testa del brigadiere di gendarmeria, che rimase per

alcuni minuti immobile, come uno di quei bassi rilievi di pietra che

decoravano il fabbricato, indi con un lungo sospiro d’inquietudine la

testa disparve. Il brigadiere tranquillo e degno, come la legge di cui

era il rappresentante, passò senza rispondere alle mille interrogazioni

della folla riunita sulla piazza e rientrò nell’albergo: — Ebbene?

domandarono alla loro volta i due gendarmi.

— Ebbene! figli miei, rispose il brigadiere, bisogna veramente che il

brigante sia evaso questa mattina di buon’ora; ma ora lo faremo seguire

sulla strada di Villers-Cotterêts e di Noyon, e faremo frugare la

foresta, ove lo raggiungeremo infallibilmente. L’onorevole funzionario

aveva appena finita la frase, con quel tuono particolare proprio ai

brigadieri di gendarmeria, nel pronunziare questo avverbio sonoro,

allor quando un lungo grido di spavento, accompagnato dal tintinnio

di un campanello, echeggiarono nel cortile dell’albergo. — Oh! oh! che

cosa è questo? gridò il brigadiere.

— Ecco un viaggiatore che sembra aver molta fretta, disse l’oste; a

qual numero suonano?

— Al numero 3. — Correte, cameriere. — In questo momento le grida ed il

rumore del campanello raddoppiarono, il cameriere si mise a correre.

— No, fermatevi! disse il brigadiere trattenendolo, quello che suona fa

conoscere che chiede ben altra cosa che un cameriere, gli manderemo un

gendarme per servirlo. Chi alloggia al n. 3?

— Il giovinetto giunto con sua sorella questa notte per la posta, e che

ha domandato una camera a due letti.

Il campanello suonò per la terza volta con una intonazione piena

d’angoscia. — A me, signor commissario! seguitemi, ed affrettate il

passo! disse il brigadiere.

— Un momento, disse l’oste, nella camera numero 3 vi sono due uscite,

una interna e l’altra esterna.

— Buono! disse il brigadiere, prenderò l’interna, è il mio

dipartimento. Le carabine sono cariche? — Sì, brigadiere. — Ebbene!

voi altri vegliate all’esterno, e se vuol fuggire, fuoco addosso: è un

gran colpevole, a quanto dice il telegrafo. — Il brigadiere, seguito

dal commissario, disparve subito per la scala interna accompagnato

dal rumore che le sue rivelazioni sopra Andrea avevano ridestato nella

folla. Ecco ciò ch’era accaduto. Andrea era disceso con molta destrezza

fin oltre la metà del camino, ma giunto là, un piede gli era mancato,

e, ad onta dell’appoggio delle mani, era disceso con maggior prestezza,

e soprattutto con maggior susurro di quel che avrebbe desiderato.

Non sarebbe stato niente, se la camera fosse stata solitaria, ma per

disgrazia, era abitata. Due donne dormivano in un letto, questo rumore

le aveva svegliate, i loro sguardi si eran fissati sul punto, da

dove veniva il rumore, e, dall’apertura del caminetto, avevan veduto

comparire un uomo. Una di queste due donne, la bionda, aveva mandato

quel grido terribile che aveva echeggiato per tutta la casa, mentre

l’altra, che era bruna, slanciandosi al cordone del campanello, aveva

dato l’allarme, agitandolo con tutte le sue forze. Come si vede, Andrea

cadeva di disgrazia in disgrazia.

— Per pietà! gridò egli, pallido, confuso, senza vedere le persone alle

quali s’indirizzava; per pietà! non chiamate, salvatemi! non voglio

farvi del male.

— Andrea! l’assassino! gridò una delle due donne.

— Eugenia, madamigella Danglars! mormorò Cavalcanti, passando dallo

spavento allo stupore.

— Soccorso! soccorso! gridò madamigella d’Armilly levando il cordone

del campanello dalle mani inerti d’Eugenia, e suonando con forza

maggiore ancora della compagna.

— Salvatemi! non mi perseguitate! disse Andrea giungendo le mani, per

pietà per grazia, non mi consegnate alla forza!

— È troppo tardi, salgono, rispose Eugenia.

— Ebbene! nascondetemi in qualche luogo: direte che avete avuta paura

senza motivi d’aver paura: allontanerete i sospetti, mi avrete salvata

la vita.

— Ebbene, sia, disgraziato! riprendete la via per la quale siete

venuto; partite, e non diremo niente.

— Eccolo! gridò una voce sul pianerottolo: io lo vedo.

In fatto il brigadiere aveva accostato l’occhio al buco della serratura

ed aveva scoperto Andrea in piedi e supplicante.

Un violento colpo d’incassatura fe’ saltare il catenaccio, due altri

fecero saltare i gangheri; la porta infranta cadde al di dentro. Andrea

corse all’altra porta che metteva nella galleria del cortile, volle

precipitarvisi dopo aperta. I due gendarmi erano là con le carabine in

mira.

Andrea si fermò su due piedi; ritto, pallido, col corpo un poco

rovesciato in dietro, teneva il suo inutile coltello nella mano

intirizzita: — Fuggite dunque! gridò madamigella di Armilly nel cuore

della quale rientrava la pietà, a seconda che ne usciva lo spavento,

fuggite dunque.

— O uccidetevi! disse Eugenia col tuono e coll’atteggiamento di una

di quelle vestali che nel circo ordinavano coll’indice al gladiatore

vittorioso di finire l’avversario atterrato. — Andrea fremette e

guardò la giovinetta con un sorriso di disprezzo col quale provò che

la corruzione non comprendeva questa sublime ferocia dell’onore. —

Uccidermi, disse egli gettando il coltello, per far che?

— Ma lo diceste, gridò la Danglars, sarete condannato a morte, e

giustiziato come l’ultimo dei delinquenti.

— Bah! replicò Cavalcanti incrociando le braccia, si hanno amici. — Il

brigadiere si avanzò verso di lui con la sciabola alla mano. — Andiamo,

andiamo, disse Cavalcanti, acquietatevi, mio bravo uomo, non val la

pena di fare tanto schiamazzo, perchè io mi arrendo. — Ed egli stese

le sue mani alle manette. Le due giovanette guardarono con terrore

questa schifosa metamorfosi che si operava sotto i loro occhi, l’uomo

di società che si spogliava del suo inviluppo per ritornare un uomo di

galera. Andrea si rivolse verso di esse, e col sorriso dell’impudenza:

— Avete qualche commissione per il vostro sig. padre, madamigella

Eugenia? disse egli, poichè secondo tutte le probabilità torno a

Parigi. — Eugenia nascose la testa fra le mani. — Oh! oh! disse Andrea,

non vi è ragione di essere vergognosa, ed io non son malcontento che

abbiate presa la posta per corrermi dietro... non era forse quasi

vostro marito? — e detto questo lazzo, Andrea uscì lasciando le

due fuggitive in preda alle sofferenze dell’onta ed ai commentarii

dell’assemblea. Un’ora dopo, vestite entrambe dei loro abiti da donna,

montavano nel calesse da posta. Era stata chiusa la porta dell’albergo

per sottrarle ai primi sguardi; ma non si potè evitare quando questa

fu riaperta, di passare in mezzo ad una doppia fila di curiosi, cogli

occhi fiammeggianti e le labbra mormoranti. Eugenia abbassò le tendine,

ma se ella non vedeva più, sentiva ancora il rumore delle ingiurie che

giungeva fino a lei. — Oh! perchè il mondo non è un deserto? gridò

ella gettandosi nelle braccia di madamigella d’Armilly cogli occhi

sfavillanti di rabbia, che facevano desiderare a Nerone che tutto il

mondo romano avesse una sola testa per poterla tagliare di un colpo

solo.

La dimane esse discesero all’albergo delle Fiandre a Bruxelles. Fin dal

giorno innanzi Andrea era incarcerato alla Conciergerie.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 115 / 140 题