LXXXVI. — LA PROVOCAZIONE.

— Allora, continuò Beauchamp, approfittai del silenzio e dell’oscurità

della sala per uscire senza essere veduto.

«L’usciere che mi aveva introdotto mi aspettava alla porta. Egli mi

condusse attraverso alcuni corridori fino ad una porticella che dava

sulla strada Vaugirard: uscii coll’anima addolorata ad un tempo ed

entusiasmata, perdonatemi questa espressione, Alberto, addolorata

per ciò che ha rapporto a voi, entusiasmata per la nobiltà di questa

giovanetta seguitando la vendetta paterna. Sì, ve lo giuro Alberto,

qualunque sia la parte da cui viene questa rivelazione, dico che può

venire da un nemico, ma esso non è che l’istrumento della Provvidenza.

— Alberto si teneva la testa fra le mani; rialzò il viso rosso per la

vergogna e bagnato di lagrime, ed afferrando il braccio di Beauchamp: —

Amico, diss’egli, la mia vita è finita: mi rimane, non a dire come voi

che la Provvidenza mi ha vibrato il colpo, ma a cercare chi è l’uomo

che mi perseguita colla sua inimicizia; quando lo conoscerò, o io

ucciderò quest’uomo o egli ucciderà me; ora conto sulla vostra amicizia

per aiutarmi, Beauchamp, se tuttavolta il disprezzo non l’ha già uccisa

nel vostro cuore.

— Il disprezzo, amico mio! ed in che questa disgrazia vi riguarda? No,

grazie a Dio! non siamo in quei tempi in cui un ingiusto pregiudizio

rendeva i figli garanti delle azioni dei padri. Riandate tutta la

vostra vita, Alberto; ella data da ieri, è vero; ma giammai aurora

di un bel giorno fu più pura della vostra alba. No, credetemi, voi

siete ricco; lasciate la Francia, tutto si dimentica in questa grande

Babilonia che ha un’esistenza agitata e gusti passaggieri; ritornerete

fra tre o quattro anni, avrete sposata qualche principessa russa, e

nessuno penserà più a quello che è accaduto da sedici anni.

— Grazie, caro Beauchamp, grazie dell’eccellente intenzione che

dettavano le vostre parole, ma la cosa non può andar così; vi ho

spiegato il mio desiderio; ora se abbisogna, cambierò la parola

desiderio in quella di volontà: capirete bene che interessato come sono

in quest’affare, non posso veder la cosa con lo stesso occhio con cui

la vedete voi. Ciò che a voi sembra venir da una sorgente celeste, a

me sembra sorger da un luogo men puro. La Provvidenza, vel confesso,

mi sembra affatto estranea a tutto ciò, e fortunatamente, perchè invece

dell’invisibile o dell’impalpabile messaggiere delle punizioni celesti,

troverò un essere palpabile e visibile su cui mi vendicherò; oh! sì,

ve lo giuro, di quanto soffro da un mese; rientrerò nella vita umana

e materiale, e se siete ancor mio amico, Beauchamp, come lo dite,

aiutatemi a ritrovar la mano, che ha scagliato il colpo.

— Allora sia così, disse Beauchamp, e se vi sta a cuore ch’io discenda

sulla terra, lo farò; se vi sta a cuore di mettervi in cerca di un

nemico vi aiuterò; e lo troverò perchè importa quasi tanto al mio onore

che al vostro di ritrovarlo.

— Ebbene, allora Beauchamp, in questo punto, senza ritardo, cominciamo

le nostre investigazioni. Ciascun minuto di ritardo è una eternità per

me, il denunciatore non è ancor punito, egli può dunque sperare di non

esserlo più, e sul mio onore, s’egli lo spera, s’inganna.

— Ebbene, ascoltatemi, Morcerf.

— Ah! Beauchamp, vedo che voi sapete qualche cosa; sentite, voi mi

ridate la vita.

— Non vi dico che questa sia la realtà, Alberto; ma per lo meno è un

chiaror nelle tenebre; e seguendo questo chiarore saremo forse condotti

alla meta.

— Dite, vedete bene ch’io balzo d’impazienza.

— Ebbene, vi racconterò ciò che non ho voluto dirvi al mio ritorno da

Giannina. Io andai naturalmente dal primo banchiere della città per

prendere le mie informazioni; alla prima parola che dissi dell’affare,

prima ancora che fosse stato pronunciato il nome di vostro padre: — Ah!

diss’egli, indovino che cosa qui vi conduce. — Come! perchè?

«— Perchè sono appena quindici giorni che sono stato richiesto sullo

stesso soggetto.

«— Da chi? — Da un banchiere di Parigi mio corrispondente. — Come si

chiama? — Il sig. Danglars.»

— Egli! gridò Alberto, infatto da lungo tempo ei perseguita il mio

povero padre col suo odio, e colla sua gelosia; egli, l’uomo che si

crede popolare, che non sa perdonare al conte de Morcerf d’essere Pari

di Francia. E, sentite, questa rottura di matrimonio senza darne una

ragione, sì... dipende da ciò.

— Informatevi, Alberto, non vi lasciate da ora trasportare, e se la

cosa è vera...

— Oh! sì, gridò il giovine, e se la cosa è vera, egli mi pagherà tutto

ciò che ho sofferto.

— State in guardia, Morcerf, egli è un uom già vecchio.

— Avrò riguardo all’onore della mia famiglia; s’egli odiava mio padre,

perchè non ha colpito mio padre? oh! no; ha avuto paura di ritrovarsi

in faccia ad un uomo.

— Alberto, io non vi condanno, ma operate con prudenza.

— Oh! non abbiate paura; d’altra parte mi accompagnerete, Beauchamp;

le cose solenni devono essere trattate davanti ad un testimonio. Prima

della fine di questa giornata, se il sig. Danglars è il reo, egli avrà

cessato di vivere, o io sarò morto. Per bacco! Beauchamp, vo’ fare dei

bei funerali al mio onore.

— Ebbene! allora quando si sono prese tali risoluzioni, Alberto,

bisogna sul momento metterle ad esecuzione. Volete andare dal sig.

Danglars? partiamo. — Fu mandato a chiamare un _cabriolet_ di piazza.

Nell’entrare nel palazzo del banchiere, videro alla porta il _phaéton_

ed il domestico del sig. Andrea Cavalcanti. — Ah! per bacco! ecco

a chi va bene! disse Alberto con voce cupa. Se il sig. Danglars non

vuol battersi meco, gli ucciderò suo genero. Egli deve essere uomo

da accettare una sfida, dovrebbe battersi, è un Cavalcanti! — Fu

annunciato il giovine al banchiere, che, al nome di Alberto, sapendo

che cosa era accaduto il giorno innanzi, gli fece proibire l’ingresso.

Ma era troppo tardi, Alberto aveva seguito il lacchè; intese l’ordine

dato, e violentando la porta, penetrò, seguito da Beauchamp, fino

nel gabinetto del banchiere. — Ma signore, gridò questi, non si è più

padroni in casa di ricevere chi si vuole, e ricusare chi non si vuole?

mi sembra che voi lo dimentichiate in un modo strano.

— No, signore, disse freddamente Alberto; vi sono delle occasioni, e

voi siete in una di queste, in cui abbisogna, salvo il caso di viltà,

vi offro questo rifugio, essere in casa sua almeno per certe persone.

— Allora che volete dunque, o signore?

— Voglio, disse Morcerf avvicinandosi senza sembrare di fare attenzione

a Cavalcanti che si era appoggiato al caminetto, voglio proporvi un

convegno in un luogo appartato, in cui nessuno possa disturbarci per

dieci minuti, non vi domando di più; ove di due uomini che si saranno

incontrati, uno rimarrà sul terreno. — Danglars impallidì, Cavalcanti

fece un movimento, Alberto si voltò verso il giovine:

— Oh! mio Dio! diss’egli, venite voi pure, se vi piace, sig. conte,

avete il diritto di esservi, siete quasi della famiglia, e io do

questa specie di convegno a quante persone si trovano per accettarlo. —

Cavalcanti guardò con aria stupefatta Danglars, il quale, facendo uno

sforzo, si levò, e si avanzò fra i due giovani. L’assalto d’Alberto

ad Andrea lo poneva sopra un altro terreno; e sperava che la visita

d’Alberto avesse uno scopo diverso da quello che si era figurato sul

principio. — E che! signore, diss’egli ad Alberto: se venite qui a

muover lite al signore, perchè lo preferisco a voi, vi prevengo che ne

farò oggetto di causa davanti al procuratore del Re.

— Vi sbagliate, signore, disse Morcerf con un tetro sorriso, non

parlo di matrimonio, e non mi sono indirizzato al sig. Cavalcanti se

non perchè mi è sembrato che per un momento abbia avuta l’intenzione

d’intervenire nella nostra discussione. E poi sentite, voi avete

ragione, diss’egli, io cerco contesa oggi con tutti; ma siate

tranquillo, sig. Danglars, l’anteriorità spetta a voi.

— Signore, rispose Danglars pallido per la collera e per la paura, vi

avverto che, allorquando ho la disgrazia d’incontrare sul mio sentiero

un cane arrabbiato, lo ammazzo, e che lungi dal credermi colpevole, mi

sembra di avere reso un servizio alla società. Ora se siete arrabbiato,

e tentate di mordermi, vi prevengo che vi ammazzerò senza pietà. È

forse mia colpa, se vostro padre è disonorato?

— Sì, miserabile! gridò Morcerf, è colpa tua.

Danglars fece un passo indietro. — Colpa mia? ma siete pazzo!

forse conosco la storia greca? forse ho viaggiato in quei paesi?

ho consigliato vostro padre di vendere la fortezza di Giannina? di

tradire...?

— Silenzio! disse Alberto con voce sorda. No, non siete stato voi che

direttamente avete fatto questo strepito, e causato questa disgrazia,

ma siete stato voi che ipocritamente l’avete instigata.

— Io! — Sì, voi! donde viene la rivelazione?

— Mi sembra che il giornale ve lo abbia detto; da Giannina, per bacco!

— Chi ha scritto a Giannina?

— Mi sembra, che tutti possano scrivere a Giannina.

— Un solo però vi ha scritto, e questi siete voi.

— Io ho scritto senza dubbio; mi sembra che quando uno marita sua

figlia ad un giovine, possa prendere delle informazioni sulla famiglia

di questo giovine; non è soltanto un diritto, ma un dovere.

— Voi avete scritto, signore, disse Alberto, sapendo perfettamente la

risposta che vi sarebbe venuta.

— Io! Ah! vi giuro bene, gridò Danglars, con una confidenza ed una

sicurezza che venivano ancor meno dalla sua paura, forse che dalla

premura che sentiva pel disgraziato giovine, vi giuro, che non avrei

mai pensato a scrivere a Giannina. Conosco forse la catastrofe di

Alì-Pascià, io?

— Allora qualcuno vi ha spinto a scrivere? — Certamente.

— Voi siete stato instigato? — Sì.

— Chi è stato?... terminate... dite...

— Per bacco! niente di più semplice, io parlava degli antecedenti di

vostro padre, diceva che la sorgente della fortuna era sempre rimasta

oscura. La persona mi domandò in che luogo vostro padre aveva fatta

questa fortuna: risposi, «in Grecia.» Allora mi disse «ebbene, scrivete

a Giannina.»

— E chi vi ha dato questo consiglio?

— Per bacco! il conte di Monte-Cristo vostro amico.

— Il conte di Monte-Cristo vi ha detto di scrivere a Giannina?

— Sì, ed io ho scritto. Volete vedere la mia corrispondenza? ve la

mostrerò. — Alberto e Beauchamp si guardarono.

— Signore, disse allora Beauchamp che non aveva preso ancora la parola,

mi sembra che voi accusiate il conte, che è assente da Parigi, e che

non può giustificarsi in questo momento.

— Non accuso alcuno, signore, disse Danglars, racconto; e ripeterò

davanti al sig. conte di Monte-Cristo, ciò che ho detto davanti a voi.

— Ed il conte sa qual è la risposta che avete ricevuta?

— Io la mostrai a lui.

— Sapeva che il nome di battesimo di mio padre era Fernando ed il suo

cognome di famiglia Mondego.

— Sì, glie lo aveva detto da lungo tempo; per soprappiù, non ho fatto

in ciò che quel che avrebbe fatto qualunque al mio posto, e fors’anche

molto meno. Quando la dimane di questa risposta, sollecitato dal sig.

di Monte-Cristo, venne vostro padre a domandarmi officialmente mia

figlia, come si fa quando la si vuol finire, rifiutai brevemente, è

vero, ma senza spiegazioni, senza rumori. Infatto, perchè avrei dovuto

far del rumore? che cosa poteva importarmi dell’onore o del disonore

dei Morcerf? Ciò non faceva nè alzare, nè abbassare le pubbliche

rendite.

Alberto sentì il rossore salirgli alla fronte; non v’era più alcun

dubbio. Danglars si difendeva colla bassezza, ma colla sicurezza di un

uomo che dice, se non tutta la verità, almeno una parte di verità, non

per coscienza, ma per terrore. D’altra parte che cercava Morcerf? non

il più o meno di reità di Danglars, o di Monte-Cristo, ma un uomo che

rispondesse alla offesa grave o leggiera, un uomo che si battesse, ed

era evidente che Danglars non si batterebbe.

E quindi ciascuna delle cose dimenticate o inosservate ritornavano

visibili ai suoi occhi e presenti al suo pensiero. Monte-Cristo sapeva

tutto, poichè avea comprata la figlia di Alì-Pascià; ora, sapendo

tutto, aveva incaricato Danglars di scrivere a Giannina. Conosciuta

la risposta, aveva acconsentito al desiderio, manifestato da Alberto,

di essere presentato ad Haydée; una volta davanti ad essa, aveva

lasciato cadere il discorso sulla morte d’Alì senza opporsi al racconto

di Haydée (ma avendo senza dubbio dato alla giovinetta, nelle poche

parole che aveva pronunziato in greco, le sue istruzioni che non

avevano permesso a Morcerf di riconoscere suo padre); del resto non

aveva pregato Morcerf di non pronunciare il nome di suo padre davanti

ad Haydée? Finalmente aveva condotto Alberto in Normandia nel momento

in cui sapeva che doveva nascere il gran susurro. Non v’era più da

dubitarne, tutto ciò era uno studio, e Monte-Cristo senza dubbio se

la intendeva con i nemici di suo padre. Alberto prese Beauchamp in un

angolo, e gli comunicò tutte queste idee: — Voi avete ragione, disse

questi, il sig. Danglars non entra in questo affare che per la parte

brutale e materiale, ed al sig. di Monte-Cristo voi dovete domandare

una spiegazione.

Alberto si rivoltò: — Signore, disse egli a Danglars, capirete che io

non prendo ancora da voi un congedo definitivo; mi resta a sapere se le

vostre recriminazioni sono giuste, e vado sul momento ad assicurarmene

presso il sig. conte di Monte-Cristo. — E salutando il banchiere, uscì

con Beauchamp, senza sembrare di occuparsi menomamente di Cavalcanti.

Danglars li ricondusse fino alla porta, rinnovando ad Alberto

l’assicurazione che nessun motivo di odio personale lo guidava contro

il sig. conte de Morcerf.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 104 / 140 题