Si è veduto con quale tranquillità madamigella Danglars e madamigella
d’Armilly avevano potuto compiere la loro trasformazione, e la loro
fuga: era perchè ciascuno si occupava dei proprii affari, in modo da
non potersi incaricar di quelli degli altri. Lasceremo il banchiere
col sudore alla fronte, porre in fila, dirimpetto al fantasma del
fallimento, le enormi colonne del suo passivo, e seguiremo la baronessa
che, dopo essere rimasta un momento schiacciata sotto la violenza del
colpo che l’aveva atterrata, era andata a ritrovare il suo consigliere
ordinario, il sig. Luciano Debray. Egli è che infatto la baronessa
calcolava su questo matrimonio, per abbandonare finalmente la tutela
che, con una figlia dell’indole di Eugenia, non cessava di essere molto
penosa; egli è che in questa specie di contratti taciti che mantengono
i legami di gerarchia in una famiglia, la madre non è realmente padrona
di sua figlia, se non che a condizione di essere continuamente per
essa un esempio di saggezza e un tipo di perfezione. Ora la sig.ª
Danglars temeva la perspicacia di Eugenia, ed i consigli di madamigella
d’Armilly; ella aveva sorpresi alcuni sguardi sdegnosi, lanciati da
sua figlia a Debray, sguardi che sembravano significare che sua figlia
conosceva tutto il mistero delle sue relazioni galanti e pecuniarie
col segretario intimo, mentre che una interpretazione più sagace e
più approfondita, avrebbe al contrario dimostrato alla baronessa, che
Eugenia detestava Debray, non già perchè egli era nella casa paterna
una pietra d’inciampo e di scandalo, ma perchè ella lo riguardava
nella categoria di quei bipedi che Platone cercava di non chiamare più
uomini, e che Diogene designava per parafrasi animali a due piedi e
senza penne.
La sig.ª Danglars, nel suo modo di vedere, (e disgraziatamente a questo
mondo tutti hanno il loro modo di vedere a sè proprio, che impedisce
di vedere il modo con cui vedono gli altri) era dunque infinitamente
dolente che fosse andato a monte anche questo matrimonio di Eugenia,
non perchè esso fosse conveniente, bene accoppiato, e dovesse formare
la felicità di sua figlia, ma perchè le rendeva tutta la sua libertà.
Ella corse adunque, come lo abbiam detto, da Debray, che dopo avere,
come tutta Parigi, assistito alla serata del contratto ed allo scandalo
che ne era stata la conseguenza, si era affrettato di ritirarsi al suo
_club_, ove con alcuni amici parlava dell’avvenimento che formava in
quell’ora la conversazione di tre quarti di questa città eminentemente
pettegola, che si chiama la capitale del mondo. Al momento in cui la
sig.ª Danglars, vestita con un abito nero, e nascosta sotto un lungo
velo, saliva la scala che conduceva all’appartamento di Debray, ad onta
della certezza che le aveva data il portinaro che il giovine non era
ancora rientrato, Debray si occupava a respingere le argomentazioni
di un amico che tentava di provargli, che dopo il terribile scandalo
che aveva avuto luogo, era suo dovere come amico di casa di sposare
madamigella Eugenia Danglars e i suoi due milioni. Debray si difendeva
come un uomo che non chiede che di esser vinto; poichè spesso questa
idea si era presentata da sè stessa al suo spirito; ma siccome
conosceva Eugenia, e la sua indole indipendente ed altiera, assumeva
a quando a quando un’attitudine completamente difensiva, dicendo che
questa unione era impossibile, lasciandosi tutta volta sordamente
stuzzicare dalle idee cattive, che al dire di tutti i moralisti,
preoccupano incessantemente l’uomo più probo e più puro, vegliando al
fondo della sua anima.
Il thè, il giuoco, la conversazione importante, come si crederà,
poichè vi si discutevano affari così gravi, durarono fino ad un’ora
del mattino. Durante questo tempo, la sig.ª Danglars, introdotta
dal cameriere di Luciano, aspettava velata e palpitante, nel piccolo
salotto verde, fra due cestelle di fiori che ella stessa aveva inviate
la mattina, e che Debray, bisogna dirlo, aveva egli stesso accomodate,
distribuite, montate, con una cura, che fece perdonare la sua assenza
alla povera donna. Alle undici e 40 minuti, la signora Danglars, stanca
di attendere inutilmente, risalì in carrozza e si fece ricondurre a
casa sua. Le donne di una certa condizione hanno questo di comune con
le crestaie di buona avventura, che queste non ritornano ordinariamente
mai dopo la mezza notte. La baronessa rientrò nel palazzo con tanta
cautela, quanta ne aveva impiegata Eugenia nell’uscirne; ella salì
leggermente, col cuore stretto, la scala del suo appartamento,
contiguo, come si sa, a quello di Eugenia; temeva tanto di provocare
qualche movimento, perchè credeva così fermamente, povera donna,
rispettabile almeno in questo punto, all’innocenza di sua figlia, ed
alla fedeltà del focolare paterno! Rientrata nelle sue stanze, ascoltò
alla porta di Eugenia, indi, non sentendo alcun rumore, tentò di
entrare; ma era stato messo il catenaccio. La sig.ª Danglars credè che
Eugenia, stanca dalle forti emozioni della serata, si fosse messa in
letto e che dormisse. Ella chiamò la cameriera, e la interrogò.
— Madamigella Eugenia, rispose la cameriera, è rientrata nel suo
appartamento con madamigella d’Armilly, indi hanno preso il thè
insieme, dopo di che mi hanno congedata dicendo che non avevano
più bisogno di me. — Da questo momento la cameriera si era ritirata
nella sua camera, e credeva, come tutti gli altri di casa, che le due
giovanette fossero nel loro appartamento.
La sig.ª Danglars dunque andò a letto senza l’ombra di un sospetto; ma
tranquilla sugl’individui, il suo spirito si portò sugli avvenimenti.
A seconda che le idee si rischiaravamo nella sua testa, ingrandivano
le proporzioni della scena del contratto: non era più uno scandalo,
ma un fracasso, non era più un’onta, ma un’ignominia. Suo malgrado
allora, la baronessa si ricordò che ella era stata senza pietà per la
povera Mercedès, colpita non ha guari nel suo sposo e nel suo figlio
di una sventura così grande. — Eugenia, diceva a se stessa, è perduta,
e noi egualmente. L’affare tal quale sarà rappresentato, ci ricopre
d’obbrobrio; poichè, in una società come la nostra, certe ridicolezze
sono piaghe vive, sanguinose ed incurabili. Quale felicità, mormorava
ella, che Dio abbia dato ad Eugenia un’indole così stravagante che mi
ha fatto più di una volta tremare!
Ed il suo sguardo riconoscente si alzava verso il cielo dove la
misteriosa provvidenza dispone tutto in antecedenza, a seconda degli
avvenimenti che devono accadere; e da un difetto, e qualche volta anche
da un vizio, ne fa una contentezza: indi il suo pensiero oltrepassò lo
spazio, come fa stendendo le ali l’uccello da un abisso, e si fermò su
Cavalcanti.
Questo Andrea era un miserabile, un ladro, un assassino; e ciò
nonostante possedeva dei modi che indicavano una mezza educazione,
quasi compita; questo Andrea si era presentato nella società
coll’apparenza di una gran fortuna, e coll’appoggio di nomi onorevoli.
Come veder chiaro in questo dedalo? a chi indirizzarsi per uscire
da questa crudele posizione? Debray, al quale ella aveva ricorso col
primo slancio della donna che cerca un soccorso nell’uomo che ama, e
che qualche volta la perde, Debray non poteva darle che un consiglio:
era qualche altro più possente di lui al quale doveva indirizzarsi.
La baronessa pensò allora al sig. de Villefort. Egli aveva voluto fare
arrestare Cavalcanti; senza pietà, aveva portata la confusione in mezzo
alla sua famiglia come se fosse stata una famiglia estranea.
Ma no; riflettendovi; non era un uomo senza pietà il procuratore
del Re; era un magistrato schiavo dei suoi doveri, un amico leale e
coraggioso, che brutalmente sì, ma con mano sicura, aveva vibrato il
colpo di scalpello nella corruzione; non era un boia, era un chirurgo
che aveva voluto isolare agli occhi di tutto il mondo l’onore della
famiglia Danglars, dalla ignominia di questo giovine perduto che essi
presentavano alla società come il loro genero.
Dal momento che il sig. de Villefort, amico della famiglia Danglars,
operava in tal modo, non vi era più da supporre che il banchiere avesse
saputo nulla di più o avesse preso alcuna parte alle mene d’Andrea.
La condotta di de Villefort, riflettendovi bene, compariva dunque alla
baronessa sotto un aspetto, che si spiegava a loro comune vantaggio.
Ma la inflessibilità del procuratore del Re doveva fermarsi a questo
punto; ella sarebbe andata a trovarlo la dimane, ed avrebbe da lui
ottenuto, se non che mancasse ai suoi doveri di magistrato, almeno che
lasciasse andar le cose con tutta la pienezza della sua indulgenza.
La baronessa invocherebbe il passato, supplicherebbe in nome del tempo
colpevole, ma felice; il sig. de Villefort assopirebbe l’affare, o
almeno lascerebbe (e per giungere a questo non avrebbe che voltar gli
occhi da un’altra parte) fuggire Cavalcanti, e non continuerebbe il
processo che sotto l’ombra del reo che si dice in contumacia. Allora
soltanto ella si addormì più tranquilla.
La dimane alle nove, ella si alzò, e senza chiamare la cameriera,
senza dar segno d’esistenza a chi che sia, si abbigliò, e, vestita
colla stessa semplicità della sera innanzi, discese la scala, uscì dal
palazzo, camminò fino alla strada di _Provenza_, salì in una carrozza
da nolo, e si fece condurre alla casa del sig. de Villefort. Da un mese
questa casa maledetta presentava l’aspetto lugubre di un lazzaretto in
cui si fosse dichiarato la peste: una parte degli appartamenti erano
chiusi all’interno ed all’esterno. Le persiane chiuse non si aprivano
che per momenti, onde dare un poco l’aria. Si vedeva allora comparire
a queste finestre la testa spaventata di un lacchè, indi la finestra
si rinchiudeva come la lapide di una tomba ricade sur una sepoltura, ed
i vicini si dicevano a bassa voce: forse che siamo per vedere un’altra
bara uscire dalla casa del sig. procuratore del Re?
La signora Danglars fu presa da un tremito all’aspetto di questa
casa desolata; ella discese di carrozza, e colle ginocchia tremanti,
si accostò a quella porta chiusa e suonò. Non fu che dopo la terza
volta ch’ella ebbe fatto risuonare il campanello, che col suo
lugubre tintinnio sembrava partecipare alla tristezza generale, che
un portinaro comparve ad uno sportello della porta, grande appena
abbastanza per lasciare passare le sue parole. Egli vide una donna,
una donna di distinzione, una donna vestita elegantemente, e ciò non
ostante la porta continuò a restare sempre chiusa. — Ma, aprite dunque!
disse la baronessa.
— Prima di tutto, signora, chi siete? domandò il portinaro.
— Chi sono io? ma voi mi conoscete.
— Noi non conosciamo più nessuno, signora.
— Ma siete pazzo, amico mio, gridò la baronessa.
— Da parte di chi venite? — Oh questo è forte!
— Signora, scusatemi ma questo è l’ordine: il vostro nome?
— La baronessa Danglars, mi avrete veduta venti volte.
— È possibile, signora. Ora chi volete?
— Oh! quanto siete strambo! ed io mi lagnerò col sig. de Villefort
della impertinenza della sua servitù.
— Signora, questa non è impertinenza, ma cautela; nessuno entra più
qui senza una parola d’ordine del sig. dottor d’Avrigny, o senza aver
parlato al sig. procuratore del Re.
— Ebbene, è precisamente a lui che debbo parlare.
— Per affare di premura?
— Dovete bene accorgervene, dappoichè non sono ancora risalita in
carrozza. Ma finiamola: ecco il mio biglietto di visita, portatelo al
vostro padrone.
— La signora aspetterà il mio ritorno? — Sì, andate.
Il portinaro richiuse lo sportello lasciando la baronessa sulla strada.
La baronessa, è vero, non aspettò lungamente; un momento dopo la
porta si aprì in una larghezza sufficiente da dar passaggio alla sig.ª
Danglars: ella passò, e la porta si richiuse subito dopo dietro a lei.
Arrivati nel cortile, il portinaro senza perdere un momento di vista la
porta, cavò un fischietto e fischiò. Il cameriere del sig. de Villefort
comparve sulla scala. — La signora scuserà questo brav’uomo, diss’egli
venendo incontro alla baronessa, ma i suoi ordini sono precisi: il sig.
de Villefort mi ha incaricato di dire alla signora, che egli non poteva
fare altrimenti.
Nel cortile vi era un fornitore, introdotto con le stesse cautele, di
cui si esaminavano le mercanzie.
La baronessa salì la scala: e le causava una grandissima impressione
quella tristezza, che dilatava, per così dire, il circolo della sua,
e, sempre guidata dal cameriere, fu introdotta nel gabinetto del
magistrato, senza che la sua guida l’avesse un momento perduta di
vista.
Per quanto la sig.ª Danglars fosse preoccupata dal motivo che la
guidava in quel luogo, il ricevimento che le era stato fatto da tutto
quel servitorame le era sembrato così indegno, ch’ella cominciò dal
lamentarsene. Ma Villefort sollevò la testa appesantita dal dolore, e
la guardò con un sorriso così triste, che le lagnanze le si spensero
sulle labbra.
— Scusate i miei servitori per un terrore di cui non posso lor fare
un delitto; caduti in sospetto, sono divenuti sospettosi. — La sig.ª
Danglars aveva spesse volte sentito a parlare in società di quel
terrore che accusava Villefort, ma ella non avrebbe mai potuto credere,
se non lo avesse sperimentato coi proprii occhi, che questo sentimento
avesse potuto essere portato ad un tal punto. — Voi pure, diss’ella,
siete dunque infelice!
— Sì, signora, rispose il magistrato. — Voi dunque allora mi
compiangerete? — Sinceramente, signora.
— Capirete ciò che mi conduce a voi? — Voi venite per parlarmi di
quanto vi accade, non è vero? — Sì, signore, una terribile disgrazia. —
Vale a dire una sventura.
— Una sventura! gridò la baronessa.
— Ahimè! signora, rispose il procuratore del re colla sua calma
imperturbabile, son giunto a non chiamare disgrazia che le cose
irreparabili.
— Signore, credete voi che si dimenticherà?
— Tutto si dimentica, signora, disse Villefort; il matrimonio di vostra
figlia si farà domani, se non si fa oggi; fra otto giorni, se non si
fa domani, e non credo che sia vostra idea desiderare il fidanzato di
madamigella Eugenia.
La sig.ª Danglars guardò Villefort stupefatta di vedergli questa
tranquillità quasi scherzosa: — Sono io venuta qui da un amico? domandò
ella con tuono pieno di dolorosa dignità.
— Voi sapete che sì, signora, rispose Villefort, le cui guance si
copersero, nel fare questa assicurazione, di un leggero rossore. — In
fatto questa assicurazione faceva allusione ad avvenimenti diversi da
quelli che occupavano in questo momento la baronessa e lui: — Ebbene!
allora, disse la baronessa, siate più affettuoso, mio caro Villefort,
portatevi da amico, e non da magistrato, e quando io mi ritrovo
profondamente infelice, non mi dite d’essere gaia.
Villefort s’inchinò. — Quando sento a parlare di disgrazie, signora,
diss’egli, ho preso da tre mesi la dolorosa abitudine di pensare alle
mie, ed ancora nel mio spirito si fa, mio malgrado, questa egoistica
operazione di parallelo. Ecco perchè, in faccia alle mie disgrazie, le
vostre mi sembrano disavventure; ecco perchè, vicino alla mia funesta
posizione, la vostra mi sembra una posizione da invidiarsi; ma ciò vi
dispiace, lasciamolo. Voi dicevate, signora...
— Io veniva per sapere, a che ne è l’affare di questo impostore?
— Impostore! replicò Villefort; davvero, signora, voi avete stabilito
di esagerare sul conto vostro alcune cose, e di attenuarne altre;
impostore; il sig. Andrea Cavalcanti, o piuttosto il sig. Benedetto, vi
sbagliate, signora, il sig. Benedetto è bello e bene un assassino.
— Signore, non nego l’aggiustatezza della vostra rettificazione, ma
più vi armerete severamente contro questo disgraziato, più colpirete
la nostra famiglia. Vediamo, dimenticatelo per un momento; invece di
perseguitarlo, lasciatelo fuggire.
— Voi venite troppo tardi, gli ordini sono stati già dati.
— Ebbene! se si arresta... Credete che verrà arrestato?
— Io lo spero.
— Se si arresta, (ascoltate, sento sempre dire che le prigioni
rigurgitano) ebbene, lasciatelo in prigione.
Il procuratore del Re fece un movimento negativo.
— Almeno fino a che mia figlia si sia maritata!
— Impossibile, signora, la giustizia ha le sue formalità.
— Anche per me? disse la baronessa metà ridente e metà seria. —
Villefort la guardò con uno sguardo con cui esplorava il pensiero. —
Sì, io so quel che volete dire, riprese egli; voi fate allusione a quei
rumori sparsi nella società, che tutti questi morti che da tre mesi mi
vestono a lutto, che questa morte alla quale è sfuggita Valentina quasi
per miracolo, non sien naturali?
— Io non pensava a ciò, disse vivamente la sig.ª Danglars.
— Se vi pensavate, era giusto, perchè non potete far a meno di
pensarvi, e di dire a voi stessa sotto voce: — Tu che perseguiti il
delitto, rispondi, come va dunque che intorno a te vi sono dei delitti
che restano impuniti?
La baronessa impallidì.
— Voi vi dicevate così, non è vero, signora?
— Ebbene! lo confesso.
— Io vi risponderò.
Villefort avvicinò la sua sedia al seggio della sig.ª Danglars; indi
appoggiando le due mani sullo scrittoio, e prendendo una intonazione
più sorda del consueto:
— Vi sono dei delitti che restano impuniti, diss’egli, perchè non si
conoscono i rei, e si teme di colpire una testa innocente invece della
colpevole. Ma quando questi colpevoli saranno conosciuti, chiunque
essi siano, lo giuro, morranno. Ora, dopo il giuramento che ho fatto, e
che manterrò, signora, avrete il coraggio di chiedermi grazia per quel
miserabile?
— Eh! signore, riprese la baronessa, siete sicuro ch’egli sia tanto
colpevole quanto si dice?
— Ascoltate, ecco la sua filza: Benedetto, condannato da prima a
cinque anni di galera per falsario, nell’età di sedici anni; il giovine
prometteva bene, come vedete; indi evaso, poi assassino.
— E chi è questo disgraziato?
— E chi lo sa! un vagabondo, un Corso.
— Non è stato dunque reclamato da nessuno?
— Da nessuno, non si conoscono i suoi parenti.
— Ma quell’uomo ch’era venuto da Lucca?
— Un altro barattiere come lui, forse il suo complice.
La baronessa congiunse le mani: — Villefort! diss’ella con la sua più
dolce ed accarezzante intenzione.
— Per bacco! signora, rispose il procurator del Re, con una fermezza
che non era esente da secchezza. Non mi domandate dunque mai grazia
per un delinquente! Chi sono io? la legge. Forse che la legge ha occhi
per vedere la vostra tristezza? forse che la legge ha orecchi per
sentire la dolce vostra voce? forse che la legge ha una memoria per
fare l’applicazione dei vostri delicati pensieri? No, signora no, la
legge ordina, e quando la legge ordina, colpisce! mi direte che sono un
essere vivente, e non un codice, un uomo, e non un volume; guardatemi,
signora, guardate intorno a me; gli uomini, mi hanno essi trattato
come un fratello? mi hanno amato? hanno avuto dei riguardi per me? mi
hanno risparmiato? qualcuno ha domandato grazia pel sig. de Villefort,
e questo qualcuno ha ottenuta la grazia del sig. de Villefort? No!
no! no! percosso, sempre percosso! Voi persistete, donna, o piuttosto
sirena che siete, a guardarmi con quell’occhio attraente ed espressivo
che mi ricorda che io debbo arrossire. Ebbene! sia, sì, arrossirò di
ciò che sapete, e forse forse di altre cose! Ma finalmente, dopo che
ho mancato a me stesso, e forse più fortemente degli altri, ebbene! da
quel tempo io ho scosso le vesti degli altri, per ritrovar l’ulcera,
e l’ho sempre ritrovata, a dir di più, ho ritrovato con felicità,
con gioia, questo suggello della debolezza, o della umana perversità!
poichè ciascun uomo che riconosceva colpevole, e ciascun colpevole che
io colpiva, mi sembrava una prova vivente, e una prova novella, che io
non era una schifosa eccezione! Ahimè! ahimè! ahimè! tutti gli uomini
non sono cattivi, non sono cattivi, signora, proviamoli, e colpiamo i
cattivi!
Villefort pronunciò queste ultime parole con una rabbia febbrile, che
dava al suo linguaggio una feroce eloquenza.
— Ma, riprese la sig.ª Danglars provando di tentare un ultimo sforzo,
voi dite che questo giovine è un vagabondo, un orfano, un abbandonato
da tutti.
— Tanto peggio! o piuttosto tanto meglio; la provvidenza ha disposto
così, perchè nessuno abbia da pianger su lui.
— Questo è un accanirsi sul debole, signore.
— Il debole che assassina.
— Il disonore ricade sulla mia famiglia.
— Non ho forse la morte nella mia?
— Ah! signore, gridò la baronessa, voi siete senza pietà per gli altri!
ebbene, son io che ve lo dico, gli altri saranno senza pietà per voi!
— Sia! disse Villefort innalzando le braccia al cielo.
— Rimettete almeno la causa di questo disgraziato, se lo arrestano,
alle prossime sedute, ciò accorderà almeno sei mesi di tempo acciò
venga tutto dimenticato.
— No, disse Villefort, ho ancora cinque giorni: l’informazione del
processo è fatta; cinque giorni è un tempo anche maggiore di quel che
mi abbisogna; del resto, non capite, signora, che io pure ho bisogno di
dimenticare? Ebbene! quando lavoro, e lavoro notte e giorno, vi sono
dei momenti in cui dimentico me stesso; e quando non mi sovvengo di
me, sono felice alla maniera dei morti; ma questo è anche meglio che
soffrire.
— Signore, egli è fuggito: lasciatelo fuggire, l’inerzia è una clemenza
facile.
— Ma io vi dico che è troppo tardi; alla punta del giorno il telegrafo
lavorava, ed a quest’ora forse...
— Signore, disse un cameriere entrando, un dragone ha portato questo
dispaccio del ministro dell’Interno.
Villefort afferrò la lettera, e la dissigillò. La sig.ª Danglars
fremette di terrore, Villefort rabbrividì di gioia.
— Arrestato! gridò Villefort; è stato arrestato a Compiègne; è finito.
La sig.ª Danglars si alzò fredda e pallida:
— Addio, signore, diss’ella.
— Addio, signora, rispose il procurator del Re quasi allegro nel
ricondurla fino alla porta. Indi ritornando allo scrittoio:
— Andiamo, diss’egli percuotendo la lettera col dorso della mano
destra; aveva un falsario, aveva tre furti, aveva due incendi, non mi
mancava che un assassinio, eccolo; la sessione sarà bella!