XCVI. — LA STRADA DEL BELGIO.

Alcuni minuti dopo la scena di confusione prodotta nelle sale del sig.

Danglars per la comparsa inattesa del brigadiere di gendarmeria e per

la rivelazione che ne era stata la conseguenza, il vasto palazzo si

era vuotato, con una rapidità simile a quella che avrebbe prodotto

l’annunzio di un caso di peste o di colera-morbus accaduto in mezzo

ai convitati: in pochi minuti da tutte le porte, da tutte le uscite,

ciascuno si era affrettato di ritirarsi, o piuttosto di fuggire;

perchè questa era una di quelle congiunture nelle quali non bisogna

neppure tentare di dare quelle cerimoniose consolazioni che sono

solite a rendersi nelle grandi catastrofi dai migliori amici tanto

importuni. Non era rimasto nel palazzo del banchiere che Danglars,

chiuso nel suo gabinetto, e facendo la sua deposizione fra le mani del

sotto-ufficiale di gendarmeria; che la sig.ª Danglars, spaventata, nel

gabinetto che conosciamo, ed Eugenia, che, coll’occhio altero ed il

labbro sdegnoso, si era ritirata nella sua camera colla sua inseparabil

compagna, madamigella Luigia d’Armilly. In quanto ai numerosi

domestici, più numerosi ancora in quella sera, che d’ordinario, perchè

vi erano stati aggiunti, in occasione della festa, i sorbettieri, i

cerimonieri e i maestri di casa del _Caffè di Parigi_, voltando contro

il loro padrone la collera di ciò ch’essi chiamavano il loro affronto

stazionavano a gruppi nell’officio, nelle cucine, nelle loro camere

inquietandosi molto poco del servizio, che del resto si ritrovava

naturalmente interrotto. In mezzo a questi differenti personaggi,

frementi per interessi diversi, due soli meritano che ci occupiamo di

loro: madamigella Eugenia Danglars, e madamigella Luigia d’Armilly. La

giovane fidanzata, lo abbiamo detto, si era ritirata con aria altera,

col labbro sdegnoso, e con l’andamento di una regina oltraggiata,

seguita dalla sua compagna più pallida e più commossa di lei. Giungendo

nella sua camera, Eugenia chiuse la porta per di dentro, mentre che

Luigia cadeva sur una sedia.

— Oh! mio Dio! mio Dio! che cosa orribile! disse la giovane cantante;

e chi poteva dubitare di questo? il sig. Andrea Cavalcanti... un

assassino... un forzato fuggito dalla galera.... un forzato!... — Un

sorriso ironico increspò le labbra di Eugenia.

— In verità, io era predestinata, diss’ella: sfuggo da Morcerf per

cadere in Cavalcanti.

— Oh! non confondiamo l’uno con l’altro, Eugenia.

— Taci, tutti gli uomini sono infami, son felice di poter far di più

che detestarli: or li disprezzo.

— Che faremo? domandò Luigia.

— Ciò che dovevamo fare fra tre giorni... partire.

— Così, quantunque non ti mariti più, tu vuoi sempre...

— Ascolta, Luigia; ho in orrore questa vita della società sempre

ordinata, misurata, regolata come un nostro foglio di musica. Ciò che

sempre ho desiderato, voluto, ciò che ha formato la mia ambizione, è

stata sempre la vita dell’artista, la vita libera, indipendente, in

cui non si ha a render conto che a sè. Restare, per far che? perchè si

tenti fra un mese di maritarmi nuovamente; a chi, al sig. Debray forse

come ne è stato per un momento parola? No, Luigia, no; l’avventura di

questa sera mi servirà di scusa; io non ne cercava, non ne domandava,

Dio mi ha inviato questa, essa sia la benvenuta.

— Come tu sei forte e coraggiosa!

— Non mi conosci ancora? Andiamo, Luigia, parliamo dei nostri affari.

La carrozza di posta...

— È fortunatamente comprata da tre giorni.

— L’hai fatta condurre dove dobbiam prenderla?

— Sì. — Il nostro passaporto? — Eccolo.

Ed Eugenia colla sua abituale freddezza, spiegò la carta bollata e

lesse.

«Sig. Leone d’Armilly, dell’età di venti anni, professione

artista; capelli neri, occhi neri; viaggiando con sua sorella.»

— A meraviglia! con che mezzo tel sei procurato?

— Andando dal sig. di Monte-Cristo a chiedere delle lettere di

raccomandazione per gl’impresari dei teatri di Roma e di Napoli, gli ho

espresso i miei timori di viaggiare da donna; egli li ha perfettamente

capiti, si è messo a mia disposizione per procurarmi un passaporto da

uomo, e due giorni dopo ho ricevuto questo, al quale ho aggiunto di mia

propria mano: _viaggiando con sua sorella_.

— Ebbene, disse allegramente Eugenia, non si tratta più che di fare

i nostri bauli; partiremo la sera della sottoscrizione del contratto,

invece di partire la sera delle nozze; ecco tutto.

— Rifletteteci bene, Eugenia.

— Oh! tutte le mie riflessioni sono fatte; sono stanca di non sentire

parlare che di riporti, di fine del mese, dell’alzarsi e abbassarsi

dei fondi spagnuoli, dei _boni_ di Haïti. Invece di tutto ciò, l’aria,

la libertà, il canto degli uccelli, la pianura della Lombardia, i

canali di Venezia, i palazzi di Roma, la spiaggia di Napoli. Quanto

possediamo, Luigia?

La giovanetta che s’interrogava cavò da uno scrigno intarsiato un

piccolo portafogli colla serratura che aprì, e nel quale contò 23

biglietti di banca.

— Ventitremila franchi, diss’ella.

— E per altrettanto almeno di perle, di diamanti, e di gioielli,

disse Eugenia: siamo ricche. Con 45mila franchi abbiam di che vivere

da principesse per due anni, o convenevolmente per quattro. Ma prima

di sei mesi, tu colla musica, io colla voce, avrem raddoppiato il

capitale. Andiamo, incaricati del danaro, io m’incarico del bauletto

dei gioielli, dimodochè se una di noi due avesse la disgrazia di

perdere il suo tesoro, l’altra avrebbe sempre il suo. Ora, la valigia,

sollecitiamoci; la valigia.

— Aspetta, disse Luigia andando ad ascoltare alla porta della sig.ª

Danglars. — Che temi tu?

— Che qualcuno non ci sorprenda.

— La porta è chiusa.

— Che non ci ordinino d’aprire.

— Che l’ordinino se vogliono, noi non apriremo.

— Tu sei una vera amazzone, Eugenia! — E le due giovanette, con una

prodigiosa attività, si misero ad affastellare in un baule tutti gli

oggetti da viaggio di cui esse credevano di aver bisogno.

— Ecco fatto, disse Eugenia; or mentre io cambio di costume, tu chiudi

la valigia.

— Ma io non posso, non ho forza; chiudila tu.

— Ah! è giusto, disse ridendo Eugenia, dimenticava che io sono Ercole,

e tu la pallida Omfale.

E la giovanetta appoggiando il ginocchio sul coperchio del baule,

contrasse le braccia bianche e muscolose fin che le due parti furon

riunite, e madamigella d’Armilly passasse il lucchetto negli anelli

delle due spranche. Terminata questa operazione, Eugenia aprì un

cassetto, del quale portava indosso la chiave, e ne cavò un mantello da

viaggio di seta violetta ovattato: — Prendi, diss’ella, tu vedi che ho

pensato a tutto, con questo mantello tu non avrai freddo.

— Ma tu? — Oh! io non ho mai freddo, tu lo sai bene; d’altra parte con

questi abiti da uomo...

— Tu ti vesti qui? — Senza dubbio.

— Ma ne avrai il tempo?

— Non aver la minima inquietudine, poltrona; tutte le nostre genti sono

occupate dal grande affare. D’altra parte, vi è niente di maraviglioso,

quando si pensa alla grande disposizione, in cui devo essere, e che io

mi sia rinchiusa?

— Sì, è vero, tu mi tranquilli...

— Vieni dunque, aiutami. — E dal medesimo cassetto dal quale aveva

tolto il mantello, che aveva regalato a madamigella d’Armilly, e col

quale questa si era coperte le spalle, cavò un abbigliamento completo

da uomo, dagli stivaletti fino al cappello, con una provvisione di

biancheria in cui non vi era niente di superfluo, ma in cui nulla

mancava del necessario. Allora, con prestezza che faceva conoscere che

senza dubbio, non era la prima volta che vestiva gli abiti di un altro

sesso, Eugenia calzò gli stivaletti, infilò i pantaloni, si annodò la

cravatta, abbottonò fino al collo un gilè a due petti, ed indossò un

soprabito che delineava la sua corporatura svelta e ben fatta.

— Oh! benissimo! in verità benissimo! disse Luigia guardandola con

ammirazione; ma questi bei capelli neri, queste trecce magnifiche, che

facevano sospirare d’invidia tutte le donne, potranno essere contenute

sotto un cappello da viaggio come questo?

— Tu starai a vedere, disse Eugenia. — Ed afferrando colla mano

sinistra la folta treccia, sulla quale appena arrivavano a riunirsi le

sue lunghe dita, colla destra prese una forbice, e ben presto sentissi

stridere l’acciaro in mezzo della lunga e splendida chioma, che cadde

tutta intera ai piedi della giovanetta, rovesciata in addietro per

allontanarla dal soprabito. Indi, abbattuta la treccia superiore, passò

a quelle sulle tempia, che abbattè successivamente senza lasciarsi

sfuggire il minimo atto di dispiacere: al contrario, gli occhi

brillarono più vivi e più allegri del consueto sotto le sopracciglia

nere come l’ebano: — Oh! che capelli magnifici! disse Luigia con

rincrescimento.

— E non sto cento volte meglio così? gridò Eugenia lisciandosi gli

sparsi boccoli della sua pettinatura divenuta mascolina, e non mi trovi

ancor più bella così?

— Oh! tu sei sempre bella! ma ora dove andiamo?

— A Bruxelles, se vuoi, è la frontiera più vicina; raggiungeremo

Bruxelles, Liegi, Aix-la-Chapelle; risaliremo il Reno fino a

Strasburgo, traverseremo la Svizzera, e discenderemo in Italia per il

San-Gottardo; ti accomoda così?

— Sì. — Ma che cosa guardi?

— Io guardo te. In verità, tu sei così adorabile, si direbbe che mi hai

rapita.

— E poffar di bacco! si avrebbe ragione.

— Oh! io credo che tu abbia ragione, Eugenia!

E le due giovanette, che ciascuno avrebbe credute immerse nelle

lagrime, l’una per conto proprio, l’altra per affezione alla sua amica,

scoppiarono in una risata, facendo sparire tutte le tracce più visibili

del disordine che naturalmente aveva accompagnato gli apparecchi della

loro evasione. Indi, avendo spenti i lumi, coll’occhio interrogatore,

l’orecchie all’erta, il collo teso, le due fuggitive aprirono la porta

di un gabinetto di toletta che metteva in una sala interna e di là fino

al cortile, Eugenia camminando la prima, e sostenendo con un braccio

l’ansa della valigia, dall’altra parte sostenuta da madamigella Armilly

sollevandola appena con ambe le mani. Suonava mezza notte, il cortile

era vuoto. Il portinaro vegliava ancora. Eugenia si accostò dolcemente,

e vide dai vetri il degno svizzero che dormiva in fondo al casotto

sdraiato sul sofà.

Ella ritornò verso Luigia, riprese il baule che per un momento aveva

deposto a terra, ed entrambe, seguendo l’ombra proiettata dal muro,

raggiunsero la volta. Eugenia fe’ nascondere Luigia in un angolo della

porta, in modo che il portinaro, se per caso avesse voluto alzarsi,

non avesse veduta che una persona. Indi offrendosi al pieno raggio del

lampione che illuminava il cortile: — La porta! gridò ella colla sua

più bella voce da contralto, battendo sulla invetriata. Il portinaro si

alzò, come lo aveva preveduto Eugenia, e fece ancora qualche passo per

riconoscere la persona che usciva, ma vedendo un giovinotto che batteva

impazientemente il bastoncino sui calzoni, aprì sul momento. Luigia

tosto si strisciò come un serpente dalla porta semi-aperta, e balzò

leggermente di fuori. Eugenia, tranquilla in apparenza, quantunque,

secondo ogni probabilità, il suo cuore contasse più pulsazioni che

d’ordinario, uscì a sua volta. Passava un commissionario, fu incaricato

di portare il baule; indi le due giovanette gl’indicarono come meta

della loro corsa la strada della Vittoria n. 36. Esse camminarono

dietro a quest’uomo, la cui presenza tranquillava Luigia; in quanto ad

Eugenia, era forte come Giuditta, o come Dalila. Si giunse al numero

indicato. Eugenia ordinò al commissionario di depositare il baule, gli

regalò alcune monete, e dopo aver battuto ad una persiana, lo licenziò.

Questa persiana era quella di una piccola curandaia di già prevenuta,

che non era ancora andata a dormire. Ella aprì. — Madamigella, disse

Eugenia, fate cavare dal portinaro la carrozza dalla rimessa, e mandate

a prendere i cavalli al palazzo della posta. Ecco cinque fr. per

l’incomodo che gli diamo.

— In vero, disse Luigia, ti ammiro, e direi quasi, ti rispetto. — La

curandaia guardava con meraviglia; ma siccome era stato convenuto che

vi sarebbero venti luigi per lei, non fece la più piccola osservazione.

Un quarto d’ora dopo, il portinaro ritornava conducendo il postiglione

ed i cavalli che, in un giro di mano, furono attaccati alla carrozza,

sulla quale il portinaro assicurò il baule per mezzo di una corda e di

uno strettoio.

— Ecco il passaporto, disse il postiglione; che strada prendiamo?

— Quella di Fontainebleau, rispose Eugenia con voce quasi maschile.

— Ebbene! che dici dunque? domandò Luigia.

— Rendo il cambio, disse Eugenia; questa donna alla quale diamo venti

luigi può tradirci per quaranta: sul baluardo prenderemo un’altra

direzione. — E la giovanetta si slanciò nella brisca, preparata con

tutti i comodi, senza neppure toccare il montatore. Un quarto d’ora

dopo, il postiglione, rimesso nel diritto sentiero, oltrepassava,

facendo schioppettare la frusta, il cancello della barriera

Saint-Martin. — Ah! disse Luigia respirando, eccoci dunque uscite di

Parigi.

— Sì, mia cara, e il ratto è bello e bene combinato.

— Sì, ma senza violenza.

— Farò valere questo, come _circostanza attenuante_, rispose Eugenia.

— Queste parole si perderono col rumore che facea la carrozza sul

selciato della Villette.

Il sig. Danglars non avea più figlia.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 114 / 140 题