LXXIV. — PROCESSO VERBALE.

Noirtier aspettava, vestito di nero, ed installato nel suo seggio a

bracciuoli.

Allora quando furono entrate le tre persone che calcolava dovessero

venire, egli guardò la porta, che fu subito chiusa dal suo cameriere.

— State attenta, disse sotto voce Villefort a Valentina che non poteva

celare la sua gioia, che se il sig. Noirtier vi comunica cose che

potessero impedire il vostro matrimonio, io vi proibisco di capirle.

Valentina arrossì, ma non rispose.

Villefort si avvicinò a Noirtier.

— Ecco il signor Franz d’Épinay, gli disse; voi lo avete fatto

chiamare, signore, egli si è arreso ai vostri desiderii. Senza dubbio

noi desideravamo questa visita da lungo tempo, e sarei contento se

questa vi provasse quando poco è fondata la vostra opposizione ad un

tal matrimonio.

Noirtier non rispose che con uno sguardo che fece correre un brivido

per le vene di Villefort.

Egli fece coll’occhio segno a Valentina di accostarsi.

In un momento, mercè i mezzi di cui era abituata a servirsi nelle

conversazioni con suo nonno, ella trovò la parola _chiave_.

Allora ella consultò lo sguardo del paralitico, che si fissò al

tiratore di un piccolo mobile posto fra le due finestre.

Ella aprì il tiratore e ritrovò effettivamente una chiave.

Quando ella ebbe questa chiave, e che il vecchio le fece segno che era

veramente quella che domandava, gli occhi del paralitico si diressero

verso un _secrétaire_ dimenticato da molti anni, e che si credeva non

racchiudesse che delle cartacce inutili.

— Volete che io apra il _secrétaire_? domandò Valentina.

— Sì, fece il vecchio.

— Che io apra i cassetti?

— Sì.

— Quelli dai lati?

— No.

— Quello di mezzo?

— Sì.

Valentina aprì e ne cavò un piego di carte.

— È questo che desiderate, mio buon nonno? diss’ella.

— No.

Ella cavò allora tutte le altre carte, fino a che non rimase

assolutamente niente nel cassetto.

— Ma il cassetto è vuoto ora, diss’ella.

Gli occhi del vecchio erano fissi sul dizionario.

— Sì, buon nonno, io vi capisco, disse la giovinetta.

Ed ella ripetè una dopo l’altra tutte le lettere dell’alfabeto;

Noirtier si fermò alla lettera _S_.

Ella aprì il dizionario e cercò fino alla parola _segreto_.

— Oh! vi è un segreto? disse Valentina.

— Sì, fece Noirtier.

Noirtier guardò la porta dalla quale era sortito il domestico.

— Barrois? diss’ella.

— Sì, fece Noirtier.

— Volete ch’io lo chiami?

— Sì.

Valentina andò alla porta e chiamò Barrois.

Durante questo tempo il sudore dell’impazienza irrigava le guance di

Villefort, e Franz rimaneva stupefatto per la meraviglia.

Il vecchio servitore ricomparve.

— Barrois, disse Valentina, mio nonno mi ha ordinato di prendere la

chiave da quel mobile, di aprire questo _secrétaire_, e di tirare il

cassettino; ora, in questo cassettino vi è un segreto, e sembra che voi

dobbiate conoscerlo, apritelo.

Barrois guardò il vecchio.

— Obbedite, disse l’occhio intelligente di Noirtier.

Barrois obbedì; aprì un doppio fondo, e apparve un plico di carte

annodate con un nastro nero.

— È questo che volete; signore? domandò Barrois.

— Sì, fece Noirtier.

— A chi volete che si diano queste carte: al signor de Villefort?

— No.

— A madamigella Valentina?

— No.

— Al sig. Franz d’Épinay?

— Sì.

Franz meravigliato fece un passo avanti.

— A me, signore? diss’egli.

— Sì.

Franz ricevette il piego dalle mani di Barrois, gettò gli occhi sulla

sopraccarta e lesse:

«Per essere depositato dopo la mia morte presso il mio amico il

generale Durand; egli stesso morendo lascerà a suo figlio questo

piego, coll’ingiunzione di conservarlo come contenente un foglio

della più alta importanza.»

— Ebbene, signore, domandò Franz, che volete che io faccia di questo

piego?

— Che voi, per certo lo conserviate sigillato come trovasi, disse il

procuratore del Re.

— No, no, rispose prestamente Noirtier.

— Desiderate voi forse che il signore lo legga? domandò Valentina.

— Sì, rispose il vecchio.

— Voi intendete sig. barone, mio nonno vi prega di leggere quella

carta, disse Valentina.

— Sì, rispose il vecchio.

— Allora, sediamoci, fece Villefort con impazienza, perchè vi

s’impiegherà del tempo.

— Sedetevi, fece coll’occhio il vecchio.

Villefort si assise, ma Valentina restò in piedi allato del nonno

appoggiata al suo seggio, e Franz in piedi davanti a lui.

Egli teneva il misterioso foglio fra le mani.

— Leggete, dissero gli occhi del vecchio.

Franz dissigillò il piego, e fecesi un gran silenzio nella camera. In

mezzo a questo silenzio egli lesse:

_Estratto dai processi verbali di una seduta del club

bonapartista della strada Saint-Jacques tenutasi il 5 Febbraio

1815_

Franz si fermò.

— Il cinque febbraio 1815 fu il giorno in cui mio padre venne

assassinato! diss’egli.

Valentina e Villefort rimasero muti. Il solo occhio del vecchio disse

chiaramente: — Continuate.

— Ma fu nel sortire da questo club, continuò Franz, che mio padre

disparve.

Lo sguardo di Noirtier continuò a dire: — Leggete.

Egli riprese.

«I sottoscritti Luigi Giacomo Beaurepaire

luogo-tenente-colonnello d’artiglieria; Stefano Duchampy generale

di brigata, e Claudio Lecharpal, direttore delle acque e foreste.

«Dichiarano che il 4 Febbraio 1815 giunse una lettera dall’Isola

d’Elba, che raccomandava alla benevolenza ed alla confidenza dei

membri del club bonapartista il generale Flaviano de Quesnel,

che, avendo servito l’imperatore dal 1804 al 1814, doveva essere

tutto dedicato alla dinastia napoleonica, ad onta del titolo di

barone che Luigi XVIII aveva aggiunto alla sua terra d’Épinay.

«In conseguenza fu indirizzato un biglietto al generale Quesnel,

in cui lo si pregava di assistere alla seduta dell’indomani

5. Il biglietto non indicava nè la strada, nè il numero della

casa in cui si teneva la riunione; esso non portava alcuna

sottoscrizione, ma annunziava al generale che, s’egli voleva

tenersi in ordine, si sarebbe andato a prenderlo alle 9 di sera.

«La seduta aveva luogo dalle nove della sera a mezza notte.

«A nove ore il presidente del club si presentò dal generale;

il generale era pronto; il presidente gli disse che una delle

condizioni alla sua introduzione era, ch’egli ignorerebbe

eternamente il luogo della riunione, e che si lascerebbe bendare

gli occhi, giurando di non cercare di alzare la benda.

«Il generale Quesnel accettò la condizione, e promise sul

suo onore che non avrebbe tentato di vedere il luogo ove si

conduceva.

«Il generale aveva fatta preparare la sua carrozza, ma il

presidente gli disse ch’era impossibile servirsene, atteso che

sarebbe stato inutile il bendare gli occhi del padrone, se il

cocchiere rimaneva ad occhi aperti, e riconosceva le strade per

le quali passava.

«— Come fare allora? domandò il generale.

«— Io ho la mia carrozza, disse il presidente.

«— Siete dunque tanto sicuro del vostro cocchiere da confidargli

un segreto che giudicate imprudente di dire al mio?

«— Il nostro cocchiere è un membro del club, disse il presidente;

noi saremo guidati da un consigliere di stato.

«— Allora, disse ridendo il generale, correremo un altro

pericolo, quello cioè di rovesciare.

«Noi trascriviamo questo scherzo come una prova che il generale

non è stato menomamente forzato ad assistere alla seduta, e che

vi è intervenuto di pieno suo aggradimento.

«Una volta saliti in carrozza, il presidente ricordò al generale

la promessa fatta di lasciarsi bendare gli occhi. Il generale

non mise alcuna opposizione a questa formalità; un fazzoletto,

preparato a tale effetto nella carrozza, fece l’affare.

«Strada facendo, il presidente credè accorgersi che il generale

cercava di guardare sotto la sua benda: gli ricordò il suo

giuramento.

«— Ah! è vero, disse il generale.

«La carrozza si fermò davanti un viale della strada di

Saint-Jacques. Il generale discese appoggiandosi al braccio del

presidente, di cui egli ignorava la dignità, e che prendeva per

un semplice membro del club; si traversò il viale, si montò ad un

piano, e si entrò nella camera delle deliberazioni.

«La seduta era cominciata. I membri del club, avvisati della

specie di presentazione che doveva farsi quella sera, si

ritrovavano in numero completo. Giunto in mezzo alla sala, il

generale fu invitato a togliersi la benda. Egli si arrese tosto

all’invito, e parve molto maravigliato di ritrovare un sì gran

numero di persone di sua conoscenza, appartenere ad una società

di cui fino allora non aveva neppure sospettata l’esistenza.

«Fu interrogato sulle sue opinioni, ma egli si limitò a dire,

che le lettere dell’isola dell’Elba avevano dovuto farlo

conoscere...»

Franz s’interruppe.

— Mio padre era realista, diss’egli, non vi era bisogno d’interrogarlo

sulle sue opinioni; esse erano conosciute.

— E di là, disse Villefort, veniva la mia amicizia con vostro padre,

mio caro Franz; si fa presto amicizia quando si dividono le stesse

opinioni.

— Leggete, continuò l’occhio del vecchio.

Franz continuò.

«Il presidente prese allora la parola per impegnare il generale a

spiegarsi esplicitamente; ma il sig. de Quesnel rispose che prima

di tutto desiderava sapere ciò che si attendeva da lui.

«Allora fu data comunicazione al generale di quella stessa

lettera dell’isola d’Elba che lo raccomandava al club come un

uomo sul concorso del quale si poteva contare. Un paragrafo tutto

intero esponeva il probabile ritorno dall’Isola e prometteva una

nuova lettera con più ampi dettagli all’arrivo del _Faraone_,

bastimento appartenente all’armatore Morrel di Marsiglia, il di

cui capitano era interamente devoto all’imperatore.

«Durante questa lettura il generale, sul quale si era creduto

poter contare, come sopra un fratello, dette al contrario dei

segni di mal contento e di visibile ripugnanza.

«Terminata la lettura, egli dimorò silenzioso e col sopracciglio

aggrottato.

«— Ebbene! domandò il presidente, che dite di questa lettera,

sig. generale?

«— Io dico che è poco tempo che si è prestato il giuramento al re

Luigi XVIII, per violarlo di già a benefizio dell’ex-imperatore.

«Questa volta la risposta era troppo chiara perchè si potesse

dubitare dei suoi sentimenti.

«— Generale, disse il presidente, per noi non vi è più re Luigi

XVIII, non vi è più ex-imperatore. Vi è soltanto Sua Maestà

l’imperatore e re, allontanato da dieci mesi dalla Francia, suo

Stato, dalla violenza e dal tradimento.

«— Perdono, signori, può darsi che per voi non esista un re Luigi

XVIII, ma vi è per me, attesochè mi ha fatto barone e maresciallo

di campo, ed io non dimenticherò mai che devo questi due titoli

al di lui felice ritorno in Francia.

«— Signore, disse il presidente alzandosi, e col tuono il

più serio, ponete mente a ciò che dite; le vostre parole ci

addimostrano chiaramente che all’isola d’Elba si sono ingannati

sul conto vostro, e che hanno ingannato noi! La comunicazione che

vi è stata fatta fu in riguardo alla confidenza che si aveva in

voi, e per conseguenza ad un sentimento che vi onora. Noi però

eravamo nell’errore; un titolo ed un grado vi hanno posto al

seguito del nuovo governo che noi vogliamo rovesciare. Noi non vi

costringevamo a prestarci il vostro concorso; noi non arruoliamo

nessuno contro la propria coscienza e volontà, ma vi sforzeremo

ad agire da galantuomo, anche nel caso che non vi foste disposto.

«— Voi chiamate essere un galantuomo, conoscere la vostra

cospirazione e non rivelarla! Io chiamo ciò essere vostro

complice. Voi vedete che io sono ancora più franco di voi...»

— Ah! padre mio! disse Franz interrompendosi, capisco ora perchè

l’hanno assassinato.

Valentina non potè stare dal volgere uno sguardo su Franz; il giovine

era veramente bello nel suo entusiasmo.

Villefort passeggiava dietro a lui in lungo ed in largo.

Noirtier seguiva cogli occhi l’espressione di ciascuno, e conservava la

sua attitudine degna e severa.

Franz ritornò al manoscritto e continuò:

«— Signore, disse il presidente, vi si pregò di portarvi nel seno

dell’assemblea, e non vi si strascinò per forza; vi si propose

di farvi bendar gli occhi, voi accettaste. Quando voi avete

acconsentito a questa doppia domanda, voi sapevate benissimo

che noi non ci occupavamo di assicurare il trono di Luigi XVIII,

senza di che non ci saressimo prese tante premure di nasconderci

alla polizia. Ora, voi lo capirete, sarebbe troppo comodo di

potersi mettere una maschera col mezzo della quale sorprendere

il segreto delle persone, e non avere poi altro da fare che

togliersi questa maschera per perdere quelli che si sono in voi

fidati. No, no, voi per primo dovrete dire francamente se siete

pel re che a caso ora governa, o per Sua Maestà l’imperatore.

«— Io sono realista, rispose il generale, io ho fatto giuramento

a Luigi XVIII, io manterrò il mio giuramento.

«Queste parole furono seguite da un mormorio generale, e potevasi

scorgere dallo sguardo di molti dei membri che componevano il

club, ch’essi discutevano il modo di far pentire il sig. d’Épinay

di queste imprudenti parole.

«Il presidente si alzò di nuovo e impose silenzio.

«— Signore, diss’egli, voi siete un uomo troppo sensato per

non comprendere le conseguenze della situazione in cui noi

ci troviamo gli uni in faccia agli altri, e la vostra stessa

franchezza ci detta le condizioni che ci rimangono a farvi. Voi

dunque dovete giurare sul vostro onore di non rivelar niente di

tutto ciò che avete veduto ed inteso.

«Il generale portò la mano alla sua spada e gridò:

«— Se voi parlate di onore, cominciate dal non stravisare le sue

leggi, e non imponete niente colla violenza.

«— E voi, signore, continuò il presidente con una calma forse

più terribile della collera del generale, non toccate la vostra

spada, questo è un consiglio che vi do.

«Il generale girò intorno a sè degli sguardi da cui trapelava un

principio d’inquietudine.

«Però egli non si piegò ancora, al contrario, richiamando la sua

forza:

«— Io non giurerò, diss’egli.

«— Allora, signore, voi morrete, rispose tranquillamente il

presidente.

«Il sig. d’Épinay divenne pallidissimo; guardò una seconda volta

intorno a sè; molti membri del club brandivano, o cercavano armi

sotto i loro mantelli.

«— Generale, disse il presidente, siate tranquillo, voi

siete in mezzo a uomini di onore che tenteranno ogni via di

convincervi, prima di giungere all’ultimo estremo contro di

voi; ma egualmente, voi lo diceste, voi vi trovate in mezzo

a cospiratori, voi possedete il nostro segreto, fa d’uopo

restituircelo.

«Un silenzio pieno di significato seguì queste parole, e siccome

il generale non rispondeva niente:

«— Chiudete le porte, disse il presidente agli uscieri.

«Un eguale silenzio di morte tenne dietro a queste parole.

«Allora il generale si avanzò, e facendo un violento sforzo su sè

stesso:

«— Io ho un figlio, disse, e devo pensare a lui nel ritrovarmi in

mezzo a degli assassini.

«— Generale, disse con nobiltà il capo dell’assemblea, un uomo

solo ha sempre il diritto d’insultarne cinquanta, è il privilegio

della debolezza. Soltanto egli ha torto di far uso di questo

diritto. Credete a me, generale, giurate e non insultate.

«Il generale domato anche questa volta dalla superiorità del capo

dell’assemblea, esitò un istante; ma finalmente inoltrandosi fino

al banco del presidente:

«— Qual è la formula? domandò egli.

«— Eccola:

«Io giuro sul mio onore di non rivelare a chi che sia al mondo

ciò che ho veduto ed inteso il cinque febbraio 1815 fra le nove e

le dieci ore di sera, e dichiaro essere meritevole di morte se io

infrango il mio giuramento.»

«Il generale parve provare un fremito nervoso, che per qualche

secondo gli impedì di poter rispondere; finalmente, sormontando

ogni manifesta ripugnanza, pronunciò il richiesto giuramento, ma

con una voce tanto bassa, che a gran stento fu inteso; cosicchè

molti membri vollero ch’egli lo ripetesse a voce più alta e più

distinta, il che fu fatto.

«— Ora desidero ritirarmi, disse il generale, sono io finalmente

libero?

«Il presidente si alzò, scelse tre membri dell’assemblea per

accompagnarlo, e montò in carrozza col generale, dopo avergli

bendati gli occhi.

«Nel numero di questi tre membri era il cocchiere che li aveva

condotti.

«Gli altri membri del club si separarono in silenzio.

«— Dove volete voi che vi conduciamo? demandò il presidente.

«— Ovunque possa essere liberato dalla vostra presenza, rispose

il sig. d’Épinay.

«— Signore, riprese allora il presidente, guardatevi, voi qui

non siete più nell’assemblea, non avete più a che fare se non

con uomini isolati; non l’insultate adunque se non volete essere

responsabile dell’insulto.

«Ma invece di capire questo linguaggio, il sig. d’Épinay rispose:

«— Voi siete sempre tanto coraggioso nella vostra carrozza come

nella vostra assemblea, per la ragione, signore, che quattro

uomini sono sempre più forti di un solo.

«Il presidente fece fermare la carrozza.

«Erano precisamente nelle vicinanze dello scalo degli Ormes ove

si ritrova la scalinata che discende sulla riviera.

«— Perchè fate voi fermar qui? domandò il generale d’Épinay.

«— Perchè, signore, disse il presidente, voi avete insultato un

uomo, e quest’uomo non vuol fare un passo di più senza domandarvi

una leale riparazione.

«— Anche un altro modo d’assassinare! disse il generale

stringendosi nelle spalle.

«— Non fate rumore, signore, rispose il presidente, se non

volete che consideri voi pure come uno di quegli uomini che voi

designavate or ora, vale a dire, come un vile che prende per

suo scudo la sua stessa viltà. Voi siete solo, ed uno solo vi

risponderà; voi avete una spada al fianco, io ne ho una in questa

canna; voi non avete testimoni, uno di questi signori sarà il

vostro. Ora se ciò vi conviene, potete togliervi la benda.

«Il generale si strappò nello stesso istante il fazzoletto che

aveva innanzi agli occhi.

«— Finalmente, diss’egli, saprò con chi ho a che fare.

«Fu aperta la carrozza; i quattro uomini discesero...»

Franz s’interruppe anche una volta e si asciugò un freddo sudore che

colava dalla sua fronte; vi era qualche cosa di spaventoso a vedere

un figlio, tremante e pallido, leggere ad alta voce i dettagli, fino

allora ignorati, della morte di suo padre.

Valentina congiunse le mani come se fosse stata pregando.

Noirtier guardava Villefort con una espressione quasi sublime di

disprezzo e di orgoglio.

Franz continuò:

«Si era, come abbiamo detto, ai cinque di Febbraio. Da tre mesi

gelava a cinque o sei gradi; la scalinata era tutta ricoperta

di ghiaccio; il generale era grosso e grande, il presidente gli

additò la parte del declive per discendere.

«I due testimoni seguivano dietro.

«Faceva una notte oscura, il terreno della scala alla riviera

era umido di neve e di brina, si vedeva l’acqua scorrere, nera,

profonda, e trasportava dei massi di ghiaccio.

«Uno dei testimoni andò a trovare una lanterna in un battello da

carbone, ed al chiarore di questa lanterna furono esaminate le

armi.

«La spada del presidente, ch’era semplicemente, com’egli aveva

detto, la spada che portava nella canna, era cinque pollici più

corta di quella del suo avversario, e non aveva guardia.

«Il generale d’Épinay propose di tirare a sorte le due spade; ma

il presidente rispose ch’era egli che aveva provocato, e che nel

provocare aveva preteso che ciascuno si servisse delle proprie

armi.

«I testimoni tentarono d’insistere; il presidente impose loro

silenzio.

«Fu posta la lanterna in terra, i due avversari si misero ai due

lati: cominciò il combattimento.

«La luce faceva delle due spade due lampi. Quanto agli uomini era

molto se appena si discernevano, tanto era fitta la oscurità di

quella notte.

«Il sig. generale d’Épinay passava per una delle migliori lame

dell’armata. Ma fu stretto tanto vivamente fino dalle prime botte

ch’egli ruppe la misura e, rompendo, cadde.

«I due testimoni lo credettero ucciso, ma il suo avversario che

sapeva di non averlo toccato gli presentò la mano per aiutarlo

ad alzarsi. Questa circostanza invece di calmarlo, irritò il

generale che piombò a sua volta sopra il suo avversario.

«Ma il suo avversario non ruppe di un palmo. Ricevendolo sulla

sua spada, tre volte il generale indietrò, si trovò troppo

impegnato, e ritornò alla carica.

«La terza volta, egli cadde ancora.

«Fu creduto che scivolasse come la prima volta; però i testimoni

vedendo che non si rialzava, si accostarono a lui, e tentarono di

rimetterlo in piedi; ma quegli che l’aveva preso intorno al corpo

sentì la sua mano umida e calda.

«Era sangue.

«Il generale che era quasi svenuto, riprese i sentimenti.

«— Ah! diss’egli, mi hanno mandato qualche spadaccino, qualche

maestro d’armi di reggimento.

«Il presidente senza rispondere, si avvicinò a quello dei due

testimoni che teneva la lanterna, e, sollevando la manica, mostrò

il suo braccio traforato da due colpi di spada; poi, aprendosi

il suo abito, e sbottonandosi il gilè, fece vedere il suo fianco

rotto da una terza ferita.

«Ciò non ostante egli non aveva mandato un sospiro.

«Il generale d’Épinay entrò in agonia, e spirò cinque minuti

dopo...»

Franz lesse queste ultime parole con una voce così soffocata, che

appena si potè intendere, e dopo aver letto si fermò, portando la sua

mano sugli occhi come per scacciarne un sogno.

Ma dopo un istante di silenzio, egli continuò:

«Il presidente rimontò la scala dopo avere rimessa la spada nella

canna; una traccia di sangue segnava il suo tragitto sulla neve.

Egli non era ancora in alto della scalinata che intese un tonfo

sordo nell’acqua; era il corpo del generale che i testimoni

avevano gettato nel fiume dopo avere constatata la sua morte.

«In fede di che noi abbiamo segnata la presente per stabilire

la verità dei fatti, per paura che un momento arrivi in cui uno

degli attori di questa terribile scena non si trovi accusato di

omicidio premeditato, o di falsario alle leggi d’onore.

_Sottoscritti_

Beaurepaire, Duchampy e Lecharpal.

Quando Franz ebbe terminata questa lettura tanto terribile per un

figlio, quando Valentina, pallida per l’emozione, ebbe asciugato

una lagrima, quando Villefort tremante e rannicchiato in un cantone,

ebbe tentato scongiurare l’uragano per mezzo di sguardi supplichevoli

diretti al vecchio implacabile:

— Signore, disse d’Épinay a Noirtier, dappoichè voi conoscete questa

terribile storia in tutti i suoi dettagli, dacchè voi l’avete fatta

testificare da firme onorevoli, dacchè finalmente voi sembrate

prendere interesse per me, quantunque il vostro interesse non si sia

ancora rivelato che per mezzo del dolore, non mi rifiutate un’ultima

soddisfazione, ditemi il nome del presidente del club, che io conosca

finalmente quello che ha ucciso il mio povero padre.

Villefort cercò, come un alienato, la maniglia della porta; Valentina,

che aveva compreso prima di tutti la risposta del vecchio, e che spesso

aveva notato nel suo avambraccio le tracce di due colpi di spada, si

addietrò di un passo.

— Nel nome del cielo! madamigella, disse Franz indirizzandosi alla sua

fidanzata, unitevi a me, che io sappia il nome di quell’uomo che mi ha

reso orfano a due anni!

Valentina restò immobile, e muta.

— Sentite, signore, disse Villefort, credetemi, non prolungate questa

orribile scena; i nomi d’altronde sono stati nascosti ad arte. Mio

padre stesso non conosce questo presidente, e, se lo conosce non

potrebbe dirlo, i nomi proprii non si trovano nel dizionario.

— Oh! disgrazia! gridò Franz, la sola speranza che mi ha sostenuto

durante tutta questa lettura, e che mi ha data la forza di andare fino

alla fine, era di conoscere almeno il nome di colui che ha ucciso mio

padre! signore! gridò egli voltandosi a Noirtier, in nome del cielo!

fate ciò che voi potrete... giungete, io ve ne supplico, a indicarmi, o

farmi comprendere...

— Sì, rispose Noirtier.

— Oh! madamigella! madamigella! gridò Franz, vostro nonno ha fatto

segno che vuole indicarmi... quest’uomo... aiutatemi... voi lo

capite... concedetemi il vostro soccorso...

Noirtier guardò il dizionario.

Franz lo prese con un tremito nervoso, e pronunciò successivamente le

lettere dell’alfabeto fino alla lettera vocale _I_.

A questa lettera il vecchio fece segno di sì.

— _I_? ripetè Franz.

Il dito del giovane strisciò sulle parole, ma a tutte le parole

Noirtier rispondeva con un segno negativo.

Valentina nascondeva la sua testa fra le sue mani.

Finalmente Franz giunse alla parola _IO_.

— Sì! fece il vecchio.

— Voi! gridò Franz, i di cui capelli si drizzarono sulla sua testa;

voi, sig. Noirtier, siete voi che avete ucciso mio padre?

— Sì, rispose Noirtier fissando sul giovine uno sguardo maestoso.

Franz cadde sopra un seggio. Villefort aprì la porta e fuggì, perchè

gli balenava al pensiero l’idea di soffocare quell’avanzo di esistenza,

che ancora restava nel cuore del terribile vecchio.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 92 / 140 题