Alle otto del mattino, Alberto cadde come un fulmine in casa di
Beauchamp. Il cameriere era prevenuto; egli introdusse Morcerf nella
camera del suo padrone, ch’era allora entrato in bagno. — Ebbene? gli
disse Alberto.
— Ebbene! io vi aspettava, rispose Beauchamp.
— Eccomi, non vi dirò, Beauchamp, che vi credo troppo leale e troppo
buono, perchè non abbiate parlato a chi che siasi di tutto ciò; no,
amico mio. D’altra parte il messaggio che mi avete spedito mi è una
guarentigia della vostra affezione. Per cui, non perdiamo tempo in
preamboli; avete voi qualche idea sulla parte da dove possa venire
questo colpo?
— Ve ne dirò due parole in breve.
— Ma prima, amico mio, dovete dirmi tutti i particolari della storia di
questo abbominevole tradimento.
E Beauchamp raccontò al giovine, schiacciato sotto il peso dell’onta e
del dolore, i fatti che racconteremo in tutta la loro semplicità.
La mattina dell’antivigilia, l’articolo era comparso in un giornale,
tutt’altro che l’_Impartial_, e ciò che dava ancora maggior gravità
all’affare, in un giornale molto diffuso per appartenere al governo.
Beauchamp faceva colazione quando gli venne sott’occhi la nota; mandò
subito a prendere un _cabriolet_, senza finire il pasto, e corse alla
direzione del giornale. Quantunque egli professasse sentimenti politici
diametralmente opposti a quelli del gerente del giornale accusatore,
Beauchamp, cosa che qualche volta accade, e diremo anche di sovente,
era suo intimo amico. Allorchè egli giunse da lui, il gerente leggeva
il proprio giornale, e sembrava compiacersi per vedere in una prima
colonna sotto la data di _Parigi_ un articolo sullo zucchero di
barbabietola, che probabilmente coincideva col suo modo di vedere.
— Ah! per bacco! disse Beauchamp, poichè voi avete fra le mani il
vostro giornale, mio caro ***, non ho bisogno di dirvi ciò che mi
conduce a voi.
— Sareste per caso parteggiano dello zucchero di canna? domandò il
gerente del giornale ministeriale.
— No, sono estraneo alla questione; vengo per tutt’altro.
— Per che cosa venite? — Per l’articolo Morcerf.
— Ah! sì, davvero: non è un articolo curioso?
— Tanto curioso, che correte il rischio d’essere citato per
diffamazione, mi sembra, e che con ciò arrischiate pure un processo
molto pericoloso.
— Niente affatto; colla nota abbiamo ricevuto tutti i documenti in
appoggio, e siam perfettamente convinti, che il sig. de Morcerf rimarrà
tranquillo: d’altra parte questo è un servigio che si rende al paese,
col denunziare i nomi di coloro che sono immeritevoli degli onori che
godono.
Beauchamp rimase interdetto: — Ma chi dunque vi ha tanto bene
informato? perchè il mio giornale, che ha risvegliata l’attenzione
del primo, è stato costretto dall’astenersi d’andar più oltre per
mancanza di prove. E non pertanto noi siamo più interessati di voi di
smascherare il sig. de Morcerf, poichè egli è della _Camera_ dei Pari,
e noi scriviamo per l’opposizione.
— Oh! mio Dio, la cosa fu semplicissima: non siam noi che siam corsi
dietro allo scandalo, fu esso che venne a ritrovarci; ci è giunto un
uomo da Giannina portando il formidabile registro, e siccome esitavamo
a gettarci sulla via delle accuse, ci ha manifestato che se ci fossimo
ricusati, l’articolo sarebbe comparso sopra un altro giornale. In fede
mia, lo sapete, Beauchamp, che cosa sia una notizia importante; e non
abbiamo voluto lasciar perdere quella. Ora il colpo è dato; esso è
terribile, e rimbomberà fino ai confini di Europa.
Beauchamp capì che non v’era più che abbassare la testa, ed uscì
disperato per mandare un corriere a Morcerf. Ma ciò che aveva potuto
scrivere ad Alberto, perchè le cose che siamo per raccontare avvennero
dopo la partenza del corriere, si fu, che alla _Camera_ dei Pari,
in quello stesso giorno regnava una grande agitazione, e si era
manifestata nei gruppi di questa alta assemblea, ordinariamente tanto
tranquilla. Quasi tutti erano giunti prima dell’ora e conversavano sul
sinistro avvenimento che stava per occupare l’attenzione del pubblico,
e per fissarla sopra uno dei membri più distinti e più conosciuti
di quell’illustre corpo. Erano letture a bassa voce dell’articolo,
commentarii e ricambii di rimembranze che precisavano ancor meglio
i fatti. Il conte de Morcerf non era amato fra i suoi colleghi. Come
tutti gl’innalzati da poco, era stato costretto, per mantenersi al suo
rango, di osservare un eccesso di sostenutezza. L’antica nobiltà rideva
di lui; gl’ingegni lo ripudiavano; le glorie pure lo disprezzavano per
istinto. Il conte era giunto a quell’estremo doloroso della vittima
espiatoria. Il solo conte de Morcerf nulla sapeva. Egli non riceveva il
giornale su cui era riportata la notizia infamatoria, ed aveva passata
tutta la mattinata a scriver lettere, ed a provare un cavallo.
Giunse dunque all’ora solita, colla testa alta, l’occhio superbo, il
portamento insolente; discese di carrozza, oltrepassò i corridori,
ed entrò nella sala, senza notare la esitazione degli uscieri, ed
i semisaluti dei colleghi. Quando Morcerf entrò, la seduta era già
aperta da mezz’ora. Quantunque il conte ignorasse, come abbiam detto,
tutto ciò che era accaduto, e per conseguenza in nulla avesse cambiato
il suo portamento, pure agli occhi di tutti parve più superbo che
d’ordinario, e la sua presenza in questa occasione parve talmente
insultante a quest’assemblea tanto gelosa del proprio onore, che tutti
osservarono una inconvenienza, molti una bravata, alcuni un insulto.
Era evidente che tutta la _Camera_ ardeva dal desiderio di impiantare
una discussione. Si vedeva il giornale accusatore nelle mani di tutti;
ma, come sempre, ciascuno esitava a prendere sopra di sè la guarentigia
dell’assalto. Finalmente uno di questi onorevoli pari, nemico
dichiarato del conte de Morcerf, salì alla tribuna con una solennità
che annunziava essere giunto il momento che si aspettava. Fu fatto
uno spaventoso silenzio; Morcerf solo ignorava la causa della profonda
attenzione, che questa volta si prestava ad un oratore che non si aveva
sempre l’abitudine d’ascoltare con tanta compiacenza.
Il conte lasciò passare tranquillamente il preambolo per mezzo del
quale l’oratore stabiliva ch’egli era per parlare di cose talmente
gravi, sacre, e vitali per la camera, ch’egli reclamava tutta
l’attenzione dei suoi colleghi. Alle prime parole di Giannina e del
colonnello Fernando, il conte de Morcerf impallidì così orribilmente,
che non vi fu che un fremito in tutta l’assemblea, ove tutti gli
sguardi si concentrarono sul conte. Le ferite mortali hanno questo
di particolare, ch’esse si nascondono, ma non si chiudono; sempre
dolorose, sempre pronte a grondare sangue quando si toccano,
esse rimangono vive e sensibili nel cuore. Terminata la lettura
dell’articolo sempre in mezzo allo stesso silenzio, interrotto allora
da un fremito che cessò al momento in cui si vide che l’oratore
stava per riprendere nuovamente la parola, l’accusatore espose il
suo scrupolo, e si mise a stabilire in qual modo la sua impresa era
difficile; era l’onore del sig. de Morcerf, era quello di tutta la
camera intera che pretendeva di difendere eccitando un dibattimento
che doveva attaccarsi ad argomenti personali che resultano sempre tanto
rumorosi.
Finalmente concluse perchè fosse ordinato un processo abbastanza rapido
per confondere la calunnia, prima che avesse il tempo d’ingigantire,
e per ristabilire il sig. de Morcerf, vendicandolo, nel posto che
la pubblica opinione gli aveva formato da lungo tempo. Morcerf era
così oppresso, così tremante in faccia di questa immensa ed inattesa
calamità, che appena potè balbettare alcune parole, guardando i suoi
confratelli con occhio stravolto. Questa timidezza, che si poteva
ancora spiegare per lo stupore che porta all’innocente l’onta del
delitto, gli conciliò simpatia in alcuni. Gli uomini veramente generosi
sono sempre pronti a divenir misericordiosi, quando la disgrazia del
loro nemico oltrepassa i limiti della loro collera. Il presidente
mise a voti se doveva aver luogo la causa; fu votato per mezzo
dell’alzarsi e sedersi, e fu risoluto che si aprirebbe il giudizio. Fu
domandato al conte quanto tempo gli abbisognava per prepararsi alla
sua giustificazione. Era rientrato il coraggio in Morcerf, da che si
era sentito essere ancor vivo dopo un così orribile colpo. — Signori
Pari, rispose egli, non è già col tempo che si respinge un assalto come
quello che in oggi mi viene diretto da nemici, rimasti fra l’ombre
della loro oscurità. È come un fulmine che devo rispondere al baleno
che per un momento mi ha abbagliato! Ah! perchè mai non mi è dato
invece di questa giustificazione, di dover spargere il mio sangue per
provare ai miei nobili colleghi che son degno di camminare al loro
fianco! — Queste parole produssero una favorevole impressione per
l’accusato. — Io domando dunque, diss’egli, che il processo abbia luogo
il più presto possibile, ed io somministrerò alla camera tutte le prove
necessarie per la sua efficacia.
— Qual giorno fissate? domandò il presidente.
— Mi metto da oggi a disposizione della _Camera_.
Il presidente suonò il campanello: — La camera è di parere, domandò
egli, che esso abbia luogo oggi stesso?
— Sì, fu l’unanime risposta dell’assemblea.
Fu nominata una commissione di dodici membri per esaminare i documenti
che doveva presentare Morcerf. L’ora della prima seduta di questa
commissione fu stabilita alle otto della sera, negli ufficii della
_Camera_. Se fossero state necessarie diverse sedute sarebbero state
fatte alla stessa ora, e nello stesso luogo. Presa questa risoluzione,
Morcerf domandò il permesso di ritirarsi. Egli doveva radunare i
documenti già da lui preparati da lungo tempo, per far fronte a questo
uragano preveduto dalla sua astuta ed indomabile indole.
Beauchamp raccontò all’amico tutto ciò che fin qui abbiam narrato;
solamente il suo racconto aveva sul nostro il vantaggio che hanno le
cose vive sulle morte. Alberto lo ascoltò ora fremendo di speranza,
ora fremendo di collera, ora di vergogna; poichè, dalla confidenza
di Beauchamp, sapeva che suo padre era colpevole; e si domandava in
che modo, da poichè era colpevole, poteva giungere a provare la sua
innocenza. Giunto al punto ove siamo, Beauchamp si fermò.
— E in seguito? domandò Alberto.
— Amico mio, questa domanda mi trascina ad un’orribile necessità.
Volete sapere il resto?
— Bisogna necessariamente che io lo sappia, amico mio, e desidero
saperlo piuttosto dalla vostra bocca che da qualunque altra.
— Ebbene, riprese Beauchamp, preparate tutto il vostro coraggio, non ne
avete mai avuto tanto bisogno.
Alberto si passò una mano sulla fronte per assicurarsi di tutto il
suo coraggio, come un uomo che si prepara a difendere la propria vita,
prova la sua corazza, e fa piegare la lama della sua spada. Si sentì
forte, perchè prese la febbre per energia: — Avanti! diss’egli.
— Giunse la sera, continuò Beauchamp. Tutto Parigi era nell’aspettativa
di questo avvenimento. Molti pretendevano che vostro padre non avesse
che a mostrarsi per far crollare tutta l’accusa; molti pure dicevano
che il conte non si sarebbe presentato; ve ne erano certuni che
assicuravano di averlo veduto partire per Bruxelles, altri andarono
alla polizia per vedere se era vero, che il conte fosse andato a
prendere il passaporto. Io vi confesserò che feci tutto il possibile,
continuò Beauchamp, per ottenere da uno dei membri della commissione,
un giovine Pari mio amico, di essere introdotto in una specie di
tribuna. Alle sette egli venne a prendermi, e prima che alcuno fosse
giunto, mi raccomandò al portiere, che mi chiuse in una specie di
palco. Io era nascosto da una colonna, e perduto nell’oscurità più
profonda; potei sperare che avrei veduta ed intesa la terribile scena
che stava per svolgersi. Alle otto precise tutti erano giunti. Il sig.
de Morcerf entrò all’ultimo tocco delle otto. Egli teneva in mano
alcune carte e dal suo contegno sembrava essere tranquillo; contro
il solito, il suo andamento era semplice, il vestire ricercato e
severo, e, secondo il costume degli antichi militari, portava l’abito
abbottonato d’alto in basso. La sua presenza produsse il migliore
effetto: la commissione era lungi dall’essergli ostile, e molti dei
suoi membri andarono incontro al conte, e gli strinsero la mano.
Alberto sentì che il suo cuore era crivellato da tutti questi
particolari, e ciò non ostante in mezzo al suo dolore s’introduceva un
sentimento di riconoscenza; avrebbe voluto potere abbracciare questi
uomini che avevano dato a suo padre questa dimostrazione di stima in un
tale impaccio pel suo onore.
— In questo momento entrò un usciere e rimise una lettera al presidente:
«— Voi avete la parola sig. de Morcerf, disse il presidente mentre
dissigillava la lettera.
«Il conte incominciò la sua apologia, e vi assicuro Alberto, continuò
Beauchamp, ch’egli spiegò una eloquenza ed una abilità straordinaria.
Egli produsse dei documenti che provavano che il visir di Giannina
lo aveva, fino all’ultima sua ora, onorato della confidenza, poichè
lo aveva incaricato di una negoziazione di vita e di morte collo
stesso imperatore. Mostrò l’anello segnale del comando, e col quale
Alì-Pascià sigillava d’ordinario le sue lettere; e che questi gli
aveva dato perchè egli potesse, al suo ritorno, qualunque fosse
stata l’ora del giorno e della notte, penetrare fino a lui, fosse pur
stato nell’_harem_. Disgraziatamente, diss’egli, le sue trattative
erano andate a vuoto, e quando era ritornato per difendere il suo
benefattore, questi era già morto. Ma, disse il conte, morendo,
Alì-Pascià, tanto era grande la sua fiducia, gli aveva confidata la sua
favorita e la sua figlia.
Alberto rabbrividì a queste parole, poichè a seconda che Beauchamp
parlava, gli ritornava al pensiero tutto il racconto di Haydée. Egli
si ricordava ciò che la bella greca aveva detto del messaggio, di
questo anello, e del modo con cui ella era stata venduta e condotta in
ischiavitù.
— E qual fu l’effetto del discorso del conte? domandò con ansietà
Alberto.
— Vi confesso ch’esso commosse me e tutta la commissione, continuò
Beauchamp.
«Frattanto il presidente gettò negligentemente gli occhi sulla lettera
che gli era stata portata, ma le prime linee risvegliarono tutta la sua
attenzione; egli la lesse, poi la rilesse, e fissando gli occhi sopra
il sig. de Morcerf: — Signor conte, diss’egli, voi ci avete detto che
il visir di Giannina vi aveva confidato sua moglie e sua figlia?
«— Sì, signore, rispose Morcerf, ma in ciò come in tutto il rimanente,
la sventura mi perseguitava. Al mio ritorno, Vasiliki e sua figlia
Haydée erano sparite. — Le conoscevate?
«— La mia intimità col Pascià, e la somma confidenza che aveva nella
mia fedeltà, mi avevano permesso di vederle più di venti volte.
«— Avete nessuna idea di ciò che sia di loro accaduto?
«— Sì, signore. Ho inteso dire ch’erano soggiaciute al loro dispiacere
e fors’anche alla loro miseria. Io non era ricco, la mia vita era
circondata da grandi pericoli, non potei mettermi alla loro ricerca,
con mio sommo dispiacere.
«Il presidente aggrottò impercettibilmente il sopracciglio: — Signori,
diss’egli, avete inteso e tenuto dietro al sig. conte de Morcerf nelle
sue spiegazioni. Sig. conte, potete in appoggio del vostro racconto
fornirci qualche testimonio?
«— Ahimè! no, signore, rispose il conte; tutti quelli che circondavano
il visir, e che mi hanno conosciuto alla sua corte, sono o morti
o dispersi. Io solo, credo, io solo dei miei compatriotti sono
sopravvissuto a questa spaventosa guerra; non ho che le lettere
di Alì-Tebelen, e le ho poste sotto i vostri occhi; non ho che
l’anello, pegno della sua volontà, ed eccolo; finalmente ho la prova
più convincente che possa fornire, cioè, dopo un assalto anonimo,
l’assenza di ogni testimonianza contro la mia parola d’onore; e la
purezza di tutta la mia vita militare. — Un mormorio d’approvazione
corse per tutta l’assemblea in questo momento, Alberto, e se non fosse
sopravvenuto alcun altro nuovo incidente la causa di vostro padre era
vinta. Non restava più che andare ai voti, allorchè il presidente prese
la parola.
«— Signori, diss’egli, e voi, sig. conte de Morcerf, non sarete mal
contenti, presumo, di sentire un testimonio importantissimo, a quanto
assicura, e che viene ad offrirsi da sè stesso: questo testimonio, non
ne dubitiamo, dopo ciò che ha detto il conte, è chiamato a provare la
perfetta innocenza del nostro collega. Ecco la lettera che ho ricevuta
a questo riguardo; desiderate che vi sia letta, o risolvete che sia
passata oltre, senza fermarci a questo incidente? — Il signor de
Morcerf impallidì, e raggrinzò le mani sulle carte che aveva davanti, e
che rumoreggiarono sotto le sue dita.
«La risposta della commissione fu per la lettura: quanto al conte, egli
era passivo, e non aveva opinione da emettere.
«In conseguenza il presidente lesse la lettera seguente:
«Signor Presidente.
«Io posso fornire alla commissione giudicante, incaricata ad
esaminare la condotta in Epiro ed in Macedonia del Luogotenente
generale conte de Morcerf, le informazioni più positive.»
«Il presidente fece una corta pausa. Il conte de Morcerf impallidì, il
presidente interrogò collo sguardo gli uditori.
«— Continuate! fu gridato da tutte le parti.
«Il presidente riprese:
«Io era sul luogo alla morte d’Alì-Pascià; assisteva ai suoi
ultimi momenti; so che cosa è avvenuto di Vasiliki e di Haydée:
mi metto a disposizione della commissione, ed anzi reclamo
l’onore di farmi ascoltare. Sarò nel vestibolo della _Camera_
quando vi sarà rimesso il presente biglietto.»
«— E chi è questo testimonio, o piuttosto questo nemico? domandò il
conte con una voce in cui era facile notare la profonda alterazione.
«— Lo sapremo ben presto, signore, rispose il presidente. La
commissione è di avviso di sentire questo testimonio?
«— Sì, sì, dissero ad un tempo tutte le voci. — Fu richiamato
l’usciere. — Usciere, domandò il presidente, vi è qualcuno che aspetta
nel vestibolo? — Sì, sig. presidente.
«E chi? — Una donna accompagnata da un servitore.
«Tutti si guardarono in viso l’un l’altro.
«— Fate entrare questa donna, disse il presidente.
«Cinque minuti dopo, ricomparve l’usciere; tutti gli occhi erano fissi
sulla porta, ed io stesso, disse Beauchamp, io prendeva parte alla
generale aspettativa ed ansietà.
«Dietro all’usciere camminava una donna avvolta in un lungo velo che
la nascondeva interamente. S’indovinava bene, alle forme che tradiva
questo velo, ai profumi che ne esalavano, la presenza di una donna
giovane ed elegante ma nient’altro. Il presidente la pregò di alzare il
velo, ed allora si potè vedere una donna vestita alla greca, ed inoltre
una bellezza sorprendente.
— Ah! disse Morcerf, era dessa. — Come, essa?
— Sì, Haydée. — Chi ve lo ha detto?
— Ahimè! l’indovino. Ma continuate, Beauchamp, ve ne prego. Voi vedete
ch’io sono tranquillo e forte. E frattanto dobbiamo accostarci allo
scioglimento.
«— Il sig. de Morcerf guardava questa donna, continuò Beauchamp, con
sorpresa mista a spavento. Per lui era la vita o la morte che stava per
uscire da questa graziosa bocca. Per tutti gli altri era un’avventura
così strana e così piena di curiosità, che la salvezza o la perdita del
sig. de Morcerf non entrava già più in questo avvenimento che come un
elemento secondario.
«Il presidente con un segno della mano offerse una sedia a questa
giovane, ma ella fece un segno colla testa che restava in piedi. In
quanto al conte, era ricaduto sul suo seggio, ed era manifesto che le
gambe ricusavano di sostenerlo.
«— Signora, disse il presidente, avete scritto alla commissione per
darle delle informazioni sull’affare di Giannina, e voi avete avanzato
che siete stata testimone oculare di questi avvenimenti.
«— E lo fui di fatto, rispose la sconosciuta con una voce piena di
vezzosa malinconia, e marcata da una sonorità particolare alle voci
orientali.
«— Però, permettetemi di dirvi, che allora dovevate essere molto
giovane.
«— Aveva quattr’anni; ma siccome allora gli avvenimenti avevano per me
un’importanza sublime, non mi è sfuggita, nè si è cancellata dalla mia
mente una sola particolarità.
«— Ma quale importanza avevano dunque per voi questi avvenimenti? e
chi siete perchè questa catastrofe vi abbia prodotto una sì grande
impressione?
«— Si trattava della vita e della morte di mio padre, rispose la
giovinetta, ed io mi chiamo Haydée, figlia d’Alì-Tebelen, pascià di
Giannina, e di Vasiliki sua moglie prediletta.
«Il rossore modesto e fiero ad un tempo che imporporò le guance
della giovane, il fuoco dello sguardo, e la maestà della rivelazione
produssero su tutta l’assemblea un effetto inesprimibile. In quanto
al conte, non sarebbe stato più annichilito, se il fulmine cadendo
a lui dappresso gli avesse scavato un abisso ai suoi piedi. —
Signora, riprese il presidente, dopo essersi inchinato con rispetto,
permettetemi una semplice domanda, che non è un dubbio, e questa
domanda sarà l’ultima, potete giustificare l’autenticità di ciò che
dite?
«— Lo posso, signore, disse Haydée cavando dal di sotto del suo velo
una borsa profumata; perchè ecco la fede della mia nascita redatta da
mio padre, e soscritta dai suoi principali uffiziali; perchè ecco qui
la mia fede di battesimo, avendo mio padre acconsentito che venissi
allevata nella religione di mia madre, atto firmato dal primate di
Macedonia e dell’Epiro, munito del suo sigillo; ecco finalmente, e
questo senza dubbio è il più importante, l’atto di vendita che fu
fatta di me e di mia madre al mercante armeno El-Kobbir dall’uffiziale
francese, che nel suo infame mercato colla Porta, si era riservata per
sua parte di bottino la figlia e la moglie del suo benefattore, che
vendè per la somma di mille borse, vale a dire per circa quattrocento
mila fr.
«Un pallore verdastro invadeva le guance del conte de Morcerf,
gli occhi s’iniettavano di sangue all’annunzio di queste terribili
imputazioni, che furono accolte dall’assemblea con un lugubre silenzio.
Haydée, sempre tranquilla ma molto più minacciosa nella sua calma,
che non lo sarebbe stata nella sua collera, stendeva al presidente
l’atto di vendita redatto in lingua araba. Siccome si era preveduto
che qualcuno degli atti prodotti da Morcerf, sarebbero stati redatti
in arabo, in greco, o in turco, l’interprete della _Camera_ era stato
prevenuto, e fu chiamato.
«Uno dei nobili Pari, a cui la lingua araba era familiare, per averla
appresa nella famosa campagna dell’Egitto, seguì con gli occhi sulla
carta velina la lettura che il traduttore ne faceva ad alta voce.
«Io, El-Kobbir, mercante di schiavi, e fornitore dell’_harem_
di S. A., riconosco di aver ricevuto per rimetterlo al sublime
imperatore, dal sig. franco conte di Monte-Cristo, uno smeraldo
stimato del valore di mille borse, per prezzo di una giovine
schiava cristiana, dell’età di undici anni, di nome Haydée, e
figlia riconosciuta del defunto Alì-Tebelen, pascià di Giannina,
e di Vasiliki sua favorita; la quale mi era stata venduta
sette anni sono unitamente a sua madre, che morì giungendo a
Costantinopoli, da un colonnello franco, al servizio del Visir
Alì-Tebelen, chiamato Fernando Mondego. La suddetta vendita mi
era stata fatta per conto di Sua Altezza, per la quale aveva il
mandato, mediante la somma di mille borse.
«Fatto a Costantinopoli coll’autorizzazione di S. A. l’anno 1247
dell’egira.»
«_Firmato_ El-Kobbir.»
«Per dare al presente atto ogni fede, ogni credenza ed ogni
autenticità, sarà munito del sigillo imperiale, che il venditore
si obbliga di farvi apporre.
«Vicino alla firma del mercante, si vedeva infatto il sigillo del
sublime imperatore. A questa lettura, e a questa vista successe un
terribile silenzio; il conte non aveva più che lo sguardo, e questo
sguardo, attaccato suo malgrado sopra Haydée, era di fiamma e di
sangue.
«— Signora, disse il presidente, si potrebbe interrogare il conte di
Monte-Cristo, che credo sia a Parigi e vicino a voi?
«— Signore, rispose Haydée, il conte di Monte-Cristo, mio secondo
padre, trovasi da tre giorni in Normandia.
«— Ma allora, signora, disse il presidente, chi vi ha consigliato
questa dimostrazione, di cui la corte vi ringrazia, e che d’altra parte
è ben naturale per la vostra nascita e per le vostre disgrazie?
«— Signore, rispose Haydée, questa dimostrazione mi è stata consigliata
dal mio rispetto e dal mio dolore. Dio mi perdoni! ho sempre pensato
a vendicare il mio illustre padre. Ora, quando ho messo il piede in
Francia, quando ho saputo che il traditore abitava Parigi, le mie
orecchie ed i miei occhi sono rimasti costantemente aperti. Io vivo
ritirata nella casa del mio nobile protettore, ma vivo così, perchè amo
l’ombra ed il silenzio, che mi permettono di vivere col mio pensiero
e col mio raccoglimento. Ma il sig. conte di Monte-Cristo mi circonda
di cure paterne, e niente mi è estraneo di ciò che concerne la vita
del _gran mondo_; io però ne accetto soltanto il lontano rumore. Così,
leggo tutti i giornali, come mi vengono inviati, tutti gli _album_,
come ricevo tutte le melodie: ed è seguendo, senza prestarmivi, la
vita degli altri, che ho saputo ciò che è accaduto questa mattina alla
_Camera_ dei Pari, e ciò che doveva accadere questa sera... allora ho
scritto.
«— Per tal modo il sig. conte di Monte-Cristo non entra per niente in
questa dimostrazione?
«— Egli la ignora del tutto, signore, ed anzi non ho che un timore, ed
è quello che la disapprovi; però è un bel giorno per me, continuò la
giovanetta alzando al cielo uno sguardo tutto ardente di fiamme, quello
in cui finalmente ritrovo l’occasione di vendicare mio padre!
«In tutto questo tempo il conte non aveva pronunciata una parola;
i suoi colleghi lo guardavano, e senza dubbio compiangevano questa
fortuna infranta sotto il soffio profumato di una donna; la sua
disgrazia gli si andava a poco a poco scrivendo sulla fronte, a linee
sinistre.
«— Sig. de Morcerf, disse il presidente, riconoscete la sig.ª per
figlia d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina?
«— No, disse Morcerf, facendo uno sforzo per alzarsi, ed è una trama
ordita dai miei nemici.
«Haydée che teneva gli occhi fissi verso la porta, come se aspettasse
qualcuno, si volse all’improvviso, e, vedendo il conte in piedi, mandò
un grido terribile.
«— Tu non mi riconosci? diss’ella; ebbene! io, fortunatamente
riconosco te! tu sei Fernando Mondego, l’uffiziale franco che
istruiva le soldatesche del mio nobile padre. Sei tu che hai venduta
la fortezza di Giannina! sei tu che, inviato a Costantinopoli per
trattare direttamente della vita o della morte del tuo benefattore,
hai riportato un falso _firmano_ che accordava grazia intera! sei
tu, che con questo _firmano_ hai ottenuto da mio padre l’anello che
doveva farti obbedire da Selim, il guardiano del fuoco! sei tu, che
hai pugnalato Selim! sei tu, che hai venduto mia madre e me al mercante
El-Kobbir! Assassino! assassino! assassino! Tu hai ancora sulla fronte
il sangue del tuo padrone! Guardate tutti! — Queste parole furono
pronunciate con un tale entusiasmo di verità, che tutti gli occhi si
voltarono verso la fronte del conte, e ch’egli stesso vi portò la mano,
come se avesse sentito, tiepido ancora, il sangue d’Alì.
«— Riconoscete dunque positivamente il conte de Morcerf essere lo
stesso, che l’ufficiale Fernando Mondego?
«— Sì, lo riconosco! gridò Haydée. Ah! madre mia! tu mi hai detto: «Tu
eri libera, tu avevi un padre che ti amava, tu eri destinata ad essere
quasi una regina! Guarda bene quest’uomo, egli ti ha fatta schiava,
ha fatto innalzare sull’estremità di un’asta la testa di tuo padre,
ci ha vendute, ci ha traditi tutti! Guarda bene la sua mano destra,
quella che ha una larga cicatrice; se tu dimenticassi il suo viso, lo
riconoscerai da questa mano, sulla quale sono cadute una ad una tutte
le monete d’oro del mercante El-Kobbir!» Se lo riconosco! oh! che dica
se ora egli pure riconosce me!
«Ciascuna parola cadeva come una falce su Morcerf, e strappava una
parte della sua energia; alle ultime parole egli nascose prestamente,
e suo malgrado, la mano nel petto, mutilata infatto da una ferita;
e ricadde sul seggio, inabissato in una cupa disperazione. Questa
scena aveva sconvolti gli spiriti di tutta l’assemblea, come vedonsi
sconvolgere le foglie sotto il possente vento del nord.
«— Sig. conte de Morcerf, disse il presidente, non vi lasciate
abbattere, rispondete; la giustizia della corte è suprema ed eguale
per tutti, essa non vi lascerà schiacciare dai vostri nemici, senza
lasciarvi i mezzi di combatterli. Volete che io ordini a due membri de
la commissione di andare a fare un viaggio a Giannina? parlate!
«Morcerf nulla rispose. Allora tutti i membri della commissione si
guardarono con una specie di terrore. Si conosceva l’indole energica
e violenta del conte; abbisognava una prostrazione ben terribile per
annichilire la difesa di quest’uomo; bisognava finalmente pensare, che
a questo silenzio, che somigliava ad un sonno, sarebbe succeduto un
risvegliamento, che somiglierebbe ad un fulmine.
«— Ebbene? gli domandò il presidente, che risolvete?
«— Niente! disse il conte con voce sorda alzandosi.
«— La figlia d’Alì-Tebelen, disse il presidente, ha dunque dichiarata
realmente la verità? ella è dunque realmente quel testimonio terribile
al quale, come sempre accade, il reo non ha coraggio di dire: _NO_? Voi
dunque avete realmente fatte tutte quelle cose di cui siete accusato?
«Il conte girò intorno a sè uno sguardo disperato che avrebbe commosso
le tigri, ma che non poteva disarmare i giudici; indi alzò gli occhi
verso la volta, ma li abbassò tosto, come se avesse temuto che quella
aprendosi, non facesse risplendere un altro tribunale, che si chiama
cielo, ed un altro giudice che si chiama Dio. Allora, con un subitaneo
movimento, strappò i bottoni di quell’abito chiuso che lo soffocava,
ed uscì dalla sala come un uomo insensato; i suoi passi ripercuoterono
per un momento sotto la volta sonora; indi ben presto il rotearsi della
carrozza che lo trascinava al galoppo rintronò con fracasso sotto il
portico del fiorentino edificio. — Signori, disse il presidente, quando
il silenzio fu ristabilito, il sig. conte de Morcerf è convinto di
fellonia, di tradimento, d’indegnità?
«— Si! — risposero a voce unanime tutti i membri della commissione
processante. Haydée aveva assistito fino alla fine della seduta;
ella intese pronunciare la sentenza del conte, senza che un solo
dei lineamenti del suo viso esprimesse o la gioia o la pietà. Allora
riportando il velo sul suo viso, salutò maestosamente i consiglieri, ed
uscì di quel passo con cui Virgilio vedeva camminare le sue dee.