Appena i cavalli del conte ebbero voltato l’angolo del baluardo,
Alberto si voltò verso di lui scoppiando in una risata troppo rumorosa
per non far scorgere che era sforzata.
— Ebbene! gli diss’egli, vi domanderò, come il re Carlo IX domandava
a Caterina de’ Medici dopo _la Saint-Barthelemy_, come ritrovate che
abbia rappresentata la mia piccola parte? — A che proposito? domandò
Monte-Cristo.
— A proposito della installazione del mio rivale in casa del sig.
Danglars... — Qual rivale?
— Per bacco! il vostro protetto, il sig. Cavalcanti!
— Non diciamo cattivi scherzi, non proteggo affatto il sig. Andrea,
almeno presso il sig. Danglars.
— Mi farei forse un rimprovero, se il giovine avesse bisogno di
protezione. Ma, fortunatamente per me, può farne senza. — Come! e
credete ch’egli faccia la sua corte?
— Me ne garantisco; fa delle girate d’occhi da sospirante, e modula
delle note da innamorato; aspira alla mano della superba Eugenia.
— Che v’importa, se non si pensa che a voi!
— Non dite questo, mio caro conte, mi si scava il terreno sotto da due
lati. — Come da due lati?
— Senza dubbio: madamigella Eugenia mi ha risposto appena, e
madamigella d’Armilly sua confidente non mi ha risposto affatto. — Sì,
ma il padre vi adora, disse Monte-Cristo.
— Egli? al contrario, mi ha piantato mille pugnali nel cuore, pugnali
però colla lama che rientra nel manico, pugnali da tragedia, ma ch’egli
crede reali.
— La gelosia indica l’affezione. — Sì, ma non son geloso.
— Egli lo è. — Di chi? di Debray?
— No, di voi.
— Di me? ci scommetto che prima di otto giorni mi ha chiusa la porta
sul naso. — V’ingannate, caro visconte.
— Una prova.
— La volete? — Sì.
— Sono incaricato di pregare il conte de Morcerf di fare una domanda
definitiva al barone.
— Da chi? — Dallo stesso barone.
— Oh! disse Alberto con tutta la baloccaggine di cui era capace, nol
farete, è vero caro conte?
— V’ingannate, Alberto, lo farò poichè l’ho promesso.
— Allora, disse Alberto con un sospiro, pare che vi stia molto a cuore
ch’io prenda moglie.
— Ho a cuore di stare in armonia con tutti. Ma a proposito di Debray,
non lo vedo più dalla baronessa.
— C’è del torbido. — Colla signora?
— No, col signore.
— Si è accorto di qualche cosa?
— Ah! il bello scherzo!
— Credete che lo sospettasse? disse Monte-Cristo con una graziosa
ingenuità.
— Ma che! di dove venite dunque, caro conte?
— Dal Congo, se volete.
— Non è ancora abbastanza lontano.
— Conosco forse i vostri mariti parigini?
— Eh! i mariti sono uguali ovunque. Dal momento che in un qualunque
paese avete studiato un individuo, avete conosciuta la razza.
— Ma allora che cosa ha potuto intorbidare Debray con Danglars?
sembravano intendersi così bene! disse Monte-Cristo con un rinnovamento
d’ingenuità.
— Ah! ecco! rientriamo nei misteri d’Iside, ed io non ne sono iniziato.
Quando il sig. Cavalcanti sarà della famiglia, potrete domandarlo a
lui.
La carrozza si fermò:
— Eccoci arrivati, disse Monte-Cristo, non sono che le dieci e mezzo,
salite dunque. — Ben volentieri.
— La mia carrozza vi riaccompagnerà.
— No, grazie, il mio _coupé_ deve averci seguiti.
— Infatto eccolo, disse Monte-Cristo, saltando a terra.
Tutti e due s’introdussero in casa. Il salotto era illuminato, essi vi
rientrarono.
— Ci farete fare il thè, Battistino, disse Monte-Cristo.
Battistino uscì senza fiatare; due secondi dopo ricomparve con una
sottocoppa compiutamente servita, e che come le colazioni nelle
commedie di fate, sembrava uscir di sotto terra.
— In verità, disse Morcerf, ciò che ammiro in voi, non è la vostra
ricchezza, vi son forse persone più ricche di voi; non è il vostro
spirito, Beaumarchais ne aveva di più, se non ne aveva altrettanto, è
il vostro modo di essere servito; senza che vi sia risposta una parola,
al minuto, al secondo, come se s’indovinasse dal modo con cui suonate
quello che desiderate, e come se tutto ciò che desiderate avere, sia
già pronto.
— Ciò che dite è in parte vero. Si sanno le mie abitudini; per esempio,
state a vedere, non desiderate voi di fare qualche cosa mentre bevete
il thè?
— Per bacco! desidero fumare.
Monte-Cristo si avvicinò al campanello e battè un colpo. In capo ad un
secondo si aprì una porta riservata, e comparve Alì con due pipe turche
ripiene di eccellente latakiè.
— È maraviglioso, disse Morcerf.
— Ma no, è cosa semplicissima, riprese Monte-Cristo; Alì sa, che
prendendo il thè o il caffè, ordinariamente io fumo; sa che ho
domandato il thè, sa che sono rientrato con voi, sente chiamarsi, e
non dubita del perchè; e siccome egli è di un paese in cui l’ospitalità
si esercita particolarmente con la pipa, invece di una _chibouque_, ne
porta due.
— Questa certamente è una spiegazione come un’altra; non è però men
vero che non siete che voi... oh! ma che cosa è ciò che sento? — E
Morcerf s’inclinò verso la porta dalla quale effettivamente emanavano
dei suoni come quelli di una chitarra. — Davvero, caro visconte,
siete destinato a sentire della musica; non fuggite il pianoforte di
madamigella Danglars, se non per cadere nella _guzla_ di Haydée.
— Haydée! che nome adorabile! vi son dunque delle donne che veramente
si chiamano Haydée, oltre quelle che sono nominate nei poemi di Lord
Byron?
— Certamente; Haydée è un nome molto raro in Francia, ma molto comune
in Albania e nell’Epiro; è come se voi diceste per esempio Castità,
Pudore, Innocenza; è una specie di nome di battesimo, come dicono i
cristiani.
— Oh! quanto è grazioso! disse Alberto, quanto vedrei volentieri le
nostre francesi chiamarsi madamigella Bontà, madamigella Silenzio,
madamigella Carità cristiana! dite adunque, se madamigella Danglars
invece di chiamarsi Chiara-Maria-Eugenia, come la chiamano, si
chiamasse madamigella Castità-Pudore-Innocenza Danglars, che effetto
farebbe nelle pubblicazioni matrimoniali.
— Pazzo! disse il conte, non scherzate così ad alta voce, Haydée
potrebbe sentirvi. — Ed ella se ne inquieterebbe?
— No, disse il conte con la sua aria sostenuta.
— È buona? domandò Alberto. — Non è bontà, è dovere: una schiava non
deve inquietarsi contro del padrone.
— Andiamo, via! ora non scherzate voi stesso. Forse che vi sono ancora
degli schiavi?
— Senza dubbio, poichè Haydée è mia schiava.
— Infatto voi non fate niente, e non avete niente come gli altri.
Schiava del sig. conte di Monte-Cristo! è una posizione in Francia.
Al modo con cui voi rimescolate l’oro, è un impiego che deve costare
almeno centomila scudi l’anno.
— Centomila scudi! la povera giovinetta ne ha posseduti ben altri
che questi; ella è venuta al mondo, ed ha dormito sopra tesori tali,
che quelli delle _Mille e una notte_ sono ben poca cosa. — È dunque
veramente una principessa?
— Lo avete detto, ed anche una delle più grandi del suo paese. — Io non
ne dubitava. Ma in che modo una gran principessa è divenuta schiava? —
Come Dionigi il tiranno diventò maestro di scuola? la eventualità della
guerra, caro visconte, e il capriccio della fortuna. — Ed il suo nome
è un segreto? — Per tutti, sì; ma non per voi, siete dei miei amici e
tacerete, non è vero, se promettete di tacere?
— Oh! parola d’onore!
— Conoscete la storia del pascià di Giannina?
— Di Alì-Tebelen? senza dubbio, poichè al suo servizio mio padre ha
fatto fortuna. — È vero, lo aveva dimenticato.
— Ebbene! che cosa è Haydée ad Alì-Tebelen?
— Semplicemente sua figlia.
— Come? la figlia di Alì pascià!...
— E della bella Vasiliki. — Ed è vostra schiava?
— Oh! mio Dio, sì. — In che modo?
— Diavolo! un giorno sono passato sul mercato di Costantinopoli, e l’ho
comprata.
— È cosa splendida! con voi, mio caro conte, non si vive, ma si
sogna. Ora ascoltate, forse sarò troppo indiscreto per quanto sono a
domandarvi. — Dite pure.
— Ma poichè voi uscite con essa, poichè la conducete all’_Opera_...
posso bene arrischiare di domandarvelo.
— Potete arrischiare di domandarmi tutto quel che volete.
— Ebbene, caro conte, presentatemi alla vostra principessa.
— Volentieri; ma a due condizioni. — Le accetto da ora.
— La prima si è che non confiderete mai ad alcuno questa presentazione.
— Benissimo! Morcerf stese la mano, lo giuro.
— La seconda che non le direte che vostro padre ha servito il suo. — Lo
giuro anche questo.
— A meraviglia, vi sapeva un uomo d’onore.
Il conte battè di nuovo sul campanello; Alì ricomparve.
— Prevenite Haydée, gli diss’egli, che vado a prendere il caffè da
lei, e fatele comprendere, che le domando il permesso di presentarle
uno dei miei amici. — Alì s’inchinò, ed uscì. — In tal modo, è
convenuto, nessuna interrogazione diretta, caro visconte; se desiderate
sapere qualche cosa domandatelo a me, che lo domanderò a lei. — Siam
convenuti.
Alì ricomparve per la terza volta, e tenne la portiera sollevata per
indicare al padrone e ad Alberto che potevano passare. — Entriamo,
disse Monte-Cristo.
Alberto passò una mano nei capelli, si arricciò i baffi; il conte
riprese il cappello, si mise i guanti, e lo precedè nell’appartamento
sorvegliato da Alì, come sentinella avanzata, e difeso dalle tre
cameriere francesi comandate da Myrthe, come una piazza. Haydée
aspettava nella prima camera, che era il salotto, con due grandi occhi
dilatati dalla sorpresa; perchè era la prima volta che un altro uomo,
oltre Monte-Cristo, giungeva fino a lei; ella era seduta sopra un sofà
in un angolo, colle gambe incrociate, e si era fatto per così dire
un nido delle stoffe di seta broccate e rigate più ricche d’Oriente.
Vicino ad essa giacea l’istrumento, il cui suono l’aveva denunziata; in
quella posizione era graziosissima. Scoprendo Monte-Cristo, si sollevò
con quel doppio sorriso di figlia e di amante che non apparteneva che a
lei sola; Monte-Cristo andò a lei, e le stese la mano.
Alberto era rimasto sulla porta, sotto l’impero di quella strana
beltà, che vedeva per la prima volta, e di cui non si poteva far
un’idea in Francia. — Chi conduci tu, domandò in greco la giovanetta
a Monte-Cristo; un fratello, un amico, una semplice conoscenza, od un
nemico?
— Un amico, disse Monte-Cristo nella stessa lingua.
— Il suo nome? — Il conte Alberto, quello stesso che in Roma liberai
dalle mani dei banditi. — In qual lingua vuoi che gli parli? —
Monte-Cristo si voltò ad Alberto:
— Sapete il greco moderno? domandò egli al giovine.
— Ahimè! disse Alberto, neppure il greco antico, giammai Omero e
Platone hanno avuto uno scolaro più tristo, e direi quasi, più sdegnoso
di me.
— Allora, disse Haydée, provando colla domanda stessa che faceva,
ch’ella aveva inteso l’interrogazione di Monte-Cristo e la risposta
d’Alberto, parlerò in francese, od in italiano, se tuttavolta il mio
signore vuole che io parli.
Monte-Cristo riflettè un momento. — Tu parlerai in italiano, diss’egli.
Poi voltandosi ad Alberto:
— Mi spiace che non intendiate il greco moderno, o il greco antico,
che Haydée parla ammirabilmente; la povera fanciulla sarà costretta di
parlarvi in italiano, cosa che forse vi darà una falsa idea di lei. —
Egli fece un segno ad Haydée.
— Sia il ben venuto l’amico che viene col mio signore, e mio padrone,
disse la giovane in eccellente toscano, e con quel dolce accento
romano, che fa la lingua di Dante tanto sonora, quanto quella d’Omero;
Alì, portate il caffè, e le pipe.
Ed Haydée fece un segno con la mano ad Alberto di avvicinarsi, mentre
che Alì si ritirava per eseguire gli ordini della giovane padrona.
Monte-Cristo mostrò ad Alberto due _pliant_, e ciascuno andò a prendere
il suo per avvicinarlo ad una specie di candelabro, di cui un paniere
formava il centro, sopraccaricato di fiori naturali, di disegni, di
album, e di musica. Alì rientrò, portando il caffè e le pipe; in quanto
a Battistino questa parte di appartamento gli era interdetta.
Alberto rifiutò la pipa che gli presentava il moro.
— Oh! prendete, prendete, disse Monte-Cristo; Haydée è quasi
incivilita, quanto una parigina: il fumo di Avana le riesce
disaggradevole, perchè non ama i cattivi odori; ma, lo sapete, il
tabacco di Oriente è un profumo. — Alì uscì.
Le tazze di caffè erano tutte preparate; era stata aggiunta soltanto
una zuccheriera per Alberto. Monte-Cristo ed Haydée bevevano il liquore
arabo alla maniera degli Arabi, vale a dire senza zucchero. Haydée
allungò la mano, prese colla punta delle dita rosee ed affilate la
tazza di porcellana del Giappone, e la portò alle labbra con l’ingenuo
piacere di un fanciullo che beve o mangia una cosa che gli piace.
Nello stesso tempo entrarono due donne, portando due sottocoppe piene
di gelati e di sorbetti, che depositarono sopra due piccole tavole
destinate a tal uopo. — Mio caro ospite, e voi, signora, disse Alberto
in italiano, scusate il mio stupore: sono del tutto stordito, ed è
molto naturale; ecco che mi ritrovo in Oriente, nel vero Oriente; non
disgraziatamente tal quale l’ho veduto, ma tal quale l’ho sognato, nel
seno di Parigi; poco fa sentiva roteare gli omnibus, e tentennare i
campanelli dei mercanti di limonata. Oh! signora, perchè mai non so
parlare il greco! la vostra conversazione, unita a tutto ciò che ne
circonda d’incantevole, mi comporrebbe una serata di cui mi ricorderei
sempre.
— Io parlo abbastanza bene l’italiano per discorrere con voi, signore,
disse tranquillamente Haydée, e se amate l’oriente, farò tutto il
possibile per farvelo ritrovare qui.
— Di che posso parlare? domandò a bassa voce Alberto a Monte-Cristo.
— Di tutto ciò che vorrete; del suo paese, della sua gioventù, delle
sue rimembranze, indi, se lo desiderate meglio, di Roma, di Napoli, o
di Firenze.
— Oh! disse Alberto, non sarebbe compenso l’avere innanzi a sè una
greca per parlarle di tutto ciò, di cui si parlerebbe ad una parigina;
lasciatemi parlarle dell’Oriente.
— Questa è la conversazione che le è più aggradevole.
Alberto si voltò verso Haydée: — In quale età la signora ha lasciata la
Grecia? domandò.
— Di cinque anni. — E vi ricordate della vostra patria?
— Quando chiudo gli occhi, rivedo tutto ciò che ho veduto. Vi sono due
sguardi: lo sguardo del corpo che può qualche volta dimenticarsi, e
quello dell’anima che non si dimentica mai.
— Qual è l’epoca più remota di cui possiate ricordarvi?
— Io camminava appena; mia madre, che si chiamava Vasiliki, e Vasiliki
vuol dire _reale_, aggiunse la giovinetta sollevando la testa,
mia madre mi prendeva per la mano, ed entrambe coperte da un velo,
dopo aver messo nel fondo della borsa tutto l’oro che possedevamo,
andavamo a domandare l’elemosina pei prigionieri dicendo: «Colui che
dà ai poveri, presta all’Eterno.» Indi, quando la borsa era piena,
ritornavamo al palazzo, e senza dir niente a mio padre, mandavamo tutto
il danaro della questua, in cui ci avevano preso per povere donne, allo
elemosiniere del convento, che lo divideva fra i prigionieri.
— Ed allora quant’anni avevate? — Tre anni, disse Haydée.
— Vi ricorderete dunque di tutto ciò che accadde intorno a voi dall’età
di tre anni? — Di tutto.
— Conte, disse sottovoce Morcerf a Monte-Cristo, dovreste permettere
alla signora di raccontarci qualche cosa della sua storia; mi avete
proibito di parlarle di mio padre, ma forse me ne parlerà ella stessa;
oh! quanto sarei felice di sentire il nostro nome uscir da una bocca
così bella.
Monte-Cristo si voltò ad Haydée, e con un segno di sopracciglio,
col quale le indicava di accordare la più grande attenzione alla
raccomandazione che stava per farle, le disse in greco:
— Raccontaci la sorte di tuo padre, ma guardati dal nominare nè il
traditore nè il tradimento.
Haydée mandò un lungo sospiro, ed una tetra nube passò su quella fronte
sì pura.
— Che le avete detto? domandò sottovoce Morcerf.
— Le ho ripetuto che siete un amico, e ch’ella non ha a nascondersi in
faccia vostra.
— Così, il vostro pietoso pellegrinaggio, disse Alberto, a pro dei
prigionieri è la prima rimembranza; e l’altra?
— L’altra? Io mi veggo sotto l’ombra dei sicomori vicina ad un lago:
scorgo ancora, a traverso il fogliame, lo specchio tremolante; contro
il più vecchio e fronzuto, mio padre era assiso sopra cuscini, ed
io, debole creatura, mentre che mia madre era stesa ai suoi piedi,
scherzava colla sua barba bianca, che gli discendeva sul petto, e col
_cangiar_ dalla impugnatura di diamanti, che gli pendeva dalla cintura;
indi di tempo in tempo venivano a lui degli Albanesi che gli dicevano
alcune parole cui non facevo attenzione, ed alle quali egli rispondeva
sempre collo stesso tuono di voce: Uccidete! o Fate grazia!
— È strano, disse Alberto, l’udire simili cose dalla bocca di una
giovanetta in tutt’altro luogo che sul teatro, ed il dover dire a
sè stesso: «Questa non è una finzione.» E, domandò egli, come con
un orizzonte così poetico, come con queste rimembranze meravigliose
ritrovate la Francia?
— Credo che sia un bel paese, disse Haydée, ma vedo la Francia tale
quale è, perchè la vedo con gli occhi di donna, mentre che, mi sembra,
al contrario, che non ho veduto il mio paese che con gli occhi di
fanciulla, e sempre avvolto da una nebbia tetra o luminosa, a seconda
che le mie rimembranze mi rappresentano la mia patria, o come un luogo
di dolcezze, o come un luogo di amari patimenti.
— Così giovane, signora, disse Alberto, cedendo suo malgrado alla forza
della leggerezza, in che modo avete potuto soffrire? — Haydée volse gli
occhi verso Monte-Cristo il quale con un segno impercettibile mormorò:
— _Eipè_ (racconta).
— Niente compone tanto il fondo dell’anima quanto le prime rimembranze,
e fatta astrazione delle due che vi ho dette, tutte le altre sono
tristissime.
— Parlate, signora, disse Alberto, vi giuro che vi ascolto con una
inesprimibile felicità.
Haydée sorrise tristamente: — Volete dunque che vi racconti gli altri
miei ricordi? diss’ella.
— Ve ne supplico, disse Alberto.
— Ebbene! aveva quattro anni quando una sera fui svegliata da mia
madre. Noi eravamo nel palazzo di Giannina; ella mi prese sui cuscini
sui quali riposava, ed aprendo gli occhi, vidi i suoi ripieni di grosse
lagrime.
«Ella mi trasportò fuori senza dir parola.
«Vedendola piangere stava per piangere io pure.
«— Silenzio, fanciulla! diss’ella. Spesso, ad onta delle consolazioni o
delle minacce materne, capricciosa, come tutti i fanciulli, continuavo
a piangere; ma quella volta v’era negli occhi della mia povera madre
una tale intonazione di terrore, che io mi tacqui nel medesimo punto.
«Ella mi trasportava rapidamente. Vidi allora che discendevamo una
larga scala; davanti a noi tutte le donne di mia madre, portando dei
bauli, dei sacchetti, degli oggetti di ornamento, dei gioielli, e delle
borse d’oro, discendevano, o piuttosto si precipitavano dalla medesima
scala.
«Dietro alle donne veniva una guardia di venti uomini, armati di lunghi
fucili e di pistole, e vestiti con quel costume che voi conoscete in
Francia dopo che la Grecia è ritornata una nazione. Eravi qualche cosa
di sinistro, questa lunga fila di schiavi e di donne mezzo appesantite
dal sonno, o almeno io mi figurava così, io, che forse credeva gli
altri addormiti, perchè era male svegliata.
«Per le scale correvano ombre gigantesche, che le torce di frassino
facevano tremare contro le volte.
«— Facciam presto! disse una voce dal fondo della galleria. Questa voce
fece incurvare tutti, come il vento passando sulla pianura fa curvare
un campo di spighe.
«Essa mi fece rabbrividire... era la voce di mio padre.
«Egli camminava l’ultimo, rivestito delle sue splendide vesti, tenendo
in mano la carabina, regalatagli dal vostro imperatore; ed appoggiato
al suo fedele Selim ci spingeva avanti, come un pastore col suo gregge
sparso.
«Mio padre, era quell’uomo illustre che l’Europa ha conosciuto sotto il
nome d’Alì-Tebelen, pascià di Giannina, e davanti al quale la Turchia
ha tremato.
Alberto, senza sapere perchè, fremeva nel sentire queste parole
pronunciate con un accento indefinibile di fermezza e di dignità; gli
sembrò che qualche cosa di tetro e spaventoso tralucesse dagli occhi
della giovanetta quando, simile ad una pitonessa che evoca uno spettro,
risvegliò la memoria di quella insanguinata figura, che la sua morte
fece comparire gigantesca agli occhi dell’Europa contemporanea.
— Ben presto, continuò Haydée, la marcia si fermò, noi eravamo a piè
della scala, e sulla riva del lago. Mia madre mi premeva contro il suo
petto anelante, ed io vidi, a due passi dietro a noi, mio padre che
girava da ogni lato lo sguardo inquieto. Davanti a noi rimanevano ancor
quattro scalini, ed al termine del quarto ondulava una barca.
«Dal luogo ove eravamo si vedeva innalzarsi nel mezzo del lago una
massa nera; era il chiosco (_padiglione sui terrazzi dei giardini
turchi_) al quale ci portavamo; e che mi sembrava ad una distanza
considerevole, forse a cagione della oscurità: discendemmo nella barca,
mi sovvengo che i remi non facevano alcun rumore toccando l’acqua: mi
chinai per guardarli, eran fasciati colle cinture dei nostri Palicari.
«Nella barca, oltre i rematori, non v’eran che le donne, mio padre,
mia madre, Selim, ed io. I Palicari erano rimasti sulla riva del lago,
pronti a sostenere la ritirata, inginocchiati sull’ultimo gradino,
facendosi riparo degli altri tre, nel caso che fossero stati attaccati.
«La nostra barca andava come il vento.
«— Perchè la barca va così forte? domandai a mia madre.
«— Zitta, figlia mia, diss’ella, perchè noi fuggiamo.
«Non capii perchè mio padre fuggiva, egli, che poteva tutto, egli
davanti al quale d’ordinario fuggivano gli altri, egli che aveva presa
per divisa:
«ESSI MI ODIANO,
DUNQUE MI TEMONO!
«In fatto era una fuga che mio padre operava sul lago. Mi fu detto
dipoi che la guarnigione del castello di Giannina, stanca dal lungo
servizio...»
Qui Haydée fermò lo sguardo espressivo su Monte-Cristo, il cui occhio
non aveva più lasciati i suoi. La giovanetta continuò dunque lentamente
come fa chi inventa e chi sopprime.
— Voi dicevate, signora, riprese Alberto che accordava la più grande
attenzione a questo racconto, che la guarnigione di Giannina, stanca
dal lungo servizio...
— Aveva trattato col seraschiere Kourchid inviato dal Sultano per
impadronirsi di mio padre, il quale prese allora la risoluzione di
ritirarsi, dopo aver spedito al sultano un ufficiale franco, nel quale
aveva tutta la confidenza, nell’asilo ch’egli stesso si era preparato
da lungo tempo, e che chiamava _kataphygion_ vale a dire rifugio.
— Di quest’ufficiale, domandò Alberto, ricordate il nome?
Monte-Cristo scambiò colla giovanetta uno sguardo rapido come un
baleno, che rimase inosservato a Morcerf.
— No, diss’ella, nol ricordo; ma forse più tardi me ne sovverrò, e lo
dirò. — Alberto stava per pronunciare il nome di suo padre, allorchè
Monte-Cristo alzò dolcemente il dito in segno di silenzio.
Il giovine si ricordò il giuramento, e tacque.
«Era verso questo chiosco che noi vogavamo.
«Un pianterreno ornato di arabeschi bagnava i suoi terrazzi nell’acqua,
ed un primo piano che guardava sul lago, ecco quanto il palazzo offriva
di visibile agli occhi.
«Ma al disotto del pianterreno, prolungandosi nell’isola stava un
sotterraneo, vasta caverna ove fummo condotti, mia madre, io, e le
nostre donne, ed ove giacevano formando un sol monticello, 60 mila
borse, e 200 barili. In queste borse v’erano 25 milioni in oro, e nei
barili 30 mila libbre di polvere. Vicino a questi ultimi stava Selim,
quel favorito di mio padre, di cui vi ho parlato; egli vegliava giorno
e notte, colla lancia alla mano, nell’estremità della quale ardeva una
miccia accesa: aveva l’ordine di far saltare chiosco, guardie, pascià,
donne e oro, al primo segnale di mio padre; mi ricordo che i nostri
schiavi conoscendo questo terribile vicino, passavano il giorno e la
notte a piangere, pregare e gemere. Non vi saprei dire quanti giorni
siam rimasti così. A quell’ora ignorava ancora che cosa fosse il tempo.
Qualche volta, ma raramente, mio padre faceva chiamar me e mia madre
sulla terrazza del palazzo; eran per me le mie ore di festa, poichè nel
sotterraneo non vedeva che ombre gementi, e la lancia ardente di Selim.
«Mio padre, seduto davanti ad una grande apertura, fissava un tetro
sguardo sulla profondità dell’orizzonte, interrogando ciascun punto
nero che compariva sul lago, mentre che mia madre, semi-stesa vicina
a lui, gli appoggiava la testa sulla spalla, ed io scherzavo ai suoi
piedi ammirando, con quella meraviglia dell’infanzia che ingrandisce
sempre gli oggetti, il pendio del Pinto che s’ergeva sull’orizzonte,
i castelli di Giannina che uscivan bianchi ed angolati dalle acque blu
del lago, i tuffi immensi di verdura oscura attaccati come licheni alle
rocce della montagna, che di lontano sembravano musco, e da vicino son
giganteschi abeti e mirti immensi. Una mattina mio padre ci mandò a
cercare; mia madre avea pianto tutta la notte; noi lo trovammo assai
tranquillo, ma più pallido che d’ordinario.
«— Abbi pazienza, Vasiliki, diss’egli. Oggi tutto sarà finito, oggi
giunge il firmato del Sultano, e la mia sorte sarà risoluta. Se la
grazia è intera, ritorneremo trionfanti a Giannina; se le notizie son
cattive, fuggiremo questa notte.
«— Ma se non ci lasciano fuggire? disse mia madre.
«— Oh! sii tranquilla, rispose Alì sorridendo; Selim e la sua lancia
accesa mi rispondono di loro. Essi vorrebbero che io morissi, ma non a
condizione di morire meco.
«Mia madre rispondeva con sospiri a queste consolazioni che non
partivano dal cuor di mio padre.
«Ella gli preparò l’acqua ghiacciata che mio padre beveva ogni momento,
poichè dopo la sua ritirata nel chiosco era arso da una febbre ardente;
gli profumò la bianca barba, e gli accese la pipa, di cui qualche
volta, per ore intere, seguiva distrattamente con gli occhi il fumo che
volteggiava nell’aria. D’improvviso egli fece un movimento sì rapido
ch’io n’ebbi gran paura: indi senza staccare gli occhi dal punto che
fissava la sua attenzione, domandò il cannocchiale. Mia madre glielo
passò, più bianca della statua contro cui si appoggiò. Vidi la mano di
mio padre tremare.
«— Una barca!... due, tre!... mormorò mio padre; quattro!... — E si
alzò brandendo le armi, e versando, me ne sovvengo, della polvere nel
bacinetto delle pistole:
«— Vasiliki, diss’egli a mia madre con un visibile fremito, fra
mezz’ora sapremo la risposta del sublime imperatore; ritirati nel
sotterraneo con Haydée.
«— Io non voglio lasciarvi, disse Vasiliki, se voi morrete, mio
padrone, voglio morire con voi.
«— Andate presso Selim! gridò mio padre.
«— Addio, signore! mormorò mia madre obbediente, pieghevole come
all’avvicinarsi della morte.
«— Traete con voi Vasiliki! disse mio padre ai suoi Palicari. — Ma io
che veniva dimenticata, corsi a lui, stendendo le mie mani dalla sua
parte; egli mi vide, ed inchinandosi verso me, mi premè la fronte con
le sue labbra.
«Oh! quel bacio, quello fu l’ultimo, ed esso è sempre qua, sulla mia
fronte. Nel discendere distinguemmo, a traverso le inferriate della
terrazza, le barche che ingrandivano sul lago, e che, simili non molto
prima a punti neri, sembravano già uccelli, radenti la superficie delle
acque. In questo mentre, nel chiosco, venti Palicari, seduti a piè
di mio padre e nascosti dai cespugli, spiavano con occhi sanguinosi
l’arrivo di questi battelli, e tenevano pronti i loro lunghi fucili
incrostati d’avorio e di argento: cartucce in gran numero erano sparse
sul terreno. Mio padre guardava l’orologio, e passeggiava con angoscia.
Ecco ciò che mi colpì quando lasciai mio padre dopo l’ultimo bacio che
ricevetti da lui. Mia madre ed io traversammo il sotterraneo. Selim
era sempre al suo posto; egli ci sorrise con tristezza. Noi andammo a
cercar dei cuscini dall’altra parte della caverna, e venimmo a sedere
vicino a Selim: nei grandi pericoli si cercano i cuori affezionati, e
sebbene fossi fanciulla, sentiva per istinto che una gran disgrazia si
aggravava sul nostro capo.
«Erano le quattro della sera, ma benchè il giorno fosse chiaro e
lucente al di fuori, noi eravamo immersi nell’oscurità del sotterraneo.
Una sola luce brillava nella caverna, a guisa di una tremante stella
sopra un nero cielo, e questa era la miccia di Selim. Mia madre era
cristiana, e pregava.
«Selim ripeteva a quando a quando queste sante parole:
«— Dio è grande! — mia madre però aveva ancora qualche speranza.
Nel discendere le era sembrato di riconoscere il Franco ch’era stato
inviato a Costantinopoli, e nel quale mio padre aveva riposta ogni
confidenza, perchè sapeva che i soldati del sultano francese sono
ordinariamente nobili e generosi. Ella si avanzò di qualche passo verso
la scala, ed ascoltò. Si avvicinano, diss’ella; purchè portino la pace
e la vita!
«— Che temi tu, Vasiliki? rispose Selim colla sua voce soave ad un
tempo e fiera. Se essi non portano la pace, darem loro la guerra; se
non portano la vita darem loro la morte. — E ravvivava la bragia della
lancia con un gesto che lo faceva assomigliare a Dionisio dell’antica
Creta. Ma io, che era così fanciulla e così ingenua, aveva paura di
questo coraggio che trovava feroce ed insensato, e mi atterriva di
quella morte spaventosa nell’aria e fra le fiamme. Mia madre provava le
stesse impressioni perchè la sentiva fremere.
«— Mio Dio! mio Dio! mamma, gridai, siam forse vicine a morire? — Ed
alla mia voce raddoppiarono i pianti e le preghiere degli schiavi.
«— Fanciulla, mi disse Vasiliki, Dio ti salvi dal dovere un giorno
desiderare questa morte che oggi ti spaventa. Indi a bassa voce:
«— Selim, diss’ella, qual è la consegna che tieni dal tuo padrone?
«— S’egli m’invia il suo pugnale è segno che il sultano rifiuta di
ritornarlo in grazia, ed io do fuoco; se m’invia il suo anello è segno
che il sultano gli perdona ed io libero la polveriera.
«— Amico, riprese mia madre, quando giungerà l’ordine del padrone, se
t’invia il pugnale invece di ucciderci entrambe con questa morte che ne
spaventa, ti stenderemo la gola, e tu ci ucciderai con quel pugnale.
«— Sì, Vasiliki, rispose tranquillamente Selim.
«D’improvviso sentimmo come grandi grida; eran grida di gioia; il nome
del Franco ch’era stato inviato a Costantinopoli echeggiava ripetuto
dai nostri Palicari; era evidente che riportava la risposta del sublime
imperatore, e che questa era favorevole.»
— E voi non vi ricordate il suo nome? disse Morcerf pronto ad aiutare
la memoria della narratrice.
Monte-Cristo fe’ un cenno.
— Non me ne ricordo, rispose Haydée.
«Il romore raddoppiava; rumoreggiavano passi più vicini; si discendeva
la scala del sotterraneo. Selim preparò la sua lancia. Ben presto
comparve un’ombra nell’incerto crepuscolo che formavano i raggi del
giorno penetrati fino nell’entrata del sotterraneo.
«— Chi sei tu? gridò Selim. Ma chiunque tu sia, non fare un passo di
più.
«— Gloria al sultano! disse l’ombra. È fatta piena grazia al visir Alì;
e non solo ha salva la vita, ma gli vengon resi i suoi beni e la sua
fortuna.
«Mia madre mandò un grido di gioia e mi strinse al suo cuore.
«— Fermati, le disse Selim, vedendo ch’ella si slanciava di già per
uscire. Tu sai che mi abbisogna l’anello.
«— È giusto, disse mia madre. E cadde in ginocchio sollevandomi verso
il cielo, come se mentre pregava Dio per me volesse ancor sollevarmi
verso lui.»
Haydée si fermò, vinta da tale emozione che il sudore le colava dalla
pallida fronte, e che la voce soffocata sembrava non poter sorpassare
l’arida sua gola.
Monte-Cristo versò un po’ d’acqua gelata in un bicchiere, e lo presentò
a lei dicendo con una dolcezza da cui trapelava un’ombra di comando: —
Coraggio, figlia mia.
— In questo mentre i nostri occhi, abituati all’oscurità, avevano
riconosciuto l’inviato del sultano, egli era un amico. Selim lo aveva
riconosciuto, ma il bravo giovine non sapeva che una cosa: obbedire!
«— In nome di chi vieni tu? diss’egli.
«— Vengo in nome del nostro padrone, Alì-Tebelen.
«— Se vieni in nome di Tebelen, tu hai da sapere ciò che devi
rimettermi.
«— Sì, disse l’inviato, ti porto il suo anello. — E nello stesso tempo
alzò la mano al di sopra della testa, ma era troppo lontano, e faceva
troppo buio perchè Selim potesse, dal luogo ov’era, distinguere e
conoscere l’oggetto che gli presentava.
«— Io non vedo ciò che tu tieni, disse Selim.
«— Avvicinati, disse il messaggiero, oppure mi avvicinerò io.
«— Nè l’uno, nè l’altro, rispose il giovine soldato, deponi nel posto
ove sei, sotto quel raggio di luce, l’oggetto che tu mi mostri, e
ritirati fin che io l’abbia veduto.
«— Ecco, disse il messaggiero. E si ritirò dopo aver deposto il segno
di riconoscimento nel luogo indicato.
«Ed il nostro cuore palpitava, perchè l’oggetto ci sembrava
effettivamente un anello. Soltanto era l’anello di mio padre? Selim,
tenendo sempre in mano la miccia accesa, andò all’apertura, s’inchinò
contento sotto il raggio di luce, e raccolse il segnale.
«— L’anello del padrone, diss’egli baciandolo, sta bene! e rovesciando
la miccia contro terra, vi pestò sopra, e la spense. — Il messaggiere
mandò un grido di gioia e battè le mani. A questo segnale, quattro
soldati del serraschiere Kourchid accorsero, e Selim cadde trapassato
da cinque colpi di pugnale. Ciascuno aveva dato il suo. E frattanto,
ebbri pel loro delitto, quantunque ancora pallidi per la paura,
irruppero nel sotterraneo, cercando da per tutto se vi era fuoco, e
rotolandosi sui sacchi d’oro.
«In questo mentre mia madre mi prese fra le sue braccia, e agile,
balzando per sinuosità conosciute da noi soli, giunse fino alla scala
segreta del chiosco nel quale regnava uno spaventoso tumulto. Le sale
basse erano interamente popolate di Tchodoars di Kourchid, vale a
dire di nostri nemici. Nel momento che mia madre stava per spingere
la piccola porta, sentimmo la voce del pascià risuonare terribile e
minacciosa. Mia madre si pose in ascolto alle fessure delle assi, si
trovava per caso un’apertura davanti la mia, e io guardava.
«— Che volete? diceva mio padre a persone che tenevano in mano una
carta con caratteri d’oro.
«— Che vogliamo? rispondeva uno di costoro, comunicarvi la volontà di
Sua Altezza. Vedi tu il firmano?
«— Lo vedo, disse mio padre. — Ebbene! leggi, egli domanda la tua
testa. — Mio padre mandò uno scoppio di risa più spaventoso che non
avrebbe fatto una minaccia, e non aveva ancora cessato, che due colpi
di pistola erano usciti dalle sue mani, ed avevano uccisi due uomini. I
Palicari, ch’eran tutti distesi intorno a mio padre colla faccia contro
il suolo, si alzarono allora e fecero fuoco. La camera si riempì di
fracasso, di fumo e di fiamme. Nel medesimo punto il fuoco incominciò
dall’altra parte, e le palle vennero a forare le assi intorno a noi.
Oh! quanto era bello! quanto era grande il Visir Alì-Tebelen, mio padre
in mezzo alle palle, colla scimitarra alla mano, il viso nero dalla
polvere! oh! come fuggivano i suoi nemici!
«— Selim! Selim! guardiano del fuoco, gridò egli, fa il tuo dovere!
«— Selim è morto, rispose una voce che sembrava uscita dai profondi
del chiosco, e tu Alì, sei perduto! — Nello stesso tempo si fece
sentire una sorda detonazione, ed il piancito saltò in ischegge tutto
all’intorno di mio padre. I Tchodoars tiravano a traverso il piancito
di legno: tre o quattro Palicari caddero feriti dal basso all’alto con
ferite che loro laceravano tutto il corpo. Mio padre ruggì, introdusse
le dita nei fori delle palle, e strappò un asse tutta intera. Ma nello
stesso tempo venti colpi di fuoco scoppiarono da questa apertura, e
le fiamme, uscendo come da un cratere di vulcano, si appiccarono alle
tende e le arsero. In mezzo di tutto questo spaventoso tumulto, in
mezzo a queste grida terribili, due colpi più distinti dagli altri, due
grida più strazianti sopra le altre grida mi agghiacciarono di terrore.
Queste due esplosioni avevano colpito mortalmente mio padre, che aveva
mandate queste grida. Però egli era rimasto in piedi, aggrappato ad una
finestra. Mia madre squassava la porta per andare a morire con lui,
ma la porta era chiusa per di dentro. A lui d’intorno i Palicari si
contorcevano nelle convulsioni dell’agonia; due o tre che erano senza
ferite, o feriti leggermente, si slanciarono dalle finestre. Nello
stesso tempo il piancito tutto intero scricchiolò rotto per di sotto;
mio padre cadde sopra un ginocchio, e subito venti braccia si stesero
armate di sciabole, di pistole e di pugnali, venti colpi colpirono nel
tempo stesso un uomo, e mio padre disparve fra un turbine di fuoco,
attizzato da questi demoni ruggenti, come se l’inferno si fosse aperto
sotto i suoi piedi.
«Io mi sentii rotolare a terra; era mia madre che cadeva svenuta.»
Haydée lasciò cadere le braccia mandando un gemito, e guardando il
conte, come per domandargli s’era contento della sua obbedienza. Il
conte si alzò, andò a lei, la prese per mano, e le disse in greco: —
Riposati, cara fanciulla, e riprendi coraggio, pensando che vi è un Dio
che punisce i traditori.
— Ecco una spaventevole storia, conte, disse Alberto atterrito dal
pallore d’Haydée, ed ora mi pento d’essere stato così crudelmente
indiscreto.
— Non è niente, rispose Monte-Cristo: indi mettendo la mano sulla testa
della giovanetta: — Haydée, continuò egli, è una donna coraggiosa, e
qualche volta ha trovato sollievo nel racconto delle sue sventure.
— Perchè mio signore, disse vivamente la giovanetta, le mie sventure mi
ricordano i tuoi beneficii.
Alberto la guardò con curiosità, perchè ella non aveva ancora
raccontato ciò che egli desiderava più di sapere, vale a dire in qual
modo era divenuta schiava del conte.
Haydée vide contemporaneamente espresso lo stesso desiderio tanto negli
occhi di Alberto che in quelli del conte; e continuò:
— Quando mia madre ricuperò l’uso dei sensi, noi eravamo davanti al
serraschiere: — Uccidetemi, diss’ella, ma risparmiate l’onore alla
vedova di Alì.
«— Non è a me che tu ti devi rivolgere, disse Kourchid.
«— E a chi dunque? — Al tuo nuovo padrone.
«— Qual è? — Eccolo. — E Kourchid ci mostrò uno di quelli che avevan
contribuito alla morte di mio padre, continuò la giovanetta con una
cupa collera.
— Allora, domandò Alberto, diveniste proprietà di quest’uomo?
— No, rispose Haydée, egli non osò ritenerci, ci vendè a dei mercanti
di schiavi che andavano a Costantinopoli: traversammo la Grecia e
giungemmo morenti alla porta imperiale, ingombra di curiosi che si
aprivano per lasciarci passare, quando d’improvviso mia madre seguì
cogli occhi la direzione degli occhi di tutti, gettò un grido, e cadde
mostrando una testa al di sopra di questa porta.
«Al di sopra di quella testa, erano scritte queste parole.
QUESTA È LA TESTA DEL PASCIÀ
DI GIANNINA.
«Cercai piangendo di rialzar mia madre... era morta!
«Io fui portata al _bazar_, un ricco armeno mi comprò, mi fece
istruire, mi procurò dei maestri, e quando ebbi tredici anni mi vendè
al sultano Mahomud.»
— Dal quale, riprese Monte-Cristo, io la riscattai, come vi dissi,
Alberto, per mezzo di quello smeraldo eguale a questo in cui metto le
mie pastiglie di _hatchis_.
Alberto era rimasto stordito per ciò che aveva inteso.
— Terminate la vostra tazza di caffè, gli disse Monte-Cristo; la storia
è finita.