LXXXIV. — IL VIAGGIO.

Monte-Cristo mandò un grido di gioia vedendo i due giovani insieme.

— Ah! ah! diss’egli! ebbene! spero che tutto sarà finito, spiegato,

accomodato?

— Sì, disse Beauchamp. Romori assurdi che sono caduti da sè stessi,

e che ora, se si rinnovassero, mi avrebbero per il loro primo

antagonista. Non ne parliamo più.

— Alberto vi dirà, riprese il conte, che questo era il consiglio

ch’io stesso gli aveva dato. Osservate, voi mi vedete compire la più

esecrabile mattinata che abbia mai passata.

— E che cosa fate? mi sembra che siate occupato a mettere in ordine le

vostre carte?

— Le mie carte? grazie a Dio no; vi è sempre ordine nelle mie carte,

un ordine meraviglioso, atteso che non ho carte; sono le carte del sig.

Cavalcanti.

— Del sig. Cavalcanti? domandò Beauchamp.

— Eh! sì, non sapete ch’è un giovinotto ch’è stato lanciato nella

società dal conte? disse Morcerf.

— No, intendiamoci bene, riprese Monte-Cristo: non ho lanciato alcuno,

ed il sig. Cavalcanti molto meno.

— E che sposerà madamigella Danglars in vece mia, cosa che, continuò

Alberto sforzandosi di sorridere, come potete bene immaginare, mi

addolora assaissimo, caro Beauchamp.

— E che? venite forse dal confine del mondo? domandò Monte-Cristo, voi,

un giornalista il marito della _Renommée_! Tutto Parigi non parla che

di questo.

— E siete voi, conte, che avete fatto questo matrimonio?

— Io? oh! silenzio, sig. novellista, non raccontate simili cose; io!

mio Dio! fare un matrimonio! No, voi non mi conoscete; mi vi sono anzi

opposto con tutto il mio potere, ho ricusato di fare la domanda.

— Ah! capisco, per causa del nostro amico Alberto?

— Per causa mia? disse il giovine; oh! no, in fede mia! Il conte mi

farà giustizia di certificare, che l’ho sempre pregato al contrario di

rompere questo matrimonio che fortunatamente è rotto. Il conte pretende

però che io non debba ringraziare lui.

— Ascoltate, disse Monte-Cristo, sono entrato tanto poco in questo

affare, che ora sono trattato freddamente dal futuro genero; dal

giovine. Non vi è che madamigella Eugenia la quale conoscendo a qual

punto io era poco disposto a farle perdere la sua cara libertà, mi

abbia conservato un poco d’affezione.

— E dite che questo matrimonio è sul punto d’effettuarsi?

— Oh! mio Dio! sì, ad onta di tutto ciò che ho potuto dire: non conosco

il giovine, lo si pretende ricco e di buona famiglia, ma per me tali

cose non son che un semplice _si dice_: ho ripetuto tutto questo fino

alla sazietà al sig. Danglars, ma egli si è ostinato col suo Lucchese.

Sono perfino giunto a fargli parte di una particolarità, che per me è

gravissima: il giovine è stato cambiato a balia, allevato dai zingari,

o perduto dal suo precettore, non so troppo bene. Ma quello ch’io so,

si è che suo padre lo ha perduto di vista per più di dieci anni; ciò

che ha fatto durante questi dieci anni di vita errante, Dio solo lo sa;

le sue carte, eccole. Io le mando a loro, ma me ne lavo le mani.

— E madamigella d’Armilly, domandò Beauchamp, che cera vi fa, che le

portate via la sua allieva?

— Diamine! non so troppo: ma sembra che ella parta per l’Italia. La

sig.ª Danglars mi ha parlato di lei, e mi ha domandate delle lettere

per gl’impresarii: io le ho date due righe pel direttore del teatro

Valle, che mi ha qualche obbligazione. Ma che avete dunque, Alberto?

avete l’aria ben trista; sareste forse, senza accorgervene, innamorato

di madamigella Danglars?

— No, ch’io sappia, disse Alberto sorridendo amaramente.

Beauchamp si mise a guardare i quadri.

— Ma finalmente, continuò Monte-Cristo, non siete del solito umore.

Sentiamo, che cosa avete?

— Ho l’emicrania, disse Alberto.

— Ebbene! caro visconte, disse Monte-Cristo, ho per questi casi un

rimedio infallibile da proporvi; rimedio che è sempre riuscito a me

stesso, ogni qualvolta ho sofferto qualche contrarietà.

— E quale? domandò il giovine.

— Il cambiar luogo.

— Davvero? disse Alberto.

— Sì, e sentite; siccome in questo momento soffro eccessive

contrarietà, cambio luogo. Vogliamo cambiarlo insieme?

— Voi delle contrarietà, disse Beauchamp; e su che?

— Per bacco! voi ne parlate molto indifferentemente, vorrei vedervi con

una causa criminale che si istituisse in casa vostra!

— Una causa criminale! qual causa criminale?

— Eh! quella che il sig. de Villefort istituisce contro il mio amabile

assassino, una specie di brigante fuggito dalla galera, a quanto

sembra.

— Ah! è vero, disse Beauchamp, ha fatto chiasso sui giornali. Che cosa

è questo Caderousse?

— Ebbene... mi sembra che sia un provenzale. Il sig. de Villefort

ne ha inteso parlare quando era a Marsiglia, ed il sig. Danglars si

ricorda di averlo veduto; ne risulta che il sig. procuratore del Re

prende l’affare molto a cuore, molto più, ch’egli ha, a quanto sembra

premurato al più alto grado il prefetto di polizia, e che, mercè

questa premura di cui gli sono riconoscente che non si potrebbe dir di

più, mi s’inviano tutti i banditi, che da quindici giorni si possono

raccogliere in Parigi, e nelle vicinanze, sotto il pretesto ch’essi

sono gli assassini di Caderousse, d’onde ne risulta che in tre mesi,

se continua, non vi sarà più un ladro o un assassino, in questo regno

di Francia, che non conosca la pianta della mia casa sulla punta delle

dita. Per cui prendo la risoluzione di abbandonarla loro interamente,

e di andarmene tanto lontano, quanto mi potrà portare la terra. Venite

con me, visconte, io vi conduco.

— Volentieri. — Allora è convenuto? — Sì, ma dove andremo? — Ve l’ho

detto, dove l’aria è più pura, ed il rumore dorme; ove, per quanto

uno sia orgoglioso, si sente umile, e si ritrova piccolo. Amo questa

umiliazione io, che son chiamato padron dell’Universo come Augusto.

— Ma infine ove andate?

— Al mare, visconte, al mare: sono un marinaro, vedete; da fanciullo

sono stato cullato fra le braccia del vecchio Oceano e sul seno della

bella Amfitride; ho scherzato col mantello verde dell’uno, e colla

gonna azzurra dell’altra. Amo il mare come si può amare un amico, e

quando è lungo tempo che non lo vedo, smanio per esso.

— Andiamo, conte, andiamo! — Al mare? — Sì.

— Voi accettate? — Io accetto.

— Ebbene! visconte, questa sera nel mio cortile vi sarà una _brisca_

da viaggio in cui potremo stenderci come nel proprio letto; a questa

_brisca_ saranno attaccati quattro cavalli di posta. Sig. Beauchamp, vi

si sta in quattro comodamente, volete venire con noi?

— Grazie, vengo ora dal mare. — Come! venite dal mare?

— Sì, o quasi; ritorno da un piccolo viaggio alle isole Borromee.

— Che importa, venite egualmente! disse Alberto.

— No, caro Morcerf, dovete capire dal modo che io rifiuto, che la cosa

è impossibile. D’altra parte è importante ch’io resti a Parigi, disse

parlando a bassa voce, non fosse per altro, che per sorvegliare la

cassetta del giornale.

— Ah! siete un ottimo ed eccellente amico, disse Alberto, sì, avete

ragione, vegliate, sorvegliate, Beauchamp, e cercate di scoprire

l’inimico dal quale ebbe origine questa nota.

Alberto e Beauchamp si separarono; la loro ultima stretta di mano

racchiudeva tutto ciò che le loro labbra non potevano esprimere in

faccia allo straniero. — È un eccellente giovine Beauchamp, disse

Monte-Cristo dopo la partenza del giornalista, non è vero, Alberto?

— Oh! sì, un uomo di cuore, ve lo garantisco; così che io l’amo con

tutta l’anima mia. Ma ora che siamo soli, quantunque la cosa per me sia

la stessa, dove andiamo?

— In Normandia, se a voi non dispiace.

— A meraviglia: saremo del tutto in campagna, non è vero? nessuna

società, nessun vicino?

— Saremo a quattro occhi, con cavalli per correre, cani per cacciare,

barche per pescare, ed ecco tutto.

— Questo è quello che mi abbisogna. Avviso mia madre, e sono ai vostri

ordini.

— Ma, disse Monte-Cristo, vi daranno il permesso?

— Di che? — Di venire in Normandia?

— A me? e che non sono più libero?

— Di andare ove vi piace solo, lo so bene, poichè vi ho incontrato

scappato per l’Italia. — Ebbene?

— Ma di venire con l’uomo misterioso che si chiama il conte di

Monte-Cristo...

— Voi avete poca memoria, conte. — In che modo?

— Non vi ho detta tutta la simpatia che mia madre vi porta?

— Spesso la donna cambia, ha detto Francesco I; la donna è un’onda,

ha detto Shakespeare: l’uno fu un gran re, l’altro un gran poeta; ed

entrambi dovevan conoscere la donna.

— Sì, la donna, ma mia madre non è la donna, è una donna.

— Permettete ad un povero straniero di non conoscere tutta la

sottigliezza di questo giuoco di parole.

— Voglio dire che mia madre è avara dei suoi sentimenti, ma una volta

che li ha concessi, è per sempre.

— Ah! davvero? disse sospirando Monte-Cristo; e credete ch’ella

mi faccia l’onore di accordarmi un qualche sentimento di più d’una

perfetta indifferenza?

— Ascoltate! ve l’ho già detto e ve lo ripeto, riprese Morcerf;

bisogna bene che siate un uomo molto straordinario e molto superiore

agli altri, perchè mia madre si è lasciata prendere, non dirò dalla

curiosità, ma dall’interessamento che avete saputo inspirarle. Quando

siamo soli, non parla che di voi.

— Vi dice ella di non fidarvi di questo Manfredi?

— Al contrario mi dice: «Morcerf, credo che il conte abbia un nobile

naturale; cerca di farti amare da lui.»

Monte-Cristo girò gli occhi e mandò un sospiro:

— Ah! da vero?

— Di modo che capirete, continuò Alberto, che invece di opporsi al

mio viaggio, ella lo approverà di tutto cuore, poichè entra nelle

raccomandazioni che mi fa ogni giorno.

— Andate dunque, disse Monte-Cristo. Questa sera siate qui alle cinque,

arriveremo laggiù a mezza notte o ad un’ora.

— Come, a Tréport...? — Tréport, o nelle vicinanze.

— Non ci abbisognano che otto ore per fare 48 leghe?

— È anche molto, disse Monte-Cristo.

— Siete davvero l’uomo dei prodigi, e giungerete non solo a superare le

strade ferrate, che non è molto difficile particolarmente in Francia,

ma eziandio a correre più presto di una notizia pel telegrafo.

— Frattanto, visconte; siccome ci occorrono sempre sette od otto ore

per giungere laggiù, siate esatto.

— State tranquillo: non ho altro a fare che prepararmici.

— Alle cinque adunque. — Alle cinque. — Alberto sorrise.

Monte-Cristo, dopo avergli fatto sorridendo un segno colla testa, restò

un momento pensieroso, e come assorbito da una profonda meditazione.

Finalmente, passando la mano sulla fronte come per allontanare una

distrazione, andò al campanello e battè due colpi. Non appena compiti

i due colpi percossi da Monte-Cristo, entrò Bertuccio: — Bertuccio,

diss’egli, non dopo domani, non domani, come da prima aveva pensato,

ma questa sera stessa ho stabilito d’andare in Normandia: da ora alle

cinque vi è già maggior tempo di quello che vi abbisogna: farete

preparare i cavalli del primo appostamento; il sig. de Morcerf mi

accompagna. Andate.

Bertuccio obbedì, ed un corriere corse a Pontoise ad annunziare, che la

carrozza di posta sarebbe passata alle sei precise; il palafreniere di

Pontoise ne inviò un altro al secondo appostamento, e questi un altro

al terzo; e, sei ore dopo, tutti i cavalli di cambio disposti lungo la

strada erano prevenuti. Prima di partire il conte salì da Haydée, le

annunziò la sua partenza, le disse il luogo ove andava, e mise tutta

la casa sotto i suoi ordini. Alberto fu esatto. Il viaggio, taciturno

sul principio, si aprì ben presto per l’effetto fisico della rapidità.

Morcerf non aveva un’idea di sì grande celerità.

— In fatto, disse Monte-Cristo, colla vostra posta che fa due leghe

l’ora, con quella stupida legge che proibisce al viaggiatore di

sorpassare l’altro senza averne ottenuto il permesso, che fa sì che

un viaggiatore ammalato o catarroso ha il diritto di tenersi a seguito

i viaggiatori allegri e che stanno bene, non vi è locomozione che sia

possibile; io evito questo inconveniente, viaggiando col mio proprio

postiglione ed i miei proprii cavalli, non è vero, Alì? — E il conte

mise fuori la testa dallo sportello, ed emise un piccolo grido di

eccitazione che pose le ali ai piedi dei cavalli; non correvano più,

volavano. La carrozza roteò come un fulmine sul pavimento reale, e

ciascuno si voltava per veder passare la meteora fiammeggiate. Alì,

ripetendo questo grido sorrideva, mostrando i denti bianchi, stringendo

fra le sue robuste mani le redini spumeggianti, spronando i cavalli, le

criniere dei quali andavano sparpagliate al vento; Alì, il figlio del

deserto, si ritrovava nel suo elemento.

— Ma dove diavolo trovate simili cavalli? domandò Alberto; li fate

forse fare espressamente?

— Precisamente, disse il conte; sono sei anni che ritrovai in Ungheria

un famoso stallone rinomato per la sua celerità; lo comprai, non so

bene per quanto, perchè fu Bertuccio che lo pagò. Nello stesso anno

ebbe trentadue figli. Ora tutta passeremo in rivista la progenitura

di questo medesimo padre. Essi sono tutti eguali, neri, senza alcuna

macchia, fuorchè una stella in fronte, poichè a questa privilegiata

razza furono destinate cavalle tutte scelte come si scelgono ai pascià

tutte le favorite.

— È ammirabile!... ma ditemi, che fate di tutti questi cavalli?

— Lo vedete, viaggio con essi. — Ma non viaggiate sempre! — Quando non

ne avrò più bisogno, Bertuccio li venderà, e pretendo che vi guadagnerà

30 o 40 mila fr.

— Ma in Europa non vi sarà un principe così ricco per comprarli.

— Allora li venderò ad un qualche semplice Visir d’Oriente, che

vuoterà il suo tesoro per comprarli, e che riempirà il suo tesoro

facendo amministrare delle bastonate sotto la pianta dei piedi dei suoi

sudditi.

— Conte, volete che vi comunichi un pensiero che mi è venuto? — Fatelo

pure.

— È che, dopo voi, il sig. Bertuccio deve essere il più ricco privato

d’Europa.

— Ebbene vi sbagliate, visconte; sono sicuro, che se rovesciate le

saccocce di Bertuccio, non ci ritroverete il valore di dieci soldi.

— E perchè? domandò il giovine, Bertuccio è dunque un fenomeno?... Ah!

mio caro conte; non vi ingolfate troppo nel meraviglioso, o ch’io non

vi crederò più, ve ne prevengo.

— Non ritroverete mai il meraviglioso vicino a me, Alberto: cifre e

ragione, ecco tutto; ora ascoltate questo dilemma: un intendente ruba,

ma perchè ruba?

— Diavolo! perchè è nella sua natura, mi sembra, disse Alberto; ruba

per rubare.

— Ebbene! no, v’ingannate. Ruba perchè ha moglie, figli, desiderii

ambiziosi per lui e per la sua famiglia; egli ruba, perchè non è

sicuro di non più lasciar il padrone, e vuol farsi un avvenire. Ebbene,

Bertuccio è solo al mondo; usa della mia borsa senza rendermene conto,

è sicuro di non lasciarmi mai. — E perchè?

— Perchè io non potrei ritrovarne uno migliore.

— Vi aggirate in un circolo vizioso: quello delle probabilità.

— Oh! no, sono in quello delle certezze; il buon servitore è per me

quello, sul quale ho diritto della vita e della morte.

— E voi avete sopra Bertuccio diritto di vita e di morte?

— Sì, rispose freddamente il conte. — Vi sono delle parole che chiudono

la conversazione come una porta di ferro; il sì del conte era una di

quelle parole. Il rimanente del viaggio si compì colla stessa celerità;

i trentadue cavalli divisi in otto appostamenti, fecero 47 leghe in

otto ore. Si giunse nel mezzo della notte alla porta di un bel parco;

il portinaro era in piedi, e teneva il cancello aperto, essendo stato

avvertito dal palafreniere dell’ultimo appostamento.

Erano le due e mezzo del mattino, Alberto fu condotto nel suo

appartamento. Ritrovò preparato un bagno ed una cena. Il domestico che

aveva fatta la strada nel seggio dietro la carrozza, fu messo a sua

disposizione.

Battistino che aveva fatta la strada nel seggio davanti, stava

agli ordini del conte. Alberto prese il bagno, cenò, e se ne andò

a letto. Tutta la notte fu cullato dal melanconico rumore delle

ondate. Alzandosi andò direttamente alla finestra, l’aprì, e si

trovò sur un piccolo terrazzo che guardava innanzi a sè nel mare

cioè nell’immensità, mentre alla parte posteriore un bel parco

conduceva in una piccola foresta. In un seno del lido di una certa

grandezza, galleggiava una piccola corvetta, di stretta carena, con

alberatura svelta, e che portava al corno una bandiera con lo stemma di

Monte-Cristo, stemma che rappresentava una montagna d’oro sopra un mare

azzurro. Intorno alla goletta eravi una quantità di piccole barchette

che appartenevano ai pescatori dei villaggi vicini, e sembravano umili

sudditi che aspettassero gli ordini della loro regina. Là, come in

tutti i luoghi in cui si fermava Monte-Cristo, fosse anche per due

o tre giorni soltanto, la vita era ordinata al termometro di tutti i

comodi e piaceri; in tal modo il vivere diveniva facile nello stesso

momento. Alberto ritrovò nella sua anticamera due fucili, e tutti

gli attrezzi necessarii ad un cacciatore. Un’altra camera, nel piano

terreno, era consacrata a tutti quegli utensili ed a quelle macchinette

ingegnose che gl’Inglesi, grandi pescatori perchè sono pazienti ed

oziosi, non hanno ancora potuto fare adottare ai metodici pescatori

francesi. Tutta la giornata si passò in questi diversi esercizii,

nei quali Monte-Cristo era eccellente; furono uccisi una dozzina di

fagiani nel parco, furono pescate delle trote nei ruscelli, si pranzò

in un padiglione chinese che dava sul mare, e fu servito il thè nella

biblioteca.

Verso la sera del terzo giorno, Alberto, spossato dalla fatica di

questa laboriosa vita che sembrava uno scherzo per Monte-Cristo,

dormiva sopra un sofà vicino ad una finestra, mentre che il conte

faceva con un architetto il piano di una stufa che voleva istituire

nella casa, allorchè il rumore di un cavallo tritando la breccia della

strada fece alzare la testa al giovine; guardò per la finestra, e,

con una sorpresa delle più disaggradevoli, scoperse nel cortile il suo

cameriere, dal quale non aveva voluto farsi seguire per non impacciare

troppo Monte-Cristo.

— Florentin qui! gridò egli balzando dal sofà; è forse ammalata mia

madre? — E si precipitò verso la porta della camera. Monte-Cristo

lo seguì cogli occhi, e lo vide fermare il suo cameriere che, tutto

anelante, cavò di saccoccia un piccolo piego sigillato: esso conteneva

una lettera ed un giornale.

— Di chi è questa lettera? domandò con vivacità Alberto.

— Del sig. Beauchamp, rispose Florentin.

— È dunque Beauchamp che vi manda qui?

— Sì, signore. Mi ha dato il danaro necessario per viaggiare, mi ha

fatto condurre un cavallo di posta, e mi ha fatto promettere che non mi

sarei fermato fino a che non vi avessi raggiunto, signore: ho fatto la

strada in quindici ore.

Alberto aprì la lettera fremendo; alle prime righe mandò un grido;

afferrò il giornale con un visibile tremito.

D’improvviso gli occhi gli si oscurarono, le gambe gli vennero meno,

e, vicino a cadere, si appoggiò a Florentin, che stese le braccia per

sostenerlo. — Povero giovine! mormorò Monte-Cristo tanto sommessamente

che neppure egli potè sentire il rumore di queste parole di compassione

che pronunziava; è dunque fissato che le mancanze dei padri debbano

ricadere sui figli fino alla terza od alla quarta generazione! — In

questo mentre Alberto aveva ricuperate le sue forze, e continuando

a leggere si scuoteva i capelli bagnati di sudore sulla fronte, e

scartazzando lettera e giornale:

— Florentin, disse egli, il vostro cavallo è in istato di riprendere la

strada di Parigi?

— È un cattivo ronzino di posta, stroppiato.

— Oh! e com’era la famiglia quando l’avete lasciata?

— Molto tranquilla; ma ritornando dall’abitazione del sig. Beauchamp,

ho ritrovato la signora immersa nel pianto. Ella mi aveva fatto

chiamare per sapere quando sareste stato di ritorno. Allora le ho

detto che veniva a cercarvi per parte del sig. Beauchamp. Il suo primo

movimento è stato quello di stendere il braccio come per fermarmi, ma

dopo un minuto di riflessione: «sì, andate, Florentin, ella ha detto, e

ch’egli ritorni.»

— Sì, madre mia, sì, disse Alberto, ritorno, sii tranquilla, e

disgrazia all’infame!... Ma, prima di tutto bisogna che io parta. — E

riprese il cammino della camera ove aveva lasciato Monte-Cristo. Egli

non era più lo stesso uomo, e cinque minuti erano stati sufficienti

per operare in Alberto una trista metamorfosi; era uscito dal suo

stato ordinario, e rientrava colla voce alterata, il viso solcato da un

rossore febbrile; l’occhio sfavillante sotto palpebre venate di blu, e

l’andamento vacillante come quello di un uomo ubriaco.

— Conte, diss’egli, grazie della vostra ospitalità, della quale avrei

voluto godere più lungamente, ma bisogna che io ritorni a Parigi.

— E che cosa è dunque accaduto?

— Una gran disgrazia; ma permettetemi di partire, si tratta di cosa

molto più preziosa della mia vita. Non mi fate domande, conte, ve ne

supplico, ma datemi un cavallo!

— Le mie scuderie sono al vostro servizio, visconte, disse

Monte-Cristo; ma voi andate a morire di fatica correndo la posta a

cavallo; prendete un calesse, un _coupé_, una qualche carrozza.

— No, sarebbe troppo lunga, e poi ho bisogno di questa fatica di cui

voi temete; essa mi farà del bene.

Alberto fece alcuni passi in tondo, come un uomo colpito da una palla,

e andò a cadere sopra una sedia vicina alla porta. Monte-Cristo

non vide questo secondo colpo di debolezza; egli era alla finestra

gridando:

— Alì, un cavallo per il sig. de Morcerf! che si affrettino, egli ha

premura.

Queste parole resero la vita ad Alberto; si slanciò fuori della camera,

il conte lo seguì. — Grazie, mormorò il giovine balzando in sella. Voi

ritornerete il più presto che potrete, Florentin. Vi è nessuna parola

d’ordine perchè mi cambino il cavallo, conte?

— Nient’altro che rilasciare quello che cavalcate; ve ne inselleranno

sul momento un altro.

Alberto stava per islanciarsi e si fermò. — Voi forse ritroverete

strana, insensata la mia partenza, disse il giovine; non comprenderete

come poche righe di un giornale possano mettere un uomo alla

disperazione. Ebbene, aggiunse egli, gettandogli il giornale, leggete

queste, ma solo quando sarò partito, affinchè non abbiate a vedere il

mio rossore.

E mentre che il conte raccoglieva il giornale, egli piantò gli speroni,

che allora erano stati attaccati ai suoi stivali, nel ventre del

cavallo, che, meravigliato che vi potesse essere un cavaliere che

credesse esservi bisogno di simile istrumento per lui, partì, come

un dardo di freccia. Il conte seguì il giovine cogli occhi e con un

sentimento di compassione infinita, e non fu che allora quando fu

intieramente sparito che, riportando gli occhi sul giornale, lesse ciò

che segue:

«Quell’ufficiale francese al servizio di Alì-Pascià di Giannina,

di cui parlava tre settimane sono il giornale l’_Impartial_, e

che non soltanto vendè la fortezza di Giannina, ma ben anche il

suo benefattore ai Turchi, si chiamava di fatto in quell’epoca

Fernando, come lo ha detto il nostro onorevole confratello; ma

d’allora, ha aggiunto al suo vero nome un titolo di nobiltà, ed

un nome di terra. In oggi si chiama il sig. conte di Morcerf, e

fa parte della _Camera_ dei Pari.»

In tal modo adunque, questo terribile segreto, che Beauchamp aveva

seppellito con tanta generosità, ricompariva come un fantasma armato,

ed un altro giornale, crudelmente informato, aveva pubblicato, il

giorno dopo la partenza d’Alberto per la Normandia, le poche linee che

poco mancarono a far divenir pazzo il giovine.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 102 / 140 题