LXVIII. — LE INFORMAZIONI.

De Villefort mantenne la parola alla signora Danglars, e

particolarmente a sè stesso; di sapere in qual modo il conte di

Monte-Cristo avea potuto conoscere la storia della casa di Auteuil:

scrisse nello stesso giorno ad un certo sig. de Boville, che, dopo di

essere stato in altri tempi ispettore delle prigioni, era impiegato con

un grado superiore alla polizia di sicurezza, per avere le informazioni

che desiderava, e questi chiese due giorni per sapere con giustizia

da chi potrebbe informarsene. Passati i due primi giorni, de Villefort

ricevette la lettera seguente.

«La persona che si chiama il conte di Monte-Cristo è conosciuta

particolarmente da lord Wilmore, ricco forestiero che qualche volta

si vede a Parigi, e che presentemente vi si trova: egli è conosciuto

egualmente dall’abate Busoni, prete siciliano di grande riputazione in

Oriente, ove ha fatto moltissime buone opere.»

Il sig. de Villefort rispose coll’ordine di prendere sopra questi

due stranieri le informazioni più sollecite, e più precise; la dimane

a sera i suoi ordini erano eseguiti, ed ecco le informazioni che ne

riceveva:

«L’abate, il quale non era a Parigi che per un mese, abitava dietro S.

Sulpicio, in una piccola casa composta di un sol piano al disopra, e di

un pian terreno; quattro camere, due in alto e due in basso formavano

tutta l’abitazione, di cui egli era l’unico inquilino.

«Le due camere di basso si componevano di una sala da pranzo con

tavola, sedie, e credenza di noce, e di un salotto tinto in bianco

senz’ornamenti, senza tappeto, e senza orologio a pendolo. Si

vedeva che l’abate per sè stesso si limitava agli oggetti di stretta

necessità.

«È vero che egli preferiva di abitare il primo piano: composto di un

salotto, tutto ricoperto di libri di teologia, e di pergamene, fra

le quali lo si vedeva seppellire, al dir del suo cameriere, per mesi

interi; era in realtà piuttosto una biblioteca che un salotto. Questo

cameriere guardava i visitatori a traverso di una specie di feritoia,

ed allorchè la loro figura gli era sconosciuta o non gli piaceva,

rispondeva che il sig. abate non era a Parigi; ciò contentava molti,

sapendo che l’abate viaggiava spesso, e che qualche volta restava

assente lungo tempo. Del resto che sia in casa, o no, che si trovi a

Parigi o al Cairo, l’abate regala sempre, e la feritoia serve di ruota

alle elemosine che il cameriere distribuisce incessantemente a nome del

suo padrone.

«L’altra camera situata vicino alla biblioteca, era una camera da

dormire. Un letto senza tende, quattro sedie, ed un canapè di velluto

d’Utrecht giallone, ne formavano con un inginocchiatoio tutto il

mobilio.

«Quanto a lord Wilmore, abitava strada Fontaine-Saint-George. Era uno

di quegli inglesi _toristi_, che mangiano tutta la loro fortuna in

viaggi: prendeva in fitto e mobigliato l’appartamento in cui abitava,

e nel quale passava solo due ore del giorno, e vi dormiva raramente.

Una delle sue manie era di non volere assolutamente parlare la lingua

francese, che però scriveva, assicuravasi, con molta purezza».

La dimane del giorno in cui erano giunte queste preziose informazioni

al procuratore del re, un uomo, che discendeva di carrozza all’angolo

della strada Férou, venne a bussare ad una piccola porta tinta di verde

oliva, e domandò dell’abate Busoni.

— L’abate è uscito fin da questa mattina, rispose il cameriere.

— Potrei non contentarmi di questa risposta, disse il visitatore,

poichè vengo per parte di una persona, per la quale si è sempre in

casa. Ma vogliate rimettere all’abate Busoni...

— Vi ho già detto che non c’è, riprese il cameriere.

— Allora, quando ritornerà, consegnategli questa carta e questo foglio

sigillato. Questa sera alle otto il sig. abate sarà in casa?

— Oh! senza dubbio, a meno che non sia occupato nei suoi lavori, perchè

allora è lo stesso che se fosse uscito.

— Ritornerò dunque questa sera nell’ora convenuta, riprese il

visitatore; e si ritirò. — Infatto all’ora indicata, lo stesso uomo

ritornò nella stessa carrozza, ma questa volta, invece di fermarsi

all’angolo della strada Férou, si fermò davanti alla porta verde.

Bussò, gli fu aperto, ed entrò.

Ai segni di rispetto di cui fu prodigo il cameriere verso di lui,

comprese che la lettera aveva fatto l’effetto desiderato. — Il sig.

abate è in casa?

— Sì, lavora nella sua biblioteca, ma aspetta il signore, rispose il

servitore. — Lo straniero salì una scala abbastanza ripida, e davanti

una tavola, la cui superficie era inondata dalla luce che concentrava

un gran paralume, mentre che il resto dell’appartamento era nell’ombra,

scoperse l’abate in abito ecclesiastico, colla testa coperta da una di

quelle grandi cocolle, sotto le quali si nascondevano il cranio i saggi

in uso del medio evo.

— Ho l’onore di parlare al sig. Busoni? domandò il visitatore. —

Sì, signore, rispose l’abate; e voi siete la persona che il sig. de

Boville, antico intendente delle prigioni, m’invia per parte del sig.

prefetto di polizia? — Precisamente, signore. — Uno degli uffiziali

soprapposti alla pubblica sicurezza di Parigi?

— Sì, signore, rispose lo straniero con una specie di esitazione, e

sopra tutto con un poco di rossore.

L’abate si accomodò i grandi occhiali che gli coprivano gli occhi, e

si mise a sedere, facendo segno al visitatore di fare altrettanto: —

Io vi ascolto, signore, disse l’abate con un accento italiano il più

pronunziato.

— La missione di cui sono stato incaricato, signore, riprese il

visitatore calcando sopra ciascuna parola come se esse avessero avuto

pena ad uscire, è una missione di confidenza tanto per quegli che la

compie, quanto per quegli per mezzo del quale si compie. — L’abate

s’inchinò. — Sì, riprese lo straniero, la vostra probità, sig. abate,

è tanto conosciuta dal prefetto di polizia, ch’egli come magistrato

vuol da voi sapere una cosa che importa a questa sicurezza pubblica, a

nome della quale sono stato eletto deputato: speriamo dunque, che non

vi saranno nè legami di amicizia, nè considerazioni umane che possano

impegnarvi a nascondere la verità alla giustizia.

— Purchè, signore, le cose che v’importa sapere non tocchino in alcun

modo gli scrupoli della mia coscienza: son prete, ed i segreti della

confessione devono rimanere fra me e la giustizia di Dio, e non fra me

e la giustizia umana.

— Oh! siate tranquillo, sig. abate. — A queste parole, l’abate,

passando dalla sua parte il paralume lo alzò dalla parte opposta, di

modo che illuminando il viso dello straniero, il suo rimaneva sempre

nell’ombra. — Perdono, signore abate, disse l’inviato del prefetto di

polizia, ma questa luce mi stanca terribilmente la vista. — L’abate

abbassò il cartone verde. — Ora, signore, vi ascolto, parlate.

— Eccomi al fatto. Conoscete il sig. di Monte-Cristo?

— Volete parlare del sig. Zaccone, presumo?

— Zaccone!... Non si chiama dunque Monte-Cristo?

— Monte-Cristo è il nome di una terra, o piuttosto di uno scoglio, e

non il nome di famiglia.

— Ebbene! sia; non discutiamo sulle parole, e poichè il sig. di

Monte-Cristo ed il sig. Zaccone sono lo stesso uomo...

— Assolutamente lo stesso. — Parliamo del sig. Zaccone.

— Sia. — Vi domandava se lo conoscete? — Molto.

— Chi è egli? — Il figlio di un ricco armatore di Malta.

— Sì, lo so bene, questo è quanto dicesi; ma, capirete, la polizia non

può contentarsi di un _dicesi_.

— Ciò non ostante, riprese l’abate con un sorriso del tutto affabile,

quando questo _dicesi_ è la verità, bisogna bene che tutti se ne

contentino, e che la polizia faccia come gli altri.

— Ma siete sicuro di ciò che dite? — Come! se ne son sicuro? —

Osservate, signore, che non ho alcun sospetto sulla vostra buona fede.

Vi dico, siete sicuro?

— Ascoltate, ho conosciuto il sig. Zaccone padre, e mentre ero

fanciullo ho scherzato dieci volte con suo figlio nei cantieri di

costruzione.

— Ma pure questo titolo di conte?... — Sapete, che si compra. — In

Italia? — Da per tutto.

— Ma queste ricchezze immense, a quanto dicesi.

— Oh! in quanto a ciò, immense, è una parola.

— Quanto credete che possegga?

— Oh! egli avrà bene da 150 a 200 mila lire di rendita.

— Ah! ecco ciò che è ragionevole, disse il visitatore, ma si parlava

di tre, di quattro milioni! — Due cento mila lire di rendita, fanno

precisamente un capitale di quattro milioni. — Ma si parlava di tre, o

quattro milioni di rendita.

— Oh! ciò non è credibile. — E voi conoscete la sua isola di

Monte-Cristo? — Certamente; chiunque viene da Palermo, da Napoli, o

da Roma in Francia, per la via di mare, la conosce, perchè è passato

vicino ad essa, e l’ha veduta passando. — È un soggiorno incantevole a

quanto assicurasi. — Non è che un semplice scoglio.

— E perchè dunque il conte ha comprato uno scoglio?

— Precisamente per essere conte. In Italia per diventar conte vi è

ancora bisogno di una contea.

— Avrete senza dubbio inteso parlar delle avventure della gioventù del

sig. Zaccone. — Il padre? — No, il figlio.

— Ah! ecco ove cominciano le mie incertezze, perchè di lì ho perduto di

vista il giovine camerata.

— Egli ha fatto la guerra? — Credo che abbia servito.

— In quale arma? — Nella marina. — Vediamo, non siete il suo

confessore? — No, signore; lo credo luterano.

— Come, luterano? — Dico, che credo; non affermo. D’altra parte credevo

che in Francia fosse stata stabilita la libertà dei culti.

— Senza dubbio, per cui non ci occupiamo in questo momento delle sue

credenze ma delle sue azioni; in nome del sig. prefetto di polizia, vi

intimo di dire tutto ciò che ne sapete.

— Egli passa per un uomo molto caritatevole. In Roma è stato fatto

cavaliere del Cristo, per gli eminenti servigi resi ai cristiani

d’Oriente; ha cinque o sei croci per servigi resi ai principi o agli

stati.

— E non le porta? — No, ma ne va superbo; dice che ama più le

ricompense accordate ai benefattori dell’umanità, che quelle accordate

ai distruttori degli uomini.

— È dunque un _quacquero_. — Precisamente. — Si conosce che abbia

amici? — Sì, perchè ha per amici tutti quelli che lo conoscono. — Ma

finalmente avrà qualche nemico?

— Un solo. — Come si chiama? — Lord Wilmore.

— Dov’è egli? — In questo momento si ritrova a Parigi.

— E può darmi informazioni? — Preziose. Egli era nell’India nello

stesso tempo di Zaccone. — Sapete dove stia?

— In qualche parte della Chaussée-d’Antin; ma non so nè il numero, nè

la strada. — Siete in urto con questo inglese? — Io amo Zaccone, egli

lo detesta; siamo freddi per questa ragione.

— Sig. abate, credete che il conte di Monte-Cristo sia mai stato in

Francia prima di questo viaggio, e che cosa sia venuto a fare a Parigi?

— Ah! per questo poi posso rispondervene asseverantemente: egli non

c’è mai stato, mentre si è rivolto a me, saran sei mesi, per avere le

informazioni che desiderava. Dal mio lato, siccome non sapeva a qual

epoca io stesso sarei ritornato a Parigi, gli ho indirizzato il sig.

Cavalcanti.

— Andrea? — No; Bartolommeo, il padre.

— Benissimo, signore; non ho più a domandarvi che una cosa, e vi intimo

in nome dell’onore, dell’umanità, e della religione di rispondermi

senza raggiri di parole.

— Dite pure, signore. — Sapete voi con quale scopo il sig. di

Monte-Cristo ha comprato una casa ad Auteuil?

— Certamente, poichè me lo ha detto. — Con quale scopo, signore? — Con

quello di fondarvi un ospizio per gli alienati, del genere di quello

fondato a Palermo dal barone Pisani. Conoscete questo ospizio? — Di

fama, sì, signore.

— Ella è una istituzione magnifica. — E con questo, l’abate salutò

lo straniero come uomo che desiderava far conoscere che non sarebbe

dispiacente a rimettersi al lavoro interrotto. Il visitatore sia che

capisse il desiderio dell’abate, sia che fosse al termine delle sue

interrogazioni, si alzò a sua volta; l’abate lo ricondusse fino alla

porta. — Voi fate delle splendide elemosine, disse il visitatore, e

quantunque si dica che siete ricco, oserei offrirvi qualche cosa per i

vostri poveri; dal canto vostro sdegnereste accettare la mia offerta?

— Grazie, signore, non v’è che una cosa sola di cui io sia

geloso in questo mondo, ed è che il bene che io faccio venga da

me soltanto. Questa è una risoluzione invariabile. Ma cercate

signore, e ritroverete: pur troppo sul sentiero di ciascun ricco,

si urta in molte miserie! — L’abate salutò un’ultima volta aprendo

la porta: lo straniero salutò anch’egli, ed uscì. La carrozza

lo condusse direttamente dal sig. Villefort. Un’ora dopo, la

carrozza uscì nuovamente, e questa volta si diresse verso la strada

Fontaine-Saint-George.

Al n. 5 si fermò: là abitava lord Wilmore.

Lo straniero aveva scritto a lord Wilmore per domandargli un convegno

che questi aveva fissato per le dieci. Così, siccome lo inviato del

sig. prefetto di polizia era giunto dieci minuti prima delle dieci,

gli fu risposto che lord Wilmore, che era l’esattezza e la puntualità

in persona, non era ancora rientrato, ma che rientrerebbe per certo al

batter delle dieci.

Il visitatore aspettò nella sala, che nulla aveva di notevole, ed era

come tutte le sale degli appartamenti ammobigliati. Un caminetto con

due vasi di Sèvres moderni, un orologio a pendolo con un Amore che

teneva l’arco, uno specchio in due pezzi. Da ciascun lato di questo

specchio vi era un’incisione, una rappresentante Omero portante la

sua guida, l’altra Belisario chiedendo l’elemosina; una carta grigia

sul muro, un tavolo ricoperto da un tappeto rosso stampato in nero,

tale era la sala di lord Wilmore. Essa era illuminata da due globi di

vetro appannato che non spandevano che una debolissima luce, disposta

espressamente per gli occhi stanchi dell’inviato dal sig. prefetto di

polizia. In capo a dieci minuti suonarono le dieci; al quinto colpo, la

porta si aprì, e comparve lord Wilmore.

Era un uomo piuttosto grande, aveva le barbette rade e rosse, la

pelle bianca, ed i capelli biondi grigiastri; era vestito con tutta

la eccentricità inglese, cioè, portava un abito blu coi bottoni di

oro e col colletto alto ed imbottito, un gilè di casimiro bianco, ed

un calzone di nanchina, tre pollici troppo corto, ma che i sottopiedi

della stessa roba impedivano di risalire fino alle ginocchia. La sua

prima parola entrando, fu:

— Sapete, o signore, che io non parlo il francese.

— So almeno che non amate parlare la nostra lingua, rispose l’inviato

del prefetto di polizia. — Ma potete parlarla, riprese Lord Wilmore;

perchè se non la parlo, la capisco. — Ed io, riprese il visitatore,

cambiando l’idioma, parlo abbastanza facilmente l’inglese per sostenere

la conversazione in questa lingua. Non vi incomodate dunque, signore,

e gli presentò la lettera d’introduzione. Questi la lesse con tutta la

flemma anglicana; poi, quando ebbe terminato: — Capisco, diss’egli in

inglese, capisco benissimo.

Allora cominciarono le interrogazioni. Esse furono presso a poco le

stesse di quelle indirizzate all’abate Busoni. Ma siccome Lord Wilmore,

nella sua qualità di nemico del conte di Monte-Cristo, non vi metteva

la stessa ritenutezza dell’abate, furono molto più estese; raccontò la

gioventù di Monte-Cristo, che, secondo lui, era entrato al servizio

all’età di dieci anni presso uno di quei piccoli sovrani dell’India

che fanno la guerra agl’Inglesi; là lo aveva incontrato per la prima

volta, ed essi avevano combattuto l’un contro l’altro; in questa guerra

Zaccone era stato fatto prigioniero, e mandato in Inghilterra, messo

su i pontoni, di dove era fuggito a nuoto. Allora aveva incominciato

i suoi duelli, le sue passioni; giunta l’insurrezione della Grecia,

aveva servito nelle file dei Greci. Mentre che era al loro servizio,

aveva scoperto una miniera d’argento nelle montagne della Tessaglia,

ma si era ben guardato dal parlarne con chicchesia. Dopo la battaglia

di Navarrino, e quando il governo Greco fu consolidato, domandò al

re Ottone un privilegio per lo scavo di questa miniera, e gli fu

accordato. Di là venne quella immensa fortuna che poteva, secondo Lord

Wilmore, calcolarsi a due milioni di rendita, la quale però poteva

d’improvviso cessare, se la miniera cessava.

— Ma, sapete perchè sia venuto in Francia?

— Vuole speculare sulle strade ferrate, disse Lord Wilmore; e poi,

essendo un valente chimico, ed un fisico non men distinto, ha scoperto

un nuovo telegrafo di cui cerca l’applicazione. — Quanto spenderà circa

ogni anno?

— Oh! cinque, o sei cento mila fr. tutto al più, disse Lord Wilmore;

egli è avaro.

Era evidente che l’odio faceva parlare l’inglese, e che, non sapendo

qual cosa rimproverare al conte, gli rimproverava la sua avarizia.

— Sapete qualche cosa della sua casa d’Auteuil?

— Sì certamente. — Ebbene che ne sapete?

— Domandate con quale scopo l’ha comprata? — Sì.

— Ebbene! il conte è uno speculatore che certamente si rovinerà in

esperimenti ed in utopie: egli pretende che ad Auteuil, nelle vicinanze

della casa che ha comprato, vi sia una corrente di acqua minerale, che

può rivaleggiare con le acque di Bagnères di Luchon, e di Cauterets.

Egli vuol fare della sua compra un _bad-haus_ come dicono in Germania:

ha già due o tre volte rivoltata tutta la terra del giardino, per

ritrovare la famosa corrente d’acqua; e siccome non l’ha potuta

scoprire, vedrete che in breve comprerà tutte le case che circondano la

sua. Adesso, siccome l’ho con lui, e che spero che nella sua strada di

ferro, nel suo telegrafo elettrico, o nella sua speculazione dei bagni

possa rovinarsi, lo seguito per godere della sua sconfitta che non può

tardare di accadergli, o presto o tardi.

— E perchè l’odiate? domandò il visitatore.

— L’odio, rispose Lord Wilmore, perchè passando in Inghilterra ha

sedotto la moglie di uno dei miei amici.

— Ma se l’odiate, perchè non cercate di vendicarvi di lui?

— Mi sono già battuto tre volte col conte, la prima volta alla pistola,

la seconda alla spada, la terza allo squadrone: ma la prima volta mi ha

rotto un braccio, la seconda mi ha traversato il polmone, la terza mi

ha fatto questa ferita.

L’Inglese rivoltò il colletto della camicia che gli saliva fino alle

orecchie, e mostrò una cicatrice, il rossore della quale indicava una

data recente. — Dimodochè io l’ho con lui sempre più, ripetè l’Inglese,

ed egli certamente non morirà che per mia mano. — Ciò era quanto

voleva sapere il visitatore, o piuttosto tutto ciò che sembrava sapesse

l’Inglese. Egli adunque si alzò, e dopo avere salutato Lord Wilmore,

che gli rispose con quella rigidezza e politezza propria degli Inglesi,

si ritirò. Dal suo canto, Lord Wilmore, dopo avere inteso chiudersi la

porta di strada dietro a lui, rientrò nella camera da dormire, ove con

un giro di mano perdette i capelli biondi, le barbette rosse, la falsa

mascella, e la cicatrice, per ritrovare i capelli neri, il colorito

pallido, ed i denti di perla del conte di Monte-Cristo. È vero altresì

che il sig. de Villefort, e non l’inviato del prefetto di polizia, fu

quegli che rientrò in casa del sig. de Villefort.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 86 / 140 题