Frattanto il sig. Cavalcanti padre era partito per andare a riprendere
il suo servizio, non già nell’armata di Sua Maestà l’imperatore
d’Austria, ma alla rotina dei bagni di Lucca di cui egli era uno dei
più assidui cortigiani.
Non fa d’uopo il dire che egli aveva ritirato colla più scrupolosa
esattezza fino all’ultimo paolo della somma che gli era stata destinata
pel suo viaggio, e per la ricompensa delle maniere maestose e solenni
colle quali aveva rappresentata la parte di padre.
Il sig. Andrea aveva ereditato, a questa partenza, tutte le carte
che constatavano che egli aveva avuto l’onore di essere il figlio del
marchese Bartolommeo, e della marchesa Oliva Corsinari.
Egli era dunque presso a poco inscritto in questa società parigina,
tanto facile a ricevere gli stranieri ed a trattarli, non dietro quello
che sono, ma dietro le apparenze di ciò che vogliono comparire.
D’altronde che cosa si richiede da un giovine a Parigi? di parlare
presso a poco la sua lingua, di essere vestito convenientemente, di
essere un bel giuocatore, e di pagare in oro.
Non è mestieri di dirlo che si è meno esigenti per un forestiere, che
per un parigino.
Andrea dunque aveva preso in una quindicina di giorni una posizione
abbastanza buona; lo chiamavano sig. conte, si diceva che avesse
cinquantamila lire di rendita, e si parlava degli immensi tesori
sepolti da suo padre nei sotterranei di Seravezza.
Uno scienziato davanti al quale venivano menzionate queste ultime
circostanze come un fatto, dichiarò avere veduti i sotterranei di cui
si parlava, il che dette un gran peso alle asserzioni finora dubbie e
nello stato di fluttuazione, e che da quel momento presero l’aspetto
della consistenza reale.
Le cose erano a tal punto in questo circolo della società parigina
ove abbiamo introdotti i nostri lettori, allorchè Monte-Cristo venne
a fare visita alla signora Danglars. Il sig. Danglars era sortito, ma
fu proposto al conte d’introdurlo presso la baronessa che allora era
visibile, ed egli accettò.
Non era mai senza una specie di brivido nervoso che la signora Danglars
sentiva pronunziare il nome di Monte-Cristo dopo il pranzo d’Auteuil,
e gli avvenimenti che lo susseguirono. Se la presenza del conte non
seguiva il romore del suo nome, la sensazione dolorosa diveniva più
intensa; se al contrario il conte compariva, la sua figura aperta, i
suoi occhi brillanti, la sua amabilità, la sua stessa galanteria per
la signora Danglars, scacciavano ben presto fin l’ultima espressione
del timore; sembrava impossibile alla baronessa che un uomo così
grazioso all’esterno potesse nutrire contro essa dei malvagi disegni;
d’altronde, i cuori i più corrotti non possono credere al male, se non
che facendolo riposare sopra un qualunque interesse; il male inutile, e
senza causa ripugna come una anomalia.
Allorchè Monte-Cristo entrò nel gabinetto, ove noi abbiamo già una
volta introdotti i nostri lettori, ed ove la baronessa seguiva con
occhio molto inquieto alcuni disegni che le passava sua figlia, dopo
averli guardati col sig. Cavalcanti figlio, la sua presenza produsse
l’effetto ordinario, e fu sorridendo che, dopo essere stata qualche
poco sconvolta al suo nome, la baronessa ricevette il conte.
Questi dal canto suo abbracciò tutta la scena con un colpo d’occhio.
Vicino alla baronessa, e quasi stesa sopra una poltrona, stava gettata
Eugenia, e Cavalcanti in piedi.
Cavalcanti vestito di nero come un eroe di Goethe, scarpe verniciate, e
calze di seta bianca a giorno, passava una mano molto bianca, e molto
pulita, nei suoi capelli biondi, in mezzo dei quali scintillava un
diamante, che, malgrado i consigli di Monte-Cristo, il vanitoso giovine
non aveva potuto resistere al desiderio di passarsi al dito mignolo.
Questo movimento era accompagnato da sguardi assassini lanciati sopra
madamigella Danglars, e da sospiri inviati al medesimo indirizzo che
gli sguardi.
Madamigella Danglars era sempre la medesima, vale a dire bella, fredda,
e motteggiatrice. Non le sfuggiva un solo dei sospiri, un solo degli
sguardi d’Andrea; si sarebbe detto ch’essi strisciavano sulla corazza
di Minerva; corazza che alcuni filosofi pretendono che qualche volta
ricuopra il petto di Safo.
Eugenia salutò freddamente il conte, e approfittò delle prime
preoccupazioni della conversazione per ritirarsi nella sua stanza da
studio, da dove ben tosto esalarono due voci scherzose e rumorose,
miste ai primi accordi di un piano, e fecero sapere a Monte-Cristo, che
madamigella Danglars preferiva alla sua ed a quella di Cavalcanti, la
società di madamigella Luigia d’Armilly sua maestra di canto.
Fu allora particolarmente che, parlando colla signora Danglars,
e sembrando assorbito nella conversazione, il conte rimarcò la
sollecitudine del sig. Andrea Cavalcanti, il suo modo di andare
ad ascoltare la musica alla porta che non osava sorpassare, e di
manifestare la sua ammirazione.
Ben presto rientrò il banchiere. Il suo primo sguardo fu per
Monte-Cristo, è vero, ma il secondo fu per Andrea.
In quanto a sua moglie, egli la salutò con quel modo che molti mariti
salutano le loro mogli.
— Queste signorine forse non vi hanno invitato a far musica assieme?
domandò Danglars ad Andrea.
— Ahimè! no, signore, rispose Andrea con un sospiro più rimarchevole
ancora degli altri.
Danglars si avanzò tosto alla porta di comunicazione e l’aprì.
Si videro allora le due giovinette assise sul medesimo seggio davanti
il medesimo piano. Esse suonavano ciascuna con una mano, esercizio al
quale si erano abituate per fantasia, e nel quale erano riuscite di una
valentia rimarchevole.
Madamigella d’Armilly, che allora si scorgeva, formava, con Eugenia,
mercè l’inquadratura della porta, uno di quei quadri vivi come se ne fa
spesso in Germania; era di una bellezza molto rimarchevole, o piuttosto
di una gentilezza squisita. Era una piccola donna sottile e bionda come
una fata, con due gran mazzi di ricci che cadevano sul suo collo, un
poco troppo lungo, a guisa di quello che il Perugino qualche volta dà
alle sue figure, e gli occhi velati dalla fatica. Si diceva che ella
avesse il petto debole, e che come Antonia, del _Violino di Cremona_,
sarebbe morta un giorno cantando.
Monte-Cristo introdusse uno sguardo rapido e curioso in quel gineceo;
era la prima volta che vedeva madamigella d’Armilly di cui aveva inteso
parlare tanto spesso in quella casa.
— Ebbene! domandò il banchiere a sua figlia, noi altri dunque siamo
esclusi?
Allora condusse il giovine nella piccola sala e, fosse caso o arte, la
porta fu respinta dietro Andrea in modo che, dal luogo ove erano seduti
Monte-Cristo e la baronessa, non si potesse vedere niente. Ma siccome
il banchiere aveva seguito Andrea, la signora Danglars non parve
rimarcare questa circostanza.
Poco dopo il conte intese la voce d’Andrea mettersi in accordo col
piano, accompagnando una canzone corsa.
Nel mentre che il conte ascoltava sorridendo questa canzone, che gli
faceva dimenticare Andrea per ricordarsi di Benedetto, la signora
Danglars vantava a Monte-Cristo la forza di animo di suo marito, che in
quella mattina ancora aveva perduto tre o quattrocento mila fr. in un
fallimento milanese.
E difatto, l’elogio era meritato; perchè, se il conte non lo avesse
saputo dalla baronessa, o da uno di quei mezzi che forse aveva per
sapere tutto, la figura del barone non ne avrebbe dato il più piccolo
indizio.
— Buono! pensò Monte-Cristo, egli è già arrivato al punto di dover
tenere nascosto ciò che perde; un mese fa, egli se ne vantava.
Quindi alzando la voce.
— Oh! signora, disse il conte, il sig. Danglars conosce così bene la
borsa, che potrà sempre guadagnare là, ciò che perde in altra parte.
— Io vedo che voi dividete l’errore comune, disse la signora Danglars.
— E qual è questo errore? disse Monte-Cristo.
— È che il sig. Danglars speculi sui fondi, mentre non specula mai.
— Ah! sì, è vero, signora, mi ricordo che Debray mi ha detto... A
proposito, ma che cosa è dunque avvenuto di Debray? sono tre o quattro
giorni che non l’ho veduto.
— Io pure, disse la signora Danglars con una meravigliosa indifferenza.
Ma voi avete cominciata una frase che è rimasta interrotta.
— E quale?
— Il Sig. Debray vi ha detto... avete cominciato.
— Ah! è vero; il sig. Debray mi ha detto che eravate voi che facevate
sacrifici al demone dell’azzardo.
— Ho avuto questo gusto per qualche tempo, lo confesso, ma ora non l’ho
più.
— E voi avete torto, signora. Eh! mio Dio le vicende della fortuna sono
precarie; e se io fossi stato donna, e che la combinazione mi avesse
fatta moglie di un banchiere, qualunque fosse stata la confidenza
che avessi avuto nella prospera sorte di mio marito, avrei sempre
cominciato dall’assicurarmi uno stato indipendente, avessi dovuto anche
acquistare questa fortuna affidando i miei interessi in mani che non
gli fossero conosciute.
La sig.ª Danglars arrossì suo malgrado.
— Vedete, disse Monte-Cristo come se non si fosse accorto di niente, si
parla di un bel colpo che è stato fatto ieri sui boni di Napoli.
— Io non ne ho, disse con vivacità la baronessa, e non ne ho mai avuti;
ma in verità abbiamo parlato abbastanza di borsa fin qui, sig. conte;
noi sembriamo due agenti di cambio. Parliamo un poco di questi poveri
Villefort, così tormentati in questi momenti dalla fatalità.
— Che cosa dunque è loro accaduto? domandò Monte-Cristo colla più
perfetta semplicità.
— Ma, voi lo saprete, dopo aver perduto il sig. di Saint-Méran, tre o
quattro giorni dopo la sua partenza, hanno ora perduta la marchesa, tre
o quattro giorni dopo il suo arrivo.
— Ah! è vero, disse Monte-Cristo, l’ho sentito; ma come dice Claudio
ad Hamlet, è una legge di natura; i loro padri sono morti prima di
loro, ed essi li avevano pianti: essi moriranno prima dei loro figli, e
questi li piangeranno.
— Ma qui non sta il tutto.
— Come non è tutto?
— No; voi sapete che dovevano maritare la loro figlia...
— Al sig. Franz d’Épinay... È forse andato a monte il matrimonio?
— Ieri mattina, a quanto sembra Franz ha loro resa la parola.
— Ah! davvero?... E si sanno i motivi di questa rottura?
— No.
— Cosa mi annunziate! buon Dio! signora... Ed il sig. de Villefort come
sopporta queste disgrazie?
— Come sempre, con filosofia.
In questo momento Danglars ritornò solo.
— Ebbene! disse la baronessa, voi lasciate il sig. Cavalcanti con
vostra figlia?
— E madamigella d’Armilly, disse il banchiere, per chi la prendete
dunque?
Poi, voltandosi a Monte-Cristo:
— Che grazioso giovine, è vero sig. conte, che è il principe
Cavalcanti?.... soltanto, è egli veramente principe?
— Io non lo garantisco, disse Monte-Cristo. Mi fu presentato suo padre
come Marchese; egli sarebbe conte allora; ma io credo ch’egli stesso
non metta gran pretensione a questo titolo.
— Perchè? disse il banchiere. S’egli è principe ha torto di non
vantarsene. A ciascuno ciò che è di diritto. Io non amo che si rinneghi
la propria origine.
— Ah! voi siete un poco democratico, disse Monte-Cristo sorridendo.
— Ma vedete, disse la baronessa, a che cosa vi esponete; se per caso
venisse il sig. de Morcerf, troverebbe il sig. Cavalcanti in una
camera, ov’egli, fidanzato d’Eugenia, non ha mai avuto il permesso
d’entrare.
— Voi fate bene a dire se per caso, poichè, in verità, si vede tanto
raramente, che si potrebbe proprio dire che è stato il caso che l’ha
condotto.
— Ma infine, s’egli venisse e ritrovasse questo giovine vicino a vostra
figlia, egli potrebbe esser mal contento.
— Egli? oh mio Dio! voi v’ingannate; il sig. Alberto non ci fa l’onore
d’essere geloso della sua fidanzata; non l’ama abbastanza per venire a
questo. D’altronde che importa a me s’egli è o non è malcontento?
— Però al punto in cui noi siamo...
— Sì, al punto in cui noi siamo: volete voi sapere a che punto siamo? A
questo, che alla festa di sua madre egli ha ballato una sola volta con
mia figlia, ed il sig. Cavalcanti ha ballato con lei tre volte, senza
neppure che se ne sia accorto.
— Il sig. visconte Alberto de Morcerf, annunziò il cameriere.
La baronessa si alzò prestamente. Ella voleva passare nella stanza di
studio della figlia, quando Danglars la trattenne pel braccio.
— Lasciate, diss’egli.
Ella lo guardò meravigliata.
Monte-Cristo finse di non aver veduto tutto questo giuoco da scena.
Alberto entrò: era molto bello, e molto allegro. Egli salutò la
baronessa con familiarità, Monte-Cristo con affezione. Poi voltandosi
verso la baronessa: — Volete permettermi, sig.ª, le disse, di chiedervi
come sta madamigella Danglars?
— Benissimo, signore, rispose allegramente Danglars; in questo
momento prova della musica nel piccolo salotto in compagnia del sig.
Cavalcanti.
Alberto conservò la sua aria tranquilla ed indifferente: forse provava
internamente qualche poco di dispetto, ma sentiva lo sguardo di
Monte-Cristo fisso su lui: — Il sig. Cavalcanti ha una bellissima voce
di tenore, diss’egli, e madamigella Eugenia è un magnifico soprano,
senza calcolare che suona il pianoforte come un Thalberg. Questo
dev’essere un sorprendente concerto.
— Il fatto è, disse Danglars, che vanno perfettamente di accordo.
— Alberto parve non aver osservato questo equivoco di parole, così
grossolano, che la sig.ª Danglars ne arrossì.
— Io pure, continuò il giovine, son dilettante, per quanto almeno
dicono i miei maestri. Ebbene! cosa strana, non ho mai potuto ancora
accordare la mia voce con alcun’altra voce, e colle voci da soprano in
particolare, ancor meno che con tutte le altre.
Danglars fece un piccolo sorriso che significava: — Ma inquietati
dunque! — Così, diss’egli sperando di spingere le cose al punto che
desiderava, il principe e mia figlia ieri hanno formata l’ammirazione
generale. Ieri non eravate là, signor de Morcerf? — Qual principe?
domandò Alberto.
— Il principe Cavalcanti, riprese Danglars che si ostinava a voler dar
sempre questo titolo al giovine.
— Ah! perdono, disse Alberto, non sapeva che fosse principe. Ah! il
principe Cavalcanti ha cantato ieri con Eugenia? In verità ciò doveva
rapire in estasi, e mi spiace vivamente di non averli intesi. Ma non
ho potuto arrendermi al vostro invito, perchè sono stato sforzato di
accompagnare la signora de Morcerf dalla baronessa de Château-Renaud
madre, ove cantavano i tedeschi. — Poi dopo un breve silenzio, e come
se non si fosse parlato di niente:
— Mi sarà permesso, disse Morcerf, di presentare i miei omaggi a
madamigella Danglars?
— Oh! aspettate, ve ne supplico, disse il banchiere fermando il
giovine; sentite la deliziosa cavatina? Ta, ta, ta, ti, ta, ti, ta,
ta; trasporta! sta per finire... un solo secondo. Perfettamente! bravo!
bravo! — Ed il banchiere si mise ad applaudire con frenesia.
— In fatto, disse Alberto, è squisita. È impossibile di capir meglio
la musica del proprio paese quanto il principe Cavalcanti; avete
detto principe, è vero? D’altra parte s’egli non è principe, si farà
fare, ciò è facile in Italia. Ma per ritornare ai nostri adorabili
cantanti, dovreste farci un piacere, sig. Danglars, senza dir loro che
vi sia un’estraneo, dovreste pregare madamigella Danglars ed il sig.
Cavalcanti di cominciare un altro _pezzo_. È una cosa tanto deliziosa
il godere la musica, in un poco di distanza, in una mezza luce,
senz’essere veduti, senza vedere, e per conseguenza senza incomodare
i cantanti, che per tal modo possono lasciarsi trasportare da tutto
l’istinto del proprio genio, e da tutto lo slancio del proprio cuore. —
Questa volta Danglars fu sconcertato dalla flemma del giovine, e prese
Monte-Cristo a parte.
— Ebbene! disse, che ve ne pare del nostro amoroso?
— Diavolo! mi sembra un poco freddo, è incontrastabile; ma che volete,
vi siete impegnato, riprese Monte-Cristo.
— Senza dubbio mi sono impegnato, ma a dare mia figlia ad un uomo che
l’ami, e non ad un uomo che non l’ama punto. Vedetelo là freddo come un
marmo, orgoglioso come suo padre; se fosse ricco ancora, se avesse la
fortuna dei Cavalcanti, vi si potrebbe passar sopra. In fede mia non ho
ancora consultata mia figlia, ma s’ella avesse buon gusto...
— Ah! disse Monte-Cristo, non so se è la mia amicizia per lui che mi
acceca, ma vi assicuro che il sig. de Morcerf è un grazioso giovine,
e che presto o tardi giungerà a qualche cosa; perchè finalmente la
posizione di suo padre è eccellente.
— Hum! fece Danglars. — Perchè questo dubbio?
— Vi è sempre il passato... questo passato oscuro.
— Ma il passato del padre non ha che veder coi figli... non vi montate
la testa; un mese fa trovavate essere eccellente cosa il fare questo
matrimonio... capirete, sono afflittissimo: fu in casa mia che voi
avete veduto questo giovine Cavalcanti, che io non conosco, ve lo
ripeto.
— Lo conosco io, disse Danglars, e basta così.
— Lo conoscete? avete dunque prese informazioni sul suo conto? domandò
Monte-Cristo.
— E v’è bisogno di ciò? a prima vista non si sa subito con chi si ha
che fare?... primieramente è ricco...
— Io non lo assicuro. — Voi però rispondete per lui?
— Di una miseria, di 50 mila fr.
— Egli ha un’educazione distinta.
— Hum! fece a sua volta Monte-Cristo. — Sa di musica.
— Tutti gl’Italiani ne sanno. — Vedete, conte, siete ingiusto.
— Ebbene! sì, lo confesso, vedo con pena, conoscendo i vostri impegni
coi Morcerf, che venga in tal modo a gettarsi di traverso, ed abusare
della sua fortuna.
Danglars si mise a ridere. — Oh! come siete puritano! diss’egli: ma ciò
accade tutti i giorni nel mondo.
— Voi però non potete romperla così, mio caro Danglars; i Morcerf
contano su questo matrimonio.
— Vi contano? — Positivamente.
— Allora che si spieghino: dovreste gettare due parole su questo
argomento al padre, caro conte, voi che siete tanto nelle buone grazie
della famiglia...
— Io? e dove diavolo avete veduto questo?
— Ma, al loro ballo, mi sembra. Come! la contessa, la orgogliosa
Mercedès, la sdegnosa catalana, che si degnò appena d’aprire la bocca
alle sue più antiche conoscenze, vi ha preso pel braccio, è uscita
con voi nel giardino, si è internata nei viali, e non è ricomparsa che
mezz’ora dopo.
— Ah! barone! c’impedite di sentire; disse Alberto, per un melomaniaco
come voi questa è una barbarie!
— Sta bene! sta bene! sig. motteggiatore, disse Danglars.
Indi volgendosi a Monte-Cristo: — V’incaricate di dir ciò al padre? —
Volentieri, se lo desiderate.
— Ma che questa volta si faccia in un modo esplicito e definitivo;
soprattutto ch’egli mi domandi mia figlia, che fissi un giorno, che
dichiari le condizioni pel danaro, finalmente che si stabilisca o che
si rompa; ma non più dilazioni.
— Ebbene! la rimostranza sarà fatta.
— Non vi dirò che lo aspetto con piacere, ma infine l’aspetto; un
banchiere, voi lo sapete, deve essere schiavo della sua parola. — E
Danglars mandò uno di quei sospiri che mandava Cavalcanti mezz’ora
prima.
— Bravo, bravo, gridò Morcerf, facendo parodia al banchiere; ed
applaudendo alla fine del pezzo.
Danglars cominciava già a guardare Alberto di traverso, quando gli
vennero a dire due parole all’orecchio.
— Ritorno, disse il banchiere a Monte-Cristo, aspettatemi, avrò
forse a dirvi due parole or ora, ed uscì. — La baronessa approfittò
dell’assenza di suo marito per aprire la porta della camera di studio
di sua figlia, e videsi il sig. Andrea alzarsi come una statua,
assiso davanti al pianoforte con madamigella Eugenia; Alberto salutò
sorridendo madamigella Danglars, che senza sembrare menomamente
turbata, gli rese il saluto colla consueta freddezza. Cavalcanti
parve evidentemente impacciato; salutò Morcerf, che gli rese il
saluto coll’aria più impertinente del mondo. Allora Alberto cominciò
a diffondersi in elogi sulla voce di madamigella Danglars, e sul
dispiacere che provava per non aver potuto assistere, per ciò che gli
era stato detto alla serata dal giorno innanzi.
Cavalcanti lasciato a sè stesso, prese a parte Monte-Cristo.
— Vediamo, disse la sig.ª Danglars. Bastano la musica ed i complimenti
come questi, volete prendere il thè?
— Vieni, Luigia, disse madamigella Danglars alla sua amica. — Passarono
nel salotto vicino ove effettivamente era preparato il thè. Al momento
in cui si cominciava, all’uso inglese, a lasciare i cucchiarini entro
le tazze, la porta si riaprì, ed entrò Danglars visibilmente agitato.
Monte-Cristo soprattutto osservò questa agitazione, ed interrogò il
banchiere coll’occhio. — Ebbene, disse Danglars, ricevo in questo
momento il mio corriere dalla Grecia.
— Ah! ah! e per questo siete stato chiamato? — Sì.
— Come sta il re Ottone? domandò Alberto col tuono più annoiato. —
Danglars lo guardò di traverso senza rispondergli, e Monte-Cristo si
voltò per nascondere il senso di pietà che era comparso sul suo viso,
ma che tosto disparve.
— Ce ne andremo insieme, n’è vero? disse Alberto al conte.
— Sì, se lo volete. — Alberto nulla poteva comprendere di ciò che
riguardava il banchiere; così volgendosi verso Monte-Cristo che aveva
perfettamente capito: — Avete veduto, diss’egli, come mi ha guardato?
— Sì, rispose il conte; ma trovate qualche cosa di particolare nel suo
sguardo?
— Lo credo bene; che vuol dire colle sue notizie di Grecia?
— E come volete che lo sappia io?
— Perchè, a quanto presumo, avete delle intelligenze in quel paese. —
Monte-Cristo sorrise, come si sorride sempre quando uno si vuol esimere
dal rispondere.
— Osservate, disse Alberto, eccolo che si avvicina a voi; vado a fare
i miei complimenti a madamigella Danglars sul suo cameo, così il padre
avrà il tempo di parlarvi.
— Se le fate dei complimenti, fateli almeno sulla sua voce, disse
Monte-Cristo.
— No, ciò è quello che fanno tutti.
— Mio caro Visconte, avete la fatuità dell’impertinenza.
Alberto si avanzò verso Eugenia col sorriso sulle labbra.
In questo frattempo Danglars si accostò all’orecchio del conte: — Voi
mi avete dato un eccellente consiglio, diss’egli. V’è una intera ed
orribile storia sopra queste due sole parole, Fernando e Giannina.
— Ah! bah! fece Monte-Cristo.
— Sì, vi racconterò tutto, ma conducete via il giovine; sarei troppo
impacciato di restare ora con lui.
— È ciò che faccio, egli mi accompagna. Ora è sempre necessario che vi
mandi il padre?
— Sì, più che mai. — Bene. — Il conte fece un segno ad Alberto.
Entrambi salutarono le signore ed uscirono: Alberto con un’aria
perfettamente indifferente pel disprezzo di madamigella Danglars;
Monte-Cristo rinnovando alla sig.ª Danglars il consiglio sulla
prudenza che deve avere la moglie di un banchiere di assicurarsi il suo
avvenire.
Cavalcanti rimase padrone del c ampo di battaglia.