LXXIII. — LA TOMBA DELLA FAMIGLIA VILLEFORT.

Due giorni dopo, una folla considerevole si trovava riunita, verso

le sei del mattino, alla porta del sig. de Villefort, ed erasi

veduto inoltrare una lunga fila di carrozze di lutto, e di carrozze

particolari, lungo tutto il sobborgo Sant’Onorato e la strada

Pépinière. In mezzo ad esse ve n’era una di forma particolare, e che

sembrava aver fatto un lungo viaggio. Era una specie di _forgone_

tinto in nero, e che si era ritrovato tra i primi al convegno. Furono

prese informazioni, e si seppe che, per una strana coincidenza, questa

carrozza racchiudeva il corpo del signor di Saint-Méran, e che quelli

ch’eran venuti per un sol convoglio, seguiterebbero due cadaveri. Il

marchese di Saint-Méran, uno dei dignitarii più zelanti e fedeli del

re Luigi XVIII, e del re Carlo X, aveva conservato gran numero di

amici, che uniti alle persone che le sociali convenienze mettevano in

relazione con Villefort, formavano un seguito considerevole. Furon

tosto prevenute tutte le autorità, e si ottenne che i due convogli

sarebbero usciti nel medesimo tempo. Una seconda carrozza, addobbata

con la stessa pompa mortuaria, fu condotta davanti alla porta del

sig. de Villefort, e la cassa trasportata dal forgone di posta fu

messa sulla carrozza funebre. I due corpi dovevano essere seppelliti

nel cimitero del Padre-Lachaise, ove da lungo tempo il sig. de

Villefort aveva fatto inalzare la tomba destinata alla sepoltura di

tutta la sua famiglia, ed ove era già stato deposto il corpo della

povera Renata, che suo padre e sua madre venivano a raggiungere dopo

dieci anni di separazione. Parigi, sempre curiosa, e commossa per le

pompe funebri, vide con un religioso silenzio passare lo splendido

corteggio che accompagnava alla loro ultima dimora due nomi di quella

vecchia aristocrazia, i più celebri per lo spirito di tradizione, per

la sicurezza del commercio, e per l’ostinata devozione ai principi.

Nella stessa carrozza da lutto Beauchamp, Debray, e Château-Renaud

s’intrattenevano su queste morti quasi subitanee.

— Ho veduto la sig.ª di Saint-Méran l’anno scorso ancora in Marsiglia,

diceva Château-Renaud; io ritornava dall’Algeria; era una persona

destinata a vivere cent’anni, mercè la sua perfetta salute, lo spirito

sempre pronto, e la sua prodigiosa alacrità. Quanti anni aveva?

— Sessantasei anni, rispose Alberto, almeno a quanto Franz mi ha

assicurato. Ma non è l’età che l’ha uccisa, è il dispiacere che ha

sofferto per la morte del marchese: sembra che dopo questa morte,

che l’aveva violentemente colpita, non abbia ripresa compiutamente la

ragione.

— Ma in fine di che male è morta? domandò Debray.

— Di una congestione cerebrale, a quanto sembra, o di una apoplessia

fulminante.

— Non è forse la stessa cosa?

— Presso a poco.

— Di apoplessia dice Beauchamp, è difficile a credersi. La sig.ª di

Saint-Méran, che io pure ho veduta una o due volte in mia vita, era

piccola, gracile di forme, e di costituzione molto più nervosa che

sanguigna; le apoplessie prodotte da dispiaceri son molto rare in un

corpo di costituzione come quella della sig.ª di Saint-Méran.

— In ogni caso, disse Alberto, qualunque sia la malattia, o il medico

che la uccise, ecco il sig. de Villefort, o piuttosto madamigella

Valentina, o meglio ancora il nostro amico Franz in possesso di una

magnifica eredità; 80 mila lire di rendita, credo.

— Eredità che sarà quasi raddoppiata alla morte di quel vecchio

giacobino di Noirtier.

— Quello è un nonno tenace, disse Beauchamp; _Tenacem propositi virum_;

egli ha promesso colla morte che avrebbe veduto seppellire tutti i

suoi eredi. Sulla mia parola ci riuscirà. È quello stesso vecchio della

convenzione del ’93 che diceva a Napoleone nel 1814:

«Voi decadete perchè il vostro impero è un giovine stelo affaticato

pel soverchio crescere; prendete la repubblica per tutore, e ritorniamo

con una buona costituzione sui campi di battaglia, e vi garantisco 500

mila soldati, un altro Marengo, ed un secondo Austerlitz. Le idee non

muoiono, sire, qualche volta sonnacchiano, ma si risvegliano poi più

forti che prima di addormentarsi.»

— Sembra, disse Alberto, che per lui gli uomini siano come l’idee; ciò

che mi mette in pensiero, si è di sapere, cioè, in qual modo Franz

d’Épinay si accomoderà col vecchio nonno, e che non può fare a meno

della sposa di lui; ma, a proposito, Franz dov’è?

— Nella prima carrozza col sig. de Villefort, che lo considera già come

uno di famiglia.

In ciascuna delle carrozze che formavano il corteggio funebre, la

conversazione era presso a poco uguale; ognuno si meravigliava di

queste due morti sì rapide e sì vicine, ma in nessuna si sospettava

il terribile segreto, che il dottore d’Avrigny aveva svelato al sig.

de Villefort nella passeggiata notturna. In capo circa ad un’ora

di cammino, giunsero al cimitero: era una giornata tranquilla, ma

cupa, e per conseguenza in armonia colla funerea cerimonia che si

compiva. Fra i gruppi che si dirigevano verso la tomba della famiglia,

Château-Renaud riconobbe Morrel, venuto solo ed in _cabriolet_: egli

passeggiava solo, pallidissimo e silenzioso sul piccolo sentiero

costeggiato da bossi.

— Voi qui? disse Château-Renaud passando il braccio sotto quello del

capitano; conoscete il sig. de Villefort? Come va che non vi ho mai

incontrato in sua casa?

— Non è il sig. de Villefort che io conosco, ma la sig.ª de Saint-Méran.

In questo momento Alberto li raggiunse con Franz.

— Il luogo è scelto male per una presentazione, disse Alberto; ma non

importa, non siamo superstiziosi. Sig. Morrel, permettetemi che vi

presenti il sig. Franz d’Épinay, un eccellente compagno di viaggio col

quale ho fatto il giro d’Italia. Mio caro Franz, il sig. Massimiliano

Morrel è un eccellente amico che ho acquistato nella tua assenza, e del

quale tu sentirai spesso ricordarti il suo nome nella mia conversazione

ogni qualvolta io dovrò parlare di coraggio, di spirito e di amabilità.

Morrel ebbe un momento d’indecisione; egli chiese a sè stesso se poteva

dirsi un tratto di riprovevole ipocrisia il fare un saluto amichevole

a quell’uomo ch’egli combatteva alla sordina: ma gli ritornavano al

pensiero e la gravità della circostanza, ed il suo giuramento, si

sforzò dunque di non fare apparire niente sul suo viso, e salutò Franz

con qualche ritegno.

— Madamigella de Villefort è molto afflitta, non è vero? disse Debray a

Franz.

— Oh! signore, rispose Franz, di un’afflizione inesprimibile; questa

mattina era così abbattuta che appena l’ho riconosciuta.

Queste parole in apparenza tanto semplici, lacerarono il cuore di

Morrel. Costui aveva dunque veduta Valentina, le aveva parlato?

Fu allora che il giovine e fervido ufficiale ebbe bisogno di tutte le

sue forze per resistere al desiderio di violare il suo giuramento.

Prese sotto il braccio Château-Renaud e lo trascinò rapidamente verso

la tomba, davanti la quale gli incaricati alle pompe funebri, avevano

deposte le due casse.

— Magnifica abitazione, disse Beauchamp dando uno sguardo al mausoleo,

palazzo d’estate, e palazzo d’inverno. Verrà pure la vostra volta di

venirci ad abitare, caro d’Épinay, perchè sarete ben presto della

famiglia. Io nella mia qualità di filosofo, voglio una piccola

casa di campagna, una capanna laggiù sotto gli alberi, e non voglio

tanti macigni sul mio povero corpo. Morendo, dirò a quelli che mi

circonderanno ciò che scriveva Voltaire a Piron: «vado in campagna»

e tutto sarà finito... Andiamo, per bacco! Franz, ci vuol coraggio,

vostra moglie eredita.

— Davvero, Beauchamp, disse Franz, vi siete fatto insopportabile.

Gli affari politici vi hanno data l’abitudine di ridere di tutto, e

gli uomini che maneggiano gli affari, l’abitudine di non credere a

niente. Ma finalmente, quando avete la fortuna di trovarvi con uomini

comuni, e la fortuna di lasciare per un momento la politica, cercate

di riprendere il vostro cuore che voi lasciate nella stanza di deposito

dei bastoni della _Camera_ dei Deputati, o della _Camera_ dei Pari.

— Eh! mio Dio! che cosa è la vita? una fermata nell’anticamera della

morte.

— Io prendo Beauchamp in fallo, disse Alberto, e si ritirò a quattro

passi dietro Franz, lasciando Beauchamp continuare le sue dissertazioni

filosofiche con Debray.

La tomba della famiglia di Villefort formava una specie di quadrato

di pietre bianche dell’altezza di circa venti piedi; una interna

separazione divideva i due compartimenti, la famiglia di Saint-Méran,

e la famiglia Villefort, e ciascun compartimento aveva la sua porta

d’entrata.

Non si vedevano, come nelle altre tombe, quegli ignobili tiratori

soprapposti, dei quali una economica distribuzione racchiude i morti

con iscrizione che rassomiglia ad una etichetta; tutto ciò che si

vedeva sulle prime era un’anticamera cupa e scura separata da un muro

di vera tomba.

Era nel mezzo di questo muro che si aprivano le due porte di cui

parlammo or ora, e che comunicavano alle sepolture Villefort, e

Saint-Méran.

Là potevansi esalare in libertà i dolori senza che gli spensierati

passeggiatori che fanno di una visita al cimitero una partita di

campagna, o un appuntamento amoroso, venissero a disturbare col loro

canto, colle loro grida, o colle loro corse, la muta contemplazione, o

la preghiera bagnata di lagrime dell’abitante della tomba.

I due cadaveri furono portati nella tomba a diritta; era quella della

famiglia di Saint-Méran. Entrambi furono deposti sopra dei preparati

cavalletti, che aspettavano da qualche tempo le loro spoglie mortali;

Villefort, Franz, ed alcuni altri prossimi parenti penetrarono soli nel

santuario.

Siccome le cerimonie religiose si erano terminate alla porta, e

non v’era discorso da farsi, gli assistenti si separarono subito;

Château-Renaud, Alberto, e Morrel si ritirarono da una parte, e Debray

e Beauchamp da un’altra.

Franz rimase col sig. de Villefort; alla porta del cimitero, Morrel si

fermò col primo pretesto che gli venne al pensiero; egli vide sortire

Franz ed il signor de Villefort in una carrozza di lutto, e concepì un

cattivo presagio da questo avvicinamento. Egli ritornò dunque a Parigi,

e quantunque fosse nella stessa carrozza di Château-Renaud e Alberto,

egli non intese una parola di quel che dissero i due compagni.

In fatti, quando Franz stava per lasciare il signor de Villefort:

— Signor barone, aveva detto questi, quando potrò rivedervi?

— Quando voi vorrete, signore, aveva risposto Franz.

— Il più presto possibile.

— Io sono ai vostri ordini, signore; se vi piace, possiamo ritornare

assieme.

— Se ciò non vi disturba in alcun modo.

— In nessuno.

Fu così, che il futuro suocero e il futuro genero salirono nella stessa

carrozza, e che Morrel, vedendoli passare, concepì con ragione gravi

inquietudini.

Villefort e Franz ritornarono al sobborgo Saint-Honoré.

Il procuratore del Re senza entrare da nessuno, senza parlare nè a sua

moglie nè a sua figlia, fece passare il giovine nel suo gabinetto, e

mostrandogli una sedia:

— Signor d’Épinay, diss’egli, io debbo ricordarvi, che il momento non

sarà forse tanto male scelto, quanto potrebbe credersi sul principio,

perchè l’obbedienza ai morti, è la prima offerta che bisogna deporre

sul loro cataletto; io debbo dunque ricordarvi il voto espresso dalla

sig.ª di Saint-Méran fatto or son due giorni al suo letto di agonia,

ed è, che il matrimonio di Valentina non soffra ritardo. Voi sapete che

gli affari della defunta sono in perfetta regola; che il suo testamento

assicura a Valentina tutta la fortuna di Saint-Méran; il notaro mi ha

mostrato ieri questi atti che permettono di potere redigere in un modo

definitivo il contratto di matrimonio. Voi potete vedere il notaro, e

dirgli per parte mia che vi comunichi queste carte. Il notaro è il sig.

Deschamps, piazza Beauveau, sobborgo Saint-Honoré.

— Signore, rispose d’Épinay, questo forse non è il momento per

madamigella Valentina, immersa come ella è nel dolore, di pensare ad

uno sposo; in verità io temerei...

— Valentina, interruppe il signor de Villefort, non avrà desiderio più

intenso di quello di compiere le ultime intenzioni di sua nonna; perciò

io vi garantisco che le difficoltà non nasceranno per parte sua.

— In questo caso, signore, rispose Franz, siccome non verranno

egualmente da parte mia, voi potete fare ciò che più vi conviene; la

mia parola è impegnata, ed io l’adempirò, non solo con piacere, ma

ancora con fortuna.

— Allora, disse Villefort, non abbiamo più nulla che ci arresti; il

contratto doveva esser firmato tre giorni sono, noi lo troveremo dunque

già preparato; e si potrà firmare oggi stesso.

— Ma il lutto? disse esitando Franz.

— Siate tranquillo, signore, rispose Villefort; non sarà in casa mia,

che verranno noncurate le convenienze. Madamigella de Villefort potrà

ritirarsi, durante i tre mesi voluti, nella sua terra di Saint-Méran,

io dico sua terra, perchè da oggi questa proprietà è sua. Là, fra

otto giorni, se voi lo volete senza romore, senza lusso, senza fasto,

sarà concluso il matrimonio civile. Era un desiderio della signora di

Saint-Méran che sua nipote si maritasse in quella terra; concluso il

matrimonio, signore, voi potrete ritornare a Parigi mentre che vostra

moglie passerà il tempo del lutto colla sua matrigna.

— Come vi piacerà, signore, disse Franz.

— Allora, riprese il sig. de Villefort, abbiate la pena di aspettare

un poco che fra una mezz’ora Valentina discenderà nel salotto.

Manderò a cercare Deschamps; noi leggeremo e firmeremo il contratto

in una sola seduta, e fino da questa sera, la signora de Villefort

condurrà Valentina nella sua terra, ove fra otto giorni noi anderemo a

raggiungerla.

— Signore, disse Franz, io ho una domanda a farvi.

— E quale?

— Io desidero che Alberto de Morcerf, e Raoul di Château-Renaud siano

presenti a questa sottoscrizione; voi sapete che questi sono i miei due

testimoni.

— Una mezz’ora basta a prevenirli; volete voi andare a cercarli da voi

stesso, o volete mandarli a cercare?

— Preferisco l’andarvi da me, signore.

— Vi aspetto dunque fra una mezz’ora, e fra una mezz’ora Valentina sarà

pronta.

Franz salutò il sig. de Villefort, e sortì.

Appena la porta di strada fu chiusa dietro al giovine, Villefort

mandò a prevenire Valentina che doveva discendere nel salotto fra

una mezz’ora perchè si aspettavano il notaro, e i testimoni del sig.

d’Épinay.

Questa notizia inaspettata produsse una gran sensazione nella famiglia.

La sig.ª de Villefort non voleva crederci, e Valentina ne rimase

atterrata come da un colpo di fulmine.

Ella guardò intorno a sè, come per cercare a chi poteva domandare

soccorso.

Ella volle discendere da suo nonno; ma incontrò per la scala il sig. de

Villefort, che la prese per un braccio, e la condusse in salotto.

Nell’anticamera Valentina incontrò Barrois, e gettò al vecchio

servitore uno sguardo di disperazione.

Un istante dopo di Valentina, la signora de Villefort entrò in salotto

col piccolo Edoardo. Era visibile che la giovane sposa aveva avuta una

gran parte sui dispiaceri di famiglia; ella era pallida, e sembrava

orribilmente stanca.

Ella si assise, prese Edoardo sulle sue ginocchia, e di tratto in

tratto comprimeva con movimenti quasi convulsivi contro il suo petto

questo fanciullo, sul quale sembrava concentrarsi tutta intera la sua

vita.

Ben presto s’intesero due carrozze entrare nel cortile.

Una era quella del notaro, l’altra quella di Franz con i suoi amici.

In un istante tutti si riunirono nel salotto.

Valentina era così pallida, che si vedevano delinearsi le vene blu

delle sue tempie intorno ai suoi occhi, e scorrere lungo le sue guance.

Franz non potè esimersi dal provare una forte emozione.

Château-Renaud e Alberto, si guardavano con meraviglia; la cerimonia

che stava per cominciare, non era men trista di quella che da poco era

finita.

La signora de Villefort si era situata all’ombra, dietro una tenda di

velluto, e siccome era sempre inchinata sopra suo figlio, era difficile

di leggere sul suo viso ciò che accadeva nel suo cuore.

Il sig. de Villefort era, come sempre, impassibile.

Il notaro dopo avere, col metodo ordinario alle persone legali,

distribuite sulla tavola le carte, avea preso posto sul suo seggio, e

dopo avere inalzati i suoi occhiali, si voltò verso Franz:

— Siete voi il sig. Franz de Quesnel, barone d’Épinay? domandò egli,

quantunque lo sapesse perfettamente.

— Sì, signore, rispose Franz.

Il notaro gli fece un inchino.

— Debbo dunque prevenirvi, signore, diss’egli, e ciò per parte del sig.

de Villefort, che il vostro matrimonio progettato con madamigella de

Villefort, ha fatto cambiare le disposizioni testamentarie del signor

de Noirtier verso sua nipote, e che egli aliena interamente la fortuna

che le doveva trasmettere. Sollecitiamo di aggiungere, continuò il

notaro, che il testatore non avendo il diritto di alienare che una sola

parte della sua fortuna, e che avendo alienato tutto, il testamento non

resisterà agli attacchi, e sarà dichiarato nullo, e come non avvenuto.

— Sì, disse Villefort, soltanto io vi prevengo in antecedenza, sig.

d’Épinay, che finchè vivrò il testamento di mio padre non sarà mai

messo in lite; la mia posizione mi proibisce fin l’ombra di questo

scandalo.

— Signore, disse Franz, io sono dolente che si sia intavolata una

simile questione in faccia di Valentina. Io non mi sono mai informato

della cifra della sua fortuna, che per quanto possa venire ridotta sarà

sempre maggiore della mia. Ciò che la mia famiglia ha cercato nella

alleanza col signor de Villefort, si è la considerazione; ciò che cerco

io, è la felicità.

Valentina fece un segno impercettibile di ringraziamento, nel mentre

che due silenziose lagrime scorrevano sulle sue guance.

— D’altronde, signore, disse Villefort indirizzandosi al suo futuro

genero, fatta astrazione da questa perdita di una parte delle vostre

speranze, questo inatteso testamento non ha niente che debba offendervi

personalmente; ciò si spiega colla debolezza di spirito del sig.

Noirtier. Ciò che dispiace a mio padre, non è che mia figlia si sposi

con voi, ma che mia figlia prenda marito; una unione con qualunque

altro, gli sarebbe egualmente dispiaciuta. La vecchiaia è egoista,

signore, e madamigella de Villefort faceva al sig. Noirtier una fedele

compagnia che non potrà più fargli la sig.ª baronessa d’Épinay. Lo

stato infelice nel quale si ritrova mio padre, fa che gli si parli

raramente di affari seri, che la debolezza del suo spirito non gli

permetta di seguire, e sono pienamente convinto che a quest’ora mentre

conserva la memoria che sua nipote si marita, non si ricorda più

neppure il nome di quello che sta per diventare suo nipote.

Appena il sig. de Villefort terminava queste parole alle quali Franz

rispondeva con un saluto, a un tratto si aprì la porta del salotto, e

comparve Barrois.

— Signori, signori, diss’egli con una voce stranamente ferma per un

servitore che parla ai suoi padroni in una circostanza così solenne,

signori, il sig. Noirtier de Villefort desidera parlare sul momento al

sig. Franz de Quesnel barone d’Épinay.

Egli pure, come aveva fatto il notaro, affinchè non potesse nascere

alcun errore di persona aveva dato al fidanzato tutti i suoi titoli.

Villefort rabbrividì, la signora de Villefort lasciò scivolare suo

figlio dalle sue ginocchia. Valentina si alzò pallida e muta come una

statua.

Alberto e Château-Renaud si scambiarono un secondo sguardo più

meravigliati ancora di prima.

Il notaro guardò Villefort.

— È impossibile, disse il procuratore del re; d’altronde il sig.

d’Épinay non può in questo momento lasciare il salotto.

— È precisamente in questo momento, riprese Barrois colla stessa

fermezza, che il sig. Noirtier mio padrone desidera parlare di affari

importanti al sig. Franz d’Épinay.

— Parla adunque adesso il mio nonno Noirtier? domandò Edoardo con la

sua abituale impertinenza.

Ma questo lazzo non fece ridere neppure la sig.ª de Villefort, tanto

gli spiriti erano preoccupati, tanto la situazione sembrava solenne.

— Dite al sig. Noirtier, riprese Villefort, che ciò ch’egli domanda non

si può fare.

— Allora il sig. Noirtier previene questi signori, riprese Barrois, che

si farà subito portare lui stesso nel salotto.

Lo stupore era al colmo.

Una specie di sorriso si disegnò sul viso della signora de Villefort.

Valentina, quasi senza suo consenso, alzò gli occhi al soffitto per

ringraziare il cielo.

— Valentina, disse il sig. de Villefort, andate un poco a sentire, vi

prego che cosa è questa nuova fantasia di vostro nonno.

Valentina fece prestamente qualche passo per sortire, ma il sig. de

Villefort cambiò di avviso.

— Aspettate, diss’egli, io vi accompagno.

— Perdono, signore, disse Franz a sua volta, mi sembra che, essendo io

quello che il sig. Noirtier ha fatto domandare, stia particolarmente

a me di arrendermi ai suoi desideri. D’altronde io sarei fortunato di

potergli presentare i miei rispetti non avendo ancora avuta l’occasione

di sollecitare questa fortuna.

— Oh! mio Dio, disse Villefort con una invisibile inquietudine, non

v’incomodate.

— Scusatemi, signore, disse Franz col tuono di un uomo che ha presa

una risoluzione, io desidero di non tralasciare questa occasione per

provare al sig. Noirtier quanto avrebbe torto di concepire verso di me

delle ripugnanze che sono deciso a vincere, qualunque esse sieno, con

un profondo attaccamento.

E senza lasciarsi ritenere più lungamente da Villefort, Franz pure

si alzò e seguì Valentina, la quale discendeva di già la scala con la

gioia di un naufrago che mette la mano sopra uno scoglio.

Il sig. de Villefort li seguì entrambi.

Château-Renaud e Morcerf si scambiarono un terzo sguardo più

meravigliato ancora dei due precedenti.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 91 / 140 题