De Villefort mantenne la parola alla signora Danglars, e
particolarmente a sè stesso; di sapere in qual modo il conte di
Monte-Cristo avea potuto conoscere la storia della casa di Auteuil:
scrisse nello stesso giorno ad un certo sig. de Boville, che, dopo di
essere stato in altri tempi ispettore delle prigioni, era impiegato con
un grado superiore alla polizia di sicurezza, per avere le informazioni
che desiderava, e questi chiese due giorni per sapere con giustizia
da chi potrebbe informarsene. Passati i due primi giorni, de Villefort
ricevette la lettera seguente.
«La persona che si chiama il conte di Monte-Cristo è conosciuta
particolarmente da lord Wilmore, ricco forestiero che qualche volta
si vede a Parigi, e che presentemente vi si trova: egli è conosciuto
egualmente dall’abate Busoni, prete siciliano di grande riputazione in
Oriente, ove ha fatto moltissime buone opere.»
Il sig. de Villefort rispose coll’ordine di prendere sopra questi
due stranieri le informazioni più sollecite, e più precise; la dimane
a sera i suoi ordini erano eseguiti, ed ecco le informazioni che ne
riceveva:
«L’abate, il quale non era a Parigi che per un mese, abitava dietro S.
Sulpicio, in una piccola casa composta di un sol piano al disopra, e di
un pian terreno; quattro camere, due in alto e due in basso formavano
tutta l’abitazione, di cui egli era l’unico inquilino.
«Le due camere di basso si componevano di una sala da pranzo con
tavola, sedie, e credenza di noce, e di un salotto tinto in bianco
senz’ornamenti, senza tappeto, e senza orologio a pendolo. Si
vedeva che l’abate per sè stesso si limitava agli oggetti di stretta
necessità.
«È vero che egli preferiva di abitare il primo piano: composto di un
salotto, tutto ricoperto di libri di teologia, e di pergamene, fra
le quali lo si vedeva seppellire, al dir del suo cameriere, per mesi
interi; era in realtà piuttosto una biblioteca che un salotto. Questo
cameriere guardava i visitatori a traverso di una specie di feritoia,
ed allorchè la loro figura gli era sconosciuta o non gli piaceva,
rispondeva che il sig. abate non era a Parigi; ciò contentava molti,
sapendo che l’abate viaggiava spesso, e che qualche volta restava
assente lungo tempo. Del resto che sia in casa, o no, che si trovi a
Parigi o al Cairo, l’abate regala sempre, e la feritoia serve di ruota
alle elemosine che il cameriere distribuisce incessantemente a nome del
suo padrone.
«L’altra camera situata vicino alla biblioteca, era una camera da
dormire. Un letto senza tende, quattro sedie, ed un canapè di velluto
d’Utrecht giallone, ne formavano con un inginocchiatoio tutto il
mobilio.
«Quanto a lord Wilmore, abitava strada Fontaine-Saint-George. Era uno
di quegli inglesi _toristi_, che mangiano tutta la loro fortuna in
viaggi: prendeva in fitto e mobigliato l’appartamento in cui abitava,
e nel quale passava solo due ore del giorno, e vi dormiva raramente.
Una delle sue manie era di non volere assolutamente parlare la lingua
francese, che però scriveva, assicuravasi, con molta purezza».
La dimane del giorno in cui erano giunte queste preziose informazioni
al procuratore del re, un uomo, che discendeva di carrozza all’angolo
della strada Férou, venne a bussare ad una piccola porta tinta di verde
oliva, e domandò dell’abate Busoni.
— L’abate è uscito fin da questa mattina, rispose il cameriere.
— Potrei non contentarmi di questa risposta, disse il visitatore,
poichè vengo per parte di una persona, per la quale si è sempre in
casa. Ma vogliate rimettere all’abate Busoni...
— Vi ho già detto che non c’è, riprese il cameriere.
— Allora, quando ritornerà, consegnategli questa carta e questo foglio
sigillato. Questa sera alle otto il sig. abate sarà in casa?
— Oh! senza dubbio, a meno che non sia occupato nei suoi lavori, perchè
allora è lo stesso che se fosse uscito.
— Ritornerò dunque questa sera nell’ora convenuta, riprese il
visitatore; e si ritirò. — Infatto all’ora indicata, lo stesso uomo
ritornò nella stessa carrozza, ma questa volta, invece di fermarsi
all’angolo della strada Férou, si fermò davanti alla porta verde.
Bussò, gli fu aperto, ed entrò.
Ai segni di rispetto di cui fu prodigo il cameriere verso di lui,
comprese che la lettera aveva fatto l’effetto desiderato. — Il sig.
abate è in casa?
— Sì, lavora nella sua biblioteca, ma aspetta il signore, rispose il
servitore. — Lo straniero salì una scala abbastanza ripida, e davanti
una tavola, la cui superficie era inondata dalla luce che concentrava
un gran paralume, mentre che il resto dell’appartamento era nell’ombra,
scoperse l’abate in abito ecclesiastico, colla testa coperta da una di
quelle grandi cocolle, sotto le quali si nascondevano il cranio i saggi
in uso del medio evo.
— Ho l’onore di parlare al sig. Busoni? domandò il visitatore. —
Sì, signore, rispose l’abate; e voi siete la persona che il sig. de
Boville, antico intendente delle prigioni, m’invia per parte del sig.
prefetto di polizia? — Precisamente, signore. — Uno degli uffiziali
soprapposti alla pubblica sicurezza di Parigi?
— Sì, signore, rispose lo straniero con una specie di esitazione, e
sopra tutto con un poco di rossore.
L’abate si accomodò i grandi occhiali che gli coprivano gli occhi, e
si mise a sedere, facendo segno al visitatore di fare altrettanto: —
Io vi ascolto, signore, disse l’abate con un accento italiano il più
pronunziato.
— La missione di cui sono stato incaricato, signore, riprese il
visitatore calcando sopra ciascuna parola come se esse avessero avuto
pena ad uscire, è una missione di confidenza tanto per quegli che la
compie, quanto per quegli per mezzo del quale si compie. — L’abate
s’inchinò. — Sì, riprese lo straniero, la vostra probità, sig. abate,
è tanto conosciuta dal prefetto di polizia, ch’egli come magistrato
vuol da voi sapere una cosa che importa a questa sicurezza pubblica, a
nome della quale sono stato eletto deputato: speriamo dunque, che non
vi saranno nè legami di amicizia, nè considerazioni umane che possano
impegnarvi a nascondere la verità alla giustizia.
— Purchè, signore, le cose che v’importa sapere non tocchino in alcun
modo gli scrupoli della mia coscienza: son prete, ed i segreti della
confessione devono rimanere fra me e la giustizia di Dio, e non fra me
e la giustizia umana.
— Oh! siate tranquillo, sig. abate. — A queste parole, l’abate,
passando dalla sua parte il paralume lo alzò dalla parte opposta, di
modo che illuminando il viso dello straniero, il suo rimaneva sempre
nell’ombra. — Perdono, signore abate, disse l’inviato del prefetto di
polizia, ma questa luce mi stanca terribilmente la vista. — L’abate
abbassò il cartone verde. — Ora, signore, vi ascolto, parlate.
— Eccomi al fatto. Conoscete il sig. di Monte-Cristo?
— Volete parlare del sig. Zaccone, presumo?
— Zaccone!... Non si chiama dunque Monte-Cristo?
— Monte-Cristo è il nome di una terra, o piuttosto di uno scoglio, e
non il nome di famiglia.
— Ebbene! sia; non discutiamo sulle parole, e poichè il sig. di
Monte-Cristo ed il sig. Zaccone sono lo stesso uomo...
— Assolutamente lo stesso. — Parliamo del sig. Zaccone.
— Sia. — Vi domandava se lo conoscete? — Molto.
— Chi è egli? — Il figlio di un ricco armatore di Malta.
— Sì, lo so bene, questo è quanto dicesi; ma, capirete, la polizia non
può contentarsi di un _dicesi_.
— Ciò non ostante, riprese l’abate con un sorriso del tutto affabile,
quando questo _dicesi_ è la verità, bisogna bene che tutti se ne
contentino, e che la polizia faccia come gli altri.
— Ma siete sicuro di ciò che dite? — Come! se ne son sicuro? —
Osservate, signore, che non ho alcun sospetto sulla vostra buona fede.
Vi dico, siete sicuro?
— Ascoltate, ho conosciuto il sig. Zaccone padre, e mentre ero
fanciullo ho scherzato dieci volte con suo figlio nei cantieri di
costruzione.
— Ma pure questo titolo di conte?... — Sapete, che si compra. — In
Italia? — Da per tutto.
— Ma queste ricchezze immense, a quanto dicesi.
— Oh! in quanto a ciò, immense, è una parola.
— Quanto credete che possegga?
— Oh! egli avrà bene da 150 a 200 mila lire di rendita.
— Ah! ecco ciò che è ragionevole, disse il visitatore, ma si parlava
di tre, di quattro milioni! — Due cento mila lire di rendita, fanno
precisamente un capitale di quattro milioni. — Ma si parlava di tre, o
quattro milioni di rendita.
— Oh! ciò non è credibile. — E voi conoscete la sua isola di
Monte-Cristo? — Certamente; chiunque viene da Palermo, da Napoli, o
da Roma in Francia, per la via di mare, la conosce, perchè è passato
vicino ad essa, e l’ha veduta passando. — È un soggiorno incantevole a
quanto assicurasi. — Non è che un semplice scoglio.
— E perchè dunque il conte ha comprato uno scoglio?
— Precisamente per essere conte. In Italia per diventar conte vi è
ancora bisogno di una contea.
— Avrete senza dubbio inteso parlar delle avventure della gioventù del
sig. Zaccone. — Il padre? — No, il figlio.
— Ah! ecco ove cominciano le mie incertezze, perchè di lì ho perduto di
vista il giovine camerata.
— Egli ha fatto la guerra? — Credo che abbia servito.
— In quale arma? — Nella marina. — Vediamo, non siete il suo
confessore? — No, signore; lo credo luterano.
— Come, luterano? — Dico, che credo; non affermo. D’altra parte credevo
che in Francia fosse stata stabilita la libertà dei culti.
— Senza dubbio, per cui non ci occupiamo in questo momento delle sue
credenze ma delle sue azioni; in nome del sig. prefetto di polizia, vi
intimo di dire tutto ciò che ne sapete.
— Egli passa per un uomo molto caritatevole. In Roma è stato fatto
cavaliere del Cristo, per gli eminenti servigi resi ai cristiani
d’Oriente; ha cinque o sei croci per servigi resi ai principi o agli
stati.
— E non le porta? — No, ma ne va superbo; dice che ama più le
ricompense accordate ai benefattori dell’umanità, che quelle accordate
ai distruttori degli uomini.
— È dunque un _quacquero_. — Precisamente. — Si conosce che abbia
amici? — Sì, perchè ha per amici tutti quelli che lo conoscono. — Ma
finalmente avrà qualche nemico?
— Un solo. — Come si chiama? — Lord Wilmore.
— Dov’è egli? — In questo momento si ritrova a Parigi.
— E può darmi informazioni? — Preziose. Egli era nell’India nello
stesso tempo di Zaccone. — Sapete dove stia?
— In qualche parte della Chaussée-d’Antin; ma non so nè il numero, nè
la strada. — Siete in urto con questo inglese? — Io amo Zaccone, egli
lo detesta; siamo freddi per questa ragione.
— Sig. abate, credete che il conte di Monte-Cristo sia mai stato in
Francia prima di questo viaggio, e che cosa sia venuto a fare a Parigi?
— Ah! per questo poi posso rispondervene asseverantemente: egli non
c’è mai stato, mentre si è rivolto a me, saran sei mesi, per avere le
informazioni che desiderava. Dal mio lato, siccome non sapeva a qual
epoca io stesso sarei ritornato a Parigi, gli ho indirizzato il sig.
Cavalcanti.
— Andrea? — No; Bartolommeo, il padre.
— Benissimo, signore; non ho più a domandarvi che una cosa, e vi intimo
in nome dell’onore, dell’umanità, e della religione di rispondermi
senza raggiri di parole.
— Dite pure, signore. — Sapete voi con quale scopo il sig. di
Monte-Cristo ha comprato una casa ad Auteuil?
— Certamente, poichè me lo ha detto. — Con quale scopo, signore? — Con
quello di fondarvi un ospizio per gli alienati, del genere di quello
fondato a Palermo dal barone Pisani. Conoscete questo ospizio? — Di
fama, sì, signore.
— Ella è una istituzione magnifica. — E con questo, l’abate salutò
lo straniero come uomo che desiderava far conoscere che non sarebbe
dispiacente a rimettersi al lavoro interrotto. Il visitatore sia che
capisse il desiderio dell’abate, sia che fosse al termine delle sue
interrogazioni, si alzò a sua volta; l’abate lo ricondusse fino alla
porta. — Voi fate delle splendide elemosine, disse il visitatore, e
quantunque si dica che siete ricco, oserei offrirvi qualche cosa per i
vostri poveri; dal canto vostro sdegnereste accettare la mia offerta?
— Grazie, signore, non v’è che una cosa sola di cui io sia
geloso in questo mondo, ed è che il bene che io faccio venga da
me soltanto. Questa è una risoluzione invariabile. Ma cercate
signore, e ritroverete: pur troppo sul sentiero di ciascun ricco,
si urta in molte miserie! — L’abate salutò un’ultima volta aprendo
la porta: lo straniero salutò anch’egli, ed uscì. La carrozza
lo condusse direttamente dal sig. Villefort. Un’ora dopo, la
carrozza uscì nuovamente, e questa volta si diresse verso la strada
Fontaine-Saint-George.
Al n. 5 si fermò: là abitava lord Wilmore.
Lo straniero aveva scritto a lord Wilmore per domandargli un convegno
che questi aveva fissato per le dieci. Così, siccome lo inviato del
sig. prefetto di polizia era giunto dieci minuti prima delle dieci,
gli fu risposto che lord Wilmore, che era l’esattezza e la puntualità
in persona, non era ancora rientrato, ma che rientrerebbe per certo al
batter delle dieci.
Il visitatore aspettò nella sala, che nulla aveva di notevole, ed era
come tutte le sale degli appartamenti ammobigliati. Un caminetto con
due vasi di Sèvres moderni, un orologio a pendolo con un Amore che
teneva l’arco, uno specchio in due pezzi. Da ciascun lato di questo
specchio vi era un’incisione, una rappresentante Omero portante la
sua guida, l’altra Belisario chiedendo l’elemosina; una carta grigia
sul muro, un tavolo ricoperto da un tappeto rosso stampato in nero,
tale era la sala di lord Wilmore. Essa era illuminata da due globi di
vetro appannato che non spandevano che una debolissima luce, disposta
espressamente per gli occhi stanchi dell’inviato dal sig. prefetto di
polizia. In capo a dieci minuti suonarono le dieci; al quinto colpo, la
porta si aprì, e comparve lord Wilmore.
Era un uomo piuttosto grande, aveva le barbette rade e rosse, la
pelle bianca, ed i capelli biondi grigiastri; era vestito con tutta
la eccentricità inglese, cioè, portava un abito blu coi bottoni di
oro e col colletto alto ed imbottito, un gilè di casimiro bianco, ed
un calzone di nanchina, tre pollici troppo corto, ma che i sottopiedi
della stessa roba impedivano di risalire fino alle ginocchia. La sua
prima parola entrando, fu:
— Sapete, o signore, che io non parlo il francese.
— So almeno che non amate parlare la nostra lingua, rispose l’inviato
del prefetto di polizia. — Ma potete parlarla, riprese Lord Wilmore;
perchè se non la parlo, la capisco. — Ed io, riprese il visitatore,
cambiando l’idioma, parlo abbastanza facilmente l’inglese per sostenere
la conversazione in questa lingua. Non vi incomodate dunque, signore,
e gli presentò la lettera d’introduzione. Questi la lesse con tutta la
flemma anglicana; poi, quando ebbe terminato: — Capisco, diss’egli in
inglese, capisco benissimo.
Allora cominciarono le interrogazioni. Esse furono presso a poco le
stesse di quelle indirizzate all’abate Busoni. Ma siccome Lord Wilmore,
nella sua qualità di nemico del conte di Monte-Cristo, non vi metteva
la stessa ritenutezza dell’abate, furono molto più estese; raccontò la
gioventù di Monte-Cristo, che, secondo lui, era entrato al servizio
all’età di dieci anni presso uno di quei piccoli sovrani dell’India
che fanno la guerra agl’Inglesi; là lo aveva incontrato per la prima
volta, ed essi avevano combattuto l’un contro l’altro; in questa guerra
Zaccone era stato fatto prigioniero, e mandato in Inghilterra, messo
su i pontoni, di dove era fuggito a nuoto. Allora aveva incominciato
i suoi duelli, le sue passioni; giunta l’insurrezione della Grecia,
aveva servito nelle file dei Greci. Mentre che era al loro servizio,
aveva scoperto una miniera d’argento nelle montagne della Tessaglia,
ma si era ben guardato dal parlarne con chicchesia. Dopo la battaglia
di Navarrino, e quando il governo Greco fu consolidato, domandò al
re Ottone un privilegio per lo scavo di questa miniera, e gli fu
accordato. Di là venne quella immensa fortuna che poteva, secondo Lord
Wilmore, calcolarsi a due milioni di rendita, la quale però poteva
d’improvviso cessare, se la miniera cessava.
— Ma, sapete perchè sia venuto in Francia?
— Vuole speculare sulle strade ferrate, disse Lord Wilmore; e poi,
essendo un valente chimico, ed un fisico non men distinto, ha scoperto
un nuovo telegrafo di cui cerca l’applicazione. — Quanto spenderà circa
ogni anno?
— Oh! cinque, o sei cento mila fr. tutto al più, disse Lord Wilmore;
egli è avaro.
Era evidente che l’odio faceva parlare l’inglese, e che, non sapendo
qual cosa rimproverare al conte, gli rimproverava la sua avarizia.
— Sapete qualche cosa della sua casa d’Auteuil?
— Sì certamente. — Ebbene che ne sapete?
— Domandate con quale scopo l’ha comprata? — Sì.
— Ebbene! il conte è uno speculatore che certamente si rovinerà in
esperimenti ed in utopie: egli pretende che ad Auteuil, nelle vicinanze
della casa che ha comprato, vi sia una corrente di acqua minerale, che
può rivaleggiare con le acque di Bagnères di Luchon, e di Cauterets.
Egli vuol fare della sua compra un _bad-haus_ come dicono in Germania:
ha già due o tre volte rivoltata tutta la terra del giardino, per
ritrovare la famosa corrente d’acqua; e siccome non l’ha potuta
scoprire, vedrete che in breve comprerà tutte le case che circondano la
sua. Adesso, siccome l’ho con lui, e che spero che nella sua strada di
ferro, nel suo telegrafo elettrico, o nella sua speculazione dei bagni
possa rovinarsi, lo seguito per godere della sua sconfitta che non può
tardare di accadergli, o presto o tardi.
— E perchè l’odiate? domandò il visitatore.
— L’odio, rispose Lord Wilmore, perchè passando in Inghilterra ha
sedotto la moglie di uno dei miei amici.
— Ma se l’odiate, perchè non cercate di vendicarvi di lui?
— Mi sono già battuto tre volte col conte, la prima volta alla pistola,
la seconda alla spada, la terza allo squadrone: ma la prima volta mi ha
rotto un braccio, la seconda mi ha traversato il polmone, la terza mi
ha fatto questa ferita.
L’Inglese rivoltò il colletto della camicia che gli saliva fino alle
orecchie, e mostrò una cicatrice, il rossore della quale indicava una
data recente. — Dimodochè io l’ho con lui sempre più, ripetè l’Inglese,
ed egli certamente non morirà che per mia mano. — Ciò era quanto
voleva sapere il visitatore, o piuttosto tutto ciò che sembrava sapesse
l’Inglese. Egli adunque si alzò, e dopo avere salutato Lord Wilmore,
che gli rispose con quella rigidezza e politezza propria degli Inglesi,
si ritirò. Dal suo canto, Lord Wilmore, dopo avere inteso chiudersi la
porta di strada dietro a lui, rientrò nella camera da dormire, ove con
un giro di mano perdette i capelli biondi, le barbette rosse, la falsa
mascella, e la cicatrice, per ritrovare i capelli neri, il colorito
pallido, ed i denti di perla del conte di Monte-Cristo. È vero altresì
che il sig. de Villefort, e non l’inviato del prefetto di polizia, fu
quegli che rientrò in casa del sig. de Villefort.