LXX. — IL PANE ED IL SALE.

La sig.ª de Morcerf entrò col suo compagno sotto una volta di foglie

formata da un viale di tigli che conduceva ad una stufa.

— Faceva troppo caldo nella sala, n’è vero, sig. conte?

— Sì, signora, ed è stata una eccellente idea la vostra di fare aprire

le porte e le persiane. — Terminando queste parole il conte s’accorse

che la mano di Mercedès tremava.

— Ma voi, diss’egli, con questa veste leggera e senz’altro preservativo

intorno al collo che questa sciarpa di velo, avrete freddo.

— Sapete dove vi conduco? disse la contessa senza rispondere alla

domanda di Monte-Cristo.

— No, signora, ma, lo vedete, non fo resistenza.

— A quella stufa che vedete là, in fondo al viale.

Il conte guardò Mercedès come per interrogarla; ma ella continuò il

cammino senza dir parola, e dal suo canto Monte-Cristo divenne muto.

Giunsero al fabbricato tutto guernito di frutti magnifici che, dal

principio di luglio, giungono alla loro maturità in questa temperatura

sempre calcolata per sostituire il calore del sole, tanto spesso

assente da noi.

La contessa lasciò il braccio di Monte-Cristo, e colse un grappolo di

uva moscatella. — Prendete, sig. conte, disse ella con un sorriso fatto

più tristo da due lagrime che le spuntavano dagli occhi; prendete, la

nostra uva di Francia non è paragonabile, lo so, alle vostre della

Sicilia e di Cipro, ma sarete indulgente pel nostro debole sole del

Nord.

Il conte s’inchinò, e fece un passo in addietro.

— La rifiutate? disse Mercedès con voce tremante.

— Signora, rispose Monte-Cristo, vi prego umilmente di scusarmi, ma non

mangio mai moscatello.

Mercedès lasciò cadere il grappolo sospirando.

Una pesca magnifica pendeva da una spalliera vicina, riscaldata pur

dal calore artificiale della stufa. Mercedès si avvicinò al frutto

vellutato e lo colse. — Allora prendete questa pesca, diss’ella. — Il

conte fece lo stesso gesto di rifiuto.

— Oh! ancora? in verità son disgraziata. — Un lungo silenzio seguì

questa scena; la pesca, come il grappolo d’uva, era rotolata al suolo.

— Sig. conte, riprese Mercedès guardando Monte-Cristo con occhio

supplichevole, vi è un commovente costume in Arabia che fa eternamente

amici quelli che hanno fra loro diviso il pane ed il sale sotto il

medesimo tetto.

— Lo conosco, ma noi siamo in Francia e non nell’Arabia; ed in Francia

non vi è divisione di pane e di sale, come non vi sono amicizie eterne.

— Ma finalmente, disse la contessa palpitante con gli occhi fissi su

quelli di Monte-Cristo, del quale riafferrava quasi convulsivamente il

braccio con ambe le mani, noi siamo amici, n’è vero? — Il sangue affluì

al cuore del conte, che divenne pallido come la morte, poi rifluendo

dal cuore alla gola, ne invase le guance; e gli occhi nuotarono nel

vago per qualche secondo, come quelli di un uomo colpito da improvviso

bagliore: — Certamente che siamo amici, signora, replicò egli; e

d’altra parte perchè non dovremmo esserlo?

— Grazie, diss’ella. E si rimise a camminare.

— Signore, riprese dopo dieci minuti di silenziosa passeggiata, è vero

che avete veduto tanto, tanto viaggiato, e sofferto?

— Ho sofferto moltissimo. — Ma ora siete felice?

— Senza dubbio, perchè ora nessuno mi sente lamentare.

— E la vostra felicità presente vi fa l’anima più dolce?

— No; essa uguaglia la mia passata miseria.

— Non siete ammogliato? — Ammogliato! no, rispose Monte-Cristo

fremendo, chi ha potuto dirvi ciò?

— Non mi fu detto, ma più di una volta siete stato veduto condurre

all’_Opera_ una bella e giovane donna.

— È una schiava che ho comprato a Costantinopoli, la figlia di un

principe, della quale ho formato una figlia, non avendo altre affezioni

in questo mondo.

— Vivete dunque solo? — Vivo solo.

— Non avete sorelle... figli... padre?... — Non ho alcuno.

— Come potete viver così, senza che niente vi attacchi alla vita?

— Non è mia colpa, signora. A Malta amavo una giovinetta, e stava per

isposarla, quando sopraggiunse la guerra e m’involò da lei lontano,

rapito come da un turbine. Credetti ch’ella mi avesse amato abbastanza

per aspettarmi, per restarmi fedele anche alla tomba. Quando ritornai

era maritata. Questa è la storia di tutti gli uomini che sono passati

per l’età di vent’anni; aveva forse il cuore più debole degli altri, ed

ho sofferto più di quel che avrebbero fatto al mio posto. — La contessa

si fermò un momento come se avesse avuto bisogno di fermarsi per potere

respirare: — Sì; diss’ella, e quest’amore vi è rimasto nel cuore... Non

si ama davvero che una sola volta... Ed avete mai più riveduta questa

donna?

— Giammai. — Giammai? — Non son più ritornato nel paese dov’ella era. —

A Malta? dunque, ella è a Malta?

— Lo penso.

— E le avete perdonato quanto vi ha fatto soffrire?

— A lei, sì. — Ma ad essa soltanto; odiate sempre quelli che vi hanno

da lei diviso? — Perchè dovrei odiarli?

La contessa si pose dirimpetto a Monte-Cristo; ella teneva ancora in

mano un resto del grappolo profumato:

— Prendete, diss’ella.

— Non mangio mai moscatello, signora.

La contessa gettò il grappolo nel cespuglio di fiori più vicino con un

gesto di disperazione: — Inflessibile!

Monte-Cristo restò così impassibile come se il rimprovero non fosse

stato a lui diretto.

Alberto accorreva in quel momento.

— Oh! madre mia! diss’egli, una gran disgrazia!

— Che cosa è accaduto? domandò la contessa raddrizzandosi, come se dopo

il sogno fosse giunta la realtà; una disgrazia, avete detto? infatto

devono accaderne!

— Il sig. de Villefort è qui. — Ebbene?

— Viene a cercare sua moglie e sua figlia. — E perchè?

— Perchè la marchesa di Saint-Méran è giunta a Parigi, portando la

notizia che il sig. di Saint-Méran è morto alla prima posta lasciando

Marsiglia. La sig.ª de Villefort ch’era molto allegra, non voleva nè

comprendere nè credere questa disgrazia; ma madamigella Valentina, alle

prime parole, per quante cautele avesse preso suo padre, ha indovinato

tutto; questo colpo l’ha atterrata come un fulmine, ed è caduta

svenuta.

— E che cosa è il conte di Saint-Méran a madamigella de Villefort?

chiese il conte. — Suo avo materno. Veniva per ottenere il matrimonio

di sua nipote con Franz. — Ah! davvero! — Ecco Franz aggiornato. Perchè

di Saint-Méran non è egualmente avo di madamigella Danglars?

— Alberto! Alberto! disse la sig.ª di Morcerf col tuono di un

dolce rimprovero; che dite? Ah! conte, voi per cui egli ha tanta

considerazione, ditegli dunque che ha parlato male. — Ella fece qualche

passo in avanti. Monte-Cristo la guardò così stranamente, e con una

espressione astratta e ad un tempo improntata di una affettuosa

ammirazione, che ella ritornò addietro. Allora ella gli prese la

mano, nello stesso tempo che stringeva quella del figlio, ed unendole

entrambe: — Siamo amici, n’è vero? diss’ella.

— Oh! vostro amico, signora, non ho questa pretensione, disse il conte,

ma in ogni caso son sempre vostro rispettabilissimo servitore. — La

contessa partì con un’inesprimibile stringimento di cuore, e, prima

che avesse fatto dieci passi, il conte la vide mettersi il fazzoletto

agli occhi. — E che, non siete forse d’accordo con mia madre? domandò

Alberto meravigliato.

— Al contrario, rispose il conte, poichè ella mi ha detto presente voi

che siamo amici.

Rientrarono nella sala che era stata allora lasciata da Valentina, dal

signore, e dalla sig.ª de Villefort.

È superfluo il dire che Morrel partì dietro ad essi.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 88 / 140 题