LXXV. — I PROGRESSI DEL SIG. CAVALCANTI FIGLIO.

Frattanto il sig. Cavalcanti padre era partito per andare a riprendere

il suo servizio, non già nell’armata di Sua Maestà l’imperatore

d’Austria, ma alla rotina dei bagni di Lucca di cui egli era uno dei

più assidui cortigiani.

Non fa d’uopo il dire che egli aveva ritirato colla più scrupolosa

esattezza fino all’ultimo paolo della somma che gli era stata destinata

pel suo viaggio, e per la ricompensa delle maniere maestose e solenni

colle quali aveva rappresentata la parte di padre.

Il sig. Andrea aveva ereditato, a questa partenza, tutte le carte

che constatavano che egli aveva avuto l’onore di essere il figlio del

marchese Bartolommeo, e della marchesa Oliva Corsinari.

Egli era dunque presso a poco inscritto in questa società parigina,

tanto facile a ricevere gli stranieri ed a trattarli, non dietro quello

che sono, ma dietro le apparenze di ciò che vogliono comparire.

D’altronde che cosa si richiede da un giovine a Parigi? di parlare

presso a poco la sua lingua, di essere vestito convenientemente, di

essere un bel giuocatore, e di pagare in oro.

Non è mestieri di dirlo che si è meno esigenti per un forestiere, che

per un parigino.

Andrea dunque aveva preso in una quindicina di giorni una posizione

abbastanza buona; lo chiamavano sig. conte, si diceva che avesse

cinquantamila lire di rendita, e si parlava degli immensi tesori

sepolti da suo padre nei sotterranei di Seravezza.

Uno scienziato davanti al quale venivano menzionate queste ultime

circostanze come un fatto, dichiarò avere veduti i sotterranei di cui

si parlava, il che dette un gran peso alle asserzioni finora dubbie e

nello stato di fluttuazione, e che da quel momento presero l’aspetto

della consistenza reale.

Le cose erano a tal punto in questo circolo della società parigina

ove abbiamo introdotti i nostri lettori, allorchè Monte-Cristo venne

a fare visita alla signora Danglars. Il sig. Danglars era sortito, ma

fu proposto al conte d’introdurlo presso la baronessa che allora era

visibile, ed egli accettò.

Non era mai senza una specie di brivido nervoso che la signora Danglars

sentiva pronunziare il nome di Monte-Cristo dopo il pranzo d’Auteuil,

e gli avvenimenti che lo susseguirono. Se la presenza del conte non

seguiva il romore del suo nome, la sensazione dolorosa diveniva più

intensa; se al contrario il conte compariva, la sua figura aperta, i

suoi occhi brillanti, la sua amabilità, la sua stessa galanteria per

la signora Danglars, scacciavano ben presto fin l’ultima espressione

del timore; sembrava impossibile alla baronessa che un uomo così

grazioso all’esterno potesse nutrire contro essa dei malvagi disegni;

d’altronde, i cuori i più corrotti non possono credere al male, se non

che facendolo riposare sopra un qualunque interesse; il male inutile, e

senza causa ripugna come una anomalia.

Allorchè Monte-Cristo entrò nel gabinetto, ove noi abbiamo già una

volta introdotti i nostri lettori, ed ove la baronessa seguiva con

occhio molto inquieto alcuni disegni che le passava sua figlia, dopo

averli guardati col sig. Cavalcanti figlio, la sua presenza produsse

l’effetto ordinario, e fu sorridendo che, dopo essere stata qualche

poco sconvolta al suo nome, la baronessa ricevette il conte.

Questi dal canto suo abbracciò tutta la scena con un colpo d’occhio.

Vicino alla baronessa, e quasi stesa sopra una poltrona, stava gettata

Eugenia, e Cavalcanti in piedi.

Cavalcanti vestito di nero come un eroe di Goethe, scarpe verniciate, e

calze di seta bianca a giorno, passava una mano molto bianca, e molto

pulita, nei suoi capelli biondi, in mezzo dei quali scintillava un

diamante, che, malgrado i consigli di Monte-Cristo, il vanitoso giovine

non aveva potuto resistere al desiderio di passarsi al dito mignolo.

Questo movimento era accompagnato da sguardi assassini lanciati sopra

madamigella Danglars, e da sospiri inviati al medesimo indirizzo che

gli sguardi.

Madamigella Danglars era sempre la medesima, vale a dire bella, fredda,

e motteggiatrice. Non le sfuggiva un solo dei sospiri, un solo degli

sguardi d’Andrea; si sarebbe detto ch’essi strisciavano sulla corazza

di Minerva; corazza che alcuni filosofi pretendono che qualche volta

ricuopra il petto di Safo.

Eugenia salutò freddamente il conte, e approfittò delle prime

preoccupazioni della conversazione per ritirarsi nella sua stanza da

studio, da dove ben tosto esalarono due voci scherzose e rumorose,

miste ai primi accordi di un piano, e fecero sapere a Monte-Cristo, che

madamigella Danglars preferiva alla sua ed a quella di Cavalcanti, la

società di madamigella Luigia d’Armilly sua maestra di canto.

Fu allora particolarmente che, parlando colla signora Danglars,

e sembrando assorbito nella conversazione, il conte rimarcò la

sollecitudine del sig. Andrea Cavalcanti, il suo modo di andare

ad ascoltare la musica alla porta che non osava sorpassare, e di

manifestare la sua ammirazione.

Ben presto rientrò il banchiere. Il suo primo sguardo fu per

Monte-Cristo, è vero, ma il secondo fu per Andrea.

In quanto a sua moglie, egli la salutò con quel modo che molti mariti

salutano le loro mogli.

— Queste signorine forse non vi hanno invitato a far musica assieme?

domandò Danglars ad Andrea.

— Ahimè! no, signore, rispose Andrea con un sospiro più rimarchevole

ancora degli altri.

Danglars si avanzò tosto alla porta di comunicazione e l’aprì.

Si videro allora le due giovinette assise sul medesimo seggio davanti

il medesimo piano. Esse suonavano ciascuna con una mano, esercizio al

quale si erano abituate per fantasia, e nel quale erano riuscite di una

valentia rimarchevole.

Madamigella d’Armilly, che allora si scorgeva, formava, con Eugenia,

mercè l’inquadratura della porta, uno di quei quadri vivi come se ne fa

spesso in Germania; era di una bellezza molto rimarchevole, o piuttosto

di una gentilezza squisita. Era una piccola donna sottile e bionda come

una fata, con due gran mazzi di ricci che cadevano sul suo collo, un

poco troppo lungo, a guisa di quello che il Perugino qualche volta dà

alle sue figure, e gli occhi velati dalla fatica. Si diceva che ella

avesse il petto debole, e che come Antonia, del _Violino di Cremona_,

sarebbe morta un giorno cantando.

Monte-Cristo introdusse uno sguardo rapido e curioso in quel gineceo;

era la prima volta che vedeva madamigella d’Armilly di cui aveva inteso

parlare tanto spesso in quella casa.

— Ebbene! domandò il banchiere a sua figlia, noi altri dunque siamo

esclusi?

Allora condusse il giovine nella piccola sala e, fosse caso o arte, la

porta fu respinta dietro Andrea in modo che, dal luogo ove erano seduti

Monte-Cristo e la baronessa, non si potesse vedere niente. Ma siccome

il banchiere aveva seguito Andrea, la signora Danglars non parve

rimarcare questa circostanza.

Poco dopo il conte intese la voce d’Andrea mettersi in accordo col

piano, accompagnando una canzone corsa.

Nel mentre che il conte ascoltava sorridendo questa canzone, che gli

faceva dimenticare Andrea per ricordarsi di Benedetto, la signora

Danglars vantava a Monte-Cristo la forza di animo di suo marito, che in

quella mattina ancora aveva perduto tre o quattrocento mila fr. in un

fallimento milanese.

E difatto, l’elogio era meritato; perchè, se il conte non lo avesse

saputo dalla baronessa, o da uno di quei mezzi che forse aveva per

sapere tutto, la figura del barone non ne avrebbe dato il più piccolo

indizio.

— Buono! pensò Monte-Cristo, egli è già arrivato al punto di dover

tenere nascosto ciò che perde; un mese fa, egli se ne vantava.

Quindi alzando la voce.

— Oh! signora, disse il conte, il sig. Danglars conosce così bene la

borsa, che potrà sempre guadagnare là, ciò che perde in altra parte.

— Io vedo che voi dividete l’errore comune, disse la signora Danglars.

— E qual è questo errore? disse Monte-Cristo.

— È che il sig. Danglars speculi sui fondi, mentre non specula mai.

— Ah! sì, è vero, signora, mi ricordo che Debray mi ha detto... A

proposito, ma che cosa è dunque avvenuto di Debray? sono tre o quattro

giorni che non l’ho veduto.

— Io pure, disse la signora Danglars con una meravigliosa indifferenza.

Ma voi avete cominciata una frase che è rimasta interrotta.

— E quale?

— Il Sig. Debray vi ha detto... avete cominciato.

— Ah! è vero; il sig. Debray mi ha detto che eravate voi che facevate

sacrifici al demone dell’azzardo.

— Ho avuto questo gusto per qualche tempo, lo confesso, ma ora non l’ho

più.

— E voi avete torto, signora. Eh! mio Dio le vicende della fortuna sono

precarie; e se io fossi stato donna, e che la combinazione mi avesse

fatta moglie di un banchiere, qualunque fosse stata la confidenza

che avessi avuto nella prospera sorte di mio marito, avrei sempre

cominciato dall’assicurarmi uno stato indipendente, avessi dovuto anche

acquistare questa fortuna affidando i miei interessi in mani che non

gli fossero conosciute.

La sig.ª Danglars arrossì suo malgrado.

— Vedete, disse Monte-Cristo come se non si fosse accorto di niente, si

parla di un bel colpo che è stato fatto ieri sui boni di Napoli.

— Io non ne ho, disse con vivacità la baronessa, e non ne ho mai avuti;

ma in verità abbiamo parlato abbastanza di borsa fin qui, sig. conte;

noi sembriamo due agenti di cambio. Parliamo un poco di questi poveri

Villefort, così tormentati in questi momenti dalla fatalità.

— Che cosa dunque è loro accaduto? domandò Monte-Cristo colla più

perfetta semplicità.

— Ma, voi lo saprete, dopo aver perduto il sig. di Saint-Méran, tre o

quattro giorni dopo la sua partenza, hanno ora perduta la marchesa, tre

o quattro giorni dopo il suo arrivo.

— Ah! è vero, disse Monte-Cristo, l’ho sentito; ma come dice Claudio

ad Hamlet, è una legge di natura; i loro padri sono morti prima di

loro, ed essi li avevano pianti: essi moriranno prima dei loro figli, e

questi li piangeranno.

— Ma qui non sta il tutto.

— Come non è tutto?

— No; voi sapete che dovevano maritare la loro figlia...

— Al sig. Franz d’Épinay... È forse andato a monte il matrimonio?

— Ieri mattina, a quanto sembra Franz ha loro resa la parola.

— Ah! davvero?... E si sanno i motivi di questa rottura?

— No.

— Cosa mi annunziate! buon Dio! signora... Ed il sig. de Villefort come

sopporta queste disgrazie?

— Come sempre, con filosofia.

In questo momento Danglars ritornò solo.

— Ebbene! disse la baronessa, voi lasciate il sig. Cavalcanti con

vostra figlia?

— E madamigella d’Armilly, disse il banchiere, per chi la prendete

dunque?

Poi, voltandosi a Monte-Cristo:

— Che grazioso giovine, è vero sig. conte, che è il principe

Cavalcanti?.... soltanto, è egli veramente principe?

— Io non lo garantisco, disse Monte-Cristo. Mi fu presentato suo padre

come Marchese; egli sarebbe conte allora; ma io credo ch’egli stesso

non metta gran pretensione a questo titolo.

— Perchè? disse il banchiere. S’egli è principe ha torto di non

vantarsene. A ciascuno ciò che è di diritto. Io non amo che si rinneghi

la propria origine.

— Ah! voi siete un poco democratico, disse Monte-Cristo sorridendo.

— Ma vedete, disse la baronessa, a che cosa vi esponete; se per caso

venisse il sig. de Morcerf, troverebbe il sig. Cavalcanti in una

camera, ov’egli, fidanzato d’Eugenia, non ha mai avuto il permesso

d’entrare.

— Voi fate bene a dire se per caso, poichè, in verità, si vede tanto

raramente, che si potrebbe proprio dire che è stato il caso che l’ha

condotto.

— Ma infine, s’egli venisse e ritrovasse questo giovine vicino a vostra

figlia, egli potrebbe esser mal contento.

— Egli? oh mio Dio! voi v’ingannate; il sig. Alberto non ci fa l’onore

d’essere geloso della sua fidanzata; non l’ama abbastanza per venire a

questo. D’altronde che importa a me s’egli è o non è malcontento?

— Però al punto in cui noi siamo...

— Sì, al punto in cui noi siamo: volete voi sapere a che punto siamo? A

questo, che alla festa di sua madre egli ha ballato una sola volta con

mia figlia, ed il sig. Cavalcanti ha ballato con lei tre volte, senza

neppure che se ne sia accorto.

— Il sig. visconte Alberto de Morcerf, annunziò il cameriere.

La baronessa si alzò prestamente. Ella voleva passare nella stanza di

studio della figlia, quando Danglars la trattenne pel braccio.

— Lasciate, diss’egli.

Ella lo guardò meravigliata.

Monte-Cristo finse di non aver veduto tutto questo giuoco da scena.

Alberto entrò: era molto bello, e molto allegro. Egli salutò la

baronessa con familiarità, Monte-Cristo con affezione. Poi voltandosi

verso la baronessa: — Volete permettermi, sig.ª, le disse, di chiedervi

come sta madamigella Danglars?

— Benissimo, signore, rispose allegramente Danglars; in questo

momento prova della musica nel piccolo salotto in compagnia del sig.

Cavalcanti.

Alberto conservò la sua aria tranquilla ed indifferente: forse provava

internamente qualche poco di dispetto, ma sentiva lo sguardo di

Monte-Cristo fisso su lui: — Il sig. Cavalcanti ha una bellissima voce

di tenore, diss’egli, e madamigella Eugenia è un magnifico soprano,

senza calcolare che suona il pianoforte come un Thalberg. Questo

dev’essere un sorprendente concerto.

— Il fatto è, disse Danglars, che vanno perfettamente di accordo.

— Alberto parve non aver osservato questo equivoco di parole, così

grossolano, che la sig.ª Danglars ne arrossì.

— Io pure, continuò il giovine, son dilettante, per quanto almeno

dicono i miei maestri. Ebbene! cosa strana, non ho mai potuto ancora

accordare la mia voce con alcun’altra voce, e colle voci da soprano in

particolare, ancor meno che con tutte le altre.

Danglars fece un piccolo sorriso che significava: — Ma inquietati

dunque! — Così, diss’egli sperando di spingere le cose al punto che

desiderava, il principe e mia figlia ieri hanno formata l’ammirazione

generale. Ieri non eravate là, signor de Morcerf? — Qual principe?

domandò Alberto.

— Il principe Cavalcanti, riprese Danglars che si ostinava a voler dar

sempre questo titolo al giovine.

— Ah! perdono, disse Alberto, non sapeva che fosse principe. Ah! il

principe Cavalcanti ha cantato ieri con Eugenia? In verità ciò doveva

rapire in estasi, e mi spiace vivamente di non averli intesi. Ma non

ho potuto arrendermi al vostro invito, perchè sono stato sforzato di

accompagnare la signora de Morcerf dalla baronessa de Château-Renaud

madre, ove cantavano i tedeschi. — Poi dopo un breve silenzio, e come

se non si fosse parlato di niente:

— Mi sarà permesso, disse Morcerf, di presentare i miei omaggi a

madamigella Danglars?

— Oh! aspettate, ve ne supplico, disse il banchiere fermando il

giovine; sentite la deliziosa cavatina? Ta, ta, ta, ti, ta, ti, ta,

ta; trasporta! sta per finire... un solo secondo. Perfettamente! bravo!

bravo! — Ed il banchiere si mise ad applaudire con frenesia.

— In fatto, disse Alberto, è squisita. È impossibile di capir meglio

la musica del proprio paese quanto il principe Cavalcanti; avete

detto principe, è vero? D’altra parte s’egli non è principe, si farà

fare, ciò è facile in Italia. Ma per ritornare ai nostri adorabili

cantanti, dovreste farci un piacere, sig. Danglars, senza dir loro che

vi sia un’estraneo, dovreste pregare madamigella Danglars ed il sig.

Cavalcanti di cominciare un altro _pezzo_. È una cosa tanto deliziosa

il godere la musica, in un poco di distanza, in una mezza luce,

senz’essere veduti, senza vedere, e per conseguenza senza incomodare

i cantanti, che per tal modo possono lasciarsi trasportare da tutto

l’istinto del proprio genio, e da tutto lo slancio del proprio cuore. —

Questa volta Danglars fu sconcertato dalla flemma del giovine, e prese

Monte-Cristo a parte.

— Ebbene! disse, che ve ne pare del nostro amoroso?

— Diavolo! mi sembra un poco freddo, è incontrastabile; ma che volete,

vi siete impegnato, riprese Monte-Cristo.

— Senza dubbio mi sono impegnato, ma a dare mia figlia ad un uomo che

l’ami, e non ad un uomo che non l’ama punto. Vedetelo là freddo come un

marmo, orgoglioso come suo padre; se fosse ricco ancora, se avesse la

fortuna dei Cavalcanti, vi si potrebbe passar sopra. In fede mia non ho

ancora consultata mia figlia, ma s’ella avesse buon gusto...

— Ah! disse Monte-Cristo, non so se è la mia amicizia per lui che mi

acceca, ma vi assicuro che il sig. de Morcerf è un grazioso giovine,

e che presto o tardi giungerà a qualche cosa; perchè finalmente la

posizione di suo padre è eccellente.

— Hum! fece Danglars. — Perchè questo dubbio?

— Vi è sempre il passato... questo passato oscuro.

— Ma il passato del padre non ha che veder coi figli... non vi montate

la testa; un mese fa trovavate essere eccellente cosa il fare questo

matrimonio... capirete, sono afflittissimo: fu in casa mia che voi

avete veduto questo giovine Cavalcanti, che io non conosco, ve lo

ripeto.

— Lo conosco io, disse Danglars, e basta così.

— Lo conoscete? avete dunque prese informazioni sul suo conto? domandò

Monte-Cristo.

— E v’è bisogno di ciò? a prima vista non si sa subito con chi si ha

che fare?... primieramente è ricco...

— Io non lo assicuro. — Voi però rispondete per lui?

— Di una miseria, di 50 mila fr.

— Egli ha un’educazione distinta.

— Hum! fece a sua volta Monte-Cristo. — Sa di musica.

— Tutti gl’Italiani ne sanno. — Vedete, conte, siete ingiusto.

— Ebbene! sì, lo confesso, vedo con pena, conoscendo i vostri impegni

coi Morcerf, che venga in tal modo a gettarsi di traverso, ed abusare

della sua fortuna.

Danglars si mise a ridere. — Oh! come siete puritano! diss’egli: ma ciò

accade tutti i giorni nel mondo.

— Voi però non potete romperla così, mio caro Danglars; i Morcerf

contano su questo matrimonio.

— Vi contano? — Positivamente.

— Allora che si spieghino: dovreste gettare due parole su questo

argomento al padre, caro conte, voi che siete tanto nelle buone grazie

della famiglia...

— Io? e dove diavolo avete veduto questo?

— Ma, al loro ballo, mi sembra. Come! la contessa, la orgogliosa

Mercedès, la sdegnosa catalana, che si degnò appena d’aprire la bocca

alle sue più antiche conoscenze, vi ha preso pel braccio, è uscita

con voi nel giardino, si è internata nei viali, e non è ricomparsa che

mezz’ora dopo.

— Ah! barone! c’impedite di sentire; disse Alberto, per un melomaniaco

come voi questa è una barbarie!

— Sta bene! sta bene! sig. motteggiatore, disse Danglars.

Indi volgendosi a Monte-Cristo: — V’incaricate di dir ciò al padre? —

Volentieri, se lo desiderate.

— Ma che questa volta si faccia in un modo esplicito e definitivo;

soprattutto ch’egli mi domandi mia figlia, che fissi un giorno, che

dichiari le condizioni pel danaro, finalmente che si stabilisca o che

si rompa; ma non più dilazioni.

— Ebbene! la rimostranza sarà fatta.

— Non vi dirò che lo aspetto con piacere, ma infine l’aspetto; un

banchiere, voi lo sapete, deve essere schiavo della sua parola. — E

Danglars mandò uno di quei sospiri che mandava Cavalcanti mezz’ora

prima.

— Bravo, bravo, gridò Morcerf, facendo parodia al banchiere; ed

applaudendo alla fine del pezzo.

Danglars cominciava già a guardare Alberto di traverso, quando gli

vennero a dire due parole all’orecchio.

— Ritorno, disse il banchiere a Monte-Cristo, aspettatemi, avrò

forse a dirvi due parole or ora, ed uscì. — La baronessa approfittò

dell’assenza di suo marito per aprire la porta della camera di studio

di sua figlia, e videsi il sig. Andrea alzarsi come una statua,

assiso davanti al pianoforte con madamigella Eugenia; Alberto salutò

sorridendo madamigella Danglars, che senza sembrare menomamente

turbata, gli rese il saluto colla consueta freddezza. Cavalcanti

parve evidentemente impacciato; salutò Morcerf, che gli rese il

saluto coll’aria più impertinente del mondo. Allora Alberto cominciò

a diffondersi in elogi sulla voce di madamigella Danglars, e sul

dispiacere che provava per non aver potuto assistere, per ciò che gli

era stato detto alla serata dal giorno innanzi.

Cavalcanti lasciato a sè stesso, prese a parte Monte-Cristo.

— Vediamo, disse la sig.ª Danglars. Bastano la musica ed i complimenti

come questi, volete prendere il thè?

— Vieni, Luigia, disse madamigella Danglars alla sua amica. — Passarono

nel salotto vicino ove effettivamente era preparato il thè. Al momento

in cui si cominciava, all’uso inglese, a lasciare i cucchiarini entro

le tazze, la porta si riaprì, ed entrò Danglars visibilmente agitato.

Monte-Cristo soprattutto osservò questa agitazione, ed interrogò il

banchiere coll’occhio. — Ebbene, disse Danglars, ricevo in questo

momento il mio corriere dalla Grecia.

— Ah! ah! e per questo siete stato chiamato? — Sì.

— Come sta il re Ottone? domandò Alberto col tuono più annoiato. —

Danglars lo guardò di traverso senza rispondergli, e Monte-Cristo si

voltò per nascondere il senso di pietà che era comparso sul suo viso,

ma che tosto disparve.

— Ce ne andremo insieme, n’è vero? disse Alberto al conte.

— Sì, se lo volete. — Alberto nulla poteva comprendere di ciò che

riguardava il banchiere; così volgendosi verso Monte-Cristo che aveva

perfettamente capito: — Avete veduto, diss’egli, come mi ha guardato?

— Sì, rispose il conte; ma trovate qualche cosa di particolare nel suo

sguardo?

— Lo credo bene; che vuol dire colle sue notizie di Grecia?

— E come volete che lo sappia io?

— Perchè, a quanto presumo, avete delle intelligenze in quel paese. —

Monte-Cristo sorrise, come si sorride sempre quando uno si vuol esimere

dal rispondere.

— Osservate, disse Alberto, eccolo che si avvicina a voi; vado a fare

i miei complimenti a madamigella Danglars sul suo cameo, così il padre

avrà il tempo di parlarvi.

— Se le fate dei complimenti, fateli almeno sulla sua voce, disse

Monte-Cristo.

— No, ciò è quello che fanno tutti.

— Mio caro Visconte, avete la fatuità dell’impertinenza.

Alberto si avanzò verso Eugenia col sorriso sulle labbra.

In questo frattempo Danglars si accostò all’orecchio del conte: — Voi

mi avete dato un eccellente consiglio, diss’egli. V’è una intera ed

orribile storia sopra queste due sole parole, Fernando e Giannina.

— Ah! bah! fece Monte-Cristo.

— Sì, vi racconterò tutto, ma conducete via il giovine; sarei troppo

impacciato di restare ora con lui.

— È ciò che faccio, egli mi accompagna. Ora è sempre necessario che vi

mandi il padre?

— Sì, più che mai. — Bene. — Il conte fece un segno ad Alberto.

Entrambi salutarono le signore ed uscirono: Alberto con un’aria

perfettamente indifferente pel disprezzo di madamigella Danglars;

Monte-Cristo rinnovando alla sig.ª Danglars il consiglio sulla

prudenza che deve avere la moglie di un banchiere di assicurarsi il suo

avvenire.

Cavalcanti rimase padrone del c ampo di battaglia.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 93 / 140 题