Era in fatto Morrel che dalla sera innanzi non viveva più: con
quell’istinto particolare agli amanti, ed alle madri, aveva indovinato,
che in seguito di questo ritorno della sig.ª di Saint-Méran, e della
morte del marchese, succedeva qualche cosa in casa di Villefort che
interessava il suo amore per Valentina.
Come si vedrà, i suoi presentimenti si erano avverati; non era più una
semplice inquietudine quella che lo conduceva così sconvolto e tremante
al cancello dei marroni.
Ma Valentina non era prevenuta dell’aspettativa di Morrel, questa non
era l’ora in cui ordinariamente vedevansi, e fu un puro caso, o se si
vuol meglio, una fortunata simpatia che la condusse al giardino. Quando
ella comparve, Morrel la chiamò: ella accorse al cancello.
— Voi a quest’ora? diss’ella.
— Sì, vengo a cercare ed a portare cattive notizie.
— È dunque la casa dell’infortunio? parlate, ma in verità, la somma dei
dolori è già sufficiente.
— Cara Valentina, ascoltatemi bene, perchè tutto ciò che sono per dirvi
è solenne. A qual epoca contano di maritarvi?
— Ascoltate, nulla voglio nascondervi, Massimiliano. Questa mattina han
parlato del mio matrimonio, e mia nonna, sulla quale aveva calcolato
come sopra un appoggio che non ci sarebbe mancato, non solo si è
dichiarata pel matrimonio, ma lo desidera ancora a tal punto, che la
sola lontananza del sig. Franz, lo ritarda, e che la dimane del suo
arrivo il contratto sarà firmato. — Un penoso sospiro uscì dal petto
del giovine, che guardò lungamente e tristamente la sua diletta. — Ah!
rispose egli a voce bassa, è spaventoso il sentir dire tranquillamente
dalla donna che si ama; «il momento del nostro supplizio è fissato; fra
poche ore avrà luogo. Ma non importa, bisogna che la cosa sia così, e
dal canto mio non vi apporrò alcuna opposizione.» Ebbene! poichè non si
aspetta che l’arrivo del sig. d’Épinay per sottoscrivere il contratto,
e che voi sarete sua la dimane del suo arrivo, domani voi apparterrete
a lui, perchè egli è giunto a Parigi questa mattina. — Valentina
mandò un grido. — Io era dal conte di Monte-Cristo, sarà un’ora, disse
Morrel; noi parlavamo, egli del dolore della vostra casa, ed io del
dolore vostro, quando d’improvviso si sente scorrere una carrozza nel
cortile. Ascoltate! fino allora io non credeva ai presentimenti, ma or
bisogna ben che io vi creda: al rumore di quella carrozza sono stato
investito da un fremito in tutto il corpo: ben presto intesi dei passi
sulla scala. Finalmente si apre la porta, Alberto de Morcerf entra pel
primo, stavo per dubitare di me stesso, stavo per credere d’essermi
ingannato, quando dietro a lui s’avanza un altro giovine, ed il conte
esclama:
«— Ah! sig. barone Franz d’Épinay!»
«Quant’ho di forza e di coraggio io lo raccolsi per contenermi. Forse
impallidii, forse tremai, ma a colpo sicuro sono rimasto col sorriso
sulle labbra; cinque minuti dopo sono uscito senza avere inteso una
parola di ciò che fu detto in quei cinque minuti; ero annientato.
— Povero Massimiliano! mormorò Valentina.
— Osservatemi, Valentina. Vediamo, rispondetemi come ad un uomo al
quale la vostra risposta deve dare la vita o la morte: che contate di
fare? — Valentina abbassò la testa; ella era oppressa. — Ascoltate,
disse Morrel, non è la prima volta che voi pensate alla situazione
a cui siamo giunti: essa è grave, è pressante, è suprema; non credo
che questo sia il momento di abbandonarsi ad uno sterile dolore: ciò
è buono per quelli che vogliono soffrire a loro agio, e vi sono di
queste persone; ma chiunque si sente la volontà di lottare, non perde
un tempo prezioso, e rimbalza immediatamente alla fortuna il colpo con
cui fu colpito. Avete volontà di lottare contro l’avversa sorte, dite,
Valentina? Questo è quanto vi domando.
Valentina fremette, e guardò Morrel con occhi spaventati. L’idea di
resistere a suo padre, a sua nonna, in fine a tutta la famiglia, non le
era ancor venuta.
— Che dite, Massimiliano? e qual cosa chiamate una lotta? dite
piuttosto un sacrilegio. Che? io lottare contro l’ordine di mio padre,
contro il desiderio della mia ava moribonda? questo è impossibile.
(Morrel fece un movimento.) Voi avete un cuore troppo nobile per non
potere fare a meno di comprendermi, e mi comprendete tanto bene, che vi
ho ridotto al silenzio. Lottare io! Dio me ne salvi! No, no, riserbo
tutta la mia forza per lottare contro me stessa, e per bere le mie
lagrime, come voi dite; in quanto ad affliggere mio padre, in quanto al
turbare gli ultimi momenti di mia nonna, giammai!
— Avete ragione, disse flemmaticamente Morrel.
— In qual modo me lo dite, gridò Valentina offesa.
— Vi dico ciò, come un uomo che vi ammira, madamigella!
— Madamigella, gridò Valentina: oh egoista! egli mi vede alla
disperazione, e finge di non capirmi.
— V’ingannate, anzi vi capisco perfettamente. Voi non volete
contrariare il sig. de Villefort, non volete disobbedire alla marchesa,
e domani sottoscriverete il contratto che deve unirvi a vostro marito.
— Ma, mio Dio! posso fare altrimenti?
— Non bisogna appellarsene a me, perchè sono un cattivo giudice in
questa causa, ed il mio egoismo mi accecherà.
— Che mi avreste dunque proposto, Morrel, se mi aveste ritrovata
disposta ad accettare la vostra proposizione? sentiamo, rispondete, non
si tratta di dire «fate male», si tratta di dare un consiglio.
— Mi dite ciò seriamente, Valentina? e devo io darvi questo consiglio,
dite?
— Certamente, caro Massimiliano, perchè se è buono, io lo seguirò:
sapete bene che mi sono interamente data alle mie affezioni.
— Valentina, disse Morrel compiendo di staccare un’asse di già
sconnessa; ho la testa sconvolta, vedete bene, da un’ora le idee più
insensate hanno percorso una per volta nel mio spirito. Oh! nel caso
che rifiutaste il mio consiglio...
— Ebbene! questo consiglio?
— Eccolo, Valentina.
La giovane alzò gli occhi al cielo e mandò un sospiro.
— Io son libero, riprese Massimiliano, sono abbastanza ricco per noi
due, sarete mia moglie.
— Voi mi fate tremare, disse la giovinetta.
— Seguitemi, continuò Morrel, vi condurrò da mia sorella che è
degna d’essere ancora vostra sorella; c’imbarcheremo per Algeri, per
l’Inghilterra, o per l’America; se non preferite che ci ritiriamo
insieme in qualche provincia, ove aspetteremo che qualche amico abbia
vinta la resistenza della vostra famiglia.
Valentina scosse la testa:
— Io me lo aspettava, Massimiliano, diss’ella: questo è un consiglio
insensato, e sarei ancor più insensata di voi, se non vi fermassi con
queste sole parole: «impossibile Morrel, impossibile».
— Soffrirete dunque la vostra sorte tal quale si presenta, senza neppur
tentare di combatterla?
— Sì, dovessi ancora morire!
— Ebbene! Valentina, vi ripeterò di nuovo che avete ragione; infatto
io sono un pazzo, e voi mi provate che la passione acceca gli spiriti
più giusti. Grazie, dunque, a voi che ragionate senza passione. Sia
dunque così: è cosa intesa; domani sarete irrevocabilmente promessa al
sig. d’Épinay, non già con quella formalità teatrale che fu immaginata
per sciogliere gl’interessi delle commedie, e che si chiama la
sottoscrizione del contratto; ma per vostra propria volontà.
— Anche una volta mi ponete alla disperazione, Morrel, disse Valentina;
e ricacciate il pugnale nella ferita! Che fareste, dite, se vostra
sorella ascoltasse un consiglio come quello che mi date?
— Madamigella, rispose Morrel con un amaro sorriso, sono un egoista, e
nella mia qualità d’egoista, non penso a quel che farebbero gli altri
nella mia posizione, ma a quel che conto di fare io. Penso che vi
conosco da un anno; che ho riposto, dal giorno in cui vi conobbi, tutte
le possibilità di felicità nel vostro amore: che venne un giorno in cui
mi diceste che mi amavate, che da quel giorno fissai le sorti del mio
avvenire sul vostro possesso, giacchè il possedervi era la mia vita.
Or non penso più a niente, dico solo a me stesso che le eventualità si
sono voltate, che credei aver guadagnata la felicità, e l’ho invece
perduta. Ciò accade sempre al giuocatore che perde non solo quel che
aveva, ma pur quello che non aveva.
Morrel pronunciò queste parole colla più perfetta calma; Valentina lo
guardò coi suoi grandi occhi scrutatori, e cercando di non lasciar
penetrare quelli di Morrel fino al subbuglio che già si agitava nel
fondo del suo cuore:
— Ma infine, che farete?
— Ho l’onore di dirvi addio, madamigella, chiamando in testimonio
Iddio, che sente le mie parole, e legge nel fondo del mio cuore,
che vi desidero una vita molto pacifica e felice, e tanto ripiena di
contentezza, che non vi rimanga neppur posto per la mia memoria; addio,
Valentina, addio! disse Morrel inchinandosi.
— Dove andate? gridò, allungando la mano a traverso il cancello, ed
afferrando Massimiliano per l’abito, la giovinetta che comprendeva
dall’interna sua agitazione che la calma del suo amante non poteva
essere reale; dove andate?
— Vado ad occuparmi di non arrecare un nuovo dispiacere alla vostra
famiglia, e dare un esempio che potranno seguire tutte le oneste
persone che si troveranno nella mia posizione.
— Prima di lasciarmi ditemi ciò che volete fare.
Il giovine sorrise con tristezza.
— Oh! parlate! parlate! disse Valentina, ve ne prego!
— La vostra risoluzione si è forse cambiata, Valentina?
— Non può cambiarsi, infelice! voi ben lo sapete!
— Allora, addio, Valentina!
Questa scosse il cancello con una forza di cui non si sarebbe creduta
capace, e siccome Morrel si allontanava, passò le due mani attraverso
le sbarre, e congiungendole contorcendosi le braccia:
— Che andate a fare? voglio saperlo! dove andate?
— Oh! siate tranquilla, disse Massimiliano fermandosi a tre passi dalla
porta; la mia intenzione non è di rendere un altro uomo garante dei
rigori che la sorte riserba a me solo. Un altro minaccerebbe di andare
a trovare Franz, provocarlo, e battersi con lui; tutto ciò sarebbe
da insensato. Che ha che fare il sig. Franz con tutto ciò? egli mi
ha veduto questa mattina per la prima volta, ha già dimenticato di
avermi veduto; non sapeva neppure che io esistessi quando furono fatte
le convenzioni fra le vostre due famiglie, per mezzo delle quali fu
risoluto che voi due sareste stati l’una dell’altro: non ho dunque che
fare col sig. Franz, e, ve lo giuro, non me la prenderò con lui.
— Ma con chi ve la prenderete? con me?
— Con voi, Valentina? oh! Dio me ne guardi! la donna è sacra!
— Con voi stesso allora: disgraziato, con voi stesso.
— Sono io il colpevole, n’è vero? disse Morrel.
— Massimiliano, disse Valentina, venite qui, lo voglio.
Massimiliano si avvicinò col suo dolce sorriso, e se non fosse stato
il pallore del viso, sarebbesi detto che era nel suo stato ordinario.
— Ascoltatemi, mia adorata Valentina, le persone come noi che non
hanno mai avuto un pensiero di cui abbiano ad arrossire davanti al
mondo, davanti i parenti, e a Dio, possono leggere nel cuore l’uno
dell’altro a libro aperto. Io non ho mai fatto il romantico, non sono
un eroe malinconico, non rappresento nè un Manfredi, nè un Antony; ma
senza parole, senza proteste, senza giuramenti, ho messa la mia vita in
voi, voi mi venite meno, ed avete ragione di far così, ve l’ho detto,
ve lo ripeto; ma finalmente mi venite meno, e la mia vita è perduta.
Dal momento che vi allontanate da me, Valentina, io resto solo nel
mondo. Mia sorella è felice con suo marito, riprese dopo breve pausa
Massimiliano, suo marito non è che un mio cognato, vale a dire un uomo
che le convenzioni sociali soltanto uniscono a me; nessuno dunque
sulla terra ha bisogno della mia esistenza divenuta inutile. Ecco
ciò che io farò: aspetterò fino all’ultimo, che voi siate maritata,
perchè non voglio perdere l’ombra di una delle inattese combinazioni
che qualche volta ci riserba il destino, perchè finalmente di qui a là
Franz d’Épinay può morire; al momento in cui voi vi avvicinate a lui il
fulmine può cadere sull’altare: tutto sembra credibile al condannato
a morte, per lui tutto è possibile; invoca, aspetta anche un miracolo
per lui solo, da che si tratta della salvezza della sua vita. Io
dunque aspetterò fino all’ultimo momento, e quando la mia infelicità
sarà certa, senza rimedio, senza speranze, scriverò una lettera di
confidenza a mio cognato, un’altra lettera al prefetto di polizia per
dar loro avviso del mio disegno, e nell’angolo di un qualche bosco,
sulle rive di qualche fosso, sulle sponde di qualche fiume, mi farò
saltare le cervella, tanto vero, quanto che son il figlio del più
onesto uomo che abbia vissuto in Francia.
Un tremito convulso agitò le membra di Valentina, ella lasciò il
cancello che teneva con ambe le mani, le braccia ricaddero abbandonate,
e due grosse lagrime gli scorsero sulle guance.
Il giovine rimase davanti a lei tetro e risoluto.
— Oh! per pietà, diss’ella, vivrete n’è vero?
— No, sul mio onore, disse Massimiliano. Ma che importa a voi? avrete
fatto il vostro dovere, e vi rimarrà la vostra coscienza.
Valentina cadde in ginocchio comprimendosi il cuore, che si rompeva:
— Massimiliano, diss’ella, amico mio, mio fratello sulla terra, mio
sposo nel cielo, te ne prego, fa come faccio io, vivi e soffri, un
giorno forse saremo riuniti.
— Addio, Valentina, riprese Morrel.
— Mio Dio, disse Valentina alzando le mani al cielo con una sublime
espressione, voi lo vedete, ho fatto tutto ciò che ho potuto per
restare una figlia sottomessa; ho pregato, supplicato, implorato; egli
non ha ascoltato le mie preghiere, le mie suppliche, le mie lagrime.
Ebbene, continuò ella asciugando le lagrime, e riprendendo la sua
fermezza, ebbene! non voglio morire di rimorsi, amo piuttosto morire di
vergogna: vivrete, Massimiliano, ed io non sarò di alcuno, fuorchè di
voi.
Morrel che aveva già fatto nuovamente qualche passo per allontanarsi,
era ritornato di nuovo, pallido di gioia, col cuore commosso, tenendo a
traverso il cancello, nelle sue mani quelle di Valentina.
— Valentina, diss’egli, amica cara, non è così che bisogna parlarmi,
altrimenti bisogna lasciarmi morire. Perchè dovrò ottenervi dalla
violenza, se mi amate come vi amo? mi sforzate a vivere per umanità?
ecco tutto, in questo caso, amo piuttosto morire.
— Infatto, mormorò Valentina, chi è che mi ama in questo mondo? lui.
Chi mi ha consolato in tutti i miei dolori? lui. Su chi riposano le mie
speranze? su chi si ferma la mia vista sconvolta? su chi riposa il mio
cuore stillante sangue? su lui, lui, sempre lui. Ebbene tu hai ragione
a tua volta; Massimiliano, ti seguirò; abbandonerò la casa paterna,
tutto! oh! ingrata che sono, gridò Valentina singhiozzando, tutto,
anche il mio buon nonno che dimenticava!
— No, disse Massimiliano, non lo lascerai. Non mi dicesti che il
sig. Noirtier sembrò provare qualche simpatia per me? ebbene! prima
di fuggire gli dirai tutto, ti farai un’egida davanti a Dio del suo
consenso; poi subito dopo maritati egli verrà con noi, ed invece di uno
avrà due nipoti. Tu mi hai detto come ti parla, e come tu gli rispondi;
imparerò ben presto questa lingua commovente di segni; va Valentina.
Oh! te lo giuro, invece della disperazione che ci aspetta, ti prometto
la felicità.
— Oh! guarda, Massimiliano, guarda qual è la tua possanza su di me,
tu mi fai quasi credere quanto mi dici, e pure ciò che mi dici è
insensato; perchè mio padre mi maledirà; perchè lo conosco, egli ha il
cuore insensibile, non mi perdonerà mai. Pure, ascoltami, Massimiliano,
se per artefizio, per preghiera, per accidente, che so io, se
finalmente con qualche mezzo qualunque posso ritardare il matrimonio,
mi aspetterai, n’è vero?
— Sì, lo giuro come mi giurate che questo spaventoso matrimonio non si
farà mai, e che quand’anche vi trascinassero davanti al magistrato, o
davanti al prete, direte sempre di no.
— Te lo giuro, Massimiliano, per tutto ciò che v’è di più sacro al
mondo, per mia madre.
— Allora aspettiamo, disse Morrel.
— Sì, aspettiamo, riprese Valentina che respirava a questa parola, vi
sono tante combinazioni che possono salvare due infelici come noi.
— Mi fido a voi, Valentina, disse Morrel, tuttocciò che farete sarà
ben fatto; soltanto se non si ascoltano le vostre preghiere, se vostro
padre, se la sig.ª di Saint-Méran, esigono che il sig. d’Épinay sia
chiamato domani a firmare il contratto....
— Allora avete la mia parola, Morrel.
— Invece di firmare...
— Vengo a raggiungervi, e fuggiremo; ma di qui a là, non tentiamo
Iddio; Morrel, non ci vediamo più; è un miracolo, è una provvidenza,
che non siamo stati ancor sorpresi; se lo fossimo, se si sapesse come
ci vediamo, non avremmo più alcun espediente.
— Avete ragione, Valentina; ma come sapere...
— Dal notaio, il signor Deschamps, e da me stessa, vi scriverò.
— Bene! grazie! adorata Valentina, riprese Massimiliano.
— Sia così, disse Valentina, io pure vi dirò, tutto ciò che farete sarà
ben fatto; ebbene siete contento di vostra moglie? disse tristamente la
giovinetta.
— Mia adorata Valentina, è ben poco il dir di sì.
— Ditelo sempre. A rivederci disse Valentina, togliendosi con uno
sforzo dalla sua felicità: a rivederci.
— Io dunque avrò una vostra lettera?
— Sì.
— Grazie mia cara sposa, a rivederci.
Valentina fuggì sotto i tigli.
Morrel ascoltò gli ultimi rumori della sua veste fluttuante contro
i cespugli, e dei piedi che facevano scricchiolare la sabbia, alzò
gli occhi al cielo con un ineffabile sorriso, per ringraziarlo perchè
permetteva che fosse amato in tal guisa, e anch’egli disparve.
Il giovine rientrò in casa sua, ed aspettò durante tutto il resto della
sera, ed il dì seguente senza nulla ricevere.
Finalmente il secondo giorno verso le dieci del mattino, mentre
stava per andare da Deschamps, ricevè dalla posta un bigliettino, che
riconobbe essere di Valentina, quantunque non avesse mai veduto il suo
scritto.
Esso era concepito in questi termini;
«Lagrime, suppliche, preghiere, nulla hanno ottenuto. Ieri per
due ore sono stata nella chiesa di S. Filippo di Roule e per due
ore ho pregato Dio dal fondo della mia anima; Dio non ha voluto
esaudirmi, e le soscrizioni del contratto sono fissate per questa
sera alle nove. Non ho che una parola sola come non ho che un sol
cuore, Morrel, questa parola è impegnata con voi, questo cuore è
vostro.
Vostra Sposa
VALENTINA DE VILLEFORT.
«P. S. La mia povera nonna, va di male in peggio: ieri sera
la sua esaltazione è giunta al delirio, oggi il suo delirio è
quasi una pazzia: mi amerete, per farmi dimenticare che l’avrò
abbandonata in questo stato? Credo che nascondano a mio nonno
Noirtier che la sottoscrizione del contratto deve aver luogo
questa sera.»
Morrel non si limitò alle informazioni che gli dava Valentina: andò dal
notaro, che gli confermò la notizia che la sottoscrizione del contratto
era fissata per le nove della sera.
Indi passò da Monte-Cristo; e là ne seppe di più: Franz era venuto
ad annunziargli questa solennità; dal suo canto la sig.ª de Villefort
aveva scritto un biglietto al conte, per pregarlo di scusarla se non
lo invitava; ma la morte del sig. di Saint-Méran, e lo stato in cui
si trovava la vedova, stendevano sopra questa riunione un velo di
tristezza, di cui non voleva offuscare la fronte del conte, cui ella
desiderava ogni sorta di felicità.
La sera innanzi Franz era stato presentato alla sig.ª di Saint-Méran,
che aveva lasciato il letto per questa cerimonia, ma che lo raggiunse
subito dopo.
Morrel, è cosa facile a comprendersi, era in uno stato di agitazione
che non poteva sfuggire ad un occhio tanto penetrante, quanto quello
del conte; per cui Monte-Cristo fu per lui più affettuoso che mai;
tanto affettuoso che due o tre volte Massimiliano fu sul punto di
confessargli tutto: ma si ricordò la formale promessa data a Valentina,
ed il segreto rimase sepolto nel fondo del suo cuore.
Lesse, e rilesse venti volte nel corso della giornata la lettera di
Valentina.
Era la prima volta ch’ella gli scriveva, ed in quale occasione!
ciascuna volta che rileggeva questa lettera, rinnovava a sè stesso il
giuramento di render felice Valentina, e pensava con una inesprimibile
agitazione a quel momento in cui Valentina giugnerebbe.
A quando a quando dei fremiti scorrevano per tutto il corpo di Morrel.
Ma quando trascorse il mezzogiorno, quando Morrel sentì avvicinarsi
l’ora, provò il bisogno di restar solo; il sangue bolliva; le semplici
domande, la sola voce di un amico l’avrebbero irritato: si rinchiuse in
casa sua, provò di leggere; ma lo sguardo strisciò sulle pagine senza
nulla capire e finì col gettare il libro, per ritornare a meditare per
la decima volta il disegno: le scale, il recinto. Finalmente l’ora si
avvicinò.
Giammai un uomo veramente innamorato ha lasciato fare all’orologio il
suo pacifico cammino.
Morrel tormentò tanto il suo che finì col segnare le otto e mezzo,
quando non erano ancora le sei.
Allora disse a sè stesso, che era giunta l’ora di partire, che le nove
erano effettivamente l’ora della sottoscrizione del contratto, ma che,
secondo ogni probabilità, Valentina non aspetterebbe questa inutile
sottoscrizione; per conseguenza, Morrel, dopo essere partito dalla
strada Meslay alle otto e mezzo del suo orologio, entrò nel recinto
quando le otto suonavano a S. Filippo di Roule. Poco a poco cadde il
giorno.
Allora Morrel uscì dal nascondiglio, e col cuore palpitante venne a
guardare alle fenditure del cancello; non v’era ancora alcuno.
Suonarono le otto e mezzo.
Una mezz’ora passò nell’aspettare; Morrel passeggiava in lungo ed in
largo, quindi, ad intervalli sempre più vicini, veniva ad applicare
l’occhio alle assi.
Il giardino si oscurava sempre più, ma nella oscurità cercava invano la
veste bianca, nel silenzio ascoltava inutilmente il romore dei passi.
La casa, che si scuopriva attraverso il fogliame restava tetra, e
non presentava alcuno dei caratteri di una casa che si apre per un
avvenimento tanto importante, quanto lo è la sottoscrizione di un
contratto di matrimonio.
Morrel consultò l’orologio che suonò le nove e tre quarti, ma quasi
subito dopo lo stesso suono dell’orologio già inteso due o tre volte
ratificò l’errore della sua ripetizione e suonò le nove e mezzo.
Era già mezz’ora di aspettativa di più di quel che aveva fissato la
stessa Valentina: ella aveva detto le nove, anzi piuttosto prima che
dopo.
Questo fu il momento più terribile pel cuore del giovine, sul quale
ciascun secondo cadeva come un martello di piombo. Il più debole
rumore di foglie, il più piccolo soffio di vento chiamava la sua
attenzione, e faceva spuntare il suo freddo sudore; allora, tutto
tremante, accomodava la scala, e, per non perder tempo, metteva il
piede sul primo scalino. In mezzo a queste alternative di timore e di
speranze, in mezzo a questi stringimenti di cuore, suonarono le dieci
all’orologio della chiesa.
— Oh! mormorò Massimiliano con terrore, è impossibile che la
sottoscrizione di un contratto duri così lungamente, a meno che
avvenimenti imprevisti non sian sopraggiunti, ho misurato tutte le
possibilità, calcolato il tempo di durata di tutte le formalità, è
dunque accaduta qualche cosa.
Ed allora un poco passeggiava davanti al cancello, un poco veniva ad
appoggiare la fronte bruciante sul gelido ferro. Valentina sarebbe
forse svenuta dopo il contratto? o sarebbe forse stata fermata mentre
fuggiva? Erano le due sole ipotesi alle quali poteva fermarsi il
giovine, entrambe disperanti. L’idea sulla quale si fermò, fu che a
metà della fuga stessa fosse venuta meno la forza a Valentina, e che
fosse caduta svenuta in mezzo a qualche viale.
— Oh! se fosse così, gridò egli slanciandosi alla sommità della scala,
la perderei, e per mia colpa!
Il demone che gli aveva soffiato questo pensiero non lo lasciò più,
e ronzò al suo orecchio con quella perseveranza che fa sì che alcuni
dubbi, in capo a pochi momenti, per la forza del ragionamento,
diventino convinzioni. Gli occhi che cercavano di fendere la crescente
oscurità, credevano di veder sotto l’ombroso viale un oggetto steso;
Morrel arrischiò perfino a chiamare, e gli sembrò che il vento portasse
fino a lui un lamento inarticolato.
Finalmente battè ancora la mezz’ora: era impossibile di poter
pazientare più lungamente, tutto era supponibile; le tempia di
Massimiliano battevano con forza, cavalcò il muro, e saltò dall’altra
parte. Egli era nella proprietà di Villefort, vi penetrava per mezzo
d’una scalata; pensò allora alle conseguenze che poteva avere una
simile azione; ma non era arrivato tant’oltre per ritornare addietro.
Per qualche tratto andò rasente il muro, e, traversando il viale con un
salto, si slanciò nel fondo degli alberi.
In un momento fu all’estremità di questo boschetto.
Dal punto in cui era giunto, si poteva scorgere la casa.
Allora si assicurò di una cosa ch’egli aveva già potuto sospettare: e
fu che invece dei lumi che si credeva di veder risplendere a ciascuna
finestra, com’è naturale nei giorni di cerimonia, non vide altro che
una massa grigia e velata ancora da un grande strato d’ombra, che
proiettava un’immensa nube distesa avanti la luna. Un lume scorreva
a quando a quando come perduto, e passava davanti a tre finestre del
primo piano. Queste erano quelle dell’appartamento della sig.ª di
Saint-Méran. Un altro lume restava immobile dietro un tendinaggio
rosso: ch’era quello della camera della sig.ª de Villefort. Morrel
indovinò tutto questo. Tante erano le volte, che per seguire Valentina
col pensiero in tutte le ore del giorno, ch’egli si era fatto
descrivere il piano di questa casa, che conosceva senza aver veduta.
Il giovine fu ancora più spaventato da questa oscurità e da questo
silenzio, di quel che lo fosse stato per l’assenza di Valentina.
Perduto, folle per dolore, risoluto a cimentar tutto per rivedere
Valentina, ed assicurarsi dell’infortunio che presentiva, qualunque
fosse, Morrel arrivò all’orlo del boschetto, e s’apparecchiava a
traversare il praticello di fiori quanto più poteva sollecitamente, del
tutto allo scoperto, quando giunse fino a lui il suono di voci assai
lontane, ma che il vento gli portava.
A questo rumore fece un passo addietro, di già uscito a mezzo dalle
foglie, si celò compiutamente, e restò immobile e muto ravvolto nella
oscurità. La sua risoluzione era presa; s’era Valentina sola, egli
l’avvertirebbe con una parola al passaggio di lei: se Valentina era
accompagnata, almeno la vedrebbe, e si assicurerebbe che non le era
accaduta alcuna disgrazia: se fossero estranei afferrerebbe qualche
parola della loro conversazione e giungerebbe a comprendere un mistero
fino allora per lui inesplicabile.
La luna uscì dalle nubi che la nascondevano, e sulla porta della
scalinata Morrel vide comparire il sig. de Villefort in compagnia di
un uomo vestito di nero. Essi scesero gli scalini, e s’inoltrarono nel
boschetto. Non avevano ancora fatti quattro passi, che in quest’uomo
vestito di nero Morrel aveva riconosciuto il dottore d’Avrigny.
Il giovine, vedendoli venire alla sua volta, indietreggiò
macchinalmente in faccia a loro, fino a che urtò nel tronco di
un albero che formava il centro del boschetto; là fu costretto di
fermarsi. Ben presto la sabbia cessò di stridere sotto i piedi de’ due
passeggiatori. — Ah! caro dottore, disse il procuratore del Re, ecco
che il cielo si dichiara avverso alla mia casa. Qual morte orribile!
qual colpo di fulmine! Non cercate di consolarmi; ahimè! non vi sono
consolazioni per simili disgrazie, la piaga è troppo viva e troppo
profonda; morta! morta!
Un sudor freddo fece agghiacciare la fronte del giovine, e battere i
denti. Chi dunque era morta in questa casa, che lo stesso Villefort
diceva maledetta?
— Mio caro sig. de Villefort, rispose il medico con un accento
che raddoppiò il terrore del giovine, non vi ho qui condotto per
consolarvi, anzi tutto al contrario.
— Che volete dire? domandò il procurator del Re spaventato. — Voglio
dirvi, che dietro alla disgrazia che vi è accaduta, ve ne è un’altra
fors’anche maggiore.
— Oh! mio Dio! mormorò Villefort giungendo le mani, che volete dirmi
ancora? — Siamo ben sicuri d’essere soli?
— Oh! sì, siamo soli. Ma che significano tutte queste cautele?
— Significano ch’io ho una confidenza terribile a farvi, disse il
dottore; sediamoci. — Villefort cadde piuttosto che assidersi sopra un
banco. Il dottore rimase in piedi davanti a lui, tenendogli una mano
sopra una spalla. Morrel, agghiacciato dallo spavento, con una mano si
reggeva la fronte, e coll’altra si teneva compresso il cuore per timore
che si sentissero le sue pulsazioni: — Morta! morta! ripetè nel suo
pensiero colla voce del suo cuore, ed egli stesso si sentiva morire.
— Parlate, dottore, vi ascolto, disse Villefort; capite, sono preparato
a tutto. — La sig.ª di Saint-Méran era avanzata in età, non vi è
dubbio, ma godeva ancora di una eccellente salute.
Morrel per la prima volta respirò dopo dieci minuti.
— Il dolore l’ha uccisa; disse Villefort, sì, il dispiacere, dottore!
l’abitudine per 40 anni di vivere col marchese...
— Non fu il dispiacere, caro Villefort, disse il dottore. I dispiaceri
possono uccidere, quantunque i casi sian molto rari, ma non uccidono
in un giorno, in un’ora, in dieci minuti. — Villefort nulla rispose,
soltanto alzò la testa che fino allora aveva tenuta bassa, e guardò il
dottore con occhi atterriti. — Eravate là, durante l’agonia? domandò il
dottore d’Avrigny.
— Senza dubbio, rispose il procuratore del Re, mi diceste a bassa voce
che non mi allontanassi.
— Avete osservati i sintomi del male sotto cui ha dovuto soccombere la
sig.ª Saint-Méran?
— Certamente; ella ha avuto tre assalti successivi, con qualche minuto
di distanza gli uni dagli altri, e ciascuna volta eran fra loro vicini
e più forti. Quando siete giunto, già da qualche minuto la sig.ª di
Saint-Méran era anelante; allora ebbe una crisi che io credetti un
semplice assalto nervoso, e non ho cominciato a spaventarmi realmente
che quando la vidi sollevare dal letto, coi membri ed il collo
irrigiditi. Allora dal vostro viso compresi che la cosa era più grave
di quel che io credeva. Cessata la crisi, cercava i vostri occhi, ma
essi non s’incontrarono coi miei. Voi tenevate fra le vostre dita il
polso, ne contavate le pulsazioni, e comparve la seconda crisi, più
terribile della prima; gli stessi movimenti nervosi si riprodussero,
e la bocca si contrasse, e divenne violetta. Alla terza ella spirò. Io
aveva già riconosciuto il tetano fin dalla fine della prima crisi; voi
mi confermaste in questa opinione.
— Sì, alla presenza di tutti, disse il dottore; ma or siam soli. — Che
volete dirmi, mio Dio?
— Che i sintomi del tetano e dell’avvelenamento colle sostanze
vegetabili, sono assolutamente gli stessi. — Villefort si rizzò in
piedi, poi, dopo un minuto d’immobilità e di silenzio, ricadde sul
banco. — Oh! mio Dio! dottore, pensate bene a quel che ora mi dite!
Morrel non sapeva se faceva un sogno, o vegliava.
— Ascoltate, conosco l’importanza della mia dichiarazione, ed il
carattere della persona cui la indirizzo.
— Parlate all’amico o al magistrato? domandò Villefort.
— All’amico soltanto in questo momento; i rapporti fra i sintomi del
tetano e quelli dell’avvelenamento colle sostanze vegetabili sono
talmente identici, che se mi bisognasse firmare quant’io vi dico, vi
dichiaro che esiterei. Per cui ve lo ripeto, non è al magistrato ch’io
parlo, ma all’amico. Ebbene! dico all’amico; «Nei tre quarti d’ora
che ha durato, ho studiata l’agonia, le convulsioni, e la morte della
sig.ª di Saint-Méran; e nella mia convinzione, non solo ella è morta
avvelenata, ma direi pure, qual veleno l’ha uccisa.»
— Signore! signore!
— Tutto v’era, sonnolenza interrotta da crisi nervose, sopraeccitazione
del cervello. La sig.ª di Saint-Méran è morta per una dose violenta di
brucnina o di stricnina che senza dubbio per caso, o forse per errore
le è stata ministrata.
Villefort afferrò la mano del dottore: — Oh! è impossibile, diss’egli,
sogno, mio Dio! sogno! È spaventoso il sentire simili cose da un uomo
come voi! In nome del cielo, ve ne supplico, caro dottore, ditemi che
potete esservi sbagliato.
— Senza dubbio lo posso, ma... non lo credo.
— Dottore, abbiate pietà di me; da qualche giorno mi accadono cose
tanto inaudite, che credo alla possibilità di diventar pazzo.
— La sig.ª di Saint-Méran è stata visitata da altro medico?
— Da nessuno. — È stata presa alla spezieria altra ricetta che non mi
sia stata fatta vedere? — Nessuna.
— Aveva qualche nemico? — Non le ne conosco alcuno.
— V’è qualcuno che abbia premura della sua morte?
— Ma no, mio Dio! ma no, mia figlia ne è la sola ereditiera, Valentina
sola... Oh! se mi potesse venire un simile pensiero, mi conficcherei
da me stesso un pugnale nel cuore per punirlo di aver potuto per un sol
momento fermarsi sopra un tal pensiero.
— Oh! gridò a sua volta d’Avrigny, caro amico, non piaccia a Dio che io
accusi qualcuno; non parlo che di un accidente, di un errore, capite
bene? ma accidente, o errore, il fatto è là che parla a bassa voce
nella mia coscienza, la quale esige però che io ve ne parli ad alta
voce. Pigliate le vostre informazioni.
— A chi? come? di qual cosa?
— Vediamo, Barrois il vecchio domestico si sarebbe sbagliato, e dato
alla sig.ª di Saint-Méran qualche bevanda preparata pel suo padrone? —
Per mio padre? — Sì.
— Ma come una bevanda preparata per il sig. Noirtier può avvelenare la
sig.ª di Saint-Méran?
— Niente di più semplice: sapete che in certe malattie i veleni
divengono rimedi; la paralisi è una di queste malattie. Da circa tre
mesi, per esempio, dopo aver tutto tentato per rendere il movimento
della parola al sig. Noirtier, ho risoluto tentare un ultimo mezzo;
lo curo con la brucnina; così nell’ultima bevanda che ho ordinata
per lui, ve ne erano sei centigrammi; essi, senza azione sugli organi
paralizzati del sig. Noirtier, ed ai quali egli si è avvezzato, bastano
per ammazzare qualunque altra persona.
— Mio caro dottore, non vi è nessuna comunicazione fra l’appartamento
del sig. Noirtier, e quello della sig.ª di Saint-Méran, e Barrois non
è mai entrato nelle camere di mia suocera. Finalmente quantunque io vi
conosca per l’uomo più abile, e soprattutto più coscienzioso del mondo,
quantunque in tutt’altra congiuntura la vostra parola sia per me una
fiaccola che guida al par della luce del sole, pure ho bisogno, ad onta
di questa convinzione, di appoggiarmi su questo assioma, _lo sbagliare
è dell’uomo._
— Ascoltate, Villefort, disse il dottore, conoscete uno dei miei
confratelli nel quale possiate avere la stessa confidenza che in me?
— Perchè dite ciò? a che volete venirne?
— Chiamatelo, gli dirò ciò che ho veduto, ciò che ho osservato, e poi
faremo l’autopsia.
— E troverete le tracce dell’avvelenamento?
— No, niente del veleno, non ho detto questo, ma constateremo
l’esasperazione del sistema, riconosceremo l’asfissia patente,
incontestabile, e vi diremo caro Villefort: «se per negligenza accadde
una tal cosa, vegliate su i vostri servitori: se per odio, vegliate su
i vostri nemici!»
— Oh! mio Dio! che mi proponete mai, d’Avrigny, rispose Villefort
abbattuto; dal momento che vi sarà un altro oltre voi nel segreto,
vi vorrà un processo, ed in casa mia è impossibile! Pertanto, se
lo volete, se lo esigete assolutamente, lo farò. Infatto, io forse
dovrò dar seguito a quest’affare; il mio carattere me lo comanda. Ma
dottore, mi vedete di già penetrato di tristezza: introdurre nella mia
casa un sì grande scandalo, dopo un sì gran dolore! oh! mia moglie,
e mia figlia ne morrebbero; dottore, lo sapete, un uomo non è stato
procuratore del Re per venti anni senza essersi fatto buon numero di
nemici; ed i miei son molti. Quest’affare scandaloso sarà per essi
un trionfo che li farà esultare di gioia, e coprirà me di vergogna,
perdonatemi queste idee mondane. Se foste un egoista, non oserei
parlarvi così; ma siete un uomo, conoscete gli altri uomini; dottore,
non mi avete detto niente, n’è vero?
— Mio caro sig. de Villefort, rispose il dottore costernato, il mio
primo dovere è la umanità; se avessi salvata la sig.ª di Saint-Méran,
se la scienza avesse avuto il potere di farlo; ma ella è morta, ed io
devo me stesso ai vivi. Seppelliamo nel più profondo dei nostri cuori
questo terribile segreto: permetterò, se gli occhi di qualcuno si
aprono su ciò, che sia imputato a mia ignoranza il silenzio che avrò
conservato. Però, signore, cercate sempre, ed operosamente, perchè
forse ciò non si fermerà qui... e quando avrete trovato il colpevole,
se pur lo ritrovate, vi dirò: «voi viete magistrato, fate ciò che
volete!».
— Oh! grazie, dottore! disse Villefort con indicibile gioia, non ho mai
avuto amico miglior di voi. — E quasi che avesse temuto che il dottore
d’Avrigny non si pentisse di questa promessa, si alzò, e trascinò il
dottore dalla parte della casa. Essi si allontanarono.
Morrel come se avesse avuto bisogno di respirare, mise fuori la testa
dai tigli, e la luna illuminò quel viso tanto pallido, che sarebbesi
potuto prendere per un fantasma.
— Dio mi protegge con un manifesto, ma terribile modo! diss’egli. Ma
Valentina! povera amica! resisterà a tanti dolori? — Dicendo queste
parole guardava alternativamente la finestra con le tende rosse, e
le tre finestre con le tende bianche. La luce era quasi compiutamente
disparsa dalla finestra con le tende rosse. Senza dubbio la sig.ª de
Villefort aveva spento il suo lume, ed il solo lume da notte mandava
qualche riflesso ai vetri. All’estremità del fabbricato, al contrario,
vide aprirsi una delle tre finestre con le tende bianche. Una candela
posta sul caminetto mandò al di fuori qualche raggio della sua pallida
luce, ed un’ombra venne per un momento ad appoggiarsi al balcone.
Morrel fremette; gli sembrò avere inteso un singulto.
Non era meraviglioso che quest’anima ordinariamente tanto coraggiosa
e forte, ora sconvolta ed esaltata dalle due più forti passioni
dell’uomo, l’amore e la paura, si fosse indebolita al punto da soffrire
le allucinazioni superstiziose.
Quantunque fosse impossibile, nascosto come egli era, che l’occhio
di Valentina lo distinguesse, pure gli parve di vedersi chiamato
dall’ombra della finestra; il suo spirito sconvolto glielo diceva,
il cuore ardente glielo ripeteva. Questo doppio errore divenne una
realtà irresistibile, e, per uno di quegli slanci incomprensibili della
gioventù, balzò fuori del nascondiglio, e in due salti, col pericolo
di essere veduto, di spaventare Valentina, di dare l’allarme, se alla
giovinetta sfuggiva un qualche grido involontario, traversò il prato,
che la luna faceva largo e chiaro come un lago; e raggiunta la fila dei
cassettoni degli aranci che si estendevano davanti alla casa, giunse ai
gradini della scalinata, che salì rapidamente, e spinse la porta, che
si aprì senza alcuna resistenza davanti a lui. Valentina non lo aveva
veduto, gli occhi innalzati al cielo seguivano una nube d’argento che
strisciava l’azzurro, e la cui forma era quella di un’ombra che sale
al cielo; il suo spirito poetico ed esaltato le diceva che quella era
l’ombra di sua nonna. Frattanto Morrel aveva traversata l’anticamera e
ritrovata la rampa della scala; i tappeti stesi sugli scalini tennero
nascosto il romore dei suoi passi: d’altra parte Morrel era giunto a
quel punto di esaltamento che non lo avrebbe spaventato la presenza
stessa del sig. de Villefort. Se questi si fosse presentato ai suoi
occhi, la risoluzione era presa: gli si avvicinava, gli confessava
tutto, pregandolo di scusare, ed approvare quest’amore che lo univa
a sua figlia... Morrel era pazzo. Per fortuna non vide alcuno;
particolarmente allora quella tal conoscenza che aveva imparato da
Valentina sul piano interno della casa gli servì; giunse senza alcun
incidente in alto alla scala, e come arrivato là, si orizzontava, un
singhiozzo, di cui riconobbe l’espressione, gli indicò il cammino che
doveva prendere; si voltò: una porta era socchiusa, e lasciava giungere
a lui il riflesso di una lampada, ed il suono della voce che gemeva.
Spinse questa porta ed entrò. Nel fondo di una alcova, sotto un bianco
drappo che ne ricopriva la testa, e designava la forma, giaceva la
morta, più spaventosa ancora agli occhi di Morrel dopo la rivelazione
segreta di cui il caso lo avea fatto possessore. Di fianco al letto,
in ginocchio, colla testa sepolta nei cuscini di una larga poltrona,
Valentina tremante, e sollevata dai singhiozzi, stendeva al di sopra,
della testa, che non si vedeva, ambo le mani giunte ed irrigidite:
aveva lasciata la finestra aperta, e pregava ad alta voce con accenti
che avrebber commosso il cuore più insensibile; la parola le sfuggiva
dalle labbra, rapida, incoerente, inintelligibile. La luna strisciando
a traverso la apertura delle persiane, faceva impallidire la luce della
lampada, e dava un fondo azzurro alle funebri tinte in questo quadro di
desolazione.
Morrel non potè resistere a questo spettacolo; egli non era di
una pietà esemplare, non era facile alle impressioni; ma Valentina
sofferente, piangente, e torcentesi le braccia, avanti ai suoi occhi
era più di quanto poteva sopportare in silenzio. Egli mandò un sospiro,
mormorò un nome, e la testa bagnata dalle lagrime, ed impietrata sui
velluti del seggio, si rialzò, e rimase voltata verso di lui.
Valentina lo vide, e non manifestò alcuna meraviglia. Non vi sono più
emozioni intermedie per un cuore gonfio di supremo dolore. Morrel le
stese la mano, Valentina per tutta scusa del perchè non era stata a
ritrovarlo, gli mostrò il cadavere che giaceva sotto il funebre drappo,
e ricominciò i singulti. Nè l’uno, nè l’altra osavano parlarsi in
questa camera. Ciascuno esitava a rompere quel silenzio che sembrava
venisse raccomandato dalla morte ritta in piedi in un qualche angolo,
col dito sulle labbra. Finalmente Valentina osò parlare per la prima:
— Amico, diss’ella, come mai siete qui? Ahimè! vi direi: «siate il ben
venuto» se non fosse la morte che vi avesse aperta la porta di questa
casa.
— Valentina, disse Morrel con voce tremante, e con le mani giunte,
io era là dalle otto e mezzo; non vi vedeva venire: fui preso
dall’inquietudine, ho saltato il muro, son penetrato nel giardino;
allora delle voci che si intrattenevano sul fatale accidente...
— Quali voci? domandò Valentina.
Morrel fremette perchè tutta la conversazione del dottore e di
Villefort gli ritornava al pensiero, ed a traverso del drappo, credeva
veder quelle braccia contorte, quel collo irrigidito, quelle labbra
violette: — Le voci dei vostri domestici, diss’egli, mi hanno appreso
tutto.
— Ma venir fin qui, è lo stesso che perderci, amico mio, disse
Valentina senza collera e senza spavento.
— Perdonatemi, rispose Morrel col medesimo tuono, mi ritiro.
— No, disse Valentina, sareste incontrato, restate.
— Ma se qui venissero?... — La giovane scosse la testa:
— Nessuno verrà, siate tranquillo, ecco la nostra salva guardia. — E
mostrò la forma del cadavere modellata dal drappo che la copriva.
— Ma che è accaduto del sig. d’Épinay?
— Il sig. Franz è venuto per soscrivere il contratto al momento in
cui mia nonna rendeva l’ultimo sospiro: ma ciò che raddoppia il mio
dolore, si è che questa povera e cara avola, morendo, mi ordinò che si
compiesse il matrimonio il più presto possibile.
— Ascoltate! disse Morrel. I due giovani fecero silenzio.
S’intese una porta aprirsi, e dei passi fecero scricchiolare il
piancito del corridoio ed i gradini della scala:
— È mio padre che esce dal suo gabinetto, disse Valentina.
— E che riconduce il dottore, soggiunse Morrel.
— Come sapete che è il dottore? domandò Valentina meravigliata. —
Lo presumo, disse Morrel. — Valentina guardò il giovine. Frattanto
s’intese chiudere la porta di strada.
Il sig. de Villefort andò inoltre a dare un doppio giro di chiave a
quella del giardino, indi risalì le scale.
Giunto nell’anticamera si fermò un momento, come esitante se
dovesse entrare nel suo appartamento, o nella camera della sig.ª di
Saint-Méran. Morrel si gettò dietro una portiera. Valentina non fece
alcun movimento: si sarebbe detto che il sommo dolore la poneva al di
sopra degli ordinari timori. Ma de Villefort entrò nelle sue stanze.
— Ora, disse Valentina, non potete più uscire nè dalla porta del
giardino, nè da quella di strada.
Morrel la guardò con meraviglia. — Ora, diss’ella, non vi è più che una
uscita sicura e permessa, ed è quella dello appartamento del mio nonno.
— Ella si alzò: — Venite.
— E dove? domandò Massimiliano. — Da mio nonno.
— Io, dal sig. Noirtier? — Sì.
— Pensateci bene, Valentina.
— Vi penso, e da lungo tempo. Non ho più che questo amico al mondo, ed
entrambi abbiam bisogno di lui.
— State attenta, Valentina, disse Morrel esitando a fare ciò che gli
ordinava la giovinetta, state attenta, la benda mi è caduta dagli
occhi. Venendo qui, ho commesso un atto di pazzia. Avete voi stessa
tutta la vostra ragione, cara amica.
— Sì, disse Valentina, e non ho che uno scrupolo al mondo, quello di
lasciar soli questi ultimi avanzi della mia povera nonna, che mi sono
incaricata di vegliare.
— Valentina, disse Morrel, la morte è sacra per sè stessa.
— Sì, rispose la giovinetta; d’altra parte sarà per poco, venite.
— Valentina traversò il corridoio, e discese una piccola scala che
conduceva dal sig. Noirtier. Morrel la seguiva in punta di piedi.
Giunti sul piano dell’appartamento ritrovarono il vecchio domestico.
— Barrois, disse Valentina, chiudete la porta, e non lasciate entrare
nessuno.
Ella entrò per la prima. Noirtier, ancora seduto al suo seggio,
attento al più piccolo rumore, istruito dal vecchio servitore di tutto
ciò che accadeva, fissò gli sguardi avidi all’entrata della camera;
vide Valentina, ed il suo occhio brillò. Vi era nel portamento,
nell’attitudine della giovinetta qualche cosa di grave, e di solenne
che sorprese il vegliardo: epperò lo sguardo ch’era brillante divenne
interrogatore. — Caro padre, diss’ella a bassa voce, ascoltami bene:
tu sai che la buona nonna Saint-Méran è morta sarà un’ora, e che
adesso, eccetto te, non ho più alcuno che mi ami in questo mondo. —
Un’espressione d’infinita tenerezza passò sugli occhi del vecchio. — È
dunque a te solo, che io debbo confidar tutti i miei dispiaceri, e le
mie speranze?
Il paralitico fece segno di sì.
Valentina prese Massimiliano per la mano: — Allora diss’ella, guarda
bene questo signore.
Il vecchio fissò lo sguardo scrutatore, e leggermente maravigliato su
Morrel. — Questi è il sig. Massimiliano Morrel, diss’ella, il figlio
di quell’onesto negoziante di Marsiglia di cui tu avrai senza dubbio
inteso parlare.
— Sì, fece il vecchio.
— È un nome irreprensibile che Massimiliano è in via di rendere
glorioso, perchè a trent’anni è capitano degli _Spahis_, ed ufficiale
della legione d’onore.
Il vecchio fece segno che se ne ricordava.
— Ebbene! buon papà, disse Valentina mettendosi in ginocchio e
mostrando Massimiliano con una mano, io l’amo, e non sarò mai d’altri
che di lui! se mi sforzeranno di sposarne un altro, mi lascerò morire,
o mi ucciderò.
Gli occhi del paralitico esprimevano una folla di pensieri tumultuosi.
— Tu ami il sig. Morrel, n’è vero, buon papà? domandò la giovinetta. —
Sì, fece il vecchio immobile.
— E vuoi tu proteggerci, noi siamo i tuoi figli, contro la volontà di
mio padre?
Noirtier fissò lo sguardo intelligente su Morrel, quasi avesse voluto
dire:
— Per questo, vedremo.
Massimiliano capì: — Madamigella, diss’egli, voi avete un sacro dovere
da compiere nella camera di vostra nonna; volete permettermi di aver
l’onore di parlare un momento col sig. Noirtier?
— Sì, sì, è questo, fece l’occhio del vecchio; poi guardò Valentina con
inquietudine. — Come farà egli per intenderti, vuoi dire, buon nonno. —
Sì.
— Oh! sta tranquillo; abbiamo tanto spesso parlato di te, che egli sa
bene il modo di trattenersi teco.
Poi volgendosi a Morrel con un’adorabile sorriso, velato però da
una profonda tristezza: — Egli sa tutto quel che so io, diss’ella.
— Valentina si alzò, avvicinò una sedia per Morrel, raccomandando
a Barrois di non lasciare entrare nessuno, e dopo avere teneramente
abbracciato suo nonno, e detto addio tristamente a Morrel, partì.
Allora Morrel per provare a Noirtier che egli aveva la confidenza di
Valentina, e che conosceva tutti i loro segreti, prese il dizionario,
la penna, e la carta, e pose il tutto sopra una tavola su cui stava
il lume: — Ma primieramente, disse Morrel, permettetemi, signore, di
raccontarvi chi sono io, come amo madamigella Valentina, e quali sono
le mie vedute sul conto di lei. — Ascolto, fece Noirtier.
Era uno spettacolo imponente questo vecchio, inutile fardello in
apparenza, diventato il solo protettore, il solo appoggio, il solo
giudice dei due giovani amanti, belli, e robusti che entravano nella
vita. La sua figura nobile ed austera imponeva a Morrel, che cominciò
il racconto tremando. Narrò allora come aveva conosciuto, come
aveva amato Valentina, e come questa nel suo isolamento, e nel suo
infortunio, aveva accolta l’offerta della sua devozione. Gli disse qual
era la sua nascita, la sua posizione, la sua fortuna; e più d’una volta
interrogò lo sguardo del paralitico che gli rispondeva: — Sta bene;
continuate.
— Ora, disse Morrel, quando ebbe finita questa prima parte del suo
racconto, ora, che vi ho detto, signore, il mio amore, e le mie
speranze, debbo dirvi i miei disegni?
— Sì, fece il vecchio.
— Ebbene! ecco ciò che noi avevamo risoluto.
Allora raccontò tutto a Noirtier, in qual modo un calessino aspettava
nel recinto, come contava rapire Valentina, condurla da sua sorella,
sposarla, e, in una rispettosa aspettativa, sperare il perdono dal sig.
de Villefort.
— No, disse Noirtier.
— No, rispose Morrel, non è così, che si deve fare? — No.
— Questo disegno non ha il vostro assenso? — No.
— Ebbene! vi è un altro mezzo, disse Morrel.
Lo sguardo interrogatore del vecchio domandò: quale?
— Andrò a ritrovare il sig. Franz d’Épinay; sono contento di potervi
dir questo in assenza di madamigella di Villefort; mi condurrò in modo
di sforzarlo ad essere un galantuomo.
Lo sguardo di Noirtier continuò ad interrogare.
— Ciò che farò? — Sì.
— Eccolo: andrò a trovarlo, gli racconterò i legami che mi uniscono
a madamigella Valentina; se gli è uomo delicato, proverà la sua
delicatezza rinunciando da sè stesso alla mano della fidanzata, e
la mia amicizia e devozione gli sono da questo momento devolute per
sempre fino alla morte; se rifiuta, sia che l’interesse lo spinga, sia
che un ridicolo orgoglio lo faccia persistere, dopo avergli provato
che egli costringerebbe la mia sposa, che Valentina mi ama, e non può
amare altri che me, mi batterei con lui, dandogli tutti i vantaggi, o
l’ucciderò, o egli ucciderà me; se l’uccido, non sposerà Valentina, se
mi uccide son ben sicuro che Valentina non lo sposerà.
Noirtier considerava con un piacere indicibile questa nobile e sincera
fisonomia, sulla quale si dipingevano tutti i sentimenti che la sua
lingua esprimeva, aggiungendovi coll’espressione di un bel viso, tutto
ciò che il colorito aggiunge ad un disegno solido e vero. Frattanto
quando Morrel ebbe finito di parlare, Noirtier chiuse gli occhi a più
riprese, che, come ben sappiamo, era il suo modo di esprimere no.
— No? disse Morrel, voi dunque disapprovate ancora questo secondo
disegno al pari del primo?
— Sì lo disapprovo, accennò il vecchio.
— Ma che fare allora, signore? domandò Morrel. Le ultime parole della
sig.ª di Saint-Méran sono state che il matrimonio di sua nipote non
si faccia aspettare; debbo lasciar compiere le cose? — Noirtier rimase
immobile.
— Comprendo, disse Morrel, debbo aspettare. — Sì.
— Ma ogni ritardo può perderci. Valentina è sola, senza forza;
e sarà costretta come un fanciullo. Entrato qui miracolosamente
per saper ciò che accade, ammesso miracolosamente alla vostra
presenza, ragionevolmente non posso sperare che si rinnovino queste
buone avventure. Credetemi, non vi è che l’una o l’altra delle
due risoluzioni che vi propongo (perdonate questa mia vanità alla
giovinezza) che sia buona; ditemi quale delle due preferireste:
autorizzereste madamigella Valentina a confidarsi al mio onore? — No.
— Preferite che vada a ritrovare il sig. d’Épinay? — No.
— Ma da chi verrà il soccorso che aspettiamo? dal caso?
— No. — Da voi? — Sì.
— Capite bene, ciò che vi domando, scusate la mia insistenza, perchè la
mia vita sta nella vostra risposta; la nostra salute ci verrà da voi? —
Sì.
— Ne siete sicuro? — Sì. — Mel garantite? — Sì.
E nello sguardo che dava questa affermativa vi era tal fermezza, da
non dar luogo a dubitare della volontà, se non della possanza. — Oh!
grazie, signore, mille volte grazie! ma in qual modo, a meno che un
miracolo non vi renda la parola, il gesto, il movimento, in qual modo
potrete, inchiodato in questo seggio, muto ed immobile, opporvi a
questo matrimonio? — Un sorriso rischiarò il viso del vecchio... è un
sorriso strano quello degli occhi sur un viso immobile!
— Debbo dunque aspettare? domandò il giovine. — Sì.
— Ma il contratto?... — Ricomparve il medesimo sorriso.
— Volete dirmi che non sarà firmato? — Sì, fece il vecchio. — Il
contratto dunque non sarà firmato? gridò Morrel. Oh! perdonatemi,
signore! all’annunzio di una gran felicità, è ben permesso il dubitare.
— No, disse il vecchio paralitico. — Ad onta di questa assicurazione,
Morrel esitava a credere. Questa promessa di un vecchio impotente
era sì strana che invece di provenire da una forza di volontà, poteva
emanare da un indebolimento di organi; non è naturale che l’insensato
che ignora la sua follia, pretenda effettuare cose al di sopra del suo
potere? il debole parla dei pesi che innalza, il timido dei giganti
che affronta, il povero del tesoro che maneggia, il più umile dei
contadini, per causa del suo orgoglio, si chiama Giove.
Sia che Noirtier comprendesse l’irresolutezza del giovine, sia che non
aggiustasse compiutamente fede alla docilità che aveva mostrato, lo
guardò fissamente. — Che volete signore? domandò Morrel, che vi rinnovi
la promessa di nulla tentare?
La sguardo di Noirtier rimase fermo e stabile, come per dire che una
promessa non bastava, indi passò dal viso alla mano.
— Volete che giuri? domandò Massimiliano.
— Sì, fece il paralitico con la stessa solennità, lo voglio.
Morrel capì che il vecchio metteva grande importanza a questo
giuramento. Egli stese la mano. — Sul mio onore vi giuro di aspettare
ciò che avrete risoluto di fare contro del sig. d’Épinay.
— Bene, fecero gli occhi del vecchio.
— Ora, signore, ordinate che mi ritiri? — Sì.
— Senza rivedere madamigella? — Sì.
Morrel fece un segno col quale indicava esser pronto ad obbedire: —
Permettete intanto, signore, che vostro figlio vi abbracci, come ha
fatto or ora vostra figlia.
Non vi era da sbagliare nella espressione degli occhi di Noirtier. Il
giovine posò sulla fronte del vecchio le sue labbra; indi lo salutò
una seconda volta, e partì. Sul pianerottolo trovò Barrois avvisato da
Valentina, che lo guidò nei giri di un corridoio oscuro, che conduceva
per una piccola porta nel giardino. Giunto là, Morrel si portò al
cancello; arrampicandosi su di una spalliera di carpini, giunse ben
presto alla sommità del muro, e per mezzo di una scala, in un secondo
fu nel recinto messo a trifoglio, ove il suo calessino lo aspettava
sempre. Vi montò ed abbattuto da tante emozioni, ma col cuore più
libero, verso mezzanotte rientrò nella strada Meslay, si gettò sul
letto, e dormì come se fosse stato in una profonda ubbriachezza.