LXIX. — LA FESTA DI BALLO.

Eravamo giunti alle più calde giornate del mese di luglio, allorchè

venne a presentarsi a sua volta, nell’ordine dei tempi, quel sabato

in cui doveva aver luogo il ballo del sig. de Morcerf. Erano le dieci

della sera: i grandi alberi del giardino del palazzo del conte si

ergevano con vigore, sotto un cielo ove scorrevano, presentando un

fondo azzurro disseminato di stelle d’oro, gli ultimi vapori di un

uragano che aveva minacciosamente mormorato tutta la giornata.

Nelle sale del pian terreno sentivasi il rumore della musica, e lo

strisciare dei _valzer_ e della galoppa, mentre che i raggi luminosi

delle lampade passavano a traverso le aperture delle persiane. Il

giardino era stato abbandonato ad una diecina di servitori, ai quali la

padrona di casa, rassicurata dal tempo che sempre più si rasserenava,

aveva dato ordine di preparare la cena. Fino a quel momento erasi

esitato se la cena dovesse farsi nella sala da pranzo, o sotto una

lunga tenda di traliccio innalzata sul prato. Quel bel cielo azzurro,

tutto sparso di stelle, aveva risoluto il problema in favore della

tenda e del prato. Si illuminavano i viali del giardino con lampioni

a colore, come si usa in Italia, e si sopraccaricava di candele e di

fiori la tavola da cena, come si usa in tutti i paesi in cui si capisce

un poco il vero lusso della tavola, il più raro di tutti i lussi,

quando si vuole ottenere il perfetto. Nel momento che la contessa di

Morcerf rientrava nelle sale, dopo aver dati gli ultimi ordini, queste

cominciavano a riempirsi d’invitati attirati dalla graziosa ospitalità

della contessa, molto più che della distinta posizione del conte;

perchè si era sicuri che questa festa offrirebbe, mercè il buon gusto

di Mercedès, qualche particolare degno di essere raccontato, o al

bisogno copiato.

La sig.ª Danglars, cui gli avvenimenti che abbiam narrati avevano

inspirata una profonda inquietezza, esitava di andare dalla sig.ª di

Morcerf, allorquando nella mattinata la sua carrozza incontrò quella di

Villefort: il quale le aveva fatto un segno, e le due carrozze si erano

avvicinate, e dai finestrelli: — Andate dalla sig.ª de Morcerf, n’è

vero? aveva domandato il procuratore del Re.

— No! aveva risposto la sig.ª Danglars, soffro troppo.

— Avete torto; sarebbe importante che vi ci vedessero.

— Ebbene vi andrò. — E le due carrozze ripresero il loro corso in senso

opposto. La sig.ª Danglars era dunque venuta non solamente bella della

sua propria bellezza, ma ancora abbagliante pel lusso; ella entrava da

una porta, nel momento in cui Mercedès entrava dall’altra.

La contessa mandò avanti Alberto ad incontrare la sig.ª Danglars;

Alberto si avanzò, fece alla baronessa i complimenti meritati per la

sua toletta, e le prese il braccio per condurla a quel posto che le

sarebbe piaciuto di scegliere.

Alberto guardò intorno a sè.

— Voi cercate mia figlia? disse sorridendo la baronessa.

— Lo confesso, avreste avuta la crudeltà di non condurla?

— Rassicuratevi, ella ha incontrato madamigella de Villefort, e ne ha

preso il braccio; osservate lì che ci seguono tutte e due vestite di

bianco, l’una con un mazzetto di camelie, l’altra con un mazzetto di

miosoti; ma ditemi adunque....

— Che cercate voi pure? domandò sorridendo Alberto.

— Questa sera non avete il conte di Monte-Cristo?

— Diecisette! rispose Alberto — Che volete dire?

— Voglio dire, che così va bene, rispose il visconte ridendo, e che

voi siete la 17ª persona che mi fa la stessa domanda; il conte va

avanti!... fategli i miei rallegramenti.

— E rispondete voi a tutti come a me?

— Ah! è vero, non vi ho risposto; tranquillatevi, signora; avremo

l’uomo alla moda, siamo fra i suoi privilegiati.

— Eravate all’_Opera_ ier sera? — No. — Egli v’era.

— Davvero! l’eccentrico ha fatto qualche originalità?

— Può farsi vedere senza farne? Ballava la Essler nel _Diavolo Zoppo_;

la principessa greca era trasportata in estasi. Dopo la _cachucha_, ha

infilato un anello magnifico di brillanti nel nastro che legava il suo

mazzetto di fiori, e lo ha gettato alla graziosa ballerina, la quale al

terzo atto, per farle onore, si è presentata col suo anello in dito. E

la sua principessa l’avrete questa sera?

— No, bisogna rimanerne privi; la sua posizione nella casa del conte

non è abbastanza stabilita.

— Basta, lasciatemi qui, e salutate la sig.ª de Villefort, disse

la baronessa; vedo che muore dal desiderio di parlarvi. — Alberto

salutò la sig.ª Danglars, e si inoltrò verso la sig.ª de Villefort: —

Scommetto, disse Alberto interrompendola, che so ciò che volete dirmi?

— Ah! bravo, disse la sig.ª de Villefort.

— Se indovino giusto, ne converrete?

— Sì.

— Stavate per chiedermi se veniva il conte di Monte-Cristo.

— Niente affatto. Non è di lui che mi occupo in questo momento. Voleva

chiedervi se avete notizia di Franz.

— Sì, ieri. — Che vi diceva? — Che partiva contemporaneamente alla

lettera.

— Bene. Ora, il conte...?

— Il conte verrà, siate tranquilla. — Sapete che Monte-Cristo ha un

altro nome?

— No, non lo sapeva.

— Monte-Cristo è il nome di un isola, ma egli ha ancora un nome di

famiglia. — Non l’ho mai sentito pronunciare.

— Ebbene! son più avanti di voi, si chiama Zaccone.

— Ciò è possibile. — Egli è maltese.

— Ciò pure è possibile. — Figlio di un armatore.

— Oh! ma, davvero che dovreste raccontare simili cose ad alta voce, ne

otterreste un grandissimo incontro.

— Ha servito nelle Indie, possiede una miniera d’argento nella

Tessaglia, e viene a Parigi per fondare uno stabilimento di acque

minerali ad Auteuil.

— Ebbene! disse Morcerf, ecco delle notizie! mi permettete di

divulgarle? — Sì, ma poco a poco, una a una, senza dire che vengano da

me. — E perchè? — Perchè è quasi un segreto sorpreso.

— A chi? — Alla polizia.

— Allora queste notizie si spargevano...

— Ier sera, in casa del prefetto. Parigi si è commossa, lo capirete

bene, alla vista di un lusso così straordinario, e la polizia ha prese

le sue informazioni.

— Sta bene! non vi sarebbe mancato che avessero arrestato il conte come

vagabondo, sotto pretesto che è troppo ricco.

— In fede mia, ciò era quanto poteva accadergli, se le informazioni non

fossero state così favorevoli.

— Povero conte! Egli non pensa neppure al pericolo che ha corso. —

Lo credo bene. — Allora è una carità l’avvisarlo. Al suo arrivo non

mancherò. — In questo momento un bel giovine cogli occhi vivi, coi

capelli neri, coi baffi lucidi, venne a salutare rispettosamente

la sig.ª de Villefort. Alberto gli stese la mano. — Signora, disse

Alberto, ho l’onore di presentarvi il sig. Massimiliano Morrel,

capitano dei _Spahis_, uno dei nostri buoni, e soprattutto bravi

ufficiali.

— Ho già avuto il piacere d’incontrare il signore ad Auteuil, in casa

del conte di Monte-Cristo, rispose la sig.ª de Villefort rivoltandosi

con una marcata freddezza.

Questa risposta, e soprattutto il tuono con cui fu fatta, strinsero il

cuore del povero Morrel, ma gli era preparato un compenso: nel voltarsi

vide sul limitare della porta una bella e bianca figura, i cui occhi

blu dilatati, e senza una apparente espressione si attaccavano su lui;

mentre che il mazzetto di miosotis saliva lentamente verso le labbra.

Questo saluto fu così bene inteso, che Morrel colla stessa espressione

di sguardo, avvicinò anch’egli il fazzoletto alla bocca; e le due

statue viventi, il cui cuore batteva tanto fortemente sotto l’apparente

marmo dei loro visi, separate l’una dall’altra quant’era larga la sala,

dimenticarono un momento sè stesse, o per dir meglio dimenticarono la

folla in questa muta contemplazione. Avrebbero potuto restar così per

lungo tempo perduti l’uno nell’altro senza che alcuno s’accorgesse del

loro obblìo d’ogni cosa; ma entrava il conte di Monte-Cristo.

Abbiamo già detto, fosse prestigio fatuo, o naturale, il conte attirava

l’attenzione universale su di sè in qualunque luogo si presentasse.

Non il suo abito nero, irreprensibile nel taglio, ma semplice e senza

decorazioni; non il gilè bianco senza alcun ricamo, non il calzone

che cadeva su di un piede della forma più delicata, attiravano

l’attenzione; ma il colorito pallido, i capelli neri ondati, il

viso tranquillo e sereno, l’occhio profondo e melanconico; la bocca

disegnata con finitezza maravigliosa, e che prendeva tanto facilmente

l’espressione dell’alto sdegno, che faceva che tutti gli occhi si

fissassero su di lui.

Vi potevano essere uomini più belli, ma non ve ne potevano essere più

_significanti_ (ci sia permessa questa espressione). E forse non si

sarebbe fatto attenzione a tutto ciò, se non vi fosse stata, sotto a

tutto questo, una misteriosa storia, dorata da un’immensa fortuna.

Che che ne sia, egli s’inoltrò sotto il peso degli sguardi e nello

scambio di piccoli saluti, fino alla sig.ª de Morcerf, che, in piedi

davanti al caminetto guernito di fiori, lo aveva veduto comparire da

uno specchio posto di contro alla porta e si era preparata a riceverlo.

Ella dunque si voltò verso lui, con un sorriso composto, nello stesso

momento ch’egli si inchinava davanti a lei. Senza dubbio ella credè che

il conte le avrebbe parlato; dal suo lato, il conte credè che ella gli

avrebbe indirizzata la parola; ma da ambedue le parti restarono muti,

tanto sembrava loro indegna d’entrambi una finzione; e dopo essersi

scambiato il saluto, Monte-Cristo si diresse verso Alberto, che gli

veniva incontro a mano aperta.

— Avete veduta mia madre? domandò Alberto.

— Ho avuto l’onore di salutarla, disse il conte, ma non ho per anche

veduto il vostro sig. padre. — Osservate! parla laggiù di politica in

quel piccolo gruppo di grandi celebrità. — Da vero! disse Monte-Cristo,

quei signori che vedo là sono celebrità? non l’avrei pensato. E di qual

specie? vi sono delle celebrità di tutte le specie, come sapete.

— Primieramente vi è uno scienziato, quel signore grande e secco;

ha scoperto nella campagna romana una specie di lucertola che ha una

vertebra di più delle altre, ed è ritornato per far parte all’Istituto

di questa scoperta. La cosa fu per lungo tempo contestata; ma

finalmente il vantaggio è rimasto all’uomo secco. La vertebra aveva

fatto un gran fracasso nel mondo sapiente, il sig. grande e secco, che

era solamente cavaliere della legion d’onore, ne fu nominato ufficiale.

— Alla buon’ora! disse Monte-Cristo. Ecco una croce che mi sembra

data saggiamente; allora, se ritrova una seconda vertebra, lo faranno

commendatore.

— È probabile, disse Morcerf.

— E quell’altro che ha avuta la singolare idea d’imbacuccarsi in un

abito blu orlato di verde; chi può mai essere?

— Non è sua l’idea di affibbiarsi quell’abito; ma della repubblica,

che, come sapete, era ben poco artista; e che volendo dare un’uniforme

agli accademici, pregò David di disegnar loro un abito.

— Ah! da vero; in tal guisa quel signore è un accademico?

— Da otto giorni fa parte della dotta assemblea.

— E qual è il suo merito, la sua specialità?

— La sua specialità? credo, ch’egli conficchi gli aghi nella testa dei

conigli, faccia mangiare della robbia ai polli, ed estragga con ossa di

balena la midolla spinale ai cani.

— E per questo è dell’accademia delle scienze?

— No, dell’accademia di Francia. — Ma che cosa ha dunque che fare

l’accademia francese con tutto questo?

— Ve lo dirò; sembra... — Che queste esperienze abbiano fatto fare un

gran passo alla scienza, senza dubbio?

— No, ma che scriva con molto buon stile.

— Ciò deve, disse Monte-Cristo, lusingare enormemente l’amor proprio

dei cani ai quali viene tolta la midolla spinale. — Alberto si mise a

ridere. — E quell’altro? domandò il conte. — Ah! l’abito blu-bordò? —

Sì.

— È un collega del conte; quegli che si è opposto il più calorosamente

alla proposizione che la camera dei pari abbia un’uniforme. Ha avuto un

grand’incontro alla tribuna su questo argomento; era in cattivo aspetto

ai fogli liberali, ma si è riconciliato con essoloro; e si dice che

verrà nominato ambasciatore.

— E quali sono i suoi titoli per essere divenuto pari?

— Ha scritto due o tre opere comiche, ha preso 4 o 5 azioni al

_Siècle_, ed ha dato il voto in favore del ministero per cinque o sei

anni.

— Bravo! visconte, disse Monte-Cristo ridendo, voi siete uno spiritoso

cicerone; ora mi farete un favore, non è vero?

— Quale?

— Non mi presenterete a quei signori, e se domandano di essermi

presentati, mi preverrete.

In questo momento il conte sentì una mano posarsi sul suo braccio; si

voltò, era Danglars.

— Ah! siete voi, barone? diss’egli.

— Perchè mi chiamate barone? sapete bene che non metto importanza al

mio titolo. Non son come voi, visconte, voi ci pretendete, non è vero?

— Certamente, rispose Alberto, perchè se non fossi visconte, non sarei

più niente, mentre che voi potreste sacrificare il vostro titolo di

barone, e restereste sempre milionario.

— Ch’è il più bel titolo sotto il governo di luglio.

— Disgraziatamente, disse Monte-Cristo, non si è sempre milionari a

vita, come si può essere barone, pari di Francia, o Accademico; ne

facciano fede i milionari Frank e Poulmann di Francfort che hanno fatto

bancarotta.

— Davvero? disse Danglars impallidendo.

— Sulla mia parola, ne ho ricevuta la notizia questa sera da un

corriere: aveva qualche cosa, circa un milione, sopr’essi, ma,

avvertito in tempo, ne ho fatto esigere il rimborso sarà circa un mese.

— Ah! mio Dio! riprese Danglars, hanno fatta tratta sopra di me per 200

mila fr. — Ebbene! eccovi avvisato. La loro firma non vale più che il 5

per cento.

— Sì, ma io sono avvisato troppo tardi.... ho fatto onore alla loro

firma. — Buono! disse Monte-Cristo. Ecco altri 200 mila fr. che sono

andati a raggiungere...

— Zitto, disse Danglars: non parlate dunque di questi affari... (indi

avvicinandosi a Monte-Cristo): particolarmente in presenza del sig.

Cavalcanti figlio, aggiunse il banchiere, che, pronunciando queste

parole, si voltò sorridendo dalla parte del giovine.

Morcerf aveva lasciato il conte per parlare a sua madre.

Danglars lo lasciò per salutare Cavalcanti figlio.

Monte-Cristo si ritrovò per un momento solo.

Frattanto il caldo cominciava a divenire eccessivo. I camerieri

circolavano per le sale con sottocoppe cariche di frutti e di gelati.

Monte-Cristo si asciugò col fazzoletto il viso bagnato di sudore; ma

dette addietro, quando la sottocoppa gli passò davanti, e nulla prese

per rinfrescarsi.

La signora de Morcerf non lo perdeva di vista; ella vide passare la

sottocoppa senza prender niente; afferrò perfino il movimento che fece

nell’allontanarsi.

— Alberto, diss’ella, avete osservato che il conte non ha voluto mai

accettare un pranzo dal sig. de Morcerf.

— Sì, ma ha accettata una colazione da me, poichè per questa colazione

ha fatto il suo ingresso nella società.

— Da voi non è dal conte, mormorò Mercedès, e da che egli è qui, io

l’ho esaminato... e non ha ancor preso nulla.

— Il conte è molto sobrio. — Mercedès sorrise tristamente.

— Riavvicinatevi a lui, diss’ella, ed alla prima sottocoppa che passa,

insistete. — E perchè, madre mia?

— Fatemi questo piacere, Alberto, disse Mercedès.

Alberto baciò la mano di sua madre, ed andò a situarsi vicino al conte.

Passò un’altra sottocoppa carica come le precedenti; ella vide Alberto

insistere presso il conte, prendere ancora un gelato e presentarglielo,

ma egli rifiutò ostinatamente. — Ebbene! diss’ella, vedete, ha

rifiutato.

— Ma in che cosa può preoccuparvi questo?

— Lo sapete, Alberto, le donne sono singolari. Avrei veduto con piacere

il conte prendere qualche cosa in casa mia, fosse anche stato un solo

grano di melagranata. Del resto forse non saprà adattarsi ai costumi

francesi, forse preferirà qualche cosa d’altro.

— Mio Dio! no, l’ho veduto in Italia prendere di tutto; senza dubbio

questa sera sarà indisposto.

— Poi, disse la contessa, avendo sempre abitato nei climi ardenti,

forse sarà men sensibile a questo caldo.

— Non lo credo, poichè si lagnava di sentirsi soffocare; domandava anzi

perchè, avendo già aperte le finestre, non aprano pure le persiane.

— In fatto questo è il mezzo per assicurarmi se questa astinenza è un

disegno prestabilito: — Ed ella uscì dalla sala.

Un momento dopo si aprirono le persiane, e si potè a traverso i

gelsomini, e le clematidi che tappezzavano le finestre, vedere tutto il

giardino illuminato con lanterne, e la cena imbandita sotto una tenda.

Ballerini e ballerine, giuocatori e ciarloni, mandarono un grido di

gioia, tutti quei polmoni alterati aspiravano con delizia l’aria che

entrava a torrenti. Nello stesso punto ricomparve Mercedès, più pallida

di quando era uscita, ma con quella fermezza d’aspetto ch’era in lei

notevole in certe occasioni. Ella andò direttamente al gruppo di cui

suo marito era il centro.

— Non trattenete questi signori qui, sig. conte, diss’ella, essi

ameranno meglio, se non giuocano, respirare nel giardino, che soffocare

in questa sala.

— Ah! signora, disse un vecchio generale molto galante, che nel

1809 aveva cantato: _Nel partire per la Siria_, non andremo soli nel

giardino.

— Sia, disse Mercedès, vi darò il buon esempio.

E voltandosi verso Monte-Cristo: — Sig. conte, diss’ella, fatemi

l’onore di offrirmi il braccio. — Il conte quasi vacillò a queste

semplici parole; poi guardò un momento Mercedès, questo momento ebbe la

rapidità del baleno, eppure sembrò alla contessa che durasse un secolo,

tanti pensieri aveva Monte-Cristo ammassati in questo sguardo. Egli

offrì il braccio alla contessa, che vi si appoggiò, o, per meglio dire,

lo sfiorò colla sua piccola mano, ed entrambi discesero dai gradini

della scalinata. Dietro ad essi, e per l’altra parte della scalinata,

si slanciarono nel giardino, colle più romorose esclamazioni di

piacere, una ventina di passeggianti.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 87 / 140 题