Due giorni dopo, una folla considerevole si trovava riunita, verso
le sei del mattino, alla porta del sig. de Villefort, ed erasi
veduto inoltrare una lunga fila di carrozze di lutto, e di carrozze
particolari, lungo tutto il sobborgo Sant’Onorato e la strada
Pépinière. In mezzo ad esse ve n’era una di forma particolare, e che
sembrava aver fatto un lungo viaggio. Era una specie di _forgone_
tinto in nero, e che si era ritrovato tra i primi al convegno. Furono
prese informazioni, e si seppe che, per una strana coincidenza, questa
carrozza racchiudeva il corpo del signor di Saint-Méran, e che quelli
ch’eran venuti per un sol convoglio, seguiterebbero due cadaveri. Il
marchese di Saint-Méran, uno dei dignitarii più zelanti e fedeli del
re Luigi XVIII, e del re Carlo X, aveva conservato gran numero di
amici, che uniti alle persone che le sociali convenienze mettevano in
relazione con Villefort, formavano un seguito considerevole. Furon
tosto prevenute tutte le autorità, e si ottenne che i due convogli
sarebbero usciti nel medesimo tempo. Una seconda carrozza, addobbata
con la stessa pompa mortuaria, fu condotta davanti alla porta del
sig. de Villefort, e la cassa trasportata dal forgone di posta fu
messa sulla carrozza funebre. I due corpi dovevano essere seppelliti
nel cimitero del Padre-Lachaise, ove da lungo tempo il sig. de
Villefort aveva fatto inalzare la tomba destinata alla sepoltura di
tutta la sua famiglia, ed ove era già stato deposto il corpo della
povera Renata, che suo padre e sua madre venivano a raggiungere dopo
dieci anni di separazione. Parigi, sempre curiosa, e commossa per le
pompe funebri, vide con un religioso silenzio passare lo splendido
corteggio che accompagnava alla loro ultima dimora due nomi di quella
vecchia aristocrazia, i più celebri per lo spirito di tradizione, per
la sicurezza del commercio, e per l’ostinata devozione ai principi.
Nella stessa carrozza da lutto Beauchamp, Debray, e Château-Renaud
s’intrattenevano su queste morti quasi subitanee.
— Ho veduto la sig.ª di Saint-Méran l’anno scorso ancora in Marsiglia,
diceva Château-Renaud; io ritornava dall’Algeria; era una persona
destinata a vivere cent’anni, mercè la sua perfetta salute, lo spirito
sempre pronto, e la sua prodigiosa alacrità. Quanti anni aveva?
— Sessantasei anni, rispose Alberto, almeno a quanto Franz mi ha
assicurato. Ma non è l’età che l’ha uccisa, è il dispiacere che ha
sofferto per la morte del marchese: sembra che dopo questa morte,
che l’aveva violentemente colpita, non abbia ripresa compiutamente la
ragione.
— Ma in fine di che male è morta? domandò Debray.
— Di una congestione cerebrale, a quanto sembra, o di una apoplessia
fulminante.
— Non è forse la stessa cosa?
— Presso a poco.
— Di apoplessia dice Beauchamp, è difficile a credersi. La sig.ª di
Saint-Méran, che io pure ho veduta una o due volte in mia vita, era
piccola, gracile di forme, e di costituzione molto più nervosa che
sanguigna; le apoplessie prodotte da dispiaceri son molto rare in un
corpo di costituzione come quella della sig.ª di Saint-Méran.
— In ogni caso, disse Alberto, qualunque sia la malattia, o il medico
che la uccise, ecco il sig. de Villefort, o piuttosto madamigella
Valentina, o meglio ancora il nostro amico Franz in possesso di una
magnifica eredità; 80 mila lire di rendita, credo.
— Eredità che sarà quasi raddoppiata alla morte di quel vecchio
giacobino di Noirtier.
— Quello è un nonno tenace, disse Beauchamp; _Tenacem propositi virum_;
egli ha promesso colla morte che avrebbe veduto seppellire tutti i
suoi eredi. Sulla mia parola ci riuscirà. È quello stesso vecchio della
convenzione del ’93 che diceva a Napoleone nel 1814:
«Voi decadete perchè il vostro impero è un giovine stelo affaticato
pel soverchio crescere; prendete la repubblica per tutore, e ritorniamo
con una buona costituzione sui campi di battaglia, e vi garantisco 500
mila soldati, un altro Marengo, ed un secondo Austerlitz. Le idee non
muoiono, sire, qualche volta sonnacchiano, ma si risvegliano poi più
forti che prima di addormentarsi.»
— Sembra, disse Alberto, che per lui gli uomini siano come l’idee; ciò
che mi mette in pensiero, si è di sapere, cioè, in qual modo Franz
d’Épinay si accomoderà col vecchio nonno, e che non può fare a meno
della sposa di lui; ma, a proposito, Franz dov’è?
— Nella prima carrozza col sig. de Villefort, che lo considera già come
uno di famiglia.
In ciascuna delle carrozze che formavano il corteggio funebre, la
conversazione era presso a poco uguale; ognuno si meravigliava di
queste due morti sì rapide e sì vicine, ma in nessuna si sospettava
il terribile segreto, che il dottore d’Avrigny aveva svelato al sig.
de Villefort nella passeggiata notturna. In capo circa ad un’ora
di cammino, giunsero al cimitero: era una giornata tranquilla, ma
cupa, e per conseguenza in armonia colla funerea cerimonia che si
compiva. Fra i gruppi che si dirigevano verso la tomba della famiglia,
Château-Renaud riconobbe Morrel, venuto solo ed in _cabriolet_: egli
passeggiava solo, pallidissimo e silenzioso sul piccolo sentiero
costeggiato da bossi.
— Voi qui? disse Château-Renaud passando il braccio sotto quello del
capitano; conoscete il sig. de Villefort? Come va che non vi ho mai
incontrato in sua casa?
— Non è il sig. de Villefort che io conosco, ma la sig.ª de Saint-Méran.
In questo momento Alberto li raggiunse con Franz.
— Il luogo è scelto male per una presentazione, disse Alberto; ma non
importa, non siamo superstiziosi. Sig. Morrel, permettetemi che vi
presenti il sig. Franz d’Épinay, un eccellente compagno di viaggio col
quale ho fatto il giro d’Italia. Mio caro Franz, il sig. Massimiliano
Morrel è un eccellente amico che ho acquistato nella tua assenza, e del
quale tu sentirai spesso ricordarti il suo nome nella mia conversazione
ogni qualvolta io dovrò parlare di coraggio, di spirito e di amabilità.
Morrel ebbe un momento d’indecisione; egli chiese a sè stesso se poteva
dirsi un tratto di riprovevole ipocrisia il fare un saluto amichevole
a quell’uomo ch’egli combatteva alla sordina: ma gli ritornavano al
pensiero e la gravità della circostanza, ed il suo giuramento, si
sforzò dunque di non fare apparire niente sul suo viso, e salutò Franz
con qualche ritegno.
— Madamigella de Villefort è molto afflitta, non è vero? disse Debray a
Franz.
— Oh! signore, rispose Franz, di un’afflizione inesprimibile; questa
mattina era così abbattuta che appena l’ho riconosciuta.
Queste parole in apparenza tanto semplici, lacerarono il cuore di
Morrel. Costui aveva dunque veduta Valentina, le aveva parlato?
Fu allora che il giovine e fervido ufficiale ebbe bisogno di tutte le
sue forze per resistere al desiderio di violare il suo giuramento.
Prese sotto il braccio Château-Renaud e lo trascinò rapidamente verso
la tomba, davanti la quale gli incaricati alle pompe funebri, avevano
deposte le due casse.
— Magnifica abitazione, disse Beauchamp dando uno sguardo al mausoleo,
palazzo d’estate, e palazzo d’inverno. Verrà pure la vostra volta di
venirci ad abitare, caro d’Épinay, perchè sarete ben presto della
famiglia. Io nella mia qualità di filosofo, voglio una piccola
casa di campagna, una capanna laggiù sotto gli alberi, e non voglio
tanti macigni sul mio povero corpo. Morendo, dirò a quelli che mi
circonderanno ciò che scriveva Voltaire a Piron: «vado in campagna»
e tutto sarà finito... Andiamo, per bacco! Franz, ci vuol coraggio,
vostra moglie eredita.
— Davvero, Beauchamp, disse Franz, vi siete fatto insopportabile.
Gli affari politici vi hanno data l’abitudine di ridere di tutto, e
gli uomini che maneggiano gli affari, l’abitudine di non credere a
niente. Ma finalmente, quando avete la fortuna di trovarvi con uomini
comuni, e la fortuna di lasciare per un momento la politica, cercate
di riprendere il vostro cuore che voi lasciate nella stanza di deposito
dei bastoni della _Camera_ dei Deputati, o della _Camera_ dei Pari.
— Eh! mio Dio! che cosa è la vita? una fermata nell’anticamera della
morte.
— Io prendo Beauchamp in fallo, disse Alberto, e si ritirò a quattro
passi dietro Franz, lasciando Beauchamp continuare le sue dissertazioni
filosofiche con Debray.
La tomba della famiglia di Villefort formava una specie di quadrato
di pietre bianche dell’altezza di circa venti piedi; una interna
separazione divideva i due compartimenti, la famiglia di Saint-Méran,
e la famiglia Villefort, e ciascun compartimento aveva la sua porta
d’entrata.
Non si vedevano, come nelle altre tombe, quegli ignobili tiratori
soprapposti, dei quali una economica distribuzione racchiude i morti
con iscrizione che rassomiglia ad una etichetta; tutto ciò che si
vedeva sulle prime era un’anticamera cupa e scura separata da un muro
di vera tomba.
Era nel mezzo di questo muro che si aprivano le due porte di cui
parlammo or ora, e che comunicavano alle sepolture Villefort, e
Saint-Méran.
Là potevansi esalare in libertà i dolori senza che gli spensierati
passeggiatori che fanno di una visita al cimitero una partita di
campagna, o un appuntamento amoroso, venissero a disturbare col loro
canto, colle loro grida, o colle loro corse, la muta contemplazione, o
la preghiera bagnata di lagrime dell’abitante della tomba.
I due cadaveri furono portati nella tomba a diritta; era quella della
famiglia di Saint-Méran. Entrambi furono deposti sopra dei preparati
cavalletti, che aspettavano da qualche tempo le loro spoglie mortali;
Villefort, Franz, ed alcuni altri prossimi parenti penetrarono soli nel
santuario.
Siccome le cerimonie religiose si erano terminate alla porta, e
non v’era discorso da farsi, gli assistenti si separarono subito;
Château-Renaud, Alberto, e Morrel si ritirarono da una parte, e Debray
e Beauchamp da un’altra.
Franz rimase col sig. de Villefort; alla porta del cimitero, Morrel si
fermò col primo pretesto che gli venne al pensiero; egli vide sortire
Franz ed il signor de Villefort in una carrozza di lutto, e concepì un
cattivo presagio da questo avvicinamento. Egli ritornò dunque a Parigi,
e quantunque fosse nella stessa carrozza di Château-Renaud e Alberto,
egli non intese una parola di quel che dissero i due compagni.
In fatti, quando Franz stava per lasciare il signor de Villefort:
— Signor barone, aveva detto questi, quando potrò rivedervi?
— Quando voi vorrete, signore, aveva risposto Franz.
— Il più presto possibile.
— Io sono ai vostri ordini, signore; se vi piace, possiamo ritornare
assieme.
— Se ciò non vi disturba in alcun modo.
— In nessuno.
Fu così, che il futuro suocero e il futuro genero salirono nella stessa
carrozza, e che Morrel, vedendoli passare, concepì con ragione gravi
inquietudini.
Villefort e Franz ritornarono al sobborgo Saint-Honoré.
Il procuratore del Re senza entrare da nessuno, senza parlare nè a sua
moglie nè a sua figlia, fece passare il giovine nel suo gabinetto, e
mostrandogli una sedia:
— Signor d’Épinay, diss’egli, io debbo ricordarvi, che il momento non
sarà forse tanto male scelto, quanto potrebbe credersi sul principio,
perchè l’obbedienza ai morti, è la prima offerta che bisogna deporre
sul loro cataletto; io debbo dunque ricordarvi il voto espresso dalla
sig.ª di Saint-Méran fatto or son due giorni al suo letto di agonia,
ed è, che il matrimonio di Valentina non soffra ritardo. Voi sapete che
gli affari della defunta sono in perfetta regola; che il suo testamento
assicura a Valentina tutta la fortuna di Saint-Méran; il notaro mi ha
mostrato ieri questi atti che permettono di potere redigere in un modo
definitivo il contratto di matrimonio. Voi potete vedere il notaro, e
dirgli per parte mia che vi comunichi queste carte. Il notaro è il sig.
Deschamps, piazza Beauveau, sobborgo Saint-Honoré.
— Signore, rispose d’Épinay, questo forse non è il momento per
madamigella Valentina, immersa come ella è nel dolore, di pensare ad
uno sposo; in verità io temerei...
— Valentina, interruppe il signor de Villefort, non avrà desiderio più
intenso di quello di compiere le ultime intenzioni di sua nonna; perciò
io vi garantisco che le difficoltà non nasceranno per parte sua.
— In questo caso, signore, rispose Franz, siccome non verranno
egualmente da parte mia, voi potete fare ciò che più vi conviene; la
mia parola è impegnata, ed io l’adempirò, non solo con piacere, ma
ancora con fortuna.
— Allora, disse Villefort, non abbiamo più nulla che ci arresti; il
contratto doveva esser firmato tre giorni sono, noi lo troveremo dunque
già preparato; e si potrà firmare oggi stesso.
— Ma il lutto? disse esitando Franz.
— Siate tranquillo, signore, rispose Villefort; non sarà in casa mia,
che verranno noncurate le convenienze. Madamigella de Villefort potrà
ritirarsi, durante i tre mesi voluti, nella sua terra di Saint-Méran,
io dico sua terra, perchè da oggi questa proprietà è sua. Là, fra
otto giorni, se voi lo volete senza romore, senza lusso, senza fasto,
sarà concluso il matrimonio civile. Era un desiderio della signora di
Saint-Méran che sua nipote si maritasse in quella terra; concluso il
matrimonio, signore, voi potrete ritornare a Parigi mentre che vostra
moglie passerà il tempo del lutto colla sua matrigna.
— Come vi piacerà, signore, disse Franz.
— Allora, riprese il sig. de Villefort, abbiate la pena di aspettare
un poco che fra una mezz’ora Valentina discenderà nel salotto.
Manderò a cercare Deschamps; noi leggeremo e firmeremo il contratto
in una sola seduta, e fino da questa sera, la signora de Villefort
condurrà Valentina nella sua terra, ove fra otto giorni noi anderemo a
raggiungerla.
— Signore, disse Franz, io ho una domanda a farvi.
— E quale?
— Io desidero che Alberto de Morcerf, e Raoul di Château-Renaud siano
presenti a questa sottoscrizione; voi sapete che questi sono i miei due
testimoni.
— Una mezz’ora basta a prevenirli; volete voi andare a cercarli da voi
stesso, o volete mandarli a cercare?
— Preferisco l’andarvi da me, signore.
— Vi aspetto dunque fra una mezz’ora, e fra una mezz’ora Valentina sarà
pronta.
Franz salutò il sig. de Villefort, e sortì.
Appena la porta di strada fu chiusa dietro al giovine, Villefort
mandò a prevenire Valentina che doveva discendere nel salotto fra
una mezz’ora perchè si aspettavano il notaro, e i testimoni del sig.
d’Épinay.
Questa notizia inaspettata produsse una gran sensazione nella famiglia.
La sig.ª de Villefort non voleva crederci, e Valentina ne rimase
atterrata come da un colpo di fulmine.
Ella guardò intorno a sè, come per cercare a chi poteva domandare
soccorso.
Ella volle discendere da suo nonno; ma incontrò per la scala il sig. de
Villefort, che la prese per un braccio, e la condusse in salotto.
Nell’anticamera Valentina incontrò Barrois, e gettò al vecchio
servitore uno sguardo di disperazione.
Un istante dopo di Valentina, la signora de Villefort entrò in salotto
col piccolo Edoardo. Era visibile che la giovane sposa aveva avuta una
gran parte sui dispiaceri di famiglia; ella era pallida, e sembrava
orribilmente stanca.
Ella si assise, prese Edoardo sulle sue ginocchia, e di tratto in
tratto comprimeva con movimenti quasi convulsivi contro il suo petto
questo fanciullo, sul quale sembrava concentrarsi tutta intera la sua
vita.
Ben presto s’intesero due carrozze entrare nel cortile.
Una era quella del notaro, l’altra quella di Franz con i suoi amici.
In un istante tutti si riunirono nel salotto.
Valentina era così pallida, che si vedevano delinearsi le vene blu
delle sue tempie intorno ai suoi occhi, e scorrere lungo le sue guance.
Franz non potè esimersi dal provare una forte emozione.
Château-Renaud e Alberto, si guardavano con meraviglia; la cerimonia
che stava per cominciare, non era men trista di quella che da poco era
finita.
La signora de Villefort si era situata all’ombra, dietro una tenda di
velluto, e siccome era sempre inchinata sopra suo figlio, era difficile
di leggere sul suo viso ciò che accadeva nel suo cuore.
Il sig. de Villefort era, come sempre, impassibile.
Il notaro dopo avere, col metodo ordinario alle persone legali,
distribuite sulla tavola le carte, avea preso posto sul suo seggio, e
dopo avere inalzati i suoi occhiali, si voltò verso Franz:
— Siete voi il sig. Franz de Quesnel, barone d’Épinay? domandò egli,
quantunque lo sapesse perfettamente.
— Sì, signore, rispose Franz.
Il notaro gli fece un inchino.
— Debbo dunque prevenirvi, signore, diss’egli, e ciò per parte del sig.
de Villefort, che il vostro matrimonio progettato con madamigella de
Villefort, ha fatto cambiare le disposizioni testamentarie del signor
de Noirtier verso sua nipote, e che egli aliena interamente la fortuna
che le doveva trasmettere. Sollecitiamo di aggiungere, continuò il
notaro, che il testatore non avendo il diritto di alienare che una sola
parte della sua fortuna, e che avendo alienato tutto, il testamento non
resisterà agli attacchi, e sarà dichiarato nullo, e come non avvenuto.
— Sì, disse Villefort, soltanto io vi prevengo in antecedenza, sig.
d’Épinay, che finchè vivrò il testamento di mio padre non sarà mai
messo in lite; la mia posizione mi proibisce fin l’ombra di questo
scandalo.
— Signore, disse Franz, io sono dolente che si sia intavolata una
simile questione in faccia di Valentina. Io non mi sono mai informato
della cifra della sua fortuna, che per quanto possa venire ridotta sarà
sempre maggiore della mia. Ciò che la mia famiglia ha cercato nella
alleanza col signor de Villefort, si è la considerazione; ciò che cerco
io, è la felicità.
Valentina fece un segno impercettibile di ringraziamento, nel mentre
che due silenziose lagrime scorrevano sulle sue guance.
— D’altronde, signore, disse Villefort indirizzandosi al suo futuro
genero, fatta astrazione da questa perdita di una parte delle vostre
speranze, questo inatteso testamento non ha niente che debba offendervi
personalmente; ciò si spiega colla debolezza di spirito del sig.
Noirtier. Ciò che dispiace a mio padre, non è che mia figlia si sposi
con voi, ma che mia figlia prenda marito; una unione con qualunque
altro, gli sarebbe egualmente dispiaciuta. La vecchiaia è egoista,
signore, e madamigella de Villefort faceva al sig. Noirtier una fedele
compagnia che non potrà più fargli la sig.ª baronessa d’Épinay. Lo
stato infelice nel quale si ritrova mio padre, fa che gli si parli
raramente di affari seri, che la debolezza del suo spirito non gli
permetta di seguire, e sono pienamente convinto che a quest’ora mentre
conserva la memoria che sua nipote si marita, non si ricorda più
neppure il nome di quello che sta per diventare suo nipote.
Appena il sig. de Villefort terminava queste parole alle quali Franz
rispondeva con un saluto, a un tratto si aprì la porta del salotto, e
comparve Barrois.
— Signori, signori, diss’egli con una voce stranamente ferma per un
servitore che parla ai suoi padroni in una circostanza così solenne,
signori, il sig. Noirtier de Villefort desidera parlare sul momento al
sig. Franz de Quesnel barone d’Épinay.
Egli pure, come aveva fatto il notaro, affinchè non potesse nascere
alcun errore di persona aveva dato al fidanzato tutti i suoi titoli.
Villefort rabbrividì, la signora de Villefort lasciò scivolare suo
figlio dalle sue ginocchia. Valentina si alzò pallida e muta come una
statua.
Alberto e Château-Renaud si scambiarono un secondo sguardo più
meravigliati ancora di prima.
Il notaro guardò Villefort.
— È impossibile, disse il procuratore del re; d’altronde il sig.
d’Épinay non può in questo momento lasciare il salotto.
— È precisamente in questo momento, riprese Barrois colla stessa
fermezza, che il sig. Noirtier mio padrone desidera parlare di affari
importanti al sig. Franz d’Épinay.
— Parla adunque adesso il mio nonno Noirtier? domandò Edoardo con la
sua abituale impertinenza.
Ma questo lazzo non fece ridere neppure la sig.ª de Villefort, tanto
gli spiriti erano preoccupati, tanto la situazione sembrava solenne.
— Dite al sig. Noirtier, riprese Villefort, che ciò ch’egli domanda non
si può fare.
— Allora il sig. Noirtier previene questi signori, riprese Barrois, che
si farà subito portare lui stesso nel salotto.
Lo stupore era al colmo.
Una specie di sorriso si disegnò sul viso della signora de Villefort.
Valentina, quasi senza suo consenso, alzò gli occhi al soffitto per
ringraziare il cielo.
— Valentina, disse il sig. de Villefort, andate un poco a sentire, vi
prego che cosa è questa nuova fantasia di vostro nonno.
Valentina fece prestamente qualche passo per sortire, ma il sig. de
Villefort cambiò di avviso.
— Aspettate, diss’egli, io vi accompagno.
— Perdono, signore, disse Franz a sua volta, mi sembra che, essendo io
quello che il sig. Noirtier ha fatto domandare, stia particolarmente
a me di arrendermi ai suoi desideri. D’altronde io sarei fortunato di
potergli presentare i miei rispetti non avendo ancora avuta l’occasione
di sollecitare questa fortuna.
— Oh! mio Dio, disse Villefort con una invisibile inquietudine, non
v’incomodate.
— Scusatemi, signore, disse Franz col tuono di un uomo che ha presa
una risoluzione, io desidero di non tralasciare questa occasione per
provare al sig. Noirtier quanto avrebbe torto di concepire verso di me
delle ripugnanze che sono deciso a vincere, qualunque esse sieno, con
un profondo attaccamento.
E senza lasciarsi ritenere più lungamente da Villefort, Franz pure
si alzò e seguì Valentina, la quale discendeva di già la scala con la
gioia di un naufrago che mette la mano sopra uno scoglio.
Il sig. de Villefort li seguì entrambi.
Château-Renaud e Morcerf si scambiarono un terzo sguardo più
meravigliato ancora dei due precedenti.